Crisi del dollaro e nuovi equilibri monetari

La svalutazione del dollaro, iniziata storicamente nel 1971 con la rottura dei trattati di Bretton Woods, è continuata inarrestabile nei primi mesi del 1995. In pochissimo tempo, la divisa americana ha perso il 20% del proprio valore rispetto allo yen e quasi il 15% rispetto al marco tedesco. La caduta del dollaro ha trascinato nel caos l'intero sistema monetario internazionale. Le monete deboli del sistema, sterlina inglese, lira italiana, peseta spagnola e in parte il franco francese, hanno fatto registrare pesanti perdite rispetto al marco e allo yen. In questo terremoto valutario, i capitali di tutto il mondo s'orientano sempre di più verso la moneta nipponica e tedesca, mettendo in discussione la stessa funzione del dollaro nel sistema monetario internazionale.

Due decenni di crisi economica, intervallati da brevi ed effimere riprese, hanno scavato profonde crepe nel dominio mondiale degli Stati Uniti. La continua perdita di competitività sui mercati internazionali e l’insieme di tanti altri fattori, fanno degli Stati Uniti una potenza economica avviata verso l'inevitabile declino. Sono sempre più evidenti i segni del ridimensionamento della potenza americana a tutto vantaggio dell'economia giapponese e tedesca. S'aprono in questa particolare fase del capitalismo mondiale, per tutta una serie di motivi che vedremo meglio in seguito, gli spazi per nuovi scenari interimperialistici, in cui gli Stati Uniti rischiano di giocare in futuro un ruolo fortemente ridimensionato rispetto al passato.

La stessa crisi finanziaria che ha colpito il Messico e gli altri paesi dell'America latina, è il segno evidente che il capitalismo sta vivendo una fase di straordinarie contraddizioni, pronte ad esplodere ovunque e in qualsiasi momento. Proprio lo scoppio della crisi messicana, ricordiamo che il Messico rappresenta il maggior partner commerciale degli Stati Uniti, ha accentuato quelle tendenze che spingono a ridimensionare l’impiego del dollaro nel sistema monetario internazionale. Il fallimento economico del Messico, per il momento evitato grazie al mega prestito di 50 miliardi di dollari fatto da Stati Uniti e Fondo Monetario Internazionale, avrebbe delle conseguenze disastrose per l'economia americana. All'industria statunitense verrebbe a mancare un mercato importantissimo, che in qualche modo attenua i pesanti deficit commerciali accumulati nei confronti dei paesi europei e del Giappone.

Per l'economia statunitense l'attuale situazione valutaria è altamente contraddittoria, in quanto se il dollaro nei confronti del marco e dello yen si è svalutato, con effetti positivi sulla bilancia commerciale, nei confronti del peso messicano e dollaro canadese la moneta americana si è notevolmente apprezzata, rendendo ancora più difficoltose le esportazioni verso i due paesi confinanti.

La svalutazione del dollaro, pur se favorita dallo stesso governo americano per recuperare competitività sui mercati mondiali, può aprire la strada ad un utilizzo più diffuso di altre monete negli scambi internazionali, con la conseguenza che gli Stati Uniti rischiano di perdere lo strumento più importante per continuare ad esercitare il proprio dominio nel mondo.

Il sistema di Bretton Woods

Le sorti della seconda guerra erano ormai segnate, con la sconfitta dell'asse imperialistico nippo-tedesco, quando le grandi potenze occidentali nell'estate del 1944 si riunirono in una piccola cittadina americana, Bretton Woods, per realizzare un nuovo sistema monetario internazionale. Bisognava pensare all'incipiente fine della guerra e al modo migliore per regolare i commerci su scala mondiale. Era evidente a tutti che il Gold Standard, il sistema monetario basato sulla convertibilità di tutte le monete in oro secondo una parità fissa, non rispondeva più alle esigenze di un capitalismo sempre più lanciato verso la conquista di nuovi e più ampi mercati. L'esperienza della grande crisi del ventinove e della lunga depressione del decennio successivo, dimostrava che il Gold Standard rappresentava solo il retaggio di un capitalismo abbondantemente superato dallo sviluppo delle stesse forze produttive.

La crisi degli anni trenta, pur essendo il prodotto delle contraddizioni di un capitalismo che aveva maturato forme economiche monopolistiche, s'era notevolmente aggravata per la cattiva gestione effettuata dai vari governi nazionali. Soprattutto gli Stati Uniti, anziché immettere nei processi produttivi la necessaria liquidità monetaria e rilanciare così la domanda interna, preferirono adottare politiche monetarie restrittive pur di rispettare la convertibilità in oro della propria moneta. La politica monetaria restrittiva aggravò sicuramente la crisi finanziaria del 29, con la conseguenza che moltissime imprese americane furono costrette al fallimento. Negli Stati Uniti, già allora epicentro della crisi mondiale del capitalismo, l'intervento dello stato nei processi economici avvenne soltanto nel 1933 quando gli effetti della recessione avevano attaccato in profondità le strutture del sistema capitalistico. Il New Deal, nonostante la modernità dell'intervento statale nell'economia, rimase vincolato nelle strettoie di un sistema monetario stantio che non permise al governo statunitense d'intervenire efficacemente nei processi produttivi.

