Danilo Montaldi

Luci e ombre di un rivoluzionario. Ma giù le mani! gli stalinisti

Qualche tempo fa, a Cremona, tra i libri esposti su di una bancarella durante una festa del Centro Sociale di quella città, c'era anche la recente edizione che raccoglie gli scritti di Danilo Montaldi (1), il quale era qualificato dai "venditori" come "vero partigiano".

Abbiamo visto quel libro in vendita anche in altre manifestazioni dell'Autonomia, inoltre sappiamo che in quest'area (ma non solo), si è risvegliato un certo interesse verso chi è stato considerato in qualche modo un anticipatore della cosiddetta "Nuova Sinistra" degli anni sessanta e settanta.

Primo Maggio, una delle riviste più dignitose (se così si può dire) dell'operaismo italiano, all'indomani della sua tragica morte, avvenuta nell'aprile del 1975, lo ricordava come colui che:

è stato il punto di riferimento in Italia.... di gruppi internazionali che, ponendosi oltre le dissidenze storiche bordighiste e trotzkiste, stavano elaborando la piattaforma politica dell'operaio massa.

Anni dopo, un libro tendente a ritrovare lo stato di famiglia dell' "antagonismo sociale", riprendendo quella tesi, includeva uno scritto di Montaldi sui fatti del luglio '60 tra i padri fondatori del Sessantotto (e seguito) in Italia. (2)

Ora, non per contenderci "santi in paradiso" e neanche per fregole di carattere intellettualoide, ma noi crediamo che quei giudizi siano quantomeno superficiali, visto che se mai Montaldi è stato davvero un maestro del "Movimento", gli scolari hanno imparato poco o nulla della sua lezione. Basta prendere in esame i suoi scritti più propriamente politici (anche se per lui l'attività "letteraria" era tutt'uno con quella politica) per accorgersi quanto le sue posizioni teoriche fossero molto distanti sia dalle formazioni degli anni settanta che, a maggior ragione, dalle recenti e recentissime sparate dell'odierno "antagonismo sociale". Non è un caso, infatti, che non sia mai entrato in qualche organizzazione tipo Potere Operaio o Avanguardia Operaia - pur riconoscendoli come rivoluzionari - ma abbia militato nel "suo" gruppo cremonese (Karl Marx) e, proprio negli ultimi anni, si sia riavvicinato - ammesso che se ne sia mai allontanato, per quanto riguarda i rapporti personali - a vecchi compagni della Sinistra Comunista, Bruno Fortichiari e Rosolino Ferragni, un compagno, questo, tra i fondatori del Partito Comunista Internazionalista.

È qui, infatti, a stretto contatto con Ferragni e, soprattutto, con Giovanni Bottaioli (Butta), ex membro della Frazione della Sinistra in Francia e, allora, del C.E. del nostro partito, che Montaldi si forma politicamente, facendo sua l'impostazione teorica del partito; e questa impostazione, dal nostro punto di vista, non abbandona mai più, anche quando, verso la fine degli anni cinquanta, cessa la collaborazione a Battaglia comunista e a Prometeo per cercare nuove strade, da lui ritenute alternative, che potessero permettere alle avanguardie rivoluzionarie (vere o presunte) di radicarsi di nuovo nella classe da cui lo stalinismo le aveva estirpate. Pensiamo sia questa, in ultima analisi, la ragione della ricerca continua di contatti con formazioni e gruppi nati dopo la guerra come reazione allo stalinismo dei partiti "operai" ufficiali (vedi Azione Comunista), o all'ulteriore degenerazione del trotzkismo, per esempio Socialisme ou Barbarie, con i quali il nostro partito già intratteneva dei rapporti di discussione.

Per entrare direttamente in argomento, quali sono dunque i nodi teorici che distinguono e separano Montaldi dal "Movimento"? Secondo noi sono diversi e tutti intrecciati tra di loro; ma andiamo con ordine, se è possibile.

