I testi - Documento del P.C.Int.

Crisi e decadenza

Da sempre le crisi economiche sono state oggetto di analisi da parte dei rivoluzionari, oggi più che mai questo problema è all'ordine del giorno.

Da quando gli U.S.A. (agosto 1971) si sono trovati per la prima volta nel secondo dopoguerra con la bilancia dei pagamenti con l'estero in passivo, battuti sul piano concorrenziale sul mercato internazionale, la crisi si è dilatata all'intero sistema capitalistico mondiale rimbalzando dall'Europa al Giappone, dal continente africano ai paesi dell'Est.

Nell'andare a ricercare le cause che hanno determinato questa grave crisi i cui effetti, stagnazione della produzione, inflazione, contenimento dei salari, cassa integrazione e disoccupazione, pesano sempre più pesantemente sulle spalle della classe operaia internazionale, occorre sbarazzare il campo da alcune interpretazioni errate.

Anche se le crisi appaiono come carenza della domanda nei confronti del- l'offerta o come eccedenza di beni strumentali e di consumo, sono da rifiutarsi le tesi che si basano sul sottoconsumo e sulla sovrapproduzione. Nell'ambito del sistema produttivo capitalistico ciò che avviene nel mercato non è altro che la conseguente dell'espandersi delle contraddizioni che si determinano all'interno dei rapporti di produzione e di scambio, i beni prodotti devono essere venduti perché si possa realizzare il plusvalore che essi contengono, in caso contrario il meccanismo si inceppa gettando l'intero sistema nella crisi; al contempo il capitalismo è produzione di plusvalore mediante la produzione di merci e il suo scopo è la realizzazione del plusvalore sotto la forma di valore di scambio.

In altri termini, una delle contraddizioni fondamentali che minano il sistema dal suo interno è quella che si presenta tra produzione di plusvalore e la sua realizzazione.

In sintonia con l'esigenza di valorizzazione del capitale si determinano all'interno dei rapporti di produzione modificazioni tali da mettere in discussione il processo di accumulazione stesso, ovvero la realizzazione di valore supplementare o plusvalore.

È quindi necessario, nell'affrontare il problema delle crisi, pur partendo dal problema realizzazione, riandare all'accumulazione ed ai meccanismi che la regolano per averne una visione corretta.-Questa contraddizione (produzione di plusvalore e sua realizzazione) appare .come sovrapproduzione di merci e quindi come causa della saturazione del mercato che, a sua volta, si oppone al processo di accumulazione rendendo impossibile al sistema nel suo complesso controbilanciare la caduta del saggio di profitto.

In effetti il processo è inverso.

Se il capitalismo è unità produttivo-distributiva ciò che avviene sul mercato non è altro che il riflesso di ciò che si determina all'interno dei rapporti di produzione e non ii contrario. Ovvero è il ciclo economico ed il processo di valorizzazione che rendono «solvibile» o «insolvibile» il mercato. È solo partendo dalle leggi contraddittorie che regolano il processo di accumulazione che possiamo arrivare a spiegare le «crisi di mercato».

L'accumulazione è riproduzione allargala di mezzi di produzione, una aumentata massa di mezzi di produzione determina un aumento di beni di consumo, ma siccome lo scopo ultimo del capitalismo è l'accumulazione intesa come creazione di valore supplementare e non il consumo, il concetto stesso di accumulazione è contraddittorio nel senso che ad un ampliamento della produzione non corrisponde un adeguato ampliamento del consumo.

Quali sono le leggi fondamentali che determinano tutto ciò?

Nel «Capitale» Marx costruisce un modello di sviluppo basato sulla teoria del valore - lavoro in termini di accumulazione del capitale complessivo, con i suoi aggregati sociali quali profitto, investimenti, salari.

In generale lo sviluppo si basa sull'aumento della forza produttiva del lavoro sociale. Aumentare la produttività del lavoro significa che è possibile produrre di più in un tempo minore. Ciò è possibile sviluppando mezzi e tecniche di produzione o, cosa più facile, sviluppando l'accumulazione. Questo sviluppo va successivamente a modificare la composizione organica del capitale.

