Sugli arresti dei quindici presunti brigatisti

Contro il terrorismo e le azioni esemplari, per una reale ripresa della lotta di classe

L’arresto, il 12 febbraio scorso, di quindici presunti militanti del Partito Comunista Politico Militare e il successivo ritrovamento di rifugi e di depositi clandestini di armi segna il ritorno in Italia dello spauracchio terrorista. Se si pensa alle forti tensioni interne alla maggioranza di governo che da lì a pochi giorni sarebbero sfociate nella mancata fiducia sulla politica estera, la tempistica dell’operazione è per lo meno sospetta.

Erano diversi mesi che gli arrestati venivano tenuti sotto strettissima sorveglianza, ma secondo gli inquirenti il momento dell’arresto era giunto solo allora non solo perché erano stati già raccolti sufficienti elementi per l’accusa ma anche e soprattutto perché il nucleo terrorista stava probabilmente per fare la sua prima vittima, il professor Pietro Ichino. Dopo D’Antona e Biagi i brigatisti avrebbero dovuto colpire un altro professore, un altro tecnico che in questi anni si era occupato del mondo del lavoro e della sua trasformazione nell’era del precariato, un altra possibile pedina da sacrificare in nome di nuove riforme, sempre fatte sulle spalle della classe lavoratrice.

Una storia purtroppo già vista che ha, da un lato, facilitato il compito della borghesia nel riformare la legislazione sul lavoro e ha, dall’altro, portato alla criminalizzazione di molti militanti politici, spesso legati alla tradizione stalinista e quindi molto lontani dalle posizioni della sinistra comunista, ma anche altrettanto estranei ai reati di terrorismo.

Un elemento di forte discontinuità con le nuove BR è però rappresentato dalla militanza sindacale di molti degli arrestati: molti di essi erano infatti membri attivi della CGIL a volte anche con incarichi di un certo rilievo. Il sindacato non si è limitato a prendere le distanze da questi suoi iscritti, ma, come nei più grigi anni di piombo, sta intraprendendo una campagna di isolamento di tutte le voci critiche all’interno dei luoghi di lavoro. Il meccanismo è semplice ma molto utile, soprattutto in un periodo di crisi come questo: qualsiasi lavoratore che attacchi la politica anti-proletaria della CGIL, qualsiasi operaio che denunci la connivenza tra sindacato e padroni rischia di venire accusato come filo brigatista e tacitato. Creare il “giusto” pretesto per un’ulteriore stretta di vite della repressione borghese nei luoghi di lavoro, è questo il principale risultato che il terrorismo apporta alla lotta di classe.

La logica seguita dalle organizzazioni che sono scese sul piano della lotta armata è quella del gesto esemplare, dell’atto che deve educare le masse oppresse e spingerle a lottare sotto la guida delle avanguardie armate. È una logica che nulla ha a che vedere con il materialismo marxista e che prescinde completamente da un qualsiasi ancoraggio al reale ed è quindi totalmente distaccato dalle condizioni materiali ed ideologiche in cui è oggi inserito il proletariato italiano. Il terrorismo rappresenta la concretizzazione in atti di violenza tanto organizzata quanto inutile del volontarismo di gruppi più o meno estesi di militanti che ritengono di potersi porre alla guida della classe grazie alla forzatura dell’attuale stato di cose.

Il grave errore è quello di ritenere possibile oggi, in una società dominata dall’apparato repressivo ed ideologico borghese, l’educazione del proletariato attraverso omicidi, gambizzazioni e proclami politici. È facile per l’accozzaglia dei pennivendoli borghesi mettere al muro le posizioni politiche di critica alla società capitalista quando queste sono accompagnate dall’uccisione di un professore universitario sotto la propria abitazione, è facile buttare nel calderone del terrorismo tutte le organizzazioni coerentemente antica-pitaliste e cercare così di isolarle dalla classe.

Le condizioni materiali in cui vive il proletariato in tutto il mondo, sta portando a momenti di lotta sempre più intensi e rilevanti; non si tratta ancora di moti rivoluzionari, ma anche in Italia si sono verificati alcuni episodi (purtroppo isolati) in cui i lavoratori, nel tentativo di difesa delle loro condizioni di vita, si sono messi in una posizione di oggettivo radicale antagonismo al sistema capitalista. È proprio dal continuo confronto dialettico tra la classe in lotta e le ancora ridottissime avanguardie comuniste, che si potrà giungere alla formazione di una organizzazione politica in grado di guidare i lavoratori verso il superamento del sistema capitalista. Non esistono scorciatoie, non si può violentare la realtà per farla corrispondere ai propri desideri, se la classe lavoratrice non reagisce ancora in modo determinato agli attacchi della borghesia non sarà certo la lotta armata a spingerla a farlo. Il terrorismo, al contrario, dando una giustificazione forte alla repressione borghese, potrebbe “bruciare” nuove forze rivoluzionarie allettate dallo specchietto per le allodole della radicalità della lotta.

tom

Battaglia Comunista

Mensile del Partito Comunista Internazionalista, fondato nel 1945.

Abbonamento annuale: € 15,00 (10 numeri)