La crisi economica e le cause della disintegrazione jugoslava

Premessa

Solo apparentemente la questione della ex Jugoslavia sembra essere complessa e intricata. A renderla tale agli occhi dell'opinione pubblica e del proletariato internazionali sono state le cortine fumogene che le borghesie europee e quella d'oltre oceano hanno sapientemente steso sul dramma di milioni di jugoslavi, facendo passare l'egoismo delle borghesie regionali belligeranti come una inevitabile conseguenza della composizione etnica e religiosa, e il loro intervento armato, inequivocabilmente imperialistico, quale necessaria prassi militare, dopo che la recita delle soluzioni negoziali era andata esaurendosi.

Nonostante i quattro anni di guerra civile e il pesante intervento militare americano sotto le bandiera della Nato, la tesi corrente, che vorrebbe spiegare la crisi prima e la dissoluzione poi della Jugoslavia, rimane ancorata alle pretestuose ragioni etnico religiose, nonché alla incapacità del presunto socialismo autogestito di titina memoria a reggere sullo scenario storico, alla pari del socialismo del fratello, o cugino maggiore, sovietico.

Come al solito, tra le fumisterie borghesi e la reale dinamica dei fatti il solco è profondo. Per quanto riguarda l'ultimo problema, la presunta caduta di una esperienza socialista, autonoma, eterodossa rispetto a quella sovietica, non intendiamo riprenderne la critica rimandando a quanto già analizzato per la crisi e la caduta del socialismo reale sia nella versione del capitalismo di stato moscovita che di altre analoghe esperienze. In esame non è la natura dell'economia jugoslava, capitalistica sotto tutti i punti di vista, primo fra tutti quello tra capitale e forza lavoro, ma le cause che hanno determinato la sua crisi economica, il suo smembramento, la guerra civile tra le maggiori componenti statal-regionali, e l'intervento delle grandi potenze.

Come sempre, ciò che ha messo in moto il processo di disgregazione della Jugoslavia, va ricercato nei meccanismi economici, nel potere dirompente delle crisi, nei legami produttivi e finanziari con il resto del mercato capitalistico internazionale, e solo successivamente si possono collegare le istanze nazionalistiche delle borghesie regionali, il richiamo all'etnia o al confessionalismo. Sia l'aspetto religioso, peraltro poco sentito tra le popolazioni jugoslave, che quello etnico, abbondantemente sopito durante i cinque decenni post bellici, sono assurti a fenomeno politico rilevante, a discriminante nel campo bellico, nel momento in cui le piccole, ma avide borghesie di stato, hanno ritenuto giunto il momento di staccarsi dal governo centrale di Belgrado, per giocare in proprio la carta delle privatizzazioni, del "libero" mercato, sollecitate dalla crisi economica interna e dalle sirene finanziarie di Austria e Germania. Ma per operare lo "strappo" da Belgrado, per conquistarsi sul terreno la legittimità a essere Stato, per ergersi a piccola classe dominante, autonoma e indipendente, occorreva convincere centinaia di migliaia di proletari, di contadini e di lavoratori che essere croati, sloveni o bosniaci, che appartenere alla comunità cattolica, ortodossa o mussulmana, era il segno dell'appartenenza alla nuova identità statale, alla riconquistata nazionalità. Da sempre le borghesie, piccole o grandi, nel momento in cui si sono trovate nella condizione di dover risolvere i loro interessi sul piano della forza, con lo scontro diretto, con la guerra, hanno fatto ricorso alle idealità nazionalistiche, etniche o religiose, pur di avere carne da cannone da immolare sull'altare dell'egoismo di classe.

Centinaia di migliaia di profughi, decine di migliaia di morti, stupri e pulizie etniche, violenze e nefandezze di ogni genere si sono perpetrati in nome dell'identità razziale e religiosa, si sono apparentemente proposti quali cardini ideologici della guerra di tutti contro tutti. In realtà, togliendo la sottile crosta di strumentalità e di ipocrisia, anche per un cieco sarebbe risultata chiara la determinazione delle varie borghesie locali ad amministrare in proprio le vere o presunte opportunità economiche che sarebbero derivate dallo scioglimento della federazione jugoslava. Il tutto, ovviamente, anche a costo del conflitto armato, dei suoi costi umani e sociali e con il beneplacito degli organismi internazionali.