L'aumento della composizione organica del capitale mostra che la massa dei mezzi di produzione e quindi la produzione stessa aumentano più rapidamente della forza - lavoro, ovvero più rapidamente, quando è possibile, della composizione di valore del capitale. In altri termini l'accumulazione avviene attraverso un aumento del capitale costante nei confronti del capitale variabile, il che va a modificare il rapporto organico del capitale mettendo in essere la caduta del saggio di profitto.

D'altro canto il sistema nel suo complesso, avendo aumentato la massa di valore, compensa la caduta del saggio con un aumento della produttività.

Fintanto che l'aumento della produttività del lavoro è superiore al tasso di caduta del saggio di profitto il sistema rimane in piedi. In altri termini, il capitale dovrà crescere in proporzione maggiore della diminuzione del saggio di profitto per soddisfare le esigenze di valorizzazione del capitale.

Sino a quando potrà procedere questo processo e quali i suoi limiti?

Il sistema pervenuto ad un alto grado di concentrazione con un aumentato livello del rapporto organico, è costretto a svilupparsi con un tasso di accumulazione più celere. Questa più rapida espansione fa in modo di rendere insufficiente la massa di plusvalore rispetto alla massa totale del capitale, rendendo da tendenziale a effettiva la caduta del saggio di profitto. Ovviamente questo non avviene da un momento all'altro ma è il frutto di un processo storico di accumulazione che ha accompagnato il capitalismo dalla sua nascita sino al momento in cui le possibilità di contenere la caduta del saggio si sono andate gradualmente esaurendosi con tutto ciò che ne consegue sul piano delle conseguenze.

Quando tutto ciò ha iniziato a manifestarsi,il sistema capitalistico ha cessato di essere un sistema progressivo, cioè necessario allo sviluppo delle forze produttive, per entrare nella sua fase di decadenza caratterizzata dai tentativi di risolvere te proprie contraddizioni insanabili dandosi nuove forme organizzative da un punto di vista produttivo.

Dalla libera concorrenza si è passati al monopolio privato, da quello privato a quello statale, e come linea di tendenza dall'economia mista al capitalismo di stato.

Infatti il progressivo intervento dello stato nell'economia va considerato come il segno dell'impossibilità di risolvere le contraddizioni che si accumulano all'interno dei rapporti di produzione e quindi il segno della sua decadenza. Storicamente possiamo datare questo periodo con la nascita del monopolio.

Maggiore gravità ed intensità delle crisi.

Necessità di centralizzazione politica e rafforzamento delle istituzioni borghesi, prima fra tutte lo stato.

Maggiore intensità dello sfruttamento della classe operaia.

Inflazione selvaggia e speculazione.

Queste sono le più evidenti manifestazioni che caratterizzano la fase di decadenza.

In questa fase i cicli economici non sono più caratterizzati dal classico schema: accumulazione - crisi (ogni crisi porta ad una svalutazione del capitale aumentando così il saggio di profitto) - nuovo ciclo di accumulazione, bensì ogni ciclo di accumulazione porta necessariamente alla guerra, che distruggendo mezzi di produzione, crea i presupposti per un nuovo ciclo di accumulazione.

Se della crisi vi è ormai coscienza che essa è il prodotto dei limiti posti allo sviluppo delle forze produttive dalle contraddizioni interne al processo di accumulazione del capitale nella sua fase discendente, non altrettanta se ne constata nei gruppi, che pure si richiamano alla sinistra comunista, per quanto attiene il riconoscimento nella socialdemocrazia dell'ultimo e più efficiente baluardo della conservazione borghese.

Si giunge, infatti, a riconoscere l'opportunismo di cui la socialdemocrazia è pregna, ma si fatica a trarne le debite conseguenze per un suo giusto collocamento nel conflitto di classe. Ciò vale non tanto per i partiti della vecchia socialdemocrazia, i partiti che si richiamano cioè alla II Internazionale, quanto per i sedicenti partiti comunisti, figli naturali della degenerazione della III Internazionale.