La crisi inoltre s'aggravò per l'incapacità dei singoli stati nazionali di coordinare globalmente i rispettivi tassi d'interessi. Ai primi morsi della crisi, ogni governo scelse di manovrare i tassi nella maniera più rispondente alle particolari esigenze nazionali, mentre proprio l'internazionalità della recessione economica imponeva il loro coordinamento a livello mondiale.

Nella cittadina del New Hampshire, nel luglio del 1944 si riunì la conferenza che doveva definire gli assetti del futuro sistema monetario internazionale. La scienza economica borghese s'impegnava nel dare al capitalismo gli strumenti necessari per gestire la nuova fase di sviluppo che si sarebbe aperta con la fine del conflitto, evitando, nello stesso tempo, di commettere quegli errori che avevano fatto precipitare la crisi durante lo scorso decennio.

A Bretton Woods furono presentati due progetti che miravano a dar forma all'organizzazione del futuro sistema monetario internazionale. Il primo, di parte britannica, portava la firma di Keynes, mentre l'altro era stato redatto dal sottosegretario al tesoro americano Harry Dexter Withe. Il piano elaborato da Keynes, prevedeva la costituzione di una banca centrale mondiale che avrebbe avuto la facoltà d'intervenire sui mercati per regolare i rapporti tra debitori e creditori. La banca doveva regolare tali rapporti tramite l'emissione di una propria moneta che nelle indicazioni dello stesso Keynes doveva prendere il nome di Bancor, ovvero "Oro Bancario". Il progetto americano, meno ambizioso rispetto a quello keynesiano, prevedeva invece un semplice fondo di stabilizzazione dei tassi di cambio. Il risultato raggiunto fu il compromesso dei due progetti iniziali; si diede così vita al Fondo Monetario Internazionale e alla Banca Mondiale. Il capitalismo si dotava di due organismi finanziari internazionali che avevano il compito di coordinare le politiche economiche dei singoli stati nazionali, soprattutto in una materia delicata come quella monetaria.

Tali organismi finanziari, nonostante sia passato mezzo secolo, gestiscono tuttora il sistema finanziario mondiale. Proprio la recente crisi messicana ha palesato la necessità di concedere più ampi poteri alle due istituzioni internazionali. Nel prossimo vertice del G7, che si terrà ad Halifax in Canada in questo mese di giugno, il tema centrale che si dovrà discutere, sarà la riforma del Fondo Monetario Internazionale. Sono in molti a chiedere la concessione di maggiori poteri di controlli nei confronti dei paesi a più alto rischio finanziario e il raddoppio delle risorse finanziarie a disposizione del Fondo, aumento resosi necessario per contrastare efficacemente nuove e probabili crisi finanziarie come quella messicana.

Il sistema monetario nato a Bretton Woods era imperniato sul ruolo centrale del dollaro, l'unica moneta nel panorama internazionale che poteva essere convertita in oro. La Federal Reserve, la banca centrale americana, s'impegnava a convertire la propria moneta in oro secondo una parità stabilita dagli stessi accordi di Bretton Woods; le autorità monetarie americane vendevano e acquistavano oro al prezzo di trentacinque dollari l'oncia. Nessun'altra banca centrale aveva i mezzi finanziari necessari per garantire la convertibilità in oro della propria divisa.

La guerra, con il suo enorme potenziale distruttivo, aveva messo in ginocchio l'intera economia europea e giapponese. Vincitori su tutti i fronti, gli Stati Uniti furono l'unico paese avanzato a non essere neanche sfiorati dalla virulenza dello scontro bellico. La potenza militare statunitense ha evitato che il proprio territorio si trasformasse in un campo di battaglie. Mentre le altre potenze imperialistiche hanno dovuto subire la completa distruzione degli apparati produttivi, gli Stati Uniti, nei sei anni di guerra, hanno sviluppato enormemente la propria capacità produttiva. Nei paesi europei la produzione scendeva al disotto del livello raggiunto nel 1938, con punte del 65% in Germania e in Polonia. Gli Stati Uniti, durante lo stesso periodo, invece raddoppiano la produzione industriale ed aumentano del 25% la produttività dell'ora lavorativa. La fine della guerra vede gli americani dominare la scena internazionale in virtù dello strapotere economico. Gli Stati Uniti, con la vittoria nella seconda guerra mondiale, pongono le basi per controllare l'intera economia occidentale relegando Giappone e Germania, i due grandi antagonisti degli americani nel corso del conflitto, ad un ruolo secondario nel panorama economico internazionale.

La Russia, l'altra potenza imperialistica uscita vincitrice dal conflitto, in seguito al trattato di Yalta s'appresta ad esercitare la propria egemonia sull'Europa orientale. Il secondo conflitto mondiale semplifica gli schieramenti imperialisti, lasciando in campo soltanto due poli imperialisti, guidati rispettivamente dagli Stati Uniti ad ovest e dall'URSS ad est.