Era del tutto evidente che, come per le repubbliche della ex Unione sovietica, il nazionalismo, il regionalismo storico ed economico, l'appartenenza a questa o quella etnia, a una confessione religiosa o l'identificarsi con le vicende di una popolazione, con i suoi recenti passati storici, sarebbero state le coordinate sulle quali muovere piccoli eserciti in difesa di piccoli interessi. Era del tutto normale che la crisi del "socialismo" autogestito avrebbe partorito una miriade di organizzazioni partitiche accomunate da una unica ideologia, quella del liberalismo politico ed economico, sulla scorta dell'influenza ideologica dell'occidente vittorioso. Ma non era del tutto ovvio ritenere che questi fattori socio-politici fossero alla base della crisi jugoslava, anzi è vero il contrario. Le valenze etniche e religiose, come l'esasperato nazionalismo, L'ideologia neo liberaleggiante e tutto l'armamentario culturale e sciovinistico di recente produzione, rappresentano gli effetti della crisi jugoslava, o nel migliore dei casi, i modi attraverso i quali la crisi si è espressa.

Le cause della disgregazione jugoslava

Non tutte le crisi economiche portano con sé la distruzione delle società che colpiscono, ma non c'è crollo sociale, soprattutto se repentino e lacerante, che non abbia alla base una grave crisi economica. Le strutture sociali non crollano perché viene meno una categoria istituzionale importante, un personaggio di rilievo o perché le sue componenti entrano spontaneamente in fibrillazione, se la base materiale del suo essere non viene attraversata da gravi e profonde devastazioni economiche. Ciò è quanto è avvenuto nella terra degli Slavi del sud.

La crisi, che prima ha corroso e poi devastato il debole impianto economico jugoslavo, ha preso le mosse agli inizi degli anni settanta. È la stessa che ha travagliato ben altri segmenti del capitalismo internazionale come quello sovietico, americano ed europeo. È quella crisi che, partita dagli Usa, si è estesa attraverso gli infiniti canali del mercato commerciale e finanziario e che ha segnato la fine di una fase storica, "progressista" in termini di sviluppo, per aprirne un'altra, quella attuale, in cui il ciclo economico si esprime attraverso crisi sempre più ravvicinate e più profonde. Dove le riprese sono più brevi e le solite contraddizioni dei rapporti di produzione capitalistici sempre meno gestibili, dove la tecnologia crea povertà e la disoccupazione è diventata un dato costante del capitalismo moderno.

Gli inizi degli anni settanta hanno rappresentato la fine del grande processo di accumulazione internazionale apertosi con la chiusura della seconda guerra mondiale, e contemporaneamente, hanno gettato le economie capitalistiche, tutte, anche se a diversi livelli e con intensità ineguali, nel baratro della legge della caduta del saggio medio del profitto, con tutte le difficoltà di valorizzazione del capitale che questa comporta. Chi ha resistito lo ha potuto fare attraverso l'ingigantimento del debito pubblico, la finanziarizzazione delle crisi, il decentramento della produzione in aree che garantissero gli extra profitti, con lo spettacolare aumento dell'esportazione del capitale finanziario e la contrazione del costo del lavoro sul mercato interno. Chi non è riuscito in tutto questo, perché non attrezzato sul piano tecnologico e finanziario, perché imperialisticamente troppo debole, ha visto impotente, la propria economia deperire progressivamente sino alla distruzione pressoché completa, con tutte le conseguenze sociali del caso.

Nella prima categoria di paesi possiamo elencare le economie capitalistiche occidentali, Usa ed Europa in testa, nella seconda i paesi a capitalismo di stato, o a economie pianificate, Jugoslavia compresa, anche se il suo "socialismo", ovvero la sua pianificazione, presentava non poche differenze da quella sovietica. E come da legge fisica, i vasi di coccio si sono rotti per primi, mentre quelli di ferro resistono in tregua armata saccheggiando le aree economiche più immediatamente disponibili, le tasche dei rispettivi proletariati, in attesa di una prossima recessione con scontri diretti sempre più ravvicinati.

Il travaglio jugoslavo, come abbiamo detto, inizia sull'esordire degli anni settanta. Precedentemente, sotto Tito, dopo lo storico strappo da Mosca, il capitalismo di stato "autogestito" aveva goduto di una relativa tranquillità e sviluppo. Anche se a ritmi lenti e a bassa intensità l'estorsione di plus valore aveva mantenuto un tasso accettabile, i saggi del profitto erano sufficientemente remunerativi, al pari dei paesi europei a medio-bassa industrializzazione come la Grecia e il Portogallo. I guai sono incominciati ad arrivare all'impatto con l'inversione di tendenza del capitalismo internazionale. Nelle due grandi aree, quella del rublo e quella del dollaro gli indici statistici hanno imboccato la strada della decadenza. In Urss, a partire dal 1970, per ogni piano quinquennale, il Pil è cresciuto a un tasso medio del 2% in meno. La redditività degli impianti del settore industriale del -3% e le produttività dell'intero sistema economico del -2,8%.

