L'altalena delle borse e delle monete

La crescita finanziaria dell'Europa rischia di acuire lo scontro imperialistico con gli Stati Uniti

Fino a poco tempo fa le piazze finanziarie mondiali si muovevano in perfetta sintonia con l'andamento della borsa di New York. Bastava che l'indice Dow Jones perdesse qualche decimo di punto percentuale per assistere ad un vero e proprio crollo sui mercati borsistici europei e internazionali in genere. Nello stesso modo l'ascesa di Wall Street aveva l'effetto di trascinare in alto gli indici di tutte le borse, salvo poi accorgersi che in alcuni paesi la bolla speculativa si era spinta troppo in alto (vedi le crisi finanziarie scoppiate negli ultimi anni in Messico, tigri asiatiche, Russia e Brasile) ed assistere a repentini crolli. Infatti, mentre gli Stati Uniti proprio per la loro forza imperialistica possono esasperare le attività finanziare, anzi propria grazie a queste riescono ad alimentare il processo d'accumulazione, nei paesi della periferia la crescita delle attività speculative si scontra con i limiti obiettivi della propria economia, innescando processi di crisi economica e di conseguenza la fuga di ingenti quantità di capitali all'estero. Gli effetti sociali di questi crolli sono sotto gli occhi di tutti; milioni di disoccupati e interi paesi ridotti a veri e propri deserti economici. Per la sua importanza nel panorama mondiale la borsa di New York rappresenta il vero ed unico centro dell'intero sistema finanziario internazionale. Se consideriamo che la capitalizzazione della borsa statunitense, ossia il valore di tutte le azioni quotate, rappresenta circa il 45% della capitalizzazione di tutte le borse mondiali, possiamo immaginare l'impatto devastante che hanno gli scossoni del Dow Jones sull'intero sistema internazionale.

Negli ultimi mesi alcuni timidi segnali indicano che la dipendenza dei mercati finanziari europei, Londra escluso, si sta attenuando. Dopo decenni di assoluta subordinazione agli umori di Wall Street sembra che le piazze borsistiche del vecchio continente si stiano affrancandosi dalla borsa di New York. Piccoli ma significativi indizi, che ci permettono di fare alcune considerazioni sullo scontro imperialistico in atto tra gli Stati Uniti e i paesi dell'euro per l'appropriazione della rendita finanziaria. Se consideriamo i primi due mesi del duemila, possiamo osservare come le dinamiche degli indici dei mercati borsistici statunitense ed europei siano diametralmente opposte. Dopo aver vissuto un anno di euforia borsistica i risparmiatori statunitensi hanno assistito ad un drastico calo del valore delle loro azioni. Alla fine dello scorso anno l'indice Dow Jones aveva raggiunto la cifra record di 11800 punti, con un incremento di quasi il 20% rispetto all'anno precedente; in soli due mesi lo stesso indice si è notevolmente ridimensionato scendendo alla fine di febbraio sotto la soglia psicologica dei diecimila punti con una perdita secca di oltre il 15%. Molte sono state le variabili che hanno spinto in basso i corsi azionari della borsa statunitense, in primo luogo l'aumento, seppur minimo, del tasso di sconto e le continue dichiarazioni del governatore della Federal Reserve Greenspain, che a più riprese ha sottolineato la necessità di tenere sotto controllo possibili spinte inflazionistiche. Per comprendere in pieno i risvolti economici e sociali del calo della borsa bisogna considerare che oltre la metà degli statunitensi investe in borsa, e che le plusvalenze realizzate alimentano la domanda interna. La crescita di Wall Street oltre a costituire una fonte di guadagno per molte famiglie americane, rappresenta una vera e propria macchina con la quale s'attirano capitali da ogni angolo del pianeta. L'aumento di un solo punto percentuale del Nasdaq (l'indice di borsa dei titoli tecnologici), vale qualcosa come 60 miliardi di dollari che provengono per la maggior parte dall'estero, compensando di gran lunga il deficit commerciale che supera mensilmente i 25 miliardi di dollari.

