URSS: Un'analisi marxista

L'identificazione con socialismo dei rapporti sociali esistenti in URSS è fondata principalmente su quattro fattori: presenza della proprietà statale dei mezzi di produzione, potere esercitato dalla classe operaia attraverso il suo partito, assenza di una borghesia ed esistenza del piano al posto dell'anarchia nella produzione tipica dei paesi capitalistici.

L'inconciliabilità tra prevalente o totale proprietà statale dei mezzi di produzione e capitalismo costituisce una delle tesi centrali dell'ideologia borghese del nostro secolo.

Questa concezione che, in ultima analisi, assume come caratteristica del capitalismo la proprietà privata, e del socialismo la proprietà statale dei mezzi di produzione, è profondamente errata. I rapporti di proprietà non sono altro che l'espressione giuridica dei rapporti di produzione (1). Il tipo di proprietà che caratterizza la società capitalistica è la proprietà borghese, cioè

«il diritto (per il capitalista NDM) di appropriarsi di lavoro altrui non retribuito (2).
Il capitalismo sopprime sia pure in forme contrastanti la proprietà individuale e trasforma i mezzi di produzione in potenze sociali della produzione, anche se in un primo tempo nella forma di proprietà privata dei capitalisti. Questi ultimi sono dei mandatari della società borghese ma intascano tutti gli utili di tale mandato.» (3)

La proprietà borghese presuppone la non proprietà della gran massa di individui, i quali, per vivere sono costretti a vendere l'unica merce di cui sono proprietari, cioè la loro capacità di lavorare (forza-lavoro). La proprietà statale dei mezzi di produzione rientra, pertanto, con pieno titolo nel quadro della proprietà borghese (4), anzi, lo Stato, per dirla con Engels, è il capitalista collettivo ideale.

Per quanto riguarda la tesi della classe operaia al governo, questa va dimostrata sulla base dei reali rapporti sociali della società sovietica.

Così è sulla base del reale andamento dell'economia che va dimostrato che il piano caratterizza in senso socialista l'URSS. Le analisi impostate sui fattori suddetti conducono a risultati errati in quanto sfuggono la sostanza del problema (5). La definizione dei caratteri della società sovietica e, quindi, delle classi sociali ivi presenti può essere svolta in modo corretto solo «indagando i rapporti materiali della esistenza», cioè la struttura della società civile sovietica, la cui anatomia è da ricercare nell'economia politica,

«la quale abbraccia tutti questi rapporti non nella loro espressione giuridica di rapporti volontari, ma nella forma reale, cioè come rapporti di produzione.» (6)

I rapporti di produzione in URSS (7)

Un'analisi anche superficiale dell'economia sovietica svela la presenza di tutte quelle forme (merce, denaro, prezzo salario, profitto, interesse, ecc.) tipiche del capitalismo. Secondo la teoria ufficiale sovietica, queste sono diverse da quelle capitalistiche, solo perché, la stessa teoria ufficiale vi ha aggiunto l'aggettivo socialista; per cui esisterebbe un profitto socialista ed uno capitalista, ecc... Le cose in realtà stanno in tutt'altro modo. Queste forme, che il capitalismo ha in parte ereditato da modi di produzione precedenti, non sono eterne, ma storiche, d'uso e valore di scambio (o valore). Il valore di scambio è una relazione fra i tempi di lavoro degli individui, pertanto è un rapporto sociale (7 bis). Lo scambio avviene solo se il tempo di lavoro è stato prestato in forma e per una durata socialmente necessarie. In altri termini, l'esistenza degli uomini è possibile solo se le loro singole merci trovano cittadinanza nel mondo delle merci. Il denaro è il prodotto sociale, necessario, del processo di circolazione delle merci.

Con il capitalismo il mondo delle merci si sviluppa al suo massimo grado, in quanto sul mercato si presenta una nuova merce, la forza-lavoro dell'uomo, spogliato della proprietà dei mezzi di produzione, che viene venduta in cambio del salario. L'esistenza del lavoro salariato caratterizza il modo di produzione capitalistico, rispetto a quello feudale e schiavistico, in quanto implica la trasformazione dei mezzi di produzione in capitale, e, quindi, l'appropriazione del pluslavoro attraverso la «forma del plusvalore».

L'esistenza, nella società sovietica, della forza-lavoro come merce, accanto alle altre merci, risulta già dalla presenza del salario come forma di distribuzione di parte del prodotto sociale. Ciò significa che le condizioni di vita del lavoratore, dipendono dal livello del suo salario. Questo, a sua volta, dipende dal livello della domanda e dell'offerta della forza-lavoro nei diversi settori di attività (8). Ad esempio, nel 1970 il salario monetario medio del settore abbigliamento era pari al 61% di quello dell'industria metallurgica, al 69% di quello dell'industria chimica, al 74% di quello dell'industria elettromeccanica, ecc. (9). Inoltre all'interno di ogni settore esiste un ventaglio salariale più o meno ampio; difatti il salario minimo al 1971 era di 70 rubli/ mese, ma alcune categorie (tecnici, dirigenti) ricevevano salari da 4 a 8 volte il minimo (10).

La presenza di lavoro salariato ad un polo, rivela, all'altro polo, la presenza dei mezzi di produzione come capitale (11); svela, cioè, la presenza del capitale come rapporto sociale di produzione caratterizzante la società sovietica. Difatti il lavoro salariato presuppone il capitale, così come il capitale presuppone il lavoro salariato. Sono due facce della stessa medaglia: il modo capitalistico di produzione (12).

Ma il capitale non è altro che valore che si valorizza attraverso l'estorsione e la «realizzazione» di plusvalore. Pertanto sulla base del lavoro salariato, lo sviluppo della produzione sociale non può assumere altra forma che quella dello sviluppo del processo di produzione di plusvalore, e trasformazione di plusvalore in capitale. È solo così che cresce la produzione di valori, forma storica dei valori d'uso prodotti dal lavoro umano.

Il processo di accumulazione assume caratteri diversi a seconda del grado di centralizzazione del capitale. Il nostro studio si limiterà a determinare quali caratteri prevalgono in URSS, dove lo Stato possiede il 71% del capitale fisso (13), e dove il 65% circa della produzione agricola (la quale fornisce il 22% del prodotto lordo sovietico) proviene dal settore privato (colcos e piccola produzione contadina sui poderi colcosiani e sovcosiani) (14).

Prima di passare a considerare questi caratteri, è necessario che ci soffermiamo brevemente sul 3. fattore segnalate all'inizio del presente studio: la presunta mancanza in URSS di una borghesia. Questa tesi è basata sull'assoluta incomprensione del concetto di classe sociale.

«... il capitalista è soltanto il capitale personificato» (15)

da ciò deriva che la borghesia non è altro che la classe che presiede alla valorizzazione del capitale. Questa in URSS è costituita dalla direzione dell'apparato produttivo (dirigenti del partito, amministrazione statale dell'economia, managers) e dall'apparato dirigente delle cooperative agricole (colcos).

Nella gerarchia dei rapporti di forza fra le varie classi sociali è da segnalare la posizione di rilievo occupata dalle aristocrazie operaie e impiega tizie (cioè la parte meglio pagata degli operai e impiegati) dovuta al ruolo svolto nel partito, all'occupazione di «posti intermedi» nell'apparato amministrativo o produttivo, ecc...

Così è ugualmente notevole il peso sociale dei «proprietari» dei piccoli poderi colcosiani, in quanto, data la bassa produttività dell'agricoltura statale e colcosiana, la piccola produzione contadina svolge un ruolo importante nella produzione di derrate agricole e nell'allevamento.