Sul problema del partito, Montaldi è e rimane fino in fondo un leninista: dai suoi primi interventi su Battaglia comunista fino agli ultimi scritti, è costante il riferimento al partito, alla necessità di costruire - o ricostruire - l'organizzazione rivoluzionario sul modello del "Che fare ?" di Lenin - il libro "meno accettato dalla coorte dei parolai" (3) - che sappia ritrovare la capacità bolscevica di rapportarsi dialetticamente con la classe, che sia capace di guidarla all'assalto e alla distruzione dello stato borghese, perché senza il partito...

il proletariato può arrivare all'occupazione delle fabbriche soltanto e magari ai Soviet o addirittura a rimettere in moto la produzione ma a niente di più anche quando pone l'esigenza dell'assalto al potere dello Stato. (4)

E per togliere ogni dubbio a certi intellettuali "di sinistra" o ai difensori ad oltranza dello spontaneismo delle masse che, solo, sarebbe in grado di inceppare irrimediabilmente la macchina sociale della borghesia, ancora poco prima della sua scomparsa Montaldi ribadiva, nel commentare le agitazioni operaie del cosiddetto "Autunno caldo", come:

la classe operaia ha modo di conoscere quanto sia difficile l'assalto al potere nell'assenza del partito proletario. (5)

Potremmo sprecarci in citazioni simili, ma ci pare che il concetto sia sufficientemente sottolineato. Ma, allora, che cosa ci faceva il suo libro all'assemblea nazionale dell'Autonomia, tenuto a Bologna nel marzo di quest'anno? Che cosa c'entra un comunismo libertario non meglio identificato, rivendicato dagli autonomi come presunta punta più alta della storia del movimento operaio rivoluzionario di questo secolo con chi, fino alla fine, ha teso - più o meno linearmente, ma di questo ne parleremo dopo - a ricostruire l'organizzazione leninista che col comunismo libertario non ha assolutamente niente a che fare? Quale parentela ci può essere tra chi ha conseguentemente considerato l'Ottobre bolscevico il momento più significativo di tutta la storia del proletariato e chi, al contrario, lo giudica una rivoluzione esclusivamente borghese fatta da operai, necessariamente destinata, per di più, a degenerare in un generico stato burocratico autoritario e proprio a causa del ruolo oppressivo dei Bolscevichi?

Certo, l'analisi teorica, nonostante le apparenze, non è mai stato il lato forte dell'Autonomia (ieri, oggi e...), per cui i suoi teorici hanno preferito pescare di qua e di là e assemblare il tutto, anche per vendere un po' di libri; per anni, infatti, sulla natura sociale dell'Urss si sono in gran parte limitati (e sarebbe già molto) a rispolverare vecchi analisi dell'estremismo tedesco degli anni venti - per precisare: noi non siamo estremisti, siamo rivoluzionari - secondo le quali, appunto, in Russia ci sarebbe stata solo una rivoluzione borghese, oppure hanno preso per buono ciò che lo stalinismo diceva di sé stesso, identificandolo con il socialismo. A riprova del fatto che aver letto Marx ed Engels non significa averli capiti - a maggior ragione se si è professori universitari - si può ricordare come alla fine degli anni settanta, sulle più autorevoli pubblicazioni del "Movimento", si ritenesse possibile non solo il "socialismo in un paese solo", ma addirittura in un solo settore economico di un solo paese, se a proposito della Lega delle Cooperative si parlava di "modo di produzione capitalistico" che si è affermato nell'economia italiana. (6) Insomma, quello che Engels aveva detto di Bismarck - a proposito della nazionalizzazione delle ferrovie - lo stato maggiore del fu Potere Operaio se l'era scordato completamente, così che Stalin, come Bismarck, era potuto diventare il più gran socialista del suo secolo.

Per Montaldi, no: da marxista, chiamava le cose con il loro nome e lo stakanovismo e i piani quinquennali non erano la costruzione del socialismo ristretto nei confini di una sola nazione, per quanto enorme, ma la tragedia storica del proletariato russo - e, di riflesso, internazionale - sfruttato bestialmente per costruire capitalismo di stato sopra le macerie di una rivoluzione proletaria sconfitta, prima di tutto dal mancato incontro tra la classe operaia europea e il suo partito comunista. Nessuna continuità, dunque, tra leninismo e stalinismo, ma opposizione totale!