Con gli accordi di Bretton Woods il dollaro s'avvia a svolgere la stessa funzione che in passato era stata svolta dall'oro. La divisa americana, proprio per l'enorme peso economico statunitense, diventa lo strumento monetario più utilizzato negli scambi commerciali internazionali. Lo sviluppo impetuoso dell'economia americana durante la seconda guerra mondiale, ha fatto affluire nelle casse della Federal Reserve un'ingente quantità d'oro. Mentre nel resto del mondo le riserve auree ammontavano a solo 13 miliardi di dollari, la Federal Reserve possedeva ben 22 miliardi di dollari. Lo strapotere economico, ricordiamo che nel 1950 la produzione statunitense rappresentava quasi il 50% dell'economia mondiale, permette agli Stati Uniti di farsi carico della ricostruzione dell'economia dei paesi occidentali. Tramite il piano Marshall, elaborato nell'immediato dopoguerra, gli Stati Uniti inondato di dollari i mercati internazionali, favorendo in tal modo la diffusione della moneta statunitense nell'economia mondiale. Il sempre maggior utilizzo del dollaro sui mercati internazionali, permetteva agli americani di controllare le politiche economiche degli altri paesi. Essendo il dollaro l'unica moneta utilizzata negli scambi internazionali e nelle riserve valutarie delle banche centrali, gli Stati Uniti avevano in mano il controllo assoluto nel determinare la politica monetaria su scala internazionale.

Gli accordi Bretton Woods sancivano di fatto il dominio incontrastato degli Stati Uniti. Questi accordi prevedevano che la moneta americana oltre ad essere convertibile in oro secondo una parità di trentacinque dollari l'oncia, poteva scambiarsi con le altre monete ad un tasso di cambio fisso. Per evitare di costruire un sistema monetario completamente rigido, fu prevista una banda d'oscillazione entro la quale le monete potevano variare il proprio valore rispetto al dollaro. Le altre valute potevano svalutarsi o rivalutarsi dell'un % del proprio valore rispetto alla moneta americana, superata tale soglia le banche centrali dovevano intervenire sul mercato, acquistando o vendendo dollari, per riportare la propria divisa entro la banda d'oscillazione consentita.

Con il sistema costruito dagli accordi di Bretton Woods, gli Stati Uniti, non solo avevano imposto agli altri paesi l'utilizzo del dollaro nei commerci internazionali, ma li obbligavano ad intervenire sul mercato per mantenere la parità della propria moneta rispetto a quella americana. Se gli Stati Uniti immettevano sul mercato una quantità di dollari superiore rispetto alle necessità dei traffici commerciali, cosa che puntualmente si è verificata, gli altri paesi erano obbligati ad acquistare i dollari in surplus per mantenere in equilibrio l'intero sistema monetario. Questo meccanismo ha consentito agli Stati Uniti di stampare dollari senza rispettare i vincoli imposti dall'andamento dell'economia reale. I paesi che gravitavano nell'orbita statunitense, nel corso degli anni sessanta, hanno dovuto acquistare una massa enorme di dollari per mantenere la parità delle rispettive monete così come stabiliva il trattato di Bretton Woods. La convertibilità in oro della moneta americana ha determinato in quella fase una fiducia illimitata verso il dollaro; le banche centrali degli altri paesi acquistavano dollari con la sicurezza di poterli convertire in oro in qualunque momento.

Il peso economico degli Stati Uniti ha permesso che per tutta una fase storica il sistema di Bretton Woods funzionasse senza grossi problemi. Fino a tutti gli anni sessanta gli Stati Uniti mantengono il dominio incontrastato sui mercati internazionali. Sono il maggior paese esportatore al mondo e presentano ogni anno una bilancia commerciale ampiamente in attivo. Le industrie americane, oltre a poter usufruire di un mercato interno di dimensioni continentali che permette loro di realizzare grosse economie di scala, sono le più competitive sui mercati internazionali. La ricostruzione degli apparati produttivi dei paesi distrutti dalla guerra avviene grazie all'aiuto dei capitali americani. I capitali in surplus che non trovano un impiego remunerativo negli Stati Uniti, si trasformano in investimenti all'estero. Proprio tali investimenti, oltre a mettere gli Stati Uniti nella condizione di diventare i più grandi creditori della storia, garantiscono al capitalismo americano la realizzazione di elevatissimi profitti.

L'enorme massa di dollari presente sul mercato internazionale trovava una propria giustificazione nel peso rivestito dall'economia americana nel panorama mondiale. Trovarsi al centro del sistema monetario internazionale significava per gli Stati Uniti poter imporre agli altri paesi quelle scelte che meglio rappresentavano i propri interessi imperialistici. Per il ruolo rivestito dal dollaro nel sistema monetario internazionale, se gli Stati Uniti avevano l'interesse a variare il proprio tasso di sconto, gli altri paesi non potevano che adeguarsi alle scelte fatte dalla Federal Reserve.

La fase espansiva del ciclo d'accumulazione del capitale ha determinato una convergenza d'interessi tra il centro imperialistico, costituito dagli Stati Uniti, e la sua periferia, in particolare l'Europa occidentale e il Giappone. Gli enormi mezzi economico-finanziari posseduti dagli americani sono investiti nell'area di sua competenza; nello stesso tempo s'opera nel potenziare la presenza militare in ogni parte del globo. Gli americani s'impegnano nel difendere militarmente gli interessi del capitalismo occidentale dalla presenza minacciosa dell'altro polo imperialistico guidato dall'URSS. Europa occidentale e Giappone sono così liberi da qualsiasi impegno di natura militare e possono concentrare tutti gli sforzi nella ricostruzione degli apparati produttivi. La Germania occidentale e il Giappone ricostruirono in fretta i rispettivi apparati industriali. In questi paesi, negli anni cinquanta e sessanta, il prodotto interno lordo cresce ad un ritmo del 7-8% annuo. In conseguenza di tale crescita, il peso economico di Germania e Giappone, nel contesto dell'economia internazionale, assume una rilevanza sempre maggiore. Gli Stati Uniti, pur essendo ancora dominanti sui mercati mondiali, sono lentamente minacciati dall'ascesa economica giapponese ed europea. Alla fine degli anni sessanta, l'industria tedesca e nipponica supera in competitività quella americana.