Tendenze dell'economia sovietica all'inizio degli anni 1960

Contrariamente a quanto affermato dalla pubblicistica sovietica e filosovietica, il decorso dell'economia sovietica, lungi dal seguire un andamento continuamente ascendente ed armonioso, si svolge in forma ciclica, com'è tipico del sistema capitalistico.

Nella seconda metà degli anni 1950, ultimata la ricostruzione postbellica (16), inizia una lenta riduzione del tasso di incremento della produzione che continua fino ad oggi.

Nel quinquennio 1956-60 la produzione industriale cresce ad un saggio medio annuo del 10,1%, contro il 13,1% del quinquennio 1951-55; nel periodo 1961-65 il saggio di crescita andrà ancor più riducendosi e sarà dell'8,3 / anno (17).

L'andamento di questo indice è significativo in quanto la produzione industriale è il valore del capitale in una delle sue tre fasi (capitale denaro, capitale produttivo e capitale merce), e cioè nella fase del capitale merce (18).

L'analisi dei fattori che hanno concorso nel determinare l'andamento suddetto, va fatta assumendo come punto di partenza l'agricoltura; questa assunzione è validamente motivata dal notevole ruolo che il settore agricolo svolge, nel periodo in esame, nell'economia sovietica. Sebbene l'industria, con il 39% del prodotto lordo, costituisca alla fine degli anni 1950, il settore più importante, notevole è ancora il ruolo dell'agricoltura che fornisce il 22% del prodotto lordo e impiega il 40% della forza lavoro totale (19).

Una quantificazione dell'arretratezza dell'agricoltura sovietica può essere fornita dal seguente confronto: con un'area coltivata del 70-75% più grande e con una mano d'opera circa 6 volte maggiore di quella degli USA, la produzione agricola sovietica del periodo 1959-63 è pari al 70-75% di quella statunitense (20).

Questa condizione è il prodotto dialettico dei rapporti sociali vigenti nel settore e dello sviluppo delle forze produttive materiali nell'agricoltura e nell'intera economia.

Limiti di spazio non consentono un'analisi puntuale dell'articolazione dei rapporti sociali nelle campagne; ma la definizione dei caratteri fondamentali dell'agricoltura sovietica consente di verificarne la piena corrispondenza con il rapporto capitalistico di produzione.

Nell'agricoltura sovietica esistono fattorie statali (sovcos), fattorie cooperative (colcos) e piccoli poderi colcosiani (piccoli appezzamenti di terra non più grandi di 1 ettaro concessi alle famiglie colcosiane), i quali producono ciascuno 1/3 dell'intero prodotto agricolo (va tenuto presente, però, che i piccoli poderi colcosiani costituiscono solo il 3% della superficie totale coltivata) (21).

Nell'agricoltura, alla fine degli anni 1950, lavorano 30 milioni fra colcosiani e sovcosiani, e 18 milioni di persone (in prevalenza donne, ragazzi e vecchi) sui piccoli poderi colcosiani (22); parte di questi ultimi costituiscono la forza-lavoro disponibile per i lavori stagionali (23). L'esodo dalle campagne, che negli anni 1950 (ad esclusione del periodo 1955-58) è di circa 2 milioni di persone per anno, è alimentato principalmente dai giovani (24). Esso è dovuto sia alla sostituzione di macchine agli uomini, sia alla impossibilità, in alcuni periodi, di procurarsi un reddito soddisfacente, e sia alle peggiori condizioni di vita rispetto alla città (25).

Nella prima metà degli anni 1950, la crescita, al saggio medio annuo del 45%, della popolazione urbana pone seri problemi all'approvvigionamento statale di prodotti agricoli. Per accrescere la produzione agricola, ritenendo impossibile aumentare entro breve tempo adeguatamente la produttività del settore, viene seguita la strada dell'aumento della superficie coltivata. Ma le nuove terre messe a coltura (terre vergini) assorbono una massa notevole di investimenti, sottraendoli ai terreni già coltivati, e forniscono una resa media estremamente bassa, per cui nel periodo 53/63, all'incremento del 24% della superficie coltivata corrisponde un incremento della produzione del 7% (26).

Alla messa a coltura di terreni sui quali la produzione ha un costo sempre più elevato s'accompagna l'evidente necessità di aumentare i prezzi dei prodotti agricoli, con conseguente incremento della rendita differenziale (27). L'indice dei prezzi di acquisto di tutti i prodotti agricoli da parte dello Stato, posto uguale a 100 nel 1952 diventa 296 nel 1958, con le seguenti differenze fra i vari tipi di prodotti: cereali = 695, semi di girasole -= 774, patate = 789, bestiame = 1.175, latte = 404, uova = 297, ecc... Contemporaneamente furono ridotti i prezzi dei prodotti industriali per l'agricoltura (28).

All'incremento delle entrate dei colcos (29) corrispose, nel periodo 1954-58, un incremento del reddito medio per colcosiano del 6,5% per anno (30), ed un incremento degli investimenti da parte dei colcos (31).

Contemporaneamente s'accresce il grado di monetizzazione dei rapporti fra Stato e colcos e, quindi, fra i colcosiani (32).

Il miglioramento della redditività dell'agricoltura, colcosiana in particolare, costituì un incentivo notevole per lo sviluppo del settore; difatti nel quinquennio 1954-58 la produzione aumentò dell'8,4% in media per anno (33), ed il rendimento delle colture cerealicole del 20% circa (34).

Questi risultati consentono di osservare che, nel periodo in esame, un insieme di fattori, quali il retaggio delle misure prese in agricoltura nel periodo 1928-32, dell'accumulazione forzata del periodo 1931-40, gli effetti della seconda guerra mondiale, lo stato dei rapporti con «il mondo occidentale» concorrono nel determinare una maggiore indipendenza dei colcos e dei 'piccoli contadini' nei confronti dello Stato acquirente. Quest'ultimo è obbligato ad acquistare prodotti agricoli a prezzi aumentati e non ha la forza di trasferire l'intero aumento sui prezzi al dettaglio di beni di consumo (35); per cui l'aumento dei prezzi va a detrimento del plusvalore del settore statale.

Questa diversa distribuzione del plusvalore prodotto nel sistema sovietico produce una serie di effetti sulla riproduzione del capitale; la sovrapposizione e l'intreccio di questi effetti con le tendenze scaturenti dalla dinamica della produzione di plusvalore all'interno del settore statale, determinano l'andamento decrescente, visto in precedenza, del processo di riproduzione allargata del capitale complessivo.

L'andamento del processo di riproduzione del capitale complessivo

L'accumulazione del capitale è riproduzione allargata di valori e di valori d'uso. Per realizzarsi in termini di valori deve rispettare delle proporzioni nella produzione di valori d'uso che sono prefissate dal grado di sviluppo delle forze produttive. È questo il senso della suddivisione della produzione sociale in due settori operata da Marx nel Capitale, la quale coglie appieno lo svolgersi reale della riproduzione del capitale.

La riproduzione allargata, unità del processo di produzione e di circolazione del capitale, in quanto accumulazione di valori può svolgersi «regolarmente» solo se nella circolazione l'equivalente generale, il denaro, ritorna in quantità accresciuta nelle mani di chi l'ha «anticipato». Occorre, cioè, che si compia il ciclo Danaro - M (capitale costante e variabile) - Denaro anticipato più profitto.