Non è solo sull'URSS (Cina di Mao compresa) che Montaldi rimane ancorato strettamente a un criterio di giudizio marxista, anche per quanto riguarda altri miti del movimento sessantottardo la sua visione degli avvenimenti e dei processi in corso si rifà sempre e comunque ad un punto di vista classista, per cui prima di tutto i fenomeni devono essere giudicati per i contenuti che esprimono, per i fini cui tendono non per l'immagine che offrono o per la coscienza di sé stessi che hanno.

Sulle cosiddette lotte di liberazione nazionale e dei popoli oppressi quali la guerra in Vietnam o in Medio Oriente, contrariamente all'andazzo dominante non si fa prendere dall'entusiasmo guerrigliero, ma distingue, appunto, quella che è la volontà soggettiva e spontanea del proletariato o dei contadini poveri, che prendono le armi contro un insopportabile sfruttamento di classe, dagli obiettivi contenuti politici di carattere democratico-borghese che la lotta armata si dà. Inoltre, tale lotta è sempre inserita nella più generale realtà del capitalismo imperialista e non solo di sue "parziali" espressioni quali l'imperialismo yankee ieri, il FMI o la Banca Mondiale oggi.

Dirà a proposito del Vietnam:

Dopo la Seconda Guerra mondiale, una tappa era interamente saltata, per le colonie: i Paesi arretrati che ancora non avevano compiuto la propria rivoluzione borghese e nazionale non assomigliavano più ai Paesi arretrati dei decenni precedenti. Se questi partecipavano di una struttura ancora feudale, che si era conservata e salvaguardata nelle colonie, quelli sono parte di una struttura generale che è la struttura stessa del capitalismo: il cui sistema impone le proprie leggi a qualsiasi realtà nazionale. (7)

Allora, prima di tutto le lotte nei paesi coloniali devono agganciarsi alle lotte operaie nella "metropoli" in un unico fronte anticapitalistico, fuori e contro le logiche dei blocchi imperialisti contrapposti o delle frazioni più "democratiche" delle borghesie locali. Solidarietà, dunque, al contadino-pescatore del Viet Minh e opposizione alla politica di Ho Chi Minh, il quale, dopo aver stalinianamente (fisicamente) eliminato le opposizioni di sinistra all'interno del P.C. vietnamita, ha piegato l'enorme spirito di sacrificio e di lotta delle masse povere del Sudest asiatico in funzione degli interessi dell'Urss e di quelli democratico-borghesi nazionali. Altrettanto si può dire del problema palestinese. In occasione della guerra dei "Sei giorni", ribadisce ciò che per un rivoluzionario marxista è il semplice ABC, ma che oggi è pressoché sconosciuto.

[...] chi ha scelto un fronte è già lui stesso il nemico della classe operaia, dell'internazionalismo. Tutti [...] i discorsi sulle disuguaglianze di sviluppo economico, sulle differenze culturali, sull'invasione di un paese o sull'accerchiamento di un altro - questi tradizionali argomenti dell'interventismo - non riescono a dire quali sia la contraddizione tra l'operaio israelita e il contadino arabo, la quale infatti non esiste [...] Bisogna restituire al movimento operaio la capacità di essere con il contadino israelita e con l'operaio arabo contro le forze del capitale internazionale, contro le borghesie internazionali che ne sono l'espressione, contro i loro sostenitori all'interno dei sindacati e dei partiti del lavoro [...] Per affermare la rivendicazione internazionalista del socialismo bisognerà passare sul cadavere della socialdemocrazia, dello stalinismo e delle loro conseguenze sociali e politiche. (8)

Chi, oggi, nell'area frastagliata dell' "antagonismo sociale" (da Rifondazione all' "Autonomia di classe") si muove con questi criteri nel valutare le lotte dei Kurdi, dei Palestinesi o dei contadini poveri del Chiapas? Nessuno!

È sufficiente immaginare il subcomandante Marcos fasciato da cartucciere e pistole, per orgasmare e dimenticarsi che la guerriglia messicana non combatte contro il capitalismo per il comunismo, ma contro manifestazioni locali e parziali del capitalismo stesso - non si vuole, ovviamente, attenuare la loro ferocia - per scopi democratico-borghesi (elezioni non truccate, sganciamento dal NAFTA, ecc.) che sarebbero apparsi sorpassati già ottant'anni fa ai tempi, per l'appunto, di Emiliano Zapata.