È merito della crisi l'aver ribaltato sulla scena politica questi partiti in un ruolo di primo piano.

La caduta del saggio di profitto ha posto la classe dominante di fronte alla necessità di una profonda ristrutturazione dell'apparato produttivo al fine di intensificare e razionalizzare lo sfruttamento della forza-lavoro.

La vastità di tale processo e le sue ripercussioni sulle condizioni di vita della classe operaia hanno reso necessario la ricerca del consenso del proletariato alla politica di conservazione della borghesia più che l'esaltazione aperta del conflitto di classe.

Di questa subdola manovra di coinvolgimento della classe operaia nel tentativo di soluzione della crisi sul piano degli interessi della classe dominante, nessuna forza meglio della socialdemocrazia avrebbe potuto rendersi interprete più coerente. Essa può infatti esercitare il controllo diretto della classe operaia tanto sul piano politico-ideologico, grazie anche ai 50 anni di mistificazione stalinista, quanto su quello della lotta economica, tramite i sindacati opportunisti.

Sul piano politico-ideologico registriamo il tentativo di sostituire il dialettico con il progressivo, la prassi della lotta rivoluzionaria con il pacifismo piccolo borghese, la dittatura del proletariato con la democrazia, divenuta, non si sa per quale miracolo della storia, tale «tout court» e non caratterizzata come uno dei tanti abiti che può indossare lo stato borghese.

Siamo in presenza di una visione della storia in cui la lotta di classe è divenuta null'altro che il più vecchio e putrido collaborazionismo da cui trae origine una vasta azione di disarmo della classe operaia e ciò nel momento in cui l'avversario affila tutte le sue armi.

Sul piano della lotta economica è esclusivo merito della socialdemocrazia e dei sindacati se la crisi è, fin qui, pesata per intero sulle spalle dei lavoratori. Un esempio. Nonostante la lucida critica di Marx della relazione salari, prezzi e profitti che dimostra ampiamente che le variazioni del salario non agiscono sul livello generale dei prezzi, bensì sul saggio del profitto, e pertanto che la lotta economica della classe operaia, per quanto limitata è il substrato indispensabile per la maturazione di una chiara coscienza anticapitalistica, una palestra insostituibile di lotta rivoluzionaria, di fronte ad un processo inflattivo che esprime l'elevato grado di degenerazione del sistema, i sindacati opportunisti non hanno trovato di meglio che il blocco dei salari allineandosi così alle vecchie tesi di Weston che Marx aveva già messo a tacere.

La lotta all'inflazione, se condotta su un piano di classe, avrebbe potuto mettere immediatamente di fronte l'uno contro l'altro capitale e lavoro; profitti e salari, il mondo del parassitismo e della speculazione contro quello del lavoro e costituire un trampolino di lancio della più vasta lotta politica contro l'intero sistema dello sfruttamento.

La socialdemocrazia ha, invece, in nome dell'«economia nazionale» (bene al di sopra, addirittura, della stessa lotta di classe) da salvaguardare ad ogni costo, costruito su di essa, anzi sulla mistificazione del fenomeno, una politica collaborazionista che ha già prodotto il patto sociale in Inghilterra e la pratica dell'«accordo responsabile» in Italia.

L'obiettivo di questo tentativo di smantellamento di quelli che sono i punti fermi (e validi per tutto l'arco storico che interessa il capitalismo) del programma comunista è il disarmo più completo della classe operaia per renderla disponibile a tutte le possibili soluzioni borghesi che la crisi potrà avere.

Se ammettiamo che la crisi che sta vivendo il sistema capitalistico è strutturale, per ciò stesso è legittimo ipotizzare la sua insolubilità nel lungo periodo, per via pacifica. La crisi potrà invece avere solo due possibili soluzioni ma entrambe radicali e violente. Una proletaria: la rivoluzione socialista; l'altra borghese: la guerra imperialista. La prima è possibile alta sola condizione che la classe operaia si liberi dell'influenza socialdemocratica e si orienti sul piano del più rigoroso classismo.