La rottura dei trattati di Bretton Woods

Il ciclo d'accumulazione apertosi con la fine della seconda guerra mondiale entra nella sua fase di crisi. Sono gli Stati Uniti, centro vitale del processo d'accumulazione su scala mondiale, a manifestare i primi segnali della crisi. Perdita di competitività sui mercati internazionali, caduta dei saggi del profitto e continuo peggioramento nella bilancia commerciale sono i segni più evidenti che il trend di crescita dell'economia americana e di conseguenza di quella mondiale sta per esaurirsi .(1)

La crisi dell'economia americana si riflette immediatamente sul sistema monetario internazionale. Sui mercati, nel corso degli anni, s'era accumulata una massa enorme di dollari che non trovava più una sua giustificazione nelle transazioni commerciali che giornalmente avvenivano tra i vari paesi. Gli americani, in virtù degli accordi di Bretton Woods, avevano la possibilità di pagare le proprie importazioni semplicemente stampando dollari, ignorando completamente l'economia reale. I primi a denunciare l'atteggiamento piratesco degli americani furono i tedeschi che, per il volume delle proprie esportazioni verso gli Stati Uniti, erano i maggiori possessori di dollari. Già nel 1969, in seguito al rafforzamento dell'economia tedesca rispetto a quella americana, s'era sviluppata sui mercati monetari una fortissima pressione sul marco che aveva costretto la Bundesbank ad assorbire ingenti quantità di dollari allo scopo di mantenere le parità esistenti. Nonostante l'intervento, le autorità monetarie tedesche nell'ottobre dello stesso anno furono costrette ad interrompere la politica d'acquisto di dollari e a far fluttuare il valore del marco. La Bundesbank decise di rivalutare il marco del 9,29% rispetto all'oro e del 8,5% rispetto alle altre monete del sistema monetario. Con la manovra tedesca il sistema di Bretton Woods subiva un durissimo colpo, cominciava ad insinuarsi il dubbio che gli Stati Uniti non potevano più garantire la convertibilità in oro del dollaro. La rivalutazione del marco non placò i movimenti speculativi a favore della moneta tedesca e in seguito al continuo peggioramento della bilancia dei pagamenti statunitense, aumentarono gli afflussi di dollari sul mercato tedesco. Nel maggio del 1971 le pressioni sul marco erano diventate così forti da indurre le autorità tedesche a rivalutare per la seconda volta la propria moneta. In questi mesi la Federal Reserve fu letteralmente invasa dalle richieste di conversione di dollari in oro. Il presidente americano Nixon il dieci agosto del 1971, per evitare che le casse della Federal Reserve si svuotassero completamente delle riserve auree, dichiarò unilateralmente la sospensione della convertibilità del dollaro. Si poneva fine dopo ventisette anni al sistema monetario che aveva garantito lo sviluppo più portentoso dell'economia capitalistica. La rottura dei trattati di Bretton Woods poneva fine ad un sistema di cambi fissi, aprendo la strada a continui terremoti valutari. Nel dicembre del 71, allo Smithsonian Istitute di Washington, i rappresentanti del Gruppo dei Dieci si riunirono per negoziare le nuove parità monetarie. Era la prima volta, in questo secondo dopoguerra, che il riallineamento monetario avveniva su basi multilaterali; in questa sede la moneta tedesca si rivalutò di un altro 13,6% rispetto al dollaro e alle altre valute.

Le contraddizioni del sistema capitalistico hanno determinato la fine del sistema monetario creato a Bretton Woods. Già verso la fine degli anni sessanta l'economia statunitense mostra i primi sintomi di crisi. La continua perdita di competitività dell'industria americana, a vantaggio di quella tedesca e giapponese, ha fatto accumulare pesanti deficit nella bilancia commerciale. Da paese esportatore gli Stati Uniti diventano importatori per eccellenza. La dichiarazione d'inconvertibilità del dollaro, mettendo fine al sistema dei cambi imperniato intorno alla moneta americana, toglie agli Stati Uniti la possibilità di pagare le proprie importazioni con una moneta sempre di più svalutata.

Nel secondo dopoguerra il commercio internazionale s'era strutturato in maniera tale da utilizzare esclusivamente la moneta americana; tutto il mercato delle materie prime, e tra queste anche il petrolio, avveniva esclusivamente in dollari. Sono questi i motivi che hanno permesso al dollaro, nonostante la rottura dei trattati di Bretton Woods, di continuare a svolgere la funzione di moneta mondiale. Non ha perso la fiducia dei mercati internazionali, e le riserve delle banche centrali continuarono ad essere costituite in dollari. Per l'insieme di questi fattori, gli Stati Uniti hanno rappresentato il nucleo centrale del sistema monetario mondiale anche dopo la rottura dei trattati di Bretton Woods.

La crescita economica di paesi come il Giappone e la Germania è proseguita inarrestabile durante gli anni settanta. Già nel 1970 la Germania risultava essere il primo esportatore di prodotti manufatti in valori, avendo ormai superato gli Stati Uniti. Nel 1973 la quota tedesca delle esportazioni mondiali di manufatti raggiunge il 20,5%, mentre quella americana scende al 15,2%.