Un breve accenno, infine, ad un altro aspetto che distingue Montaldi da gran parte della "Nuova Sinistra" degli anni settanta e praticamente da tutta la sinistra che si pretende anticapitalista di oggi: l'antifascismo. Il suo antifascismo è prima di tutto anticapitalismo, dunque molto lontano da quello dei gruppi "rivoluzionari" che invocavano l'intervento dello stato borghese , della legalità borghese - la stessa che, a rigor di logica rivoluzionaria, avrebbero dovuto abbattere - per mettere il "MSI fuori legge"; ancora più lontano, allora, di chi (vedi molti Centri Sociali) ai tempi del governo Berlusconi, vedeva nella lotta alla "Nuova Destra" il compito più urgente del momento, tanto urgente da legittimare amoreggiamenti - anche elettorali - più o meno clandestini con Rifondazione, a parole riconosciuta come forza politica riformista e comunque compromessa con la borghesia. In Montaldi, per quello che ci è dato conoscere dai suoi scritti, non c'è questa tentazione democraticistica e, anzi, egli fa propria la classica posizione della Sinistra Comunista (la nostra) sull'antifascismo, negli anni degli scontri di piazza più duri con la canaglia fascista e delle stragi di Stato.

Volutamente [...] non ho inteso tornare sulla vessata questione degli “Arditi del Popolo”, in quanto ritengo giusto ciò che ha scritto, a suo tempo, Luciano Stefanini [...] in “Battaglia comunista”, giugno 1955:
“Compito del partito comunista era quella di impostare la lotta del proletariato sul piano di classe poiché il fascismo poteva essere liquidato solamente sconfiggendo il capitalismo. Va aggiunto che con la suddetta impostazione del problema tutta la direzione del partito [il P.C.d'I - ndr] fu solidale. La presunta opposizione di Gramsci e Togliatti va considerata come espediente polemico divenuto di moda più tardi arricchendo il bagaglio ideologico buttato sulla bilancia nella lotta contro la sinistra comunista italiana”. (9)

A questo punto, però, qualcuno potrebbe domandarci come mai Montaldi, se la sua impostazione teorica generale era la nostra, abbia interrotto la collaborazione politica con noi e, inoltre, da dove sia nata l'opinione, accettata dai più, che lo vede anticipatore della "Nuova Sinistra": qualcosa di vero ci deve pur essere. In effetti la domanda è più che legittima, perché, come si diceva sopra, verso la fine degli anni cinquanta interrompe i rapporti politici, anche stretti, con il nostro partito per esplorare nuovi percorsi. Ha o intensifica i contatti non solo con gruppi francesi, belgi, inglesi, ma anche con quanti si stanno staccando (o vengono emarginati) dai partiti "operai" ufficiali perché critici verso il loro indirizzo politico considerato ormai privo di qualsiasi progettualità rivoluzionaria. Nei loro confronti - e soprattutto di Raniero Panzieri, di cui è amico - Montaldi mostra simpatia e interesse, in quanto li giudica animati da buone intenzioni, suscettibili di ridare slancio al movimento rivoluzionario, ritenuto incapace di cogliere fino in fondo le profonde trasformazioni di quello che allora - primi anni sessanta - si chiamava neocapitalismo, e attardato, senza volerlo, più su un leninismo citato che su un leninismo vivente.

Di Prometeo dice che gli si potrebbe rivolgere la stessa critica che Lenin rivolgeva ai "vecchi bolscevichi", cioè quella di non saper adattare la teoria rivoluzionaria ai nuovi compiti che le dinamiche del capitalismo e della lotta di classe impongono al partito rivoluzionario; secondo Montaldi questo è stato il punto debole della Sinistra Comunista dalla metà degli anni venti in poi: una estrema lucidità legata però a una sopravvalutazione del momento oggettivo rispetto all'iniziativa di classe, di aver subito i fatti per un malinteso senso di rigore teorico.