La seconda ha invece come presupposto l'adesione del proletariato alle istanze della guerra imperialista. Rispetto a questa seconda ipotesi il ruolo odierno della socialdemocrazia appare in tutta la sua autenticità e pericolosità, schiettamente di conservazione borghese e la sua attuale politica una intelligente guerra preventiva che mira a mettere in ginocchio l'avversario prima che possa rendersi conto dell'esatta direzione da cui provengono gli attacchi.

Nella logica del confronto imperialistico ci pare si collochino anche i recenti tentativi del partito comunista italiano, francese e spagnolo, di trovare sulla base del comune riformismo un'intesa da un lato capace di rendere più agevole il processo centrifugo da Mosca; dall'altro di porsi come punto di riferimento a livello europeo, per un vasto schieramento di forze che sulla base della «democrazia progressiva» mira a conquistare, al vecchio continente, uno spazio di più ampia autonomia rispetto alle due maggiori centrali imperialistiche, sul piano dell'imperialismo.

A questa forza della conservazione che si articola a livello internazionale e con profonde radici nel proletariato non basta opporsi soltanto a livello nazionale.

Se si vuole evitare che il proletariato venga coinvolto, fino alle sue estreme conseguenze, nella crisi borghese, è necessario passare sul cadavere della socialdemocrazia.

Ciò impone che sin d'ora si operi, sulla base dell'opposizione alla guerra e del disfattismo rivoluzionario, alla costruzione di un centro internazionale capace di tradurre questa opposizione in indicazioni politiche ed organizzative concrete.

Data la posta in gioco, anche un solo passo avanti su questa strada sarà già un fatto positivo.

Compiti del partito di classe

E per noi patrimonio acquisito del pensiero rivoluzionario la tesi secondo la quale non c'è realizzazione rivoluzionaria da parte del proletariato, se esso non si orienta secondo le linee, strategiche politiche ed organizzative che solo il partito di classe può esprimere compiutamente.

A partire dalla valutazione che oggi si impone e secondo cui il proletariato mondiale sta ancora vivendo quale oggetto e cioè vittima lo scontro di classe, dobbiamo, di conseguenza, considerare la fase attuale come un momento ultimale forse, ma pur sempre interno al corso storico controrivoluzionario che ha seguito la vittoria dello stalinismo in Russia e la involuzione socialdemocratica del Comintern.

Ciò significa che il proletariato non ha ancora ripresa l'iniziativa, nonostante la crisi del sistema di produzione capitalista abbia posto le conti ioni per una nuova ondata di lotte proletarie.

In termini più direttamente politici ciò si esprime nel generale disorientamento ideologico che, se da una parte segna un mutamento rispetto alla precedente esaltazione pedissequa della ideologia socialdemocratica, dall'altra non ha ancora trovato la forza per un nuovo orientamento rivoluzionario. Nel mentre le forze più rappresentative della socialdemocrazia si apprestano a svolgere il loro ruolo di gestori diretti dello stato borghese e delle spinte autoritarie ed accentratrici di questo, l'insieme della classe si presenta come disponibile all'esperimento in qualità di vittima passiva.

La debolezza numerica e organizzativa degli stessi raggruppamenti rivoluzionari è il dato per noi più evidente di questo stato di cose. Il corrispettivo inverso di quanto espresso in precedenza dice infatti che il partito rivoluzionario vive ed opera nella classe quale polo di aggregazione politica e di riferimento per le lotte, nella misura in cui la classe stessa esprime la propria iniziativa.