Negli Usa, l'amministrazione Nixon, è stata costretta a prendere le storiche misure del 15 agosto 1971. Per la prima volta nella sua storia economica dalla fine della seconda guerra mondiale, gli Stati uniti registrano un deficit nella bilancia dei pagamenti con l'estero. Le scorte auree sono diminuite del 50%, la presenza sul mercato commerciale internazionale inizia a patire la maggiore competitività del Giappone e della Germania sino al punto che il capo dell'esecutivo è costretto a imporre una tassa del 10% su tutte le merci di importazione, la svalutazione del dollaro e la dichiarazione della sua inconvertibilità in oro.

Questi gli esordi. Dopo venticinque anni di amministrazione delle proprie contraddizioni gli Usa si sono trovati all'interno di una crisi economica pressoché costante, con spaventosi deficit sia nella bilancia dei pagamenti con l'estero che nella amministrazione federale, con un debito pubblico pari al 50% del PII. Nello stesso periodo lo stato sociale e quello assistenziale, peraltro mai particolarmente sviluppati, sono stati completamente smantellati. In quello che ancora oggi viene considerato il paese più ricco del mondo, i pensionati sono sull'orlo della fame, si cura soltanto chi dispone di mezzi economici, per gli altri, che sono la quasi totalità della popolazione, la malattia significa indebitamento o morte. In quindici anni, dalle amministrazioni Reagan in avanti, su una popolazione di 250 milioni di abitanti, 40 sono poveri, diseredati che sopravvivono al di sotto della soglia minima di sussistenza. Per reggere alla sempre più esasperata competizione del mercato, sia commerciale che finanziario, gli Usa sono stati costretti a combattere la più importante guerra dopo il tremendo episodio del Vietnam, quella del Golfo, per il controllo del petrolio e hanno chiuso con una rete protettiva (il Nafta) tutto il mercato nord americano. Guerre e protezionismo, fame e disoccupazione accanto a una enorme concentrazione della ricchezza e a una potenzialità tecnologica che non ha riscontri nella storia, sembrano essere il futuro nel campo occidentale.

Sul fronte orientale le cose sono andate peggio. La crisi economica progressiva, l'insopportabile peso del militarismo hanno spezzato le strutture portanti del capitalismo di stato, creando le condizioni politiche del crollo dell'Unione sovietica.

Per la piccola Jugoslavia, a metà strada economica e geografica tra i due blocchi, il percorso è stato più simile a quello sovietico che a quello occidentale. Il Pil comincia a crescere a ritmi ridotti proprio a partire dagli inizi degli anni settanta. Di pari passo sono andati gli investimenti e il saggio di produttività sia nell'industria che nell'agricoltura. Dal 1980 in avanti il Pil è diminuito mediamente dell' l % all'anno. Il debito estero è salito vertiginosamente sino a rappresentare un fardello insopportabile. Questa la progressione: 1970 tre miliardi di dollari di debito; nel 1977 salgono a 12; sono 16 i miliardi nell'85, ben 20 nel 1990 alle soglie della disgregazione.

Il biennio 1989-90 è stato fatale. La produzione industriale precipita a un -10% annuo, -3% nel settore agricolo. Migliaia sono le fabbriche che chiudono. I disoccupati salgono a un milione e mezzo, il 25% della popolazione attiva. L'inflazione pari al 100% nel 1980, sale al 1200% nel 1989 e al 2000% nel '90. È lo sfascio. In più la crisi del Golfo dell'agosto 1990 aggrava ulteriormente la situazione togliendo le forniture petrolifere che la Jugoslavia riceveva proprio dall'Iraq e dal Kuwait.

Il governo centrale di Belgrado ha tentato di correre ai ripari con una serie di misure tanto gravi, impopolari, penalizzanti il mondo del lavoro e l'autonomia della varie repubbliche, quanto inefficaci. In primo luogo ha liberalizzato gli investimenti esteri cercando di dare vita a una serie di joint ventures con l'obiettivo dichiarato di facilitare l'ingresso ai capitali finanziari e alla tecnologia stranieri. La manovra non è riuscita, non tanto perché la Jugoslavia, soprattutto le repubbliche del nord come la Slovenia e la Croazia, non fosse appetibile per le mire del marco e della strapotenza produttiva della Germania, ma perché le vicende internazionali (riunificazione tra le due Germanie e guerra del Golfo) e la scarsa affidabilità del traballante regime politico, avevano dirottato altrove gli investimenti europei e tedeschi in particolare.