Questo limite lo individua fin dal Comitato d'Intesa (1925), da lui considerato il più organico tentativo da parte della Sinistra del PCd'I di opporsi allo stalinismo dilagante, prima della sua estromissione nel congresso di Lione del 1926.

In quell'occasione, dice Montaldi, a causa di un errato senso della disciplina la Sinistra si è preclusa, per un intero periodo storico, la possibilità di essere punto di riferimento - anche internazionale - della classe, lasciando così che il Centrismo (come allora si chiamava la direzione Gramsci-Togliatti) compisse fino in fondo l'opera di snaturamento del partito di Livorno. Stesso grave errore l'avrebbero compiuto i militanti comunisti esuli all'estero che, essendo stati i primi, perché più "scatenati" a subire la repressione fascista, erano tutti della sinistra del partito. Ebbene, quei compagni si lasciarono estromettere, per il solito ossequio alla disciplina, dalle sezioni estere, che controllavano, senza lottare, consegnando anche quelle organizzazioni allo stalinismo. (10)

È vero però che Montaldi specifica che la responsabilità primaria è di Bordiga, il quale col suo grande carisma ha pesantemente influenzato molti militanti dell'opposizione inducendoli ad assumere quell'atteggiamento rinunciatario che lo caratterizzerà per quasi vent'anni, spinti dalla considerazione che il corso storico controrivoluzionario lasciasse ben poche possibilità di contrastare tale corso degenerativo. Al di là dell'influenza, in questo caso negativa, di Bordiga, per Montaldi la Sinistra è stata come segnata da questa impostazione, tanto che alla prova storica del secondo conflitto imperialista non ha saputo radicarsi nella classe e diventarne la guida, perché non è stata capace di individuare il nuovo modo di agire nella classe, il nuovo modo di manifestare il suo antagonismo attraverso la lotta partigiana: insomma, ancora una volta non è stata abbastanza leninista.

Non che intenda negare il carattere imperialista della guerra e l'opera controrivoluzionaria del CLN (in primis, del PCI), anzi, dal suo punto di vista è proprio con la Resistenza che il PCI porta a compimento il suo percorso di integrazione nell'ordine borghese, sfruttando la rabbia proletaria ai fini della salvaguardia della società capitalista, ma è proprio per questo che il P.C. Internazionalista avrebbe dovuto "individuare nell'operaio, nel disertore, nel contadini fattisi partigiani la forza del movimento operaio nelle condizioni date". (11)

Non riuscendo a farlo, rimase tagliato fuori dagli avvenimenti, a differenza de Il lavoratore, un gruppo di militanti appartenenti un tempo alla Sinistra, i quali partecipano alla Resistenza perché vogliono indirizzarla sui binari della guerra di classe, come è nelle intenzioni della "base" partigiana e comunista. Emarginatisi dal moto resistenziale, gli Internazionalisti sono stati ridotti alla marginalità per tutto il periodo postbellico.

Ora, a parte il fatto che i nostri compagni di allora cercarono - ma secondo Montaldi non abbastanza - di contattare e influenzare delle bande partigiane, sfidando in condizioni difficilissime sia i fascisti che gli stalinisti (e pagando anche con la vita), non è chiaro come e in che modo i nostri compagni avrebbero dovuto agire nei confronti della guerra. Seguire l'esempio de Il lavoratore ? Ma Montaldi stesso scrive che prima venne fatto oggetto, da parte della direzione del PCI, delle solite calunnie - agenti della GESTAPO - che preludevano alle solite, pesanti e ben concrete minacce - trattarli come nazisti, cioè ammazzarli - poi, solo quando i militanti di quel gruppo capitolarono, con la motivazione che l'intervento dell'Urss nella guerra cambiava le carte in tavolo, furono accolti tra le file della Resistenza (e del PCI).

Da quel momento, però, la loro funzione di critici di sinistra fu completamente annullata, portando anzi acqua al mulino dello stalinismo picista il quale, ancora una volta, poteva dimostrare agli scettici che, come Baffone, aveva sempre ragione, che il vero partito del proletariato era lui, che gli oppositori si pentivano dei loro errori o, in caso contrario, erano semplicemente provocatori al soldo del nazifascismo.