In URSS i soggetti che accumulano e che, quindi «anticipano» denaro sono: il settore statale (prevalente) cd il settore privato (agricoltura colcosiana). Ora, la nuova distribuzione del plusvalore incide in senso negativo, per diversi motivi, sulla riproduzione allargata del capitale. In primo luogo, il contributo del settore agricolo all'accumulazione è notevolmente inferiore rispetto a quello fornito dall'industria (36). Inoltre il nuovo rapporto fra prezzi dei prodotti agricoli e prezzi dei prodotti industriali comporta che, per una stessa massa di valori d'uso, il settore statale deve cedere una quantità accresciuta di denaro; si verifica quindi un trasferimento di valori dal settore statale verso il settore privato. Ciò frena l'accumulazione nel settore statale (e nell'intera economia), e impedisce il regolare trapasso di parte del capitale da una delle sue fasi (denaro produttivo e merce) alla successiva, determinando squilibri nella riproduzione.

Questi squilibri possono essere smorzati nel tempo attraverso una redistribuzione sui diversi settori produttivi, grazie alla centralizzazione dei mezzi di produzione nelle mani dello Stato. Ma ricevono nuovo impulso dal fatto che la massa di denaro trasferita all'agricoltura, con l'aumento dei prezzi, rientra solo in parte nella circolazione complessiva attraverso un'accresciuta domanda di prodotti industriali (mezzi di produzione e beni di consumo) da parte dei colcos e dei colcosiani (37).

Sintomatico è, a tal riguardo, l'aumento del 958% dei depositi privati globali nelle casse di risparmio delle località rurali, nel decennio 1951-60, con un aumento del deposito medio del 202%, contro aumenti, rispettivamente, del 429% e del 50% dei depositi privati nelle casse di risparmio cittadine (38).

Pertanto agli squilibri nella riproduzione derivanti da una mutata distribuzione del plusvalore, si sommano quelli derivanti da una non corrispondente riproduzione in termini di valori e di valori d'uso. Questi fattori «esterni», incidenti negativamente sulla valorizzazione e sulla crescita del capitale statale, vengono ad intrecciarsi, sempre nel periodo 1954-58, con una tendenziale riduzione della redditività del capitale statale.

Sintomatico è a tal riguardo il dibattito che si svolse verso la metà degli anni 1950, fra gli economisti sovietici e ripreso dagli economisti occidentali, sui metodi per accrescere «l'efficienza degli investimenti» (39).

Questa tendenziale riduzione, che si manifesta in una crescita della produzione industriale ridotta del 34% rispetto al quinquennio precedente, viene contrastata solo in parte da un forte aumento del saggio di plusvalore.

Difatti, nel 1953 agli investimenti era andato il 22,8% del reddito nazionale, quota che nel 1958 sale al 27,3% (nel 1960 arriverà al 29%) (40); tenendo presente che il reddito nazionale sovietico è calcolato come somma di capitale variabile e massa di plusvalore, e che quest'ultima è la fonte degli investimenti, appare chiaro che, fermo restando il saggio di crescita dei settori improduttivi, v'è stato un aumento del rapporto massa di plusvalore / capitale variabile (41). Ciò consente una crescita degli investimenti, nel periodo 1954-58, ad un saggio medio annuo del 14,9% maggiore del 13,8% del quinquennio precedente (42).

Ma il rallentamento nella crescita del valore del capitale merce (produzione industriale) testimonia che l'accresciuta massa di plusvalore (43) non è sufficiente per garantire, quanto meno, una crescita costante del capitale.

Questo andamento stimola la destinazione degli investimenti verso i settori più redditizi, in particolare verso l'industria leggera; nel quinquennio 1956-60 gli investimenti nel settore producente beni di consumo crescono del 121% rispetto al quinquennio precedente, mentre quelli destinati al settore producente mezzi di produzione crescono del 56% (44). Ma per incrementare la produzione di beni di consumo occorre che vengano prima prodotti i mezzi di produzione necessari, e questi tempi sono particolarmente lunghi in URSS (e tendono ad allungarsi ancora di più nel periodo in esame). Pertanto, anche per il concorso di questo fattore, l'accrescimento previsto, per il settore beni di consumo, non è ottenuto (45). Secondo le fonti ufficiali il piano del settore beni di consumo industriali, per il quinquennio 1956-60, viene realizzato al 95% (46), ma questo traguardo è raggiunto solo attraverso la crescita delle importazioni del 472% nel quadriennio 1956-59, contro un aumento delle esportazioni del 50% (47).

In questo frangente, la classe borghese sovietica, in quanto personificazione del capitale, non poteva non intervenire con una serie di misure tendenti a salvaguardare le esigenze di valorizzazione del capitale complessivo, e quindi, data la struttura della società sovietica, miranti a rimuovere gli ostacoli che intralciavano l'accumulazione monetaria dello Stato (48). Ma l'esistenza di un altro polo di accumulazione monetaria, l'agricoltura privata, non poteva non rendere, queste misure, contraddittorie.

D'altra parte non va sottovalutato che le trasformazioni intervenute nell'agricoltura, nel periodo 1953-58, sembravano aver risolto i problemi posti dal settore (49).

Pertanto accanto a misure tendenti ad intensificare lo sfruttamento della forza lavoro nel settore statale (50), lanciate con il piano settennale 1959-65 e propagandate come misure per avvicinare il passaggio dal socialismo al comunismo (!!!), furono attuati diversi interventi tendenti, nelle intenzioni della classe dirigente sovietica, a rendere il settore agricolo funzionale all'incremento della valorizzazione del capitale complessivo.

Al fine di accrescere il lavoro prestato nei colcos, a scapito del tempo di lavoro impiegato sui piccoli poderi, furono emanate norme tendenti a scoraggiare l'attività sui piccoli poderi colcosiani. Nel 1958 furono smantellate le MTS e il parco delle macchine agricole e trattori fu venduto ai colcos.

Questa operazione consentì ai colcos più redditizi di migliorare ulteriormente la redditività, attraverso la piena disponibilità del macchinario agricolo, e, quindi, un uso più efficiente dello stesso. Nello stesso tempo la vendita delle MTS consentì allo Stato di incamerare buona parte della massa di risparmi dei colcos e dei colcosiani. Ma per i colcos meno redditizi l'operazione fu solo fonte di indebitamento verso lo Stato, senza la contropartita di un più efficiente uso delle macchine agricole, per la mancanza di mano d'opera qualificata. Inoltre gli «errori tecnici» connessi al trasferimento del macchinario ai colcos (51), l'arresto del processo di aumento dei prezzi dei prodotti agricoli (nel triennio 1959-61), e le restrizioni sempre maggiori poste al piccoli poderi colcosiani concorsero, nel determinare la riduzione della produzione e dei redditi medi dei colcosiani (52), e, quindi, degli investimenti dei colcos (53).

In queste condizioni di quasi stazionarietà del volume della produzione agricola (che nel triennio 1959-61 cresce dell'1,6% per anno), e di crescita della popolazione urbana al saggio del 3,8% per anno, per accrescere in misura adeguata gli approvvigionamenti di prodotti agricoli, furono compresse le disponibilità degli stessi per i contadini. La riduzione dei redditi e la paura di una «nuova collettivizzazione forzata» determinarono l'abbandono della terra da parte di circa 1.200.000 colcosiani, mentre 1.500.000 divennero sovcosiani. L'esodo di forza-lavoro, in realtà, fu più ampio, perché colpì anche coloro che lavoravano sui piccoli poderi, per cui la cifra suddetta va aumentata diverse volte.