In secondo luogo si è tentato di concedere alle imprese una maggiore autonomia gestionale rispetto al Piano, autonomia finanziaria, manageriale, di reperimento delle materie prime e commerciale, come se la causa prima della profondissima crisi economica risiedesse nel Piano e nelle sue reali o presunte soffocanti negatività, e non nelle difficoltà di valorizzazione del capitale indigeno alle prese con problemi di competitività sul mercato internazionale.

Anche questa misura, peraltro tardiva, ha lasciato le cose esattamente come stavano per quanto riguardava la struttura economica e i suoi problemi, modificando soltanto esasperandola, la concorrenza interna tra capitali, settori produttivi, nomenklature e repubbliche.

La terza misura, di ordine finanziario, consisteva in un congruo aumento delle tasse e dei "contributi" che tutte le repubbliche dovevano versare al centro per risanare la finanza pubblica, per pagare il servizio sul debito contratto con gli organismi finanziari internazionali, e quale contributo delle repubbliche più ricche in favore dello sviluppo di quelle più povere.

L'ultima misura, quella più carognesca, riguardava il congelamento dei salari "sine die" oltretutto, in un momento in cui il 25% della popolazione attiva era disoccupata, lo stato sociale in smantellamento e quello assistenziale ormai assente da anni.

Le quattro misure, calate una dietro l'altra nello spazio di pochi mesi, tra la fine del 1989 e gli inizi del 1990, non solo non hanno, come abbiamo visto, sortito effetti positivi per l'economia nazionale in vertiginosa e inarrestabile discesa verso il collasso totale, ma si sono incaricate di esasperare le tensioni sociali e inter repubblicane. Contro il blocco dei salari, centinaia di migliaia di lavoratori sono scesi nelle piazza su tutto il territorio nazionale. Nel solo 1989 si sono registrati 1700 scioperi nel settore industriale. Nelle zone più depresse, come il Kossovo, la Macedonia e l'Erzegovina, disoccupati e agricoltori hanno inscenato violente manifestazioni che hanno costretto il governo centrale di Belgrado a intervenire con la forza pubblica e l'esercito.

Mentre la profondità della crisi, l'esasperazione della concorrenza tra le repubbliche più ricche e quelle più povere, l'aumento dei contributi da pagare a Belgrado e gli interessi crescenti da pagare sul debito estero hanno incominciato a innescare quel processo di centrifugazione degli interessi periferici rispetto al centro che di li a pochi mesi, grazie anche al concorso di fattori esterni, si è trasformato in vera e propria secessione.

È avvenuto cioè, che vecchi rancori, non del tutto sopiti tra serbi e croati, tra le repubbliche più ricche del nord e quelle più povere del sud, tra tutte le repubbliche e la Serbia, nella crisi economica hanno trovato un fertile terreno di coltura.

Le borghesie di stato repubblicane, con maggior intensità quelle del nord, con qualche titubanza quelle del sud, hanno incominciato a pensare che, uscire dalla federazione jugoslava, tagliare il cordone ombelicale con Belgrado, non solo faceva risparmiare a loro notevoli quantità di capitale finanziario che si sarebbe potuto investire produttivamente invece che scomparire nelle casse del governo federale, ma sarebbe stata la condizione per uscire definitivamente dalle gabbie della economia di piano e il mezzo più celere per agganciarsi alle economie dell'Europa occidentale. Ovvero per le nomenklature di Lubiana, Zagabria o Sarajevo, la secessione da Belgrado, dalla decennale serbo centrica amministrazione della Jugoslavia, significava la privatizzazione dei mezzi di produzione, la individualizzazione dei profitti, e la possibilità di trasformare il proprio proletariato in una più efficace fonte di creazione di plus valore grazie all'afflusso di capitali stranieri e di tecnologia occidentali.

Solo a questo stadio dell'evolversi degli avvenimenti, quando i parlamenti repubblicani in rapida successione, uno dietro l'altro, hanno votato lo scioglimento del partito unico, le libere elezioni e con i nuovi governi le secessioni l'essere croato, sloveno o bosniaco mussulmano, è diventato lo strumento ideologicamente più adatto per giustificare la separazione degli interessi delle varie borghesia repubblicane rispetto al governo centrale, all'essere serbo.