Al di là, però, di nostri limiti, insufficienze ed errori - che siamo ben lontani dal negare quando dimostrati - ci sembra che Montaldi sottovaluti, inconsapevolmente, i profondi e negativi sconvolgimenti operati nel proletariato dallo stalinismo. Se è vero che la Sinistra ha sbagliato rinunciando nel 1925-26 a porsi come punto di riferimento dell'opposizione di classe allo stalinismo, è anche vero che il corso controrivoluzionario era talmente profondo - e internazionale - che possibilità reali di mantenere radici nel proletariato praticamente non ce n'erano. Ovunque le opposizioni, di qualsiasi corrente, furono spazzate via nel corso degli anni trenta, creando così quella separazione tra partito rivoluzionario e classe che purtroppo dura ancora oggi.

Se nell'immediato dopoguerra il nostro partito poté avere un qualche successo, questo fu dovuto anche al fatto che, paradossalmente, il fascismo aveva in un certo senso rallentato la penetrazione dello stalinismo tra i compagni "di base", isolati e ridotti al silenzio (o in galera) dalla dittatura borghese, i quali avevano vissuto solo indirettamente e confusamente i drammi che si erano consumati nella Terza Internazionale degenerata. Ciò però non ha impedito che il proletariato italiano si facesse trascinare, senza poterla minimamente condizionare, nella guerra partigiana in favore di uno dei fronti imperialisti, esattamente come, per esempio, il proletariato francese che invece aveva vissuto, tramite il PCF, tutte le fasi dell'ascesa staliniana.

Chi nega che l'operaio, il contadino, il disertore "fattisi partigiani" avessero imbracciato il mitra perché identificavano il fascismo con il capitalismo, la guerra con la borghesia e con questa volessero farla finita? Il punto è che Togliatti, sebbene a fatica, riuscì a incanalare la rabbia proletaria dentro le compatibilità della guerra borghese, anche perché l'Unione Sovietica, agli occhi della classe patria indiscussa del socialismo, partecipava attivamente al conflitto al fianco degli angloamericani.

Non si insisterà mai abbastanza sull'opera devastatrice dello stalinismo: il marxismo fu smantellato, peggio, falsificato pezzo per pezzo fino a renderlo un'altra cosa, alzando un muro pressoché invalicabile tra intere generazioni e i pochissimi, sparuti militanti rivoluzionari che tra difficoltà enormi si sforzavano di non perdere il contatto con la classe operaia, rimanendo sulla via del marxismo. Così, per la totalità - o giù di lì - di coloro che più o meno coscientemente volevano lottare contro il capitalismo, il "comunismo" che trovavano era una cosa che ammetteva il socialismo in un solo paese, la difesa della Costituzione di uno stato sì borghese, ma non del tutto, in quanto nato dalla Resistenza, e via dicendo. Insomma, tutto ciò contro cui il marxismo aveva lottato - non solo teoricamente - per un secolo si era (si è) saldamente installato nelle coscienze proletarie. Montaldi sapeva tutto ciò, ma riteneva che la classe, anche in un periodo altamente controrivoluzionario, avesse in sé le risorse per superare questo stato di cose assolutamente negativo; da qui la sua andata alla "base", la ricerca continua di contatti con la classe, lo sforzo di darle una voce, anche agli strati tradizionalmente emarginati, cercando di ritrovare quel vitale rapporto dialettico con il proletariato come solo Lenin (o il P.C.d'I delle origini) aveva saputo fare:

Lenin non smarrì mai il senso della lotta di classe, dell'egemonia della classe, e nell'orientamento che seppe imprimere al movimento era sempre viva l'esigenza di “andare ad imparare dagli operai”, la necessità del continuo legame con le masse. (12)