Il tentativo americano di colpire la concorrenza attraverso l'aumento del prezzo del petrolio è riuscito in parte e nel breve periodo. Operando politicamente per aumentare il prezzo del greggio, gli americani miravano a far lievitare i costi produttivi della concorrenza. Per le particolari caratteristiche del petrolio, ricordiamo che è l’unica materia prima ad entrare in tutti i cicli produttivi, l'aumento del suo prezzo si ripercuote non su un particolare prodotto merceologico ma su tutta la produzione industriale. Essendo completamente dipendenti dal petrolio, le industrie europee e giapponesi con l'aumento vertiginoso del prezzo del greggio persero nell'immediato la conquistata competitività sui mercati mondiali, a tutto vantaggio delle imprese americane. Dopo un primo periodo di difficoltà, il capitalismo giapponese ed europeo, dando vita ad un intenso processo di ristrutturazione, recupera molto presto la competitività sui mercati internazionali.

La continua crescita economica della Germania si riflette in maniera evidente sul piano monetario. Durante gli anni settanta il dollaro continua a svalutarsi rispetto alla moneta tedesca; tra la fine del 1972 e i primi mesi del 1979 il marco si è rivalutato rispetto al dollaro del 73,6% e del 54,6% rispetto alle monete dei maggiori partner commerciali.

L'avvento di Reagan

Il trend al ribasso della moneta americana s’arresta improvvisamente con l’inizio della politica economica reaganiana. Nel tentativo d'attrarre la massa di capitale finanziario finita in mano ai paesi arabi, in seguito ai due shock petroliferi degli anni settanta, gli Stati Uniti giocano la carta degli alti tassi d'interesse. In pochissimo tempo il dollaro si rivaluta rispetto a tutte le altre valute del sistema monetario, recuperando in parte le perdite subite nel corso degli anni settanta. L'ascesa del dollaro nella prima parte degli anni ottanta, non s'inserisce in un contesto di sviluppo dell'economia americana ma avviene solo ed esclusivamente grazie alla forza finanziaria degli Stati Uniti. Con la politica degli alti tassi d'interesse s'accentua il fenomeno della finanziarizzazione dell'economia, in cui sono esasperati gli aspetti più parassitari del modo di produzione capitalistico. Una massa crescente di capitali, non trovando un impiego remunerativo nel mondo della produzione, sono investiti in quelle attività finanziarie che, pur non producendo una sola goccia di plusvalore, garantiscono elevatissime rendite parassitarie.

Il dollaro forte non è stato il prodotto di uno sviluppo dell'economia americana, di una recuperata competitività sui mercati internazionali, ma la conseguenza di una scelta del governo americano intento a stornare capitali da ogni angolo della Terra. Facendo leva sul fatto che il dollaro è ancora lo strumento monetario più diffuso nel sistema, il governo americano riesce a controllare i flussi del capitale finanziario internazionale. In tal modo gli Stati Uniti riescono a gestire nella maniera più efficace la ripartizione della rendita finanziaria su scala mondiale.

Nonostante gli Stati Uniti non abbiano più il dominio incontrastato sui mercati internazionali, l'avvento di Reagan alla Casa Bianca vede l'economia americana in una situazione di sostanziale equilibrio. Gli Stati Uniti sono ancora esportatori netti di capitale finanziario e la loro bilancia commerciale, pur non presentando gli attivi degli anni cinquanta, si trova in leggero attivo. Alla fine del 1981, il primo anno di presidenza di Reagan, la bilancia commerciale americana fa registrare un passivo di ventotto miliardi di dollari. Nel giro di sei anni, il passivo della bilancia commerciale cresce a ritmi esponenziali, raggiungendo nel 1987 l'astronomica cifra di 160 miliardi di dollari. Gli alti tassi d'interessi, se da un lato hanno permesso agli Stati Unii di attrarre capitali da ogni angolo del globo, dall'altro hanno prodotto un'ulteriore perdita di competitività dell'apparato produttivo. La rivalutazione del dollaro ha reso meno competitive le esportazioni delle merci statunitensi, trasformando il mercato interno in una terra di conquista per le industrie tedesche e soprattutto giapponesi. Nel "Rapporto Young", preparato dalla commissione insediata da Reagan nel 1983 per indagare sulla competitività industriale degli Stati Uniti, s'arrivava a conclusioni sconfortanti sulla capacità concorrenziale dell'industria statunitense sui mercati mondiali. In sette dei dieci settori ad alta tecnologia, gli Stati Uniti avevano perso la loro posizione di preminenza sul mercato internazionale. Nello stesso periodo le bilance commerciali di Germania e Giappone registrano significativi saldi attivi; nel 1989 gli avanzi sono rispettivamente di 78 e 77 miliardi di dollari. Ancora più preoccupante è stato il calo degli investimenti americani all'estero durante gli anni ottanta. All'inizio del decennio scorso gli investimenti statunitensi all'estero rappresentavano il 48% del totale, mentre la quota degli investimenti esteri diretti negli Stati Uniti rappresentava il 26,4% con un saldo attivo di 132 miliardi di dollari. Nel 1989 la quota degli investimenti americani all'estero è scesa al 31,3%, mentre la quota degli investimenti diretti negli Stati Uniti è cresciuta assestandosi al 44,1%. Da paese esportatore di capitale finanziario, in un decennio, gli Stati Uniti si sono trasformati nel paese più indebitato nella storia del capitalismo. Specularmente, sono nettamente migliorate le posizioni finanziarie di Giappone e Germania. Nel corso degli anni ottanta il Giappone è passato da nove a ben 325 miliardi di dollari di saldo attivo, pari all’11 % del PIL, mentre in Germania il saldo attivo è passato da 49 a 327 miliardi di dollari pari al 25% del proprio PIL.