Questo drenaggio di forza-lavoro, date le condizioni dell'agricoltura sovietica, fu troppo forte, e comportò un'accelerazione della crisi del settore. Questa si verificò, violenta, in concomitanza di condizioni climatiche sfavorevoli, nel 1963, anno in cui la produzione agricola diminuì del 7,5% rispetto all'anno precedente, e fu dell'1% inferiore rispetto alla produzione del 1958, (54), nonostante i forti investimenti statali nel settore ed i notevoli aumenti dei prezzi dei prodotti agricoli, a partire dal 1962.

Questo andamento del settore agricolo si inserisce in un contesto che' vede la crescita del settore statale e dell'intera economia ulteriormente rallentata rispetto al quinquennio 1954-58. Il saggio di crescita medio annuo della produzione industriale passa dall'11,1% del quinquennio 1954-58 al 9,2% del quinquennio 1959-63 (55); ma questa crescita è dovuta non tanto all'aumento della produttività del lavoro, la cui crescita è del 25% inferiore alla crescita del quinquennio precedente, quanto all'aumento della forza-lavoro occupata, stimolato dall'esodo dalle campagne che, invertendo la tendenza del periodo 1954-58, accresce la forza lavoro industriale in misura maggiore degli altri settori (56).

Nonostante la crescita della massa di forza-lavoro industriale, ad un saggio maggiore di quello registrato nel periodo precedente, la massa di plusvalore cresce molto più lentamente; lo testimonia la crescita degli investimenti complessivi del 6,1% per anno nel quinquennio 1959-63 contro il 14,9% del periodo 1954-58 (56 bis).

Tutto ciò è indice dell'impossibilità, sulla base del grado di sviluppo delle forze produttive della società sovietica, di accrescere n saggio di plusvalore in misura tale da fornire una massa di plusvalore capace di arrestare la tendenza alla caduta del saggio di profitto.

Sull'andamento della valorizzazione del capitale, nella società sovietica, per gli anni dal 1960 in poi, accanto all'indice della produzione industriale, disponiamo della redditività delle imprese industriali; questa nel quinquennio 1961-65 si riduce del 24% (57).

Non è il caso di spiegare, in questa sede, le cause generali di questa riduzione, esse sono state abbondantemente chiarite da Marx nel «Capitale»; qui notiamo solo che il limite alla valorizzazione crescente del capitale è posto dal fatto che lo sviluppo delle forze produttive aumenta il plusvalore, ma «in proporzione sempre più piccola rispetto allo sviluppo della forza produttiva», e questa crescita è tanto minore quanto maggiore è il saggio di plusvalore (58).

È quanto verifichiamo, appunto, anche in URSS, e cioè, che ogni ulteriore spinta allo sviluppo delle forze produttive ed all'intensificazione dello sfruttamento della forza-lavoro, ad un certo stadio di sviluppo (dalla metà degli anni 1950), antiche accrescere la valorizzazione del capitale attraverso una massa «adeguata» di plusvalore, riesce solo a rallentare la riduzione della valorizzazione del capitale, e nello stesso tempo getta le basi per un ulteriore impulso al rallentamento della crescita del capitale stesso.

Questa insufficienza di plusvalore si manifesta, più nettamente, quando i forti investimenti del periodo 1954-58 si sono trasformati in mezzi di produzione, con conseguente aumento della composizione organica del capitale (59). Ma la crescente proporzione del capitale fisso rispetto al capitale circolante (60), i notevoli ritardi nella realizzazione di nuove costruzioni (61), la mancata realizzazione del piano in diversi settori importanti (62) creano una serie di squilibri che, nel periodo in esame, non sono indirizzabili, come accaduto fino alla metà degli anni 1950, (e quindi neutralizzabili) verso (attraverso) una crescita accelerata del sistema. Ciò per i limiti, visti in precedenza, che impediscono la crescita del plusvalore nella misura "necessaria", ristretti ulteriormente dagli improrogabili interventi dello stato in agricoltura, a partire dal 1961, sia sotto forma di investimenti che di aumento dei prezzi di acquisto dei prodotti agricoli. Da qui la mancata (o il ritardo nella) trasformazione di una massa crescente di capitale merce in denaro, con conseguente rallentamento del plusvalore realizzato e quindi degli investimenti e della produzione.

Nelle società capitalistiche di tipo «occidentale» la riduzione della valorizzazione del capitale innesca una serie di effetti negativi sulla riproduzione, che si trasmettono a catena, in modo tanto più violento quanto più elevato è il livello delle forze produttive, grazie anche allo sviluppo del credito, del commercio mondiale, ecc., determinando un brusco crollo che è base per la successiva ripresa.

In URSS, accanto allo scarso sviluppo del credito e al debole legame con il mercato mondiale (filtrato dal monopolio statale del commercio estero) (36), operano fattori propri della società sovietica, che concorrono a caratterizzare sia il tratto ascendente che quello discendente del ciclo economico. Qui ci limiteremo ad alcune considerazioni su questo secondo tratto, dato che l'analisi del primo ci porterebbe troppo lontano.

Nei paesi «occidentali», il mancato impiego del capitale diviene diffuso solo in seguito alla riduzione generale del saggio di profitto, finché non si arriva a questo punto vi sono capitali che scompaiono, altri vengono assorbiti da capitali maggiori, altri che cercano occasioni di impiego più redditizio, altri ancora che vengono trattenuti in forma liquida, ecc.

In URSS, il monopolio statale dei mezzi di produzione, e, quindi, la centralizzazione dei profitti, il controllo dei prezzi impediscono, o quasi, queste varie possibilità per il capitale il che già di per sé frena la crisi, per cui la riduzione della redditività del capitale viene redistribuita fra i diversi settori e imprese. Ciò consente di smorzare di squilibri della riproduzione, in quanto la distribuzione del plusvalore fra le singole imprese è attuata, indipendentemente dal risultato produttivo della singola impresa, in funzione delle esigenze poste dalla valorizzazione del capitale statale nel suo complesso.

È chiaro che il monopolio statale della domanda di forza-lavoro costituisce il pilastro del sistema, in quanto anche per la mancanza di organizzazioni dei lavoratori, consente un buon controllo del prezzo medio della forza-lavoro.

Ma tutte queste condizioni consentono solo di attenuare gli squilibri, e, quindi, neutralizzare, più a lungo che un capitalismo meno centralizzato, i fattori che concorrono a ridurre la redditività del capitale; è certo, però, che il monopolio statale dei mezzi di produzione non è in grado di annullarli. D'altronde non può essere diversamente. Le crisi sono dovute, al contrasto fra sviluppo delle forze produttive, che il capitale persegue nel rincorrere il miraggio di una valorizzazione continuamente crescente, e limiti che a questo sviluppo pone il modo capitalistico stesso. («Il vero limite della produzione capitalistica è il capitale stesso.»)

Rispetto a questo andamento della produzione sociale, il tenore di vita delle masse, ed in primo luogo degli operai, è «una variabile indipendente» (64). Al rallentamento dell'accumulazione corrisponde una quasi stazionarietà apparente del tenore di vita delle masse; la quota del reddito nazionale destinata al consumo cresce solo dello 0,7%/anno per persona, ma, tenendo presente il ventaglio esistente fra i salari, e sapendo che nel 1962 vi sono stati aumenti dei prezzi al dettaglio del 30% per la carne, del 25% per il burro, del 23% per le patate, ecc. (65), si può facilmente dedurre che, in realtà, il tenore di vita della parte peggio pagata di operai e impiegati si è ridotto nel triennio 1962-64. Anche fra i colcosiani si verifica, in parte, un processo analogo. Nel 1963 il reddito medio giornaliero è solo del 4% maggiore del reddito del 1958, ed a questo livello perviene dopo una forte riduzione nel periodo 1959-61. Anche qui la crisi è pagata più duramente solo da una parte della popolazione, ciò per le differenze regionali e categoriali dei redditi dei colcosiani (66). Va comunque sottolineato che, pur con andamento dalla metà degli anni 1950, al salario monetario medio annuo degli operai: alterno, il reddito medio annuo colcosiano c sempre superiore, a partire La minore distanza fra i due tipi di reddito si è avuta nel 1961, quando il salario operaio era pari al 94% del reddito medio colcosiano; in seguito le distanze tenderanno nuovamente ad aumentare, e nel 1967 il salario operaio sarà pari al 62% del recidilo di un colcosiano (67).