Le secessioni

Come sempre è l'interesse economico, l'interesse della classe dominante a fare da perno alle vicende sociali, perno tanto più fisso e determinante quanto maggiori sono gli stimoli e le sollecitazioni che provengono da una situazione di crisi economica. Il resto, tutto il resto - il nazionalismo, l'etnia, il confessionalismo religioso - altro non sono che gli strumenti di realizzazione di questi interessi. Un esempio su tutti, quello sloveno. Ai futuri dirigenti del governo di Lubiana, tutti provenienti dalle file della Lega dei comunisti, non andava, in una pesante situazione di crisi economica, di foraggiare la Serbia con un rincaro delle tasse, con sovvenzioni alle repubbliche più deboli, tasse e sovvenzioni che una volta arrivate a Belgrado non si sapeva che fine facessero. Non solo non accettavano di vedersi stornare quote di capitale finanziario che avrebbero potuto essere impiegate produttivamente all'interno della propria repubblica, ma ritenevano che la secessione da Belgrado potesse avvantaggiare la loro economia in virtù di una serie di fattori positivi che si sarebbero moltiplicati con la secessione o che si sarebbero depressi se la Slovenia avesse continuato a rimanere all'interno della Federazione jugoslava. Senza contare che la secessione era la condizione perché in Slovenia arrivassero capitali da parte di Austria e Germania.

Un primo fattore era rappresentato dal fatto che, pur nella gravità della crisi che di lì a poco avrebbe distrutto l'intera Jugoslavia, la repubblica più a nord, attaccata all'area geo economica più importante d'Europa, già da qualche tempo sensibile ai richiami del marco tedesco, la situazione economica non era così grave come nel resto del paese. Con solo 1'8% della popolazione la Slovenia creava il 22% del Pil, alla pari circa con la Croazia e la Serbia, ma con un numero di abitanti nettamente inferiore, e di tre volte superiore a quello della altre repubbliche. Nel biennio cruciale, 1989-90 il suo tasso di disoccupazione non superava l'1% a fronte del 25% nazionale.

Sempre nel medesimo periodo (1989) nasce a Lubiana la prima Borsa di valori mobiliari di tutta la Jugoslavia con una capitalizzazione di 20 miliardi di dollari. Certamente poca casa in confronto alle Borse mobiliari europee, ma ai futuri dirigenti della repubblica slovena non era sfuggito il fatto che lì e non altrove era nata una Borsa, che solo In una Slovenia autonoma ci sarebbe stato un futuro finanziario più consistente, e che comunque le prime "conquiste" del libero mercato lì erano nate, lì dovevano proseguire ma alla condizione di non essere oppresse dal centralismo di Belgrado.

Un altro dato riguardava le poche joint ventures che nella seconda metà degli anni ottanta si erano create in Jugoslavia. Di 217 società a capitale misto ben 1'80% si era stanziato in territorio sloveno. Ovvie le ragioni: la Slovenia aveva, rispetto alle altre repubbliche, un enorme vantaggio agli occhi dei primi e titubanti imprenditori tedeschi, austriaci e italiani. Una buona affidabilità politica, in quanto distante da Belgrado, una vicinanza geografica alla parte meridionale del mercato mitteleuropeo e un minimo di infrastrutture su cui far viaggiare i traffici commerciali. Ma anche questo per la nomenklatura di Lubiana era un chiaro invito alla secessione come il discreto afflusso di capitale finanziario proveniente da occidente con una particolare incidenza da parte dell'area germanica. Su 430 milioni di dollari arrivati in Slovenia tra il 1985 e il '90 ben 165 erano tedeschi, 10 austriaci e i restanti dagli altri paesi europei, Italia inclusa.

È in questo clima di relativa stabilità nella crisi e "ricchezza" di prospettive che matura nel dicembre del 90 l'idea della secessione, con i suoi orpelli nazionalistici, etnici e religiosi. Finalmente per i direttori di banca, i direttori di impresa, gli imprenditori privati, i burocrati repubblicani la nomenklatura politica e militare, si apriva la possibilità, sganciandosi da Belgrado, di sopportare al meglio il peso della crisi economica, di entrare in possesso a basso prezzo delle imprese federali attraverso un celere processo di privatizzazione, di trasformare con l'aiuto finanziario e tecnologico austro-tedesco il proprio proletariato in una più remunerativa fonte ci profitti, di passare da gestori del capitalismo di stato pianificato, in gestori capitalistici privati. Ed ecco spuntare all'improvviso uno strano, vecchio, armamentario nazionalistico pre prima guerra mondiale. Nelle mani della neonata borghesia privata slovena si elaborano i distinguo linguistici autoctoni dal serbo-croato; l'etnia slovena, pur appartenendo a quella degli Slavi del sud acquista una sua specificità illirica che la rende "unica" nel panorama degli altri slavi. L'essere cristiano cattolico diventa la bandiera dell'indipendentismo sloveno nei confronti del cristianesimo ortodosso serbo. Si punta ai fattori idealistici, nazionalistici, etnici e religiosi con una intensità direttamente proporzionale alla crisi e ai vantaggi economici da salvaguardare o da conquistare.