Nello stesso periodo le borse europee (tranne quella di Londra, ancora legata agli andamenti di Wall Street) hanno vissuto un periodo di boom. Senza tediare il lettore con le performance delle varie borse europee, bastano alcuni dati su quella di Milano. Alla fine dello scorso anno l'indice Mibtel aveva raggiunto i 27 mila punti, con un incremento di quasi il 15% rispetto al 98. Nei primi due mesi del duemila l'indice ha superato quota 34500, con un incremento superiore al 20%. La crescita del listino milanese non si può spiegare con la semplice speculazione su alcuni titoli del comparto telefonico o tecnologico, come Telecom o Tiscali, ma indica che sul mercato stanno affluendo capitali da ogni angolo del pianeta. Fino a qualche anno addietro il controvalore degli scambi effettuati nella borsa milanese non arrivavano a 1000 miliardi di lire, in questi giorni l'insieme degli scambi ha superato abbondantemente i 12 mila miliardi di lire.

La forbice che si è creata in questi primi mesi del duemila nell'andamento dei mercati borsistici statunitensi ed europei, rappresenta una piccola ma importante novità rispetto al passato. Per la prima volta si delinea un'area finanziaria alternativa a quella degli Stati Uniti, e ciò è dovuto principalmente all'affermarsi sui mercati monetari della nuova moneta europea. I capitali internazionali, in un prossimo futuro potrebbero indirizzarsi verso l'Europa piuttosto che verso gli Stati Uniti. Alla crescita delle borse europee ed al relativo ridimensionarsi di Wall Street ha fatto da contraltare la continua svalutazione dell'euro rispetto al dollaro. Nel suo primo anno di vita la nuova moneta europea si è svalutata del 20% rispetto al dollaro, scendendo per la prima volta nell'ultimo mese di febbraio sotto la parità con la moneta americana (un euro vale 0,95 dollari, mentre al momento del varo della nuova moneta un euro valeva 1,15 dollari). Se da un lato masse di capitali si spostano sui mercati europei alimentando il boom borsistico, dall'altro s'assiste alla svalutazione dell'euro nei confronti del dollaro. Se ragionassimo con il metodo della vecchia economia politica dovremmo affermare che ci troviamo di fronte ad una classica contraddizione in termini, in quanto la crescita della borsa dovrebbe accompagnarsi ad una rivalutazione della moneta. Ma la realtà dell'imperialismo è molto più complessa è per comprenderla bisogna prendere in considerazione altri fattori che determinano la svalutazione dell'euro rispetto al dollaro, in primis il differenziale di circa 3 nei tassi d'interesse e soprattutto l'andamento del prezzo del petrolio.

Se è vero che i tassi d'interessi americani sono più appetibili per gli investitori internazionali è pur vero che i tassi d'inflazione europei sono più bassi di quelli statunitensi, ridimensionando di molto il differenziale esistente nei due mercati. La svalutazione dell'euro è da ricercare soprattutto nell'andamento del prezzo del greggio. Nell'ultimo anno il prezzo del petrolio si è triplicato; grazie alla guerra nel Kosovo e agli interventi in ogni angolo del pianeta delle cannoniere statunitensi il mercato del greggio ha subito una fortissima contrazione produttiva. Il ricompattamento dell'Opec, sponsorizzato dagli Stati Uniti, ha avuto la conseguenza di portare il prezzo del petrolio dai dodici dollari di inizio 1999 ai trenta dollari al barile di questi ultimi giorni. Se consideriamo che il prezzo del petrolio si esprime in dollari si comprende bene come un aumento del suo prezzo determini una rivalutazione della moneta americana. Un dollaro forte, se da un lato favorisce le esportazioni dei paesi europei, dall'altro è di vitale importanza per gli Stati Uniti in quanto tramite la loro moneta riescono ad attirare masse enormi di capitali esteri necessari per finanziare i deficit pubblico e commerciale.

Lo scontro imperialistico in atto tra gli Stati Uniti e l'Europa rischia di subire in vero salto di qualità con l'affermarsi di un'area finanziaria alternativa al dollaro. Ma se gli Stati Uniti hanno grosse difficoltà ad alimentare il loro processo d'accumulazione pur non avendo rivali nella spartizione della rendita finanziaria mondiale, è possibile la convivenza pacifica tra due potenze imperialistiche? È evidente che il capitalismo marcia verso una fase in cui, oltre a riservare al proletariato mondiale nuovi attacchi alla sua condizione di classe, i motivi di uno scontro sono sempre di più all'ordine del giorno.

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Battaglia Comunista

Mensile del Partito Comunista Internazionalista, fondato nel 1945.

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