La riforma economica del 1965

Il rallentamento della crescita e gli squilibri dell'economia sovietica nella prima metà degli anni 1960 acuiscono i contrasti fra le varie classi sociali ed all'interno della borghesia sovietica. Vengono messi in discussione alcuni aspetti del funzionamento dell'apparato amministrativo-produttivo. Sono in primo luogo le imprese più redditizie che avvertono la centralizzazione e, quindi, la redistribuzione dei profitti da parte dello stato, come un ostacolo allo sviluppo del capitale da esse gestito.

Questi interessi iniziano a delinearsi sotto forma di pressioni tendenti a spingere a fondo le 'riforme' krusceviane del 1958-60.

La caduta di Kruscev e l'attestarsi dell'attuale gruppo dirigente alla guida del partito e dello Stato, costituiscono la prima vittoria di coloro che sono portatori delle istanze di riforma. Questo successo viene consolidato dal Plenum del PCUS del settembre 1965, nel corso del quale viene lanciata la cosiddetta Riforma Economica, la quale si affermerà definitivamente solo dopo circa 7 anni.

Fino al 1965 si puntava a sviluppare la redditività dell'intero sistema dando scarsa importanza alla redditività delle singole imprese. Con la Riforma Economica si afferma, invece, che la pianificazione va impostata sull'obiettivo di una crescita della redditività dell'intero sistema derivante dal perseguimento della maggiore redditività possibile da parte delle singole imprese.

L'incentivazione al perseguimento di questo obiettivo è fornita, in primo luogo, dall'assegnazione alle imprese di una quota del profitto conseguito, da destinare all'allargamento della produzione, ai premi di produzione e alla costruzione di alloggi e servizi per gli operai. Ciò lega il livello del salario reale degli operai alla redditività dell'impresa presso cui lavorano, ed inoltre favorisce lo sviluppo delle differenze nella redditività delle varie imprese.

Con la riforma del 1965 i rapporti fra stato e imprese subiscono una trasformazione; significativa è a tal riguardo l'introduzione dell'interesse che le imprese pagano allo stato, sul valore del capitale fisso e circolante ricevuto. Questa distribuzione del plusvalore in profitto e interesse, esprime la separazione del capitale come proprietà dal capitale come funzione.

Affinché tutte le imprese riuscissero nelle nuove condizioni e conseguire un profitto, si rese necessario, nel 1967, un aumento medio dei prezzi all'ingrosso dell'8%, il che consentì di fissare la redditività media dell'industria sul 15% (13,5% per l'industria producente mezzi di produzione e 20 36 per quella producente beni di consumo) (68). L'aumento dei prezzi all'ingrosso, fermi restando quelli al dettaglio, ha significato nient'altro che un trasferimento alle singole imprese dei profitti che in precedenza erano incamerati e gestiti direttamente dallo Stato.

Queste trasformazioni hanno reso necessario cambiamento dei criteri di stesura e degli obiettivi del piano. Ad esempio, al posto dell'indice della produzione globale, è stato introdotto l'indice della produzione venduta; il che implica che per realizzare l'obiettivo posto dal piano non basta soltanto produrre una certa quantità, come avveniva in passato, ma occorre venderla, e la vendita è possibile solo se il prodotto è ritenuto di buona qualità dal compratore potenziale. Ciò ha comportato la necessità di operare modifiche anche nel settore distributivo; la più importante è la possibilità, offerta alle imprese, di stipulare contratti direttamente con altre imprese, cioè senza passare attraverso i ministeri statali. Il risultato di queste innovazioni è di stimolare la concorrenza fra le varie imprese.

Nel settore agricolo, per i sovcos vale quanto detto a proposito delle imprese industriali. Nei colcos la riforma è stata avviata prima che negli altri settori, nel tentativo di migliorare rapidamente le condizioni dell'agricoltura colcosiana. Anche qui viene introdotto l'indice della produzione venduta, vengono aumentati i prezzi di acquisto da parte dello stato, e vengono fissati prezzi ancora più elevati per la produzione in più venduta rispetto al piano.

Al miglioramento dei redditi monetari si accompagnano una serie di miglioramenti normativi, pensioni, mensilizzazione del "salario", ecc.). Viene incentivata la produzione sui piccoli poderi colcosiani, attraverso facilitazioni creditizie, e l'abolizione delle tasse sull'allevamento privato. Fra le tante misure adottate è da sottolineare il decreto che autorizza i colcos a creare aziende industriali non sottoposte al piano statale. Questo decreto è dettato dalla necessità di canalizzare nella circolazione complessiva l'elevata profittabilità dei colcos, e risponde all'esigenza posta dai colcos più redditizi, di disporre di possibilità di espansione del capitale al di fuori del settore agricolo, le cui possibilità da questo punto di vista sono senz'altro inferiori rispetto all'industria.

Sulla capacità della riforma economica di realizzare l'obiettivo assegnatole, nonostante la sua breve vita, possiamo fare alcune considerazioni molto significative.

L'obiettivo della riforma economica è di accrescere la redditività del capitale. Questo è realizzabile solo attraverso l'aumento 'adeguato' del saggio di plusvalore e/o lo sviluppo di tutte quelle condizioni che ostacolano la caduta del saggio di profitto. Innestandosi sulla fase decrescente del ciclo, l'accrescimento della valorizzazione ciel capitale dipende dall'entità della «caduta» avvenuta fino ad allora, in altri termini dalla qualità delle trasformazioni intervenute nei rapporti sociali, ed è tanto maggiore quanto più forte è stata la crisi, e quanto più radicali, quindi, le trasformazioni qualitative del sistema.

L'economia sovietica nel periodo 1966-70 cresce ad un saggio poco diverso da quello del quinquennio 1961-65. La produzione industriale cresce dell'8,2% per anno, contro 1'8,3% per anno del periodo 1961-65, gli investimenti crescono del 7,6% per anno, contro il 6,2% del quinquennio precedente. La redditi-vita delle imprese industriali che nel periodo 1960-66 cade del 27,5%, cresce, nel periodo 1967-70 del 3 Me, ma resta del 25% interiore al livello del 1960 (69).

Da notare che questo andamento generale è dovuto ad una crescita più marcata fino ci 1968, e ad una lenta riduzione nel periodo 1969-71, che si accentua nel biennio 1972-73; il risultato è che nel decennio 1964-73 la produzione industriale cresce dell'8,1% in media per anno, contro il 10,1% del decennio 1954-63 (70).

Ne risulta, pertanto, che l'obiettivo di accrescere la valorizzazione del capitale complessivo non è stato, finora, realizzato. Ciò è dovuto, in primo luogo, al fatto che lo scontro fra settore private e settore statale, pur determinando delle trasformazioni all'interno del settore privato (esodo, sovcosizzazione di numerosi colcos, ecc.), si è risolto, sostanzialmente, a favore di quest'ultimo, e le norme introdotte, nelle campagne, dopo il 1965 ne sono la riprova.