Da qui l'uso dell'inchiesta per capire le trasformazioni prodotte dal boom economico degli anni cinquanta che, mentre facevano rapidamente scomparire tutto un mondo proletario, popolavano le squallide periferie urbane cresciute disordinatamente in pochi anni, di un proletariato in gran parte nuovo. Da qui anche, come si diceva, i contatti con i giovani intellettuali che stavano gettando le basi teoriche dell'operaismo e della "Nuova Sinistra". Ma anche costoro erano figli dello stalinismo, perché nello sforzo di riappropriarsi e/o rinnovare il marxismo, in un modo o nell'altro ripescavano, aggiornandole, teorie e prassi che il marxismo aveva sempre respinto. Spontaneismo, rifiuto del partito o partito inteso come semplice accessorio della creatività delle masse, negazione dell'oggettività delle leggi del capitale e conseguente visione iper soggettivista di quest'ultimo, rivisitazione "da sinistra" della Resistenza, esaltazione acritica delle lotte anticoloniali e della Cina di Mao; e ancora: nevrotico insurrezionalismo o, per contraccolpo, negazione di fatto della necessità della rottura rivoluzionaria a favore del famigerato contropotere, che con movimento progressivamente avvolgente sarebbe arrivato a mettere in crisi il "piano del capitale", aprendo la strada al comunismo, magari "qui e ora". Le ragioni del successo - intenso ma breve - dei gruppi degli anni settanta sono, crediamo, in gran parte qui: hanno cavalcato la corrente delle lotte di quel periodo, hanno detto agli operai con linguaggio barricadiero ciò che volevano sentire, hanno criticato Pci e Sindacato nei termini che un operaio "incazzato" (e in quegli anni ce n'erano, giustamente, tantissimi) avrebbe potuto usare, incapaci però di cogliere l'altro elemento dialettico dell'insegnamento leniniano e cioè che senza una teoria rivoluzionaria, senza un vero partito rivoluzionario che lo guidi:

il proletariato può arrivare all'occupazione delle fabbriche soltanto e magari ai Soviet [...] ma niente di più anche quando pone l'esigenza dell'assalto al potere dello Stato.

Illuminanti, a questo proposito, le critiche che Montaldi indirizzava ai "gruppi", pur considerandoli, contrariamente a noi, rivoluzionari:

Alla parola d'ordine del potere operaio si sono variamente richiamati in Italia diversi gruppi la cui caratteristica comune è stata, oltre a quella di mancare di un programma omogeneo, di volgere ad amplificare un particolare metodo di lotta. a esaltarne una fase, o un istituto caratteristico, o a suddividere arbitrariamente in tempi immaginari il conflitto di classe. Si è dunque assistito da una parte a una feticistica valutazione della “classe in sé” come forza spontaneamente eversiva nei riguardi dell'attuale società. Dall'altra si è assistito a creazioni unicamente verbali e all'invenzione di cicli, di situazioni particolari dalle quali, a un certo momento, sarebbe nata l'organizzazione rivoluzionaria. In questo contesto veniva evitato di affrontare i problemi di strategia e di tattica del movimento operaio, si continua a evitare di affrontare il problema dell'avanguardia.
Nel frattempo, ogni volta che il gruppo d'iniziativa che dava vita a giornali di “operai in lotta” (o “delle lotte operaie e studentesche” o di altre formule d'eguale occasione immediata), arrivava finalmente a porre la questione dell'organizzazione, subiva irrimediabilmente la critica dei fatti; e l'organizzazione anziché farsi si decomponeva, con la conseguente riscoperta dei partiti e dei sindacati ufficiali “da utilizzare” o delle ideologie in voga [...] da interpretare. [...] per cui l'iniziativa si trovava in ascesa nel corso dello svolgimento di lotte contrattuali o di piazza, ma rifluiva con esse e non riusciva a sopravvivervi. Si è trattato, in sostanza, di una adesione e di una coincidenza con le fasi incandescenti della lotta di classe in Italia, non del lavoro marxista per la loro interpretazione in un quadro generale, per una linea non frammentaria che porti all'instaurazione della democrazia socialista, del potere proletario. (13)

Proprio perché incapaci di intraprendere quel "lavoro marxista", col rifluire delle lotte i "gruppi" - per non parlare delle "organizzazione combattenti" - non hanno saputo fare di meglio che autosciogliersi o confluire, dopo un percorso più o meno tortuoso, in quei partiti (PCI e PSI) che avevano tanto criticato, lasciando allo sbando e alla disillusione più totali migliaia e migliaia di militanti, in gran parte per sempre perduti a ogni speranza rivoluzionaria. Amara e spesso tragica disillusione alla "base", infamia ai capi, nella quasi totalità ritornati, novelli figliol prodigo, nelle braccia accoglienti della loro classe d'origine: la borghesia.