La secessione croata presenta le medesime cause sebbene con caratteristiche diverse. Anche per la borghesia di Zagabria il distacco da Belgrado sembrava essere la migliore delle soluzioni alla propria crisi e contemporaneamente il più funzionale presupposto alla salvaguardia di una serie di piccoli vantaggi produttivi e finanziari che si erano costituiti nel corso degli anni in terra dalmata, ma che la permanenza nella Federazione e l'insaziabile serbo centrismo di Belgrado, reso ancora più aggressivo dalle conseguenze della crisi economica, avrebbero potuto cancellare.

La Croazia vantava la più elevata concentrazione produttiva di tutta la Jugoslavia. Sul suo territorio operavano imprese siderurgiche, metalmeccaniche e di materiale edile. Imprese per la lavorazione del legname, produzione di cellulosa, cartiere, eccetera. Ma la "ricchezza" della Croazia risiedeva nella cantieristica dei due porti dalmati, quello di Rijeka e quello di Split, nella presenza di petrolio in Slavonia orientale con la relativa industria petrolchimica di derivazione. La crisi economica, oltre alle tasse e ai contributi per le repubbliche più povere che prendevano la strada di Belgrado, oltre a esasperare il contenzioso sulle quote del servizio sul debito estero, aveva aumentato le pressioni serbe sulla amministrazione delle ricchezze croate, petrolio in testa, diventato oltretutto, dopo la crisi del Golfo dell'agosto 1990, materia di contenzioso tra Zagabria e il Centro.

La speranza croata risiedeva nella illusione che, una volta operato lo strappo da Belgrado, con l'aiuto della Germania, la sua economia si integrasse con quella dell'Europa centrale e usufruisse degli spazi di mercato che precedentemente le erano inibiti. Sempre nel campo delle illusioni, il progetto forte risiedeva nella aspettativa che i suoi porti dalmati potessero diventare, nello spazio di pochi anni, un importante punto di riferimento nell'Adriatico e sfogo meridionale dell'apparato commerciale tedesco.

La risposta della Serbia non si è fatta attendere, timida nei confronti della Slovenia, più aggressiva contro la Croazia. Belgrado, con la sua concezione Serbo-centrica della Federazione Jugoslava, interpretava come una congiura provocatoria perpetrata ai suoi danni ogni istanza di secessione. Sul piano degli interessi economici, dell'unità nazionale e del diritto interno, non poteva tollerare che le repubbliche periferiche uscissero dalla sua giurisdizione, o che una volta compiuto l'atto non pagassero pegno. Lasciata al suo destino la Slovenia, geograficamente troppo distante, militarmente troppo vicina a possibili rifornimenti europei, la Serbia ha punito le ambizioni secessionistiche della Croazia, armando e sorreggendo finanziariamente i serbi di Croazia sino alla loro conquista della Krajina (Repubblica serba di Knin), terra di ricchezze agricole e di petrolio. Poca cosa in assoluto, ma importantissimo bottino per la stracciona borghesia serba e per la sua appendice in terra croata e monito per le altre repubbliche qualora avessero l'intenzione di percorrere lo stesso percorso secessionista aperto da Slovenia e Croazia, monito peraltro scarsamente efficace vista la successiva guerra civile in Bosnia Erzegovina.

Le responsabilità di Austria e Germania nel processo di secessione

Va preliminarmente detto che, nel fatidico 1990, quando maturano le condizioni per le secessioni delle due repubbliche del nord, l'attenzione delle grandi potenze europee e non, era rivolta altrove. L'Urss di Gorbacev, distrutta dalla più grave crisi economica della sua storia e travagliata da una feroce lotta politica, sull'orlo dello sfascio che arriverà soltanto un anno dopo, non poteva certamente interessarsi a quello che stava per succedere nella periferica Jugoslavia, tenuto conto anche del fatto che lo stesso Gorbacev aveva provveduto a prendere le distanze dalle regioni dell'ex impero sovietico, aveva disciolto il Comecon e il patto di Varsavia, dando la stura a quello che sarebbe stato, di lì a poco, il più vasto processo di secessione dal centrismo moscovita, occupante un'area che, dall'Europa centrale, si è rovinosamente espanso sino alle repubbliche asiatiche. La Federazione Jugoslava poteva andare in mille pezzi, produrre tutte le guerre civili possibili e immaginabili, che al Kremlino in quei tragici momenti, non ci sarebbe stato lo spazio per la pur minima delle attenzioni.