Questa valutazione consente di individuare, correttamente, il ruolo della riforma del 1965. Questa ha la funzione, in primo luogo, di favorire l'intensificazione dello sfruttamento della forza-lavoro, in modo che l'accrescimento della rendita Fondiaria differenziale non determini crollo della valorizzazione del capitale statale.

Un'altra funzione importante è di consentire alle singole imprese di partecipare alla distribuzione del plusvalore, non più esclusivamente in funzione dei prezzi fissati dallo stato, ma anche in funzione delle capacità di sviluppo della «produttività» che esse saranno in grado di realizzare.

Se questo secondo obiettivo è legato, principalmente, alla razionalizzazione delle funzioni amministrative e dell'apparato della pianificazione, alla lotta fra le varie fazioni della borghesia, (70 bis) e, quindi, alla concorrenza fra le varie imprese, è sulla realizzazione del primo obiettivo che è imperniato lo scontro fra capitale e forza-lavoro. Questo scontro deriva dalle caratteristiche che ha assunto in URSS il mercato della forza-lavoro, ed in generale lo svolgersi dell'accumulazione. Il settore agricolo ha costituito fino alla metà degli anni 1950 un serbatoio di forza-lavoro per l'industria, le costruzioni, ecc.; e nel momento in cui questo flusso di forza-lavoro si riduce che sorgono i problemi per l'economia sovietica. La "crisi" del periodo 1959-63 non fa altro che ristabilire questo flusso, ma non riesce a farlo per molto tempo, a causa dei disastrosi effetti sulla produzione agricola.

Sebbene dopo il 1965 l'esodo dalle campagne sia stato abbastanza sostenuto (71) il suo livello non è soddisfacente per le esigenze di produzione di plusvalore (72), da qui la necessità, per la borghesia sovietica, di ristabilire un «normale» funzionamento del mercato della forza lavoro, attraverso la creazione di condizioni che favoriscano il ricambio e la riformazione dell'esercito industriale di riserva. In questa direzione vanno le misure prese nel 1974, in base alle quali le singole imprese sono tenute a pianificare solo il fondo salari complessivo, e non anche la quantità di forza-lavoro che vi corrisponde, il che, in altri termini, significa libertà di licenziamento.

Queste trasformazioni si accompagnano, necessariamente, ad un accresciuto ruolo del commercio estero, la cui crescita passa da un saggio medio annuo di circa il 6% nel periodo 1961-65, all'8% annuo del periodo 1966-70 (cioè senza discostarsi molto dal saggio di crescita della produzione industriale). (73) Nel triennio 1971-73 la crescita diviene molto più forte, e passa al 12,4% annuo (nello stesso periodo la produzione industriale cresce del 7,1% annuo), ed è particolarmente intensa (+20%) nel 1973 in concomitanza con la forte crescita del commercio mondiale (74).

La geografia dei rapporti commerciali sovietici ci dice che il saldo commerciale complessivo, quasi sempre attivo, è dovuto ad un deficit (via via crescente) verso i paesi industrializzati occidentali (compresi gli USA) ed il Giappone, ed un attivo verso i paesi dell'Est europeo, paesi «socialisti» asiatici e paesi in via di sviluppo; questo andamento che inizia a delinearsi nella metà degli anni '60, va, oggi, sempre più accentuandosi.

Tutto ciò consente di valutare la Riforma Economica come un insieme di trasformazioni, che pur non riuscendo a realizzare un'accresciuta valorizzazione del capitale complessivo, libera le condizioni che accentuano gli squilibri del sistema, e lega sempre più l'andamento dell'economia sovietica alle vicende del mercato mondiale. Il risultato sarà che l'andamento ciclico dell'economia sovietica, finora poco accentuato diverrà sempre più marcato e dipenderà sempre più dal ciclo del mercato mondiale.

Conclusioni

Nonostante i tentativi degli ideologi sovietici e filosovietici di presentare come socialista l'attuale fase dell'economia sovietica, e come socialisti i nuovi metodi di pianificazione, per cui sono costretti ad arrampicarsi sugli specchi nel tentativo di dimostrare che la teoria del valore è una teoria... dell'equilibrio (!), la realtà mostra che l'andamento dell'economia sovietica è del tutto rispondente alla «legge di movimento della società borghese» svelata da Marx.

Il carattere anarchico della produzione capitalistica, che secondo questi signori è assente in URSS parche vi vige la pianificazione, si afferma e produce squilibri sempre più forti. Esso deriva dalla fame di plusvalore, dalla necessità (impossibile a realizzarsi) che l'accumulazione non si arresti mai, che spinge il capitale a continue trasformazioni delle tecniche di produzione, determinando così, altrettante trasformazioni nei rapporti sociali sulla direttrice di una generalizzazione del lavoro salariato. In altri termini il carattere anarchico della produzione capitalistica è insito nella forma di valore che assume il prodotto del lavoro umano. L'anarchia è dovuta, pertanto, al mancato controllo degli uomini sul prodotto del proprio lavoro, che gli si erge contro come merce, cioè sui rapporti sociali.

Da qui emergono i limiti della pianificazione nell'ambito della produzione capitalistica. Questa non può avere altro fine che la valorizzazione crescente del capitale, ma il movimento reale spinge nella direzione di una tendenziale riduzione della valorizzazione; o meglio si passa, ciclicamente, da una crescita ad una crisi che, con il succedersi dei cieli, diviene sempre più violenta. È in questo andamento reale che naufraga ogni piano. Se confrontiamo quanto afferma la pubblicistica sovietica con il piano di cui parla Marx, vediamo subito quale abisso separa le due concezioni. L'insegnamento di Marx chiarisce che il piano è il controllo degli uomini sul processo della riproduzione sociale. Questo controllo presuppone l'abolizione della forma di valore del prodotto del lavoro umano, quindi, la scomparsa della produzione di merci. È qui che si misura la differenza fra concezione materialistica e concezione idealistica della storia, fra decorso reale della società capitalistica e idea che se ne fanno coloro che ritengono eterna la forma mercantile dei rapporti fra gli uomini.

Nicola Di Matteo

(1) K. Marx - Per la critica dell'economia politica - Editori Riuniti - Roma 1969, pag. 5

(2) K. Marx - II Capitale, vol. I/3 - Editori Riuniti Roma 1970 pag. 28.

(3) Idem, III/I pag. 324.

(4) Cliff - Russia a marxist analysis - Ed. International Socialism - London 1964 - pagg. 120-128.

(5) Qui non possiamo non segnalare i cosiddetti critici di sinistra dell'URSS, per i quali l'esistenza del piano costituisce elemento di differenziazione della società sovietica rispetto a società di tipo occidentale; partendo da questa valutazione concludono che in URSS esiste una società che non è né capitalista né socialista (!!!), ma di transizione (dimenticando forse che anche il capitalismo è una forma sociale di transizione); dopo il 1965 costoro sembrano tutti d'accordo che questa transizione va ora in direzione di... una «restaurazione» del capitalismo. Non ci soffermiamo ulteriormente su questa tesi e sulle sue varie sfumature, la cui validità scientifica è nulla, ma contiamo di tornarci su in una prossima occasione, in quanto questo tipo di «analisi» riesce ad abbagliare molte persone, specialmente fra i giovani. Diversi sono i sostenitori di questa tesi, la cui articolazione più completa, e più recente riferita specificamente all'URSS, è quella di A. Carlo: La natura socio-economica dell'URSS, Giovane Critica, N. 26-1971.

(6) K. Marx - Lettera a Schweitzer del 24-1-1865 in Miseria della filosofia, Samona e Savelli Roma 1968 pag. 235.