Il deterioramento della posizione finanziaria statunitense segue il continuo ridimensionamento dell'economia americana nel contesto di quella mondiale. Se nell'immediato dopoguerra il PIL statunitense rappresentava il 50% di quello mondiale, tale quota è progressivamente calata fino all'attuale 20%. Il dollaro finora ha risentito in maniera limitata del ridimensionamento dell'economia statunitense, continuando a svolgere la funzione di moneta di riserva e ad essere quella maggiormente utilizzata nelle transazioni internazionali. Per la posizione che continua a rivestire il dollaro nel panorama monetario internazionale, gli Stati Uniti hanno potuto finora garantirsi un continuo afflusso di capitali per finanziare l'enorme debito pubblico che si è accumulato durante gli ultimi 20 anni. A partire dagli anni ottanta, in concomitanza con la politica degli alti tassi d'interesse, il debito pubblico statunitense è cresciuto in maniera esponenziale raggiungendo l'astronomica cifra di 4500 miliardi di dollari. La sopravvivenza degli Stati Uniti come grande potenza imperialistica, dominante su scala mondiale, è sempre di più legata alla possibilità di poter disporre di una moneta internazionale come il dollaro che garantisce un flusso continuo di capitali necessari a finanziare l'enorme debito pubblico.

Il deficit della bilancia commerciale, che nel 1994 ha toccato il massimo storico con ben 175 miliardi di dollari, la continua ascesa del debito pubblico, secondo delle proiezioni fatte dal governo americano il debito dovrebbe arrivare a 6000 miliardi di dollari nel 1998, e l'indebitamento con l'estero di oltre ottocento miliardi di dollari, costituiscono tre fattori di crisi interna che rischiano di ridimensionare ulteriormente il ruolo internazionale della moneta americana. Sono molti a chiedersi fino a quando il dollaro potrà continuare a sopravvivere come moneta di riserva in queste condizioni. Dal 1992 al 1994, le banche centrali dei paesi più industrializzati hanno comprato ben 156 miliardi di dollari nel tentativo di stabilizzare i mercati valutari; nei primi tre mesi del 95, gli acquisti sono stati di 30 miliardi di dollari.

Nel 1971, subito dopo la rottura di Bretton Woods, il dollaro rappresentava l'ottanta % delle riserve valutarie delle banche centrali ed era impiegato nel novanta % degli scambi internazionali. Nei due decenni successivi alla rottura dei trattati di Bretton Woods il dollaro si è relativamente ridimensionato, rappresentando ancora nei primi anni novanta il 57% delle riserve valutarie ed essendo impiegato nei due terzi degli scambi commerciali internazionali.

Il lento ma inesorabile ridimensionamento della moneta americana, pur trovando una giustificazione nella crisi dell'economia americana, rischia, in questa particolare fase storica, un'improvvisa accelerazione proprio per il cambiamento avvenuto nel panorama internazionale dopo la caduta dell'URSS.

La rivincita del marco

L'ascesa economica della Germania è stata prodigiosa in tutto questo secondo dopoguerra. Il capitalismo tedesco in pochissimi anni è riuscito a ricostruire un apparato produttivo completamente distrutto dalla guerra. Come abbiamo visto in precedenza, alla fine degli anni sessanta la Germania rappresentava una potenza economica capace di mettere in grosse difficoltà le stesse imprese americane. Il "miracolo" tedesco si realizza grazie al particolare modello di sviluppo economico, incentrato sul ruolo delle banche. In Germania, diversamente dagli altri paesi di capitalismo avanzato, sono direttamente le banche a detenere la proprietà delle imprese. Mentre nei paesi anglosassoni alle banche è negata la possibilità di possedere una quota significativa del capitale societario di imprese industriali, in Germania sono le stesse banche a detenere la proprietà dei gruppi industriali. Si è realizzato una perfetta simbiosi tra capitale finanziario e capitale industriale, che ha permesso al capitalismo tedesco d'avere una solidissima stabilità proprietaria. Se prendiamo i maggiori gruppi industriali tedeschi, Siemens, Volkswagen, Basf, le banche controllano oltre il 90% del capitale. Le tre più grandi banche, Deutsche Bank, Dresdner e Commerzbank, sono presenti in tutte le dieci più importanti aziende industriali, con una partecipazione che va da un minimo del 15% ad un massimo del 70%. Le cinque più importanti banche tedesche controllano, direttamente o indirettamente, il 35% del capitale azionario quotato in borsa. Nel 1993 la sola Deutsche Bank, la più potente banca d'Europa, ha gestito un quinto del Prodotto interno lordo tedesco. Il controllo degli istituti finanziari sull'apparato industriale ha permesso al capitalismo tedesco di raggiungere, prima e meglio che negli altri paesi, un'elevatissima centralizzazione e concentrazione del capitale.

