Considerazioni macroeconomiche estive | Leftcom

Considerazioni macroeconomiche estive

L’estate è cominciata e anche il clima finanziario internazionale si surriscalda ulteriormente a seguito della crisi capitalistica che non dà segni di arresto.

Seguendo informazioni e dati che trapelano da alcuni giornali dei “mercati finanziari”, il quadro generale è sempre allarmante e il disagio degli “esperti” rimane palpabile nel mezzo di una esasperazione continua dei “giochi di potere” in corso nel disperato (ormai…) tentativo di salvare il salvabile. Le già precarie istituzioni economiche e monetarie, coi loro prevedibili quanto inutili tentativi di aggiustamento, traballano alle prese con questioni che si annunciano esplosive.

Uno sguardo all’Europa, dove in vista della scadenza (ottobre 2019) del mandato di Draghi alla presidenza della Bce, ci si prepara ad una temuta crisi monetaria ed economica che la Bce ha fin qui frenato inondando di liquidità lo scenario europeo con l’acquisto dei Titoli di Stato dei paesi a maggior rischio. Come si interverrà nel futuro? Come “finanziare” o meglio tenere in naftalina, i crescenti debiti statali e privati?

Germania e Francia già pensano ad una loro Unione bancaria, cominciando a minacciare una riduzione dei “crediti deteriorati”: in Italia le sofferenza nette sono a 51 miliardi di euro, in flessione – sì – ma comunque sempre una cifra notevole e con qualche rischio sullo sfondo di una situazione già aggravata dalla crisi (continuano a chiamarla “recessione”) sia economica che finanziaria. Rischi che toccano anche la mitica Deutsche Bank oltre a Bnp Parisbas e SocGen, tutte con esposizioni preoccupanti.

Si aggiunga poi il fatto che la Germania – in testa alla piramide degli squilibri strutturali, economici e finanziari europei (ma anche a livello internazionale ha i suoi problemi…), non fa che contribuire nella diffusione di disoccupazione e deflazione nel resto d’Europa, dando ossigeno ai propri attivi commerciali. A spese di altri Stati, sempre più in difficoltà, i quali piangono sul divieto di svalutazioni competitive. C’è pure chi, non sapendo più che fare, minaccia il ricorso ai dazi… plaudendo a Trump! E per la rincorsa alla competitività, decisiva per mettere qualche toppa ai buchi che si allargano nel commercio internazionale sempre più squilibrato, cosa c’è di meglio che colpire i salari e il loro potere d’acquisto e sostituire operai con macchine e tecnologie più avanzate e produttive? Merci vendesi, ma chi le acquista?

Il tutto alla faccia della tesi, alla quale non pochi “economisti” si aggrappano, che vorrebbe “rianimare” un mercato del lavoro ritenuto “disomogeneo”. Ricorrendo, come afferma qualche scienziato del capitale, a una “pressione salariale sui prezzi delle merci”…

Dunque, uno scenario macroeconomico che vede il capitale, qualunque sia la bandiera nazionale, pur sempre arrogante e carico di violenza – a volte inferocito ma con ferite che non si rimarginano –, alla ricerca di investimenti “sofisticati” che possano rianimare (?) il suo ciclo di accumulazione in difficoltà ormai cronica.

C’è pure chi pensa di obbligare le assicurazioni, i fondi d’investimento e fondi pensione, a versare una parte del denaro da loro accumulato al mercato dei capitali, ponendosi così in concorrenza al sistema bancario. Peccato che l’altro sistema, quello produttivo dominante, abbia una gran sete di profitti, ossia di impiego di denaro che “generi” plusvalore producendo (e poi vendendo) merci. Poiché questo non accade, e neppure vi è la benché minima prospettiva in tal senso, il sistema bancario si vede costretto a ridurre il credito alle imprese e di conseguenza anche ai privati. Chissà perché questo accade – si chiedono le teste in ebollizione degli economisti e finanzieri borghesi – mentre lo Stato offre sgravi fiscali alle imprese e incentivi per gli investimenti a spese del debito pubblico. Un capitalismo che non fa che mordersi la coda invocando altri palliativi a base di “garanzie pubbliche”, con altri esoneri dalle imposizioni tributarie, allargate agli stessi movimenti speculativi della finanziarizzazione.

Appare più che evidente la bassa, lenta e quasi inesistente “crescita”. Gli investimenti di capitale sono più che rari. Gli “analisti” borghesi si consolano commentando l’attivo che registrava negli anni scorsi la bilancia dei pagamenti correnti, con risorse investite all’estero e controbilanciante il blocco del mercato dei capitali in Italia. Il surplus delle partite correnti (transazioni in merci e servizi, con decine di miliardi di euro in saldo attivo) contrastava con gli acquisti fatti dalla Bce di bond emessi dalle grandi imprese italiche.

Risultavano in aumento gli investimenti di portafoglio all’estero mentre quelli stranieri in Italia calavano. Quindi investimenti all’estero, sì, ma in azioni e in fondi comuni per centinaia di miliardi di euro: il capitale va dove c’è aria di guadagno, anche se – purtroppo per lui – si tratta alla fine di illusioni di una auto-valorizzazione del denaro per sé stesso. Proprio quella che non esiste.…

Intanto, anche nelle Banche l’uso del digitale crea esuberi nel personale. E la tecnologia continua ad avanzare con software sempre più potenti che annunciano l’imminente trionfo della robotica. Filiali e sportelli chiudono, le operazioni on line si moltiplicano, i dipendenti bancari diminuiscono. Le transazioni si smaterializzano e avanzano le piattaforme digitali planetarie (Google, Apple, Amazon) con miliardi di dollari di risorse e una caccia agli investimenti redditizi nel settore. Redditizi all’ultimo sangue, se necessario… (E sappiamo molto bene del sangue di chi.)

Un ultimo sguardo all’importante materia energetica del petrolio, dopo l’annuncio (formale) che l’Opec aumenterà l’estrazione di greggio producendo in più un milione di barili di petrolio al giorno, dopo i tagli decisi nel settembre 2016. La domanda è in aumento e comunque sembra che si sia poi deciso per un impegno di 600 mila barili da parte dei soli produttori che hanno accettato l’aumento (in primis Iran e Russia). I prezzi del petrolio Wti sono intanto aumentati a quasi 68 dollari il barile (il prezzo era sceso nell’anno scorso fino a 48 dollari), e quelli del Brent a quasi 75. Immediata euforia nei centri d’investimento, col mercato dei “futures” sul chi vive; molto comunque dipende dai movimenti politico-militari nel Medio Oriente e più in generale nel contesto geo-politico mondiale. Inoltre, i mercati sia del petrolio sia di altre materie prime, guardano ad eventuali sviluppi operativi delle battaglie doganali. Un quadro per nulla armonico e razionale: vedi Venezuela, Libia, Iran e Nigeria.

L’Europa, che ha un ruolo di netto importatore del petrolio, segue il rialzo dei prezzi tenendo d’occhio i riflessi che si hanno sulla bilancia fiscale e commerciale. Al momento applaudono i detentori di bond ad alto rendimento Usa e i Titoli azionari del settore energetico: i flussi sono per loro positivi, molto meno per i diretti consumatori dell’oro nero.

L’aumento estrattivo di greggio comunque non compensa la richiesta di consumo e quindi – nonostante anche un rialzo del dollaro in questi giorni – ci si aspetta (dai colossi finanziari come Goldman Sachs) altri assestamenti, in rialzo, dei prezzi. Forse – loro sperano – fino a 85 dollari al barile per il Brent.

Finché la barca va… Meglio però se la si potesse fermare…

DC
Sabato, July 21, 2018