(7) Per la definizione di rapporto sociale di produzione ricorriamo ancora una volta a Marx: «...nella produzione sociale della loro esistenza gli uomini entrano in rapporti determinati, necessari, indipendenti dalla loro volontà, in rapporti di produzione che corrispondono a un determinato grado di sviluppo delle loro forze produttive materiali». Per la critica, cit. pag. 5.

(7bis) È questa la legge del valore, svelata da Marx, che regola le società mercantili e, quindi, anche la società capitalistica.

(8) Con i limiti posti dall'esistenza del monopolio statale della domanda di forza-lavoro, su cui torneremo più avanti.

(9) International Labour Office - Year book of labour statistics, Geneve 1972, pag. 646.

(10) Banca Commerciale Italiana - Portolano economico dei paesi socialisti - 1972 pagg. 348/9.

Liberman parla di un ventaglio salariale di 1:10, e dice che le riforme del '65 tendono ad allargarlo. - V. in A. Carlo - copiatura cit. pag. 4.

(11) «Queste forme determinate di distribuzione presuppongono quindi determinate caratteristiche sociali delle condizioni della produzione e determinati rapporti sociali fra agenti della produzione. Un determinato rapporto di distribuzione è, di conseguenza, solo l'espressione di un rapporto di produzione storicamente determinato». Marx - 11 Capitale,pag. 289.

(12) «Lasciar sussistere il lavoro salariato e nello stesso tempo sopprimere il capitale è dunque una rivendicazione che si autocontraddice e si autodistrugge» Marx - Lineamenti fondamentali della critica dell'economia politica - La Nuova Italia Firenze 1968 vol. I pag. 296.

(13) Ch. Beacourt - Strutture et localisation du capital en URSS, in Economie et sociétés - serie Economie planifié - n. 2/68 pagg. 306/24.

(14) Perret-Gentil La paysannerie sovietique, in Economie et sociétés serie Economie P/anifié n. 2/3 1973 pag. 543 - Sui piccoli poderi dei sovcosiani v. nota 21.

(15) K. Marx. - Il Capitale cit. pag. 230, 111/3.

(16) Janossy in La fine dei miracoli economici - Editori Riuniti Roma 1974 - data il completamento della ricostruzione dell'economica sovietica al 1956.

(17) 60 anni di statistiche dell'URSS - ed. Italia-URSS Roma 1974 p. 54.

(18) Questo dato è parziale in quanto manca l'andamento della produzione capitalistica dell'agricoltura. Ma la validità dell'indicazione fornita è confermata, fra l'altro, dall'andamento del reddito nazionale, che in URSS è calcolato come somma di capitale variabile e plusvalore dei «settori produttivi» (industria agricoltura, trasporti di merci, commercio) - vedi Petrov, La distribuzione del reddito nazionale in URSS in La distribuzione del reddito, acura di S. Ricossa, 11 Mulino Bologna 1972, pagg. 72/73 - questo passa da una crescita dell'11,3% media, anni del periodo 51/55, ad una crescita del 9,2%/anno del periodo 56/60, e ad una crescita del 6,5%/anno del quinquennio 61/65 v. 60 anni di statistiche... cit. pag. 54.

(20) F.A. Durgin - Quantitative, structural and institutional changers in soviet agricolture during the Kruscev era - in Ec. ct sociétés serie Ec. planifié - Mai 1966 pag. 112.

(21) Dagli inizi degli anni '60 va assumendo sempre maggiore importanza la produzione, in particolar modo l'allevamento, sui piccoli poderi sovcosiani e sui poderi -appartenenti ad operai e impiegati di imprese extragricole. La superficie coltivata da questi ultimi è quasi pari a quella dei piccoli poderi colcosiani. Vedi: Waedekin - Le secteur prive dava l'agricolture sovietique in Revue de fast, ed. CNRS Paris n. 2/73 pag. 85.

(22) E. Menevich - Ways of improving the utilization of manpower traduzione da Voprsy ekonomiki n. 12/73 in Problems of economics - Ione 74. - pag. 4.

(23) Waedekin - Le secteur prive... cit. Pagg. 98/100.

(24) Waedekin - Manpower in soviet agricolture, in Soviet Studies January 69 pagg. 268/293.

(25) Alla fine degli anni '60 il livello dei servizi per persona per la popolazione rurale era 3,3 volte più basso rispetto al livello dei servizi per la popolazione urbana. V. Maikov - Labour resources in the 9th five-year plan - Sotsialisticheskij trud N. 473 taradotti in Problems of economics - February 74 pag. 34.

(26) Durgin cit. pag. 124.

(27) Non disponiamo di dati sul periodo in esame: ma sappiamo che alla fine degli anni '60 il costo di produzione del grano varia, a seconda dei terreni, tra 15 e 150 rubli per tono. Lo Stato si appropria solo in minima parte di questa differenza attraverso la riduzione dei prezzi di acquisto fino al 47% per il grano prodotto sui terreni migliori. V. Wilczynski - L'economia dei paesi socialisti, II Mulino Bologna 1973 pag. 148.

(28) M. Burnestein - Soviet price theory and policy in the soviet economy Bornestein and Fusfeld editors - lrwin 1970 pag. 120.

(29) Nel periodo 53/58, su un valore complessivo di vendite allo Stato pari a 39 miliardi di rubli, 23 miliardi derivarono dall'aumento dei prezzi. V. Mula - Einancing the modernization of colcos - in The Soviet rural community, University of Illinois press Chicago 1971 p. 291/4.

(30) D. Bronson - Revolution in Farm household income in Soviet rural community cit. pag. 234.

(31) Gli impieghi totali in conto capitale posti uguali a 100 nel 1953 diventano 288 nel 1958 - v. Millar cit. pag. 293.

(32) I pagamenti complessivi in danaro ai colcosiani posti uguali a 100 nel 1952 diventano 331 nel 1958 - v, Minar cit. pag. 293.

(33) 60 anni di statistiche... cit. pag. 54.

(34) Aymard-Faillebin Progrès et frein de l'agriculture Kazakh in Economie et sociétés N. 2/68 cit. pag. 204.

(35) Ciò sia perché all'indomani della morte di Stalin, con le lotte per il potere ancora in corso, era poco opportuno prendere misure in questa direzione, e sia perché un aumento dei prezzi al dettaglio avrebbe comportato una riduzione nella domanda di beni di consumo con risultati ugualmente negativi per il settore statale.

(36) Basti segnalare che nel 1957 il capitale fisso per addetto era di 3.000 rubli nell'agricoltura colcosiana, contro i 44.000 rubli dell'industria. V. Strumlin - Il passaggio dal socialismo al comunismo - Einaudi Torino 1961, pag. 71.

(37) La crescita della domanda di mezzi di produzione trova un vincolo nella proprietà statale dei macchinari agricoli. Sulla crescita della domanda di beni di consumo non disponiamo di dati per il periodo 54/58, sappiamo però che nel decennio 51/60 le vendite al dettaglio pro capite crescono, in campagna dell'8,1% per anno, contro una crescita del 6,3% per anno nelle città. '60 anni di statistiche - cit. pagg. 9 e 355. È chiaro che il tenore di vita della popolazione rurale, e quindi la domanda di beni di consumo, non crescono immediatamente al crescere del reddito monetario, ma occorre che si sviluppino servizi, infrastrutture, ecc. che sradichino concezioni secolari del mondo contadino; con queste trasformazioni la produzione capitalistica le realizza in misura assai inferiore rispetto allo sviluppo nella città.

(38) 60 anni di statistiche... cit. pag. 340.