Un altro fattore determinante nello sviluppo tedesco è rappresentato dal ruolo giocato dai sindacati nei processi di programmazione economica. L'inserimento dei rappresentanti sindacali nei consigli d'amministrazione delle imprese a fianco dei grossi azionisti, la cosiddetta codeterminazione, ha garantito al capitalismo tedesco la possibilità di programmare i propri investimenti senza i timori di possibili scioperi da parte della classe lavoratrice. Oltre a garantire l'indispensabile pace sociale, i sindacati sono diventati i gestori diretti dei fondi-pensione dei lavoratori tedeschi. Questi fondi essendo investiti nella stessa impresa, costituiscono un fattore di coinvolgimento dei lavoratori e un importante capitolo d'autofinanziamento per le stesse imprese. Questo modello di sviluppo, caratterizzato da un elevato grado di concentrazione e dalla codeterminazione sindacale, ha permesso alla Germania di diventare oltre che una potenza economica una potenza finanziaria.

La crescita del marco sui mercati mondiali è stata impetuosa negli ultimi anni. Nonostante la Germania produca meno della metà del PIL giapponese, circa 2000 miliardi di dollari contro i 4215 del Giappone, il marco sovrasta lo yen nel panorama monetario internazionale. Il marco occupa il secondo posto, dopo il dollaro, nelle attività bancarie internazionali, con il 14% del totale. Circa il 20% delle riserve globali in valuta sono detenute in marchi e l'impiego della moneta tedesca nel commercio internazionale è in continua ascesa; infatti nel 1990 la moneta tedesca rappresentava una quota del 15%. La moneta tedesca si trova in seconda posizione dietro il dollaro nelle transazioni che giornalmente avvengono sui mercati dei cambi. Nel 1989 il dollaro occupava il primo posto con una quota del 45% mentre il marco rappresentava poco meno del 20% delle transazioni valutarie. In pochissimi anni le transazioni sul mercato valutario sono raddoppiate, passando da 640 miliardi di dollari nel 1989 a oltre 1200 nel 1994. Parallelamente alla crescita del mercato valutario è aumentata la quota della moneta tedesca, rappresenta ormai il 25% del totale, e dello yen, mentre si è ridotta al 40% la quota del dollaro. (2)

La caduta del muro di Berlino e il crollo dell'impero sovietico hanno aperto nuovi spazi politici ed economici per la crescita della Germania. Trovandosi sulla linea di frontiera dei due blocchi nati a Yalta, la Germania è rimasta sempre stritolata dalla presenza delle due superpotenze. Succube dell'egemonia americana ad ovest e di quella russa ad est, la Germania non aveva gli spazi necessari per proporsi come potenza internazionale. Il crollo dei paesi che costituivano il patto di Varsavia, proietta ora la Germania verso l'Europa dell'est alla conquista di un'area di mercato indispensabile per la nascita di una grande potenza economico-finanziaria.

Finalmente per il capitalismo tedesco s'apre la possibilità d'ergersi con una propria autonomia sulla scena internazionale. L'Europa orientale costituisce un mercato naturale per la Germania, dove il marco può fungere da moneta trainante nel processo d'integrazione economica per l'intera area. Negli anni immediatamente successivi alla riunificazione tedesca, gli investimenti finanziari della Germania verso i paesi dell'Europa orientale, Russia, Polonia, Bulgaria, Cecoslovacchia, e Romania, hanno raggiunto i 27,5 miliardi di marchi, che rappresentano più di un terzo dell'esportazione di capitali all'estero. Gli investimenti delle imprese tedesche nell'Europa orientale, pur partendo da livelli molto bassi, hanno mostrato una netta tendenza espansiva, passando da 0,3 miliardi di marchi nel 1990 a 1,5 miliardi nell'anno successivo. La penetrazione economica della Germania in tutta l'Europa orientale facilita la diffusione del marco e pone la moneta tedesca nella condizione d'avere a disposizione un mercato di dimensioni continentali. Se consideriamo inoltre che le monete di paesi come l'Olanda, il Belgio, la Scandinavia e in misura sempre maggiore anche della Francia gravitano nell'orbita della moneta tedesca è facile immaginare le potenzialità espansive del marco sui mercati europei. Tale possibilità rende la Germania, ancor più del Giappone, la vera antagonista degli Stati Uniti nel controllo dei mercati monetari.

La Germania, superato brillantemente l'esame della riunificazione, reso possibile da una politica d'alti tassi d'interessi che hanno attratto capitali da ogni parte del mondo, è diventata una potenza economica intorno alla quale ruota lo sviluppo dell'intera Europa. La continua rivalutazione del marco, che dal 1985 è stata del 50% rispetto al dollaro, non ha avuto ripercussioni sulla competitività dell'export tedesco, anzi nel corso dello scorso anno le esportazioni sono cresciute più del commercio mondiale. La quota del made in Germany sui mercati internazionali è salita al 10,7%. Il Supermarco è stato combattuto efficacemente trasferendo la produzione nei paesi dell'Europa orientale, dove il costo della manodopera, pur essendo altamente specializzata, è nettamente inferiore rispetto a quella tedesca. Nel 1993 il costo del lavoro per unità di prodotto, determinato dai livelli salariali, dalla produttività e dal valore del marco, era mediamente superiore del 12% rispetto a quello dei principali concorrenti industrializzati; l'anno successivo, nonostante la rivalutazione del marco, l'eccesso dei costi tedeschi si è ridotto al 7%.

Prospettive

La supremazia del dollaro sui mercati monetari internazionali ha finora permesso agli Stati Uniti di trarre enormi vantaggi nella gestione della rendita finanziaria su scala mondiale. Essendo la moneta più diffusa negli scambi commerciali e nelle riserve valutarie delle banche centrali, gli altri paesi sono stati finora obbligati ad acquistare dollari, garantendo così agli Stati Uniti un flusso continuo di capitali nelle casse della Federal Reserve.

In seguito alle continue svalutazioni del dollaro, alcuni paesi produttori di petrolio hanno posto l'accento sulla necessità d'utilizzare altre monete nel commercio dell'oro nero. Al tempo della prima crisi petrolifera nel 1973 un dollaro valeva quasi tre marchi, ora la moneta americana vale intorno 1,40 marchi, per questo motivo sono evidenti gli svantaggi per i paesi produttori di greggio. In molti paesi dell'OPEC le importazioni provengono per la maggior parte dalla Germania e in misura minore dal Giappone. Per questo motivo sono costretti a pagare le importazioni in marchi e yen, mentre le loro esportazioni, soprattutto petrolio, sono pagate in dollari. Le consistenti variazioni nei tassi di cambio avvenute negli ultimi mesi tra le tre monete regine dei mercati valutari, ha fatto peggiorare la bilancia commerciale dei paesi produttori di greggio; mentre le importazioni costano sempre di più a causa dell'apprezzamento del marco e dello yen, le esportazioni fanno affluire dollari sempre di più svalutati. Per gli Stati Uniti sarebbe un colpo durissimo se il prezzo del petrolio non dovesse esprimersi più in dollari. Il nesso che esiste tra prezzo del petrolio e valore del dollaro (3), ha consentito agli Stati Uniti di trarre considerevoli vantaggi sia politici che economici. Dato che il prezzo del petrolio è espresso in dollari, è possibile far aumentare la domanda di dollari sul mercato mondiale e quindi il suo valore facendo lievitare il prezzo del petrolio. Mentre gli altri paesi, per far aumentare il corso della propria moneta, devono alzare i tassi d'interesse, con un aggravio nella gestione del debito pubblico, gli Stati Uniti hanno la possibilità di rivalutare il dollaro facendo aumentare il prezzo del petrolio. Per questo motivo gli Stati Uniti possono praticare dei tassi d'interesse più bassi, con notevoli risparmi nella gestione del debito pubblico, ed avere nello stesso tempo un afflusso di capitali stranieri. Anche se tecnicamente è molto improbabile che nell'immediato il petrolio si sganci dal dollaro, una tale eventualità produrrebbe degli effetti devastanti per il capitalismo americano, il quale sarebbe privato di uno strumento indispensabile per gestire la rendita finanziaria sui mercati mondiali.

Sarebbe estremamente rischioso, non solo per gli Stati Uniti ma per l'intero sistema capitalistico, se i movimenti del capitale finanziario su scala mondiale non assicurassero il finanziamento dello spaventoso debito pubblico americano. L'interruzione del flusso di capitali verso gli Stati Uniti provocherebbe il crollo immediato del sistema finanziario mondiale. Se la crisi messicana è stata fronteggiata con successo, una crisi finanziaria nel centro del capitalismo mondiale avrebbe delle conseguenze ben più gravi. Per evitare che ciò accada, gli investitori giapponesi, forse provocatoriamente, hanno invitato le autorità americane a lanciare sul mercato dei titoli di stato in yen; gli Stati Uniti avrebbero così la certezza che l'afflusso dei capitali stranieri non s'interromperebbe.

Anche se il dollaro mantiene ancora un ruolo di supremazia nel panorama internazionale, sono evidenti i segni dei profondi cambiamenti che si stanno delineando nel contesto del capitalismo mondiale. Caduta la Russia, il capitalismo sembra avviato a dividersi in tre grandi aree economiche dominate da Stati Uniti, Germania e Giappone. L'affermarsi di questa tendenza metterebbe in forte discussione il ruolo di dominio assoluto finora recitato dagli Stati Uniti e dalla sua moneta, aprendo la strada ad un utilizzo più diffuso dello yen e del marco sui mercati internazionali. Finita la grande paura del "comunismo", il capitalismo in crisi, preparando la strada a nuovi scenari in cui nuovi protagonisti s'apprestano a contrastare l'egemonia americana, prepara il terreno per la formazione di nuovi blocchi imperialistici. Ma la finanziarizzazione e la globalizzazione del capitale (4), per aver prodotto la completa unificazione del mercato mondiale dislocando gli interessi delle imprese in ogni angolo del pianeta, non consentiranno al capitalismo di costituire nuovi blocchi senza che la crisi economica non subisca un'improvvisa accelerazione.

Lorenzo Procopio

(1) Per un'analisi dettagliata sulle cause della crisi vedere i numerosi articoli apparsi su questa stessa rivista.

(2) I dati sull'impiego delle monete nell'ambito del sistema finanziario mondiale sono tratti dal libro di Lapo Berti e Andrea Fumagalli "L'antieuropa delle Monete" Ed. Manifestolibri 1993.

(3) Vedere in proposito l'articolo "Petrolio e rendita da petrolio hanno mosso la guerra del Golfo e rimescolato le carte" apparso sul primo numero della serie V di Prometeo.

(4) Per un approfondimento su questi aspetti del capitalismo, consigliamo di leggere l'articolo sulla globalizzazione del capitale presente su questo numero di Prometeo.

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