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Il nostro programma non è elettorale

Sul clima politico

La campagna elettorale è stata caratterizzata da bassezze e miserie di ogni genere, c’è da dire in larga parte fondate: i cinquestelle sono stati accusati di non restituire veramente la metà dei loro stipendi, di non essere in grado nemmeno di governare le città (Roma e Torino) a loro affidate, di non avere un vero programma, PD e di Fratelli d’Italia sono stati accusati di gestire mazzette per appalti milionari affidati a camorristi per smaltire rifiuti e fanghi tossici in qualche campo o grotta della Campania, sono rifioccate la accuse a Berlusconi per aver preso soldi dalla mafia, etc.

Il solito teatrino elettorale, sempre più triste ad ogni giro di boa, ma questo gioco di accuse e contro accuse, oltre a rispecchiare il parassitismo della classe politica, ha un fine, quello di deviare l’attenzione dall’unico vero dato di realtà: nessuna delle forze in campo ha la minima idea di se e come sarà possibile uscire dalle secche della crisi. Cosa che, tra l’altro, noi sappiamo benissimo non essere possibile, se non mettendo in discussione il capitalismo stesso, cosa che evidentemente a tanti sinceri patrioti e responsabili non passa nemmeno per la testa… e allora cosa tirano fuori dal cilindro questi campioni della democrazia?

Una lunga serie di promesse – lunghissima per il campione di balle Berlusconi, più breve per gli “affidabili” del PD. Alcune testate giornalistiche, tanto grandi erano le balle sparate, non hanno potuto fare a meno di divertirsi nel calcolare quanto tutte le promesse sarebbero pesate sulle casse dello stato, qualora fossero state applicate: oltre 300 miliardi di euro, qualcosa come 10 finanziarie di lacrime e sangue una dopo l’altra! Insomma, il Paese sarebbe insomma trascinato alla bancarotta. Non che a noi la cosa dispiaccia, anzi, riteniamo inevitabile che crisi sempre più gravi si avvicendino e auspicabile che queste arrivino a scuotere le fondamenta stesse dell’ordine costituito, ma, evidentemente non è questo il loro intento.

Va bene, lo sappiamo tutti che le promesse elettorali tali sono e tali restano. Spararle così grosse, dicevamo, ha il fine di mascherare un imbarazzo proporzionalmente grande, che consiste nel sapere che chi di loro dovesse vincere, una volta seduto sugli scranni governativi (ammesso e non concesso che un governo si riesca veramente a fare), dovrà dare vita a politiche antiproletarie che, grazie alla nostra sfera di cristallo, possiamo già qui anticiparvi: contenimento della spesa pubblica (già il rinnovo dei contratti pubblici segna una via), tagli ai servizi e allo stato sociale, precarizzazione del lavoro, riduzione delle tasse al grande padronato sotto forma di sgravi etc. Insomma, favorire il profitto penalizzando il salario, è questa, d’altra parte, la sintesi di una realtà sociale ed economica attraversata da stridenti contraddizioni di classe dove il potere è detenuto da chi vive di profitto, sulla pelle e ai danni di chi vive di salario, o è disoccupato, o arriva nel nostro paese in condizioni drammatiche perché fugge da guerre e miseria.

La svolta di Traini

Questi almeno erano i caratteri salienti della campagna elettorale fino al 3 febbraio, quando il criminale nazista Traini, ex militante della Lega Nord, ha ritenuto di interpretare i sentimenti della pancia reazionaria del Paese ferendo a colpi di arma da fuoco 6 immigrati colpevoli di avere la pelle dello stesso colore del presunto colpevole di un episodio di cronaca nera accorso alcuni giorni prima.

Questo episodio (vedi l’articolo “Sui fatti di Macerata” sul sito) ha aperto il Vaso di Pandora del più bieco nazionalismo patriottico e razzista del quale è protagonista sopratutto l’impaurita e confusa classe media, moralmente capeggiata da un Salvini sempre pronto ad accorrere ovunque sia possibile istigare all’odio e alla violenza contro il più povero, il diverso, l’emarginato. Così sono saliti alla ribalta della campagna elettorale i gruppi neo-nazisti CasaPound e ForzaNuova e sono iniziate un po’ ovunque campagne ancora più aspre di odio contro gli immigrati e violenze da parte dei suddetti gruppi nazisti. Questo ha suscitato la reazione degli antifascisti con le parti più istituzionali, capeggiate dal PD, che si sono erte a paladini immobili della Costituzione e dello Stato di diritto, e gli antifascisti meno istituzionali che, incapaci di sviluppare una logica rivoluzionaria che vada oltre lo scontro fascismo/antifascismo, sono ripiombati nella sempre perdente logica della contrapposizione, priva di prospettiva e sbocchi.

La grande borghesia che si prepara a nuove politiche di austerità, il ceto medio che digrigna i denti preoccupato per le sue sorti, il proletariato allo sbando, che probabilmente poco andrà a votare, ma che è privo di qual si voglia riferimento politico o programma, questa la sintesi del quadro d’insieme.

Ma se niente di tutto questo vi sta bene, voi cosa volete?

Noi vogliamo il comunismo, ossia una società nella quale tutte le risorse vengano messe in comune al fine di soddisfare i bisogni generali di tutta la popolazione in una logica egualitaria e nel rispetto della natura, ma ci rendiamo conto che questo, che è il nostro programma, è ancora lontano da realizzarsi e quindi, in quella prospettiva, muoviamo i nostri passi oggi. Primo, invitando a non dare nessun tipo di credito a politicanti e sindacalisti, semplici ingranaggi di questo sistema, che non fanno altro che illuderci che questo sia l’unico mondo possibile, mentre esso è semplicemente il peggiore. Secondo, vogliamo contrastare l’individualismo rassegnato e rinunciatario: per fare questo è necessario diffondere la coscienza della possibilità di un’alternativa comunista, ossia organizzare gli elementi che sono in grado di fare proprio questo punto di vista.

Deve risvegliarsi una vera opposizione, e questa deve partire dai luoghi di lavoro, dai giovani del proletariato e degli strati sociali contigui, al mantra dell’ideologia dominante che recita: “tu sei solo e non puoi fare nulla per cambiare la tua condizione”, dobbiamo contrapporre il nostro di mantra: “noi non siamo soli e tutto possiamo cambiare, perché siamo siamo noi che tutto facciamo”. Lavoratori, precari, disoccupati, noi siamo la grande maggioranza e dobbiamo iniziare ad unirci e a lottare assieme, solidarizzando oltre i limiti di etnia, sesso, età o settore lavorativo, rifiutando di delegare ad altri la difesa dei nostri interessi.

“Divide et impera” è l’unica legge che conoscono loro, per mantenere il loro mondo di disuguaglianze e sfruttamento, contrapponiamo a questo non il voto rassegnato o il non voto sfiduciato, ma l’impegno per costruire un autentico partito di classe, beh allora lor signori e i loro pupazzi avranno buoni motivi per iniziare a preoccuparsi di noi.

Il mondo è nostro, prendiamocelo.

Lotus
Martedì, February 27, 2018