(39) Strumlin - L'economia sovietica, Ed. Riuniti Roma 1961 pagg. 223/257 v. anche Dobb -Teoria economica e socialismo, Ed. Riuniti 1974 pagg. 335/344, e Lavigne - Le capital dans l'eco-nome sovietique Paris 1961 pagg. 296/317.

(40) 60 anni di statistiche... cit. pagg. 54, 327 e 299.

(41) Questo dato è convalidato dal fatto che nello stesso periodo il salario reale medio cresce del 3% per anno,mentre la produttività del lavoro, cioè il rapporto fra capitale variabile più massa di plusvalore e il numero di occupati nell'industria, cresce del 6,8% per anno. Fonte: Pavlevski - Le niveau de vie en URSS in Economie et sociétés, serie Ec. Planifié, N. 2/69 Pagg. 337/9.

(42) 60 anni di statistiche... cit. pag. 54, e A. Nove - Cyclical fluctuations under socialism, in Is the business cycle obsolete? Profenbrenner editor, Wiley New York 1969, pag. 289.

(43) Va ricordato che la massa di plusvalore è data dal prodotto tra il saggio di plusvalore e la massa di forza-lavoro;ora, nel periodo 55/58 si riduce l'esodo dalle campagne e l'incremento dell'occupazione nei servizi è maggiore dell'incremento dell'occupazione nei o settori produttivi A. V. ONU The european economy from the 1950s to the 1970th, New York 1972, pag. 11.

(44) Nel quinquennio precedente, rispetto al quinquennio 46/50 gli incrementi erano stati, rispettivamente del 61 e del 106%. V. 60 anni di statistiche... cit. pag. 299.

(45) (46) K. Fritzlyon - Plan and prediction, in Soviet Studies Ottobre 1969 pagg. 181/6.

(47) J.P. Salde/ - Calcul economique et commerce exterieur de l'URSS, in Cahiers de l'ISEA, serie Ee. Planifié, Avril 62, pagg. 90/92. Va, inoltre, segnalato che nel quinquennio 56/60 la produzione industriale di beni di consumo cresce dell'8,6% per anno contro una crescita del 12,1% per anno del quinquennio precedente. V. 60 anni di statistiche...cit. pag. 54,

(48) «Lo stato deve accumulare moneta perché il giro salario-merci-denaro possa non arrestarsi. A. nordica - Struttura economica e sociale della Russia d'oggi, Ed. Centra Milano 1966, vol. Il P. 408.

(49) Nel quinquennio 54/58 la produzione agricola cresce del 50% rispetto al 1953, mentre l'incremento della popolazione urbana è del 19,2%, e di quella rurale dell'1,3%. V. 60 anni di statistiche,- cit. pagg. 9 e 54.

(50) Nel periodo 59/64 la produttività del lavoro cresce del 62% per anno, i salari reali del 2.2% anno. V. Pavievski, pag. 353 e Beacourt, cit. pag. 33g.

(51) Nel biennio 59/60 una forte percentuale del macchinario agricolo restò inutilizzata per mancanza di manutenzione e riparazioni; inoltre nel periodo 59/63 la produzione di macchine agricole venne ridotta e ne fu accresciuta l'esportazione. V. I.P. baltici - di. pag. 57, e Beacourt - cit. nag. 385.

(52) Nel 1959 il reddito medio giornaliero dei colcosiani si ridusse del 15%, e solo nel 1962 ritornerà al livello del 38. Fonte: Bronson Krueger - Revolution in... cit. pag. 234,

(53) Nel quadriennio 61/64 gli investimenti dei colcos crebbero solo del 12% rispetto al quadriennio precedente. Fonte: 60 anni di statistiche cit., pag. 299.

(54) 60 anni di statistiche... cit. pag. 54.

(55) idem. Ancora maggiore è la caduta del saggio di crescita del reddito nazionale, dal 10,9% del quinquennio 54/58, al 6,8% del quinquennio 59/63. Fonte: idem.

(56) Fonte 60 anni di statistiche... di. pag. 58. International labour office, 1973, cit, Beacourt-Main d'oeuvre potentielle et emploi regional en URSS, Cahiers de l'ISEA, serie Ec. Planifié, Decembre 1966, pag. 48, Wilcrinski - SodMist economie development, Mai, 1972, pag. 139.

(56bis) 60 anni ... cit. pag. 54.

(57) 60 anni ... cit. pag. 4/5. Nello stesso periodo la redditività delle imprese commerciali (calcolata in rapporto alla cifra d'affari) si riduce del 44%. Fonte: idem pag. 369.

(58) V. Marx - Lineamenti... cit. vol. I pagg. 329-338; ed anche Rosdolsky - Genesi e struttura del capitale di Marx Laterza Bari 1971, pagg. 274/8 e 470/4

(59) Un sintomo lo si può rintracciare nell'aumento del capitale fisso per addetto nell'industria del 71% nel periodo 59/63 contro una crescita del 57%, sempre per anno, del quinquennio precedente. Questo andamento si inverte a partire dal 1961 e culminerà con la crescita del solo 2% anno nel biennio 63/64. Fonte: Beacourt, Structure et... cit. p. 338.

(60) 60 anni di ...cit. pag. 418; Beacourt, pag. 313.

(61) Beacourt cit. pag. 361.

(62) Fritzlyon - Plan and prediction cit. pagg. 182-91.

(63) Non parliamo qui del dominio politico e quindi commerciale esercitato nei confronti dei paesi dell'Est europeo e in alcuni paesi sottosviluppati in quanto questo è un tratto comune con i paesi occidentali.

(64) «La grandezza dell'accumulazione è la variabile indipendente, la grandezza del salario quella dipendente, non viceversa» Marx Il Capitale, cit. 1/3 pag. 68,

(65) Bornestein, pag. 129.

(66) Al 1965 le differenze regionali fra le retribuzioni dei colcosiani erano di 1 a 51 sul ventaglio delle retribuzioni in funzione della gerarchia all'interno dei colcos, possiamo dire che al 1965 il personale amministrativo costituiva il 13% della popolazione colcosiana ed assorbiva il 43% dei fondi destinati alla remunerazione del lavoro. In alcuni colcos la paga del presidente è 30 volte la paga di un colcosiano medio. V. Pavleski, cit., pagg. 376-379.

(67) Nè la parte di salano distribuita dai fondi di consumo sociale consente n livellamento fra questi due tipi di reddito. V. Bronson & Krueger, cit., 60 anni di Statistiche... p. 318

(68) M. Lavigne - Les economie socialides soviétique et éuropéennc, Armand Colin Paris 1970, pag. 313 e segg.

(69) 60 anni di statistiche... cit. pagg. 54 e 415.

(70) idem, pag. 54

(70bis) Questa lotta molto dura ha determinato finora avanzate e battute d'arresto nell'applicazione della riforma economica; essa è dovuta, principalmente, alla tenace opposizione di chi, con l'applicazione della riforma economica perde privilegi e potere.

(71) Nel periodo 66/70 gli addetti sono calati di 1200.000 unità, cui vanno aggiunti i lavoratori sui piccoli poderi, giovani, ecc. Fonte: 60 anni... cit. pag. 259.

(72) V. discorso di Breznev della fine '73, citato in Politica ed Economia N. 1/1974, pag. 157, nel corso del quale viene rilevato, con preoccupazione, l'andamento continuamente decrescente del tasso di incremento della forza lavoro industriale.

(73) ONC - Bulletin economique por l'Europe Vol. 20 N.Y. 1968, Vol. 25/1974, pagg. 2241.

(74) idem.

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