Gli Stati Uniti direttamente, e buona parte del mondo occidentale in via indiretta, erano occupati nelle preparazione ed esecuzione della più importante operazione di controllo, di condizionamento e sfruttamento della materia prima strategica per eccellenza, il petrolio, nella cosiddetta guerra del Golfo, da snobbare le vicende che andavano maturando nella piccola Jugoslavia, ai confini dei grandi interessi imperialistici. La Germania, certamente più vicina e sicuramente più interessata all'evolversi delle dinamiche secessionistiche in terra slava, in quel medesimo lasso di tempo, era impegnata sul fronte interno a risolvere i problemi della riunificazione con la ex Germania dell'est, con tutti, e non erano pochi, problemi connessi.

Ciononostante, nella parte occidentale dello schieramento imperialistico, una cosa era chiara e certa: tutti "tifavano" perché l'esperimento del socialismo autogestito morisse definitivamente, si spezzasse in mille pezzi ognuno dei quali avesse come nuovo punto di riferimento l'economia di mercato, il pluralismo politico, la reintroduzione della proprietà privata di tutti i mezzi di produzione. Ovvero che si producesse nelle forze centrifughe della crisi jugoslava tutto quell'armamentario ideologico, politico, istituzionale e di concezione dell'amministrazione dei fattori economici che aveva fatto la differenza nel periodo della guerra fredda tra la concezione privatistica della società capitalistica e la versione statalistica, quella delle economie di Piano o a decisioni più o meno accentrate. Il perché di questo "tifo" era più che evidente. Giocando sull'equivoco socialista, anche se in versione eterodossa rispetto alla presunta ortodossia sovietica, il fallimento della jugoslava di Tito, quando ancora l'Urss resisteva all'esplodere delle proprie contraddizioni, era una prima vittoria contro il mondo "comunista" in attesa di altre, molto più importanti, che sarebbero arrivate di lì a poco. Agli occhi delle borghesie occidentali il crollo del primo bastione a economia pianificata avrebbe potuto rappresentare un primo varco, sempre in attesa di spazi più grandi provenienti dall'imminente sfaldamento dell'impero sovietico, per la penetrazione di capitale finanziario e per un decentramento produttivo alla ricerca di forza lavoro a basso costo senza andare nel sud America o nel continente asiatico. Ma nell'immediato rappresentava il mezzo più sicuro per convincere i rispettivi proletariati ad accettare l'idea che ciò per cui avevano combattuto per anni altro non era che una falsa chimera, nel migliore dei casi una utopia la cui realizzazione non era riuscita a resistere più di qualche decennio, costringendo oltretutto il mondo del lavoro a livelli di vita nettamente inferiori rispetto a quelli occidentali. Come dire che, se quello era il comunismo, tanto valeva tenersi il capitalismo, le sue crisi e le sue contraddizioni, ma che non esistevano alternative migliori sia sul piano della produzione della ricchezza che su quello della sua distribuzione. Come dire che la lotta di classe non aveva più senso, che in realtà le classi, in una società "democratica" non sono mai esistite, che le lotte di rivendicazione devono tenere in debito conto della compatibilità del sistema economico, che è interesse dello stesso mondo del lavoro salvaguardare i principi della società capitalistica, pena il rischio di cadere nelle stesse condizioni dei regimi "comunisti".

È vero che le borghesie occidentali, i loro manutengoli sindacali e le forze della vecchia e nuova socialdemocrazia hanno sempre praticato un simile esercizio di retorica sociale, ma è anche vero che, solo in quei frangenti, è stato loro possibile praticare un condizionamento della coscienza di classe, con tanto di dati alla mano, che precedentemente si era mostrato più difficile se non impossibile.

Ma a parte il "tifo" e le sue implicazioni sociali nel controllo della coscienza di classe in chiave conservatrice, il collasso jugoslavo, se appoggiato, accelerato, in qualche modo provocato dall'esterno con lusinghe economiche e finanziarie da far balenare sotto il naso delle piccole ma avide borghesie repubblicane, avrebbe immediatamente aperto interessanti prospettive al capitale austriaco e tedesco. Poca cosa, certo, ma che l'imperialismo germanico non ha ritenuto di disdegnare, soffiando prima sul fuoco del separatismo, accelerando poi il processo di riconoscimento, da parte della comunità internazionale, di Slovenia e Croazia.