Questi sono i punti da cui dobbiamo partire nel tracciare le nostre linee di azione perché da questi punti consegue che:

  1. Il proletariato potrà riprendere l'iniziativa nella lotta di classe, ma se gli mancherà il punto di riferimento rappresentato, dal partito andrà a cozzare drammaticamente contro la spietata reazione borghese (non importa se in veste socialdemocratica) e contro la guerra che il capitale scatenerà quale sua soluzione alla crisi.
  2. I rivoluzionari potranno muoversi con spinte volontaristiche ed attivistiche, ma se la classe non esprimerà con le sue lotte quotidiane contro gli effetti disastrosi della crisi le condizioni per una reale agitazione comunista, il loro «fare» resterà privo di risultati e li tenterà sulla via dell'opportunismo immediatista.

I punti che dobbiamo affrontare sono dunque: elaborazione sul piano teorico delle linee su cui il movimento della classe deve crescere; agitazione di queste linee all'interno della classe, là dove essa vive e si muove.

Il proletariato crescerà in senso rivoluzionario spezzando la propria subordinazione alla ideologia e alle organizzazioni socialdemocratiche elevando il carattere delle lotte quotidiane dal piano puramente quantitativo e rivendicativo al piano politico anticapitalista, sfuggendo le molteplici tentazioni massimalistiche a parole che lo schieramento imperialista mondiale pone in essere nella accanita lotta interna fra i suoi stessi schieramenti e di cui il maoismo è un esempio significativo.

Tutti e tre questi grossi scogli che il proletariato dovrà superare sono conosciuti ed esattamente localizzali solo dalle sparute forze rivoluzionarie nel mondo cui spetta dunque il compito di piloti e ufficiali di rotta per l'intero schieramento di classe.

E ora evidente che non esiste possibilità alcuna per i rivoluzionari di svolgere il loro compito, né dunque per il proletariato di pervenire alla propria emancipazione, se i rivoluzionari si asterranno dalla presenza attiva ed operante all'interno della classe operaia stessa e dal presentarsi quali punti di riferimento politico nell'ambito delle stesse lotte operaie.

Sul sindacato

Fra le organizzazioni più schiettamente socialdemocratiche i rivoluzionari annoverano i sindacati. Come visto nelle tesi riguardanti la situazione attuale, il sindacato è divenuto colonna portante del sistema capitalista stesso. Il suo destino è dunque quello di essere abbattuto dalla stessa ondata rivoluzionaria che abbatterà lo stato borghese.

Il sindacato è divenuto strumento di conservazione parallelamente e in conseguenza alla dinamica stessa dell'accumulazione capitalista, la quale accanto e di conseguenza all'incessante aumento della composizione organica del capitale presenta un progressivo restringersi dei margini di contrattazione del prezzo della forza-lavoro e delle condizioni della sua vendita. Il negarsi del piano contrattuale, tanto più vistoso nei periodi di crisi, costituisce annullamento delle originarie funzioni sindacali. Ecco dunque l'istituzione sindacato sopravvivere esclusivamente in funzione di difesa del carattere di merce che il modo di produzione capitalista assegna alla forza-lavoro.

Non è quindi pensabile per i rivoluzionari né la conquista del sindacato attuale ad una politica di classe rivoluzionaria (che è negazione del sindacato), né la costruzione di un ipotetico nuovo «sindacato di classe».

La dinamica capitalista ha dunque eliminato la vecchia «cinghia di trasmissione» su cui faceva affidamento la III Internazionale: il sindacato operaio che nella contrattazione con il padronato difendeva gli interessi proletari presentando così ai rivoluzionari la organizzazione di massa dei lavoratori in lotta sulla quale direttamente lavorare.

I rivoluzionari devono tuttora considerare il sindacato come l'organizzazione che racchiude importantissime masse operaie, perché tale è il reale stato di cose, ma devono predisporre gli strumenti della propria battaglia su terreni del tutto autonomi rispetto a quello sindacale.

Alla denuncia costante del ruolo obiettivamente, controrivoluzionario di qualunque sindacato, il Partito di classe affianca l'organizzazione delle sue strutture che dovranno fungere da punti di riferimento organizzativo e politico per le future ondate di lotta operaia.

La vecchia questione.- gruppi politici o gruppi sindacali che ancora impegna in sterili polemiche molti gruppi della sinistra rivoluzionaria deve essere superata attraverso la comprensione di alcuni fatti e la assimilazione di alcuni concetti per noi elementari:

  1. la classe non va al Partito se questo vive al di fuori delle sue lotte e della sua vita quotidiana e non cresce con esse;
  2. il Partito non matura alcuna capacità di guida e di organizzazione della lotta rivoluzionaria se non affonda le proprie radici nella classe;
  3. la ripresa delle lotte a carattere rivoluzionario è possibile cioè solo se in esse si muove, essendosi guadagnata una funzione di prestigio e di guida, una rete operaia adeguatamente organizzata, direttamente legata al Partito ed abilitata ad elevare il piano della lotta dal rivendicazionismo sterile all'attacco anticapitalista.

Questa rete operaia è quella che noi chiamiamo dei Gruppi Sindacali Comunisti Internazionalisti il cui compito è esattamente:

  • agitare i principi del comunismo e del movimento rivoluzionario all'interno e in profondità nella classe operaia;
  • organizzare e condurre la lotta contro il capitale a partire dalla difesa degli interessi immediati del proletariato.

Questa difesa è stata abbandonata dal sindacato perché impraticabile in regime di capitalismo decadente. Il partito rivoluzionario la raccoglie mediante i propri gruppi di fabbrica quale strumento di agitazione è di organizzazione della rivoluzione comunista. I risultati che stiamo conseguendo in Italia, in queste primissime fasi di avvio del lavoro concreto, mostrano oggi, a vent'anni dalla elaborazione di principio, nel momento in cui la crisi spinge i nodi al pettine, la validità di questa impostazione. Contro le paure attendiste di alcuni che vedevano rischi di sindacalismo ove le precise premesse politiche li annullavano, contro le tendenze sindacaliste paradossalmente degli stessi - di chi si lancia in farneticazioni immediatiste - i nostri gruppi di fabbrica operano in stretta identità con le posizioni del Partito quali vere cinghie di trasmissione, reali teste di ponte del partito nella classe:

  • facendo tornare a circolare nella classe i dimenticati principi del comunismo attraverso la stampa di partito, riunioni operaie, attiva e caratterizzata presenza nelle lotte,
  • indicando nella forza della classe lo strumento essenziale della sua difesa e della sua emancipazione;
  • collegando le diverse esperienze di fabbrica nell'ambito del piano strategico complessivo per la futura generalizzazione delle lotte sul piano rivoluzionario.

Sul partito

Sta al Partito, alla organizzazione concreta dei rivoluzionari condurre quella battaglia politica che consentirà al proletariato di ritrovare la via della propria affermazione di classe al di fuori e contro le mistificazioni e il confusionismo piccolo-borghese di cui il capitalismo decadente si serve per perpetuare il proprio dominio. L esattamente nella battaglia politica, nel più duro scontro ideologico politico ed organizzativo che la chiarezza dei rivoluzionari trova modo di -tradursi in maturazione complessiva del proletariato.

L'esperienza storica dei partiti del Comintern mostra con chiarezza ai rivoluzionari che qualunque concessione, qualunque cedimento sul piano della più completa delimitazione teorica politica ed organizzativa viene presto o tardi duramente pagata in termini di incapacità o impossibilità a rappresentare la guida dell'assalto rivoluzionario. Il giudizio del nazionalcomunismo come di agente dell'imperialismo in seno alla classe operaia deve immediatamente tradursi in serrata lotta politica e nel coagulo dei rivoluzionari in una organizzazione del tutto autonoma che sia punto di riferimento e di irradiazione delle indicazioni strategiche e tattiche rivoluzionarie.

Tale aggregazione non dovrà mai basarsi su una generica spinta anticapitalista e antisocialdemocratica, ma sulla adesione integrale al corpo di tesi, ai principi, alla piattaforma del comunismo, di cui il Partito altro non è che lo strumento operativo, e in cui tutti i temi fondamentali del momento per il proletariato sono risolti sulla base delta più intransigente coerenza di classe. Non sono in questo senso ammissibili nel partito rivoluzionario tesi divergenti o addirittura contrastanti su problemi quali il ruolo della socialdemocrazia, l'individuazione delle sue forze, i caratteri e le forze dell'imperialismo, il ruolo delle cosiddette liberazioni nazionali.

Quanto sopra trova precisa giustificazione nel fatto che il proletariato deve riconoscere all'interno della propria classe, e delle proprie lotte, l'organizzazione politica cui fare riferimento nello sviluppo rivoluzionario dello scontro di classe. Giungiamo così di nuovo al tema portante della nostra posizione.

Non si può parlare di partito, non si può parlare di organizzazione rivoluzionaria, se questa organizzazione non interviene direttamente nelle lotte operaie non si presenta come tale e come tale non muove al rafforzamento della propria compagine e della propria influenza sulla classe.

Ma un altro presupposto dobbiamo considerare.

La lotta di classe è un dato costante delta fase capitalista: ciò che varia è solo il soggetto principale, che solo nei momenti rivoluzionari e prerivoluzionari è il proletariato, l'iniziativa è della classe capitalista nelle sue molteplici espressioni politiche. Il momento attuale per esempio vede ancora il proletariato in qualità di vittima della lotta di classe che la borghesia direttamente scatena attaccando salario e occupazione. Ma come la lotta di classe è un dato costante della società borghese, così la coscienza di classe e la scienza della sua liberazione non conoscono soluzioni di continuità. Ciò che varia ancora è la estensione di questa coscienza, la fiducia che la classe nutre per la sua scienza politica.

Coscienza e scienza di classe vivono nel Partito, e cioè nella organizzazione, non importa il numero, cristallizzata attorno al corpo di tesi in cui la scienza proletaria si esprime.

Le alterne vicende della lotta di classe si traducono dunque nelle alterne vicende del rapporto fra partito e classe in lutto l'arco storico della società capitalista. Nel determinarsi di queste giocano sia motivi oggettivi, la dinamica delle cose che il capitalismo pone in essere, sia i dati soggettivi, la capacità, la possibilità del Partito e dei militanti rivoluzionari a estendere la propria influenza sulla classe operaia, a permeare il proletariato e le sue lotte delle indicazioni strategiche e tattiche che derivano da quella scienza di classe di cui sono portatori. Tutto questo ha precisi significati in termini di attività e operatività del Partito, il cui compito non può esaurirsi nella circolazione detta propria stampa su cui sono riportate volta a volta te posizioni teoriche centrali del movimento rivoluzionario sui diversi problemi che la classe si trova ad affrontare. I compiti del Partito al contrario crescono, si sviluppano e si articolano con il crescere delle lotte reali dei lavoratori a partire dai seguenti punti essenziali:

  • organizzazione centrale degli interventi di agitazione e propaganda sui temi vitali della classe, quali la sua difesa e la sua strategia per il contrattacco;
  • organizzazione di tutte quelle attività che assicurino continuità all'intervento stesso;
  • organizzazione della presenza rivoluzionaria nelle medesime lotte quotidiane della classe secondo le linee più sopra tracciale a proposito del e lavoro sindacale»;
  • battaglia politica incessante nel vivo degli scontri politici contro la socialdemocrazia e le sue più aggiornate versioni maoisteggianti e trotskiste;
  • organizzazione degli strumenti volta a volta più adeguati e possibili per la conduzione di questa battaglia politica;
  • organizzazione là dove è possibile di precise lotte a contenuto rivoluzionario sulla cui base soltanto si educa l'insieme della classe al futuro scontro generalizzato e finale.
Partito Comunista Internazionalista

Prometeo

Prometeo - Ricerche e battaglie della rivoluzione socialista. Rivista semestrale (giugno e dicembre) fondata nel 1946.

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