E Montaldi ? Purtroppo, Montaldi non ha potuto vedere la fine indecente, ma ovvia, di coloro che troppo ottimisticamente aveva accostato alle opposizioni di sinistra degli anni trenta (14), però ha potuto sperimentare quanto sia difficile per le avanguardie comuniste rimettere radici nella classe anche quando le masse sono in fermento. La sua impostazione teorica complessiva, lo ricordiamo un'ultima volta, era troppo controcorrente rispetto all'andazzo dominante, tant'è vero che le organizzazioni da lui promosse non superarono mai - a nostra conoscenza - l'ambito strettamente locale e anche qui rimasero del tutto minoritarie rispetto alle Lotte continue e Avanguardie Operaie. Al massimo, gli veniva tributato un innocuo omaggio in qualità di precursore del movimento e fondatore di nuove metodologie storiografiche.

Dimenticato per tanti anni, oggi si riparla di lui, ma, dal nostro punto di vista, spesso a sproposito (15), "icona inoffensiva" di una sinistra quanto mai lontana da quelle prospettive rivoluzionarie che per tutta la vita egli ha cercato - più o meno correttamente - di reimportare nella classe. Il fatto è, però, che la generosità, la passione, la dedizione incondizionata alla causa rivoluzionaria da sole non bastano a rovesciare una situazione come quella degli anni sessanta/settanta che, nonostante le apparenze - di cui lui pure fu vittima - era ancora pesantemente condizionata dalla cappa ideologica della controrivoluzione staliniana. Oggi, a vent'anni dalla sua scomparsa, la classe è più oppressa che mai, socialmente e ideologicamente, ma grosse ipoteche sono finalmente crollate, equivoci storici si stanno chiarendo e forse si è finalmente riaperta la strada (tutt'altro che lineare) per realizzare quel sogno che è stato - ed è! - di Lenin, di Montaldi, di tutti i rivoluzionari comunisti.

Celso Beltrami

(1) Danilo Montaldi, "Bisogna sognare. Scritti 1952-1975", Centro d'Iniziativa Luca Rossi, Milano, 1994.

(2) Cfr. rispettivamente "Primo Maggio", primavera 1975, pag. 34, e N. Balestrini - P. Moroni, "L'orda d'oro 1968-1977", SugarCo 1988.

(3) "Bisogna sognare", Azione comunista, n. 36, agosto 1958, in "Bisogna sognare...", cit., pag. 223.

(4) "Questioni", n. 3, maggio 1956, in Bisogna sognare..., cit., pag. 83.

(5) Danilo Montaldi, "Saggio sulla politica comunista in Italia (1919-1970)", ed. Quaderni Piacentini, 1976, pag. 342.

(6) "La tribù delle talpe", Feltrinelli, 1978, pag. 150.

(7) "Sul Vietnam, problemi, immagini, date", 1974, in "Bisogna sognare...", cit., pag. 466.

(8) "Capitolazione unitaria o unità rivoluzionaria", 1967, in "Bisogna sognare...", cit., pag. 447.

(9) "Saggio sulla politica...", cit., pag. 200, nota 288.

(10) "Saggio sulla politica...", cit., rispettivamente pag. 153 e pag. 149 nota 184.

(11) "Saggio sulla politica...", cit., pag. 238.

(12) "Storia del Partito Comunista Russo di Zinov'ev", Azione comunista, n. 30, aprile 1958, in "Bisogna sognare...", cit., pag. 165.

(13) "Introduzione alla piattaforma di Pouvoir Ouvrier", 1970, in "Bisogna sognare...", cit., pagg. 596-597.

(14) "Korsch e i comunisti italiani", Savelli, 1975, pag. 42.

(15) Vedi, per es., "Cuore" n. 271 del 4-5-1996, che lo qualifica come anarco-comunista mezzo bohemien, alla ricerca del proletariato perduto ed emarginato.

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