L'Austria ha operato immediatamente una penetrazione di tipo finanziario. Le Casse Rurali austriache hanno comprato il 35% delle azioni della A Banca di Lubiana. La Zentral Bank di Vienna ha investito ben 13 milioni di marchi sempre nella A Banca, mentre la Credidanstalt-Bankverein, sempre austriaca ha comprato il 50% delle azioni della Nova Banka, una della più importanti banche slovene, e con la Austria Bank è operativamente presente sul territorio sino a rappresentare quasi il 50% del movimento di tutto il capitale finanziario della neonata repubblica.

Le ambizioni tedesche erano di ben altra consistenza. Oltre ad avere affiancato finanziariamente la penetrazione austriaca, l'economia tedesca, nel prendere in considerazione i vantaggi delle secessioni slovena e croata, ha operato una serie di obiettivi a medio termine, in parte già raggiunti. Ha rilevato un numero, anche se non grande, di industrie metalmeccaniche legate alla produzione automobilistica, come già era avvenuto per la Polonia Ungheria e Boemia. Ha acquistato una serie di imprese statali, a costi irrisori, nel settore della meccanica leggera e nei trasporti. È riuscita a proporsi sul mercato sloveno e croato come la migliore offerente di impianti e tecnologia industriale, ma soprattutto attraverso un decentramento produttivo nei settori dell'informatica, metalmeccanica e industria manifatturiera in generale, si è assicurata una mano d'opera slava a costi inferiori del 50% rispetto a quelli domestici.

Il progetto tedesco, oggi in avanzato stato di realizzazione, al momento delle secessioni jugoslave e in prossimità dello sfaldamento di quello sovietico, consisteva nel tentativo di ricavarsi una sorta di "mezzaluna industrialmente e finanziariamente fertile", che andasse dalla sponde del mar Baltico (Estonia, Lettonia e Lituania) sino alle sponde dell'Adriatico (Slovenia e soprattutto Croazia) passando per i resti dei paesi dell'Est, ex vassalli dell'impero sovietico, quali la Polonia l'Ungheria la Boemia e la Slovacchia.

Le ambizioni della "grande" Germania prevedevano inoltre l'utilizzo dei porti di Rjieka e Split quali trampolini di lancio di una penetrazione commerciale nell'Adriatico, nel basso mediterraneo, ovvero una apertura verso il Medio Oriente, i paesi arabi e perché no con l'ambizione di giocare, in un prossimo futuro, un qualche ruolo nella politica del petrolio, a tutt'oggi monopolio americano. In questa chiave, l'interesse tedesco per le piccole, quasi insignificanti repubbliche slave del nord affacciate sul mediterraneo, fase terminale, per il momento, della congiunzione meridionale di una area geo-economica tutta ricavata all'interno del disfacimento dell'impero sovietico, dal Baltico al Mediterraneo, può ben dirsi strategicamente rilevante

La guerra civile bosniaca e il ruolo dell'Onu

La tesi borghese vorrebbe che l'esplosione della guerra civile in Bosnia-Erzegovina, oltre a rappresentare il crollo del socialismo autogestito, fosse la più lampante delle dimostrazioni di come la forzatura sociale del titoismo di far convivere etnie e confessioni religiose differenti fosse una grande utopia, e che prima o poi le incompatibilità sarebbero aumentate sino al punto da esplodere in un sanguinoso scontro diretto.

Anche in questo caso la banalità della tesi è così evidente che non meriterebbe risposta, se non fosse che, nell'opinione pubblica italiana ed internazionale, grazie allo sforzo quotidiano dei grandi "media" simili sciocchezze sono state talmente diffuse, inoculate nella testa della gente, da diventare quasi un luogo comune.

Sui presunti meccanismi operanti in Jugoslavia per quanto riguarda la questione etnica abbiamo già detto, il paradosso viene raggiunto quando assurgono a cause portanti della guerra civile i fattori religiosi. l'immaginario scenario proposto sarebbe questo: quando la minoranza mussulmana, il 42% dell'intera popolazione, sotto la guida del partito di Itzebegovic, propone una Serbia-Erzegovina autonoma da Belgrado sotto la forma di repubblica interconfessionale, plurietnica, ma di fatto mussulmana, le altre comunità religiose, quella cristiano ortodossa dei serbi (32,5%9) e quella cristiano-cattolica dei croati (12%) si sarebbero opposte inscenando per tre anni e mezzo una delle più feroci e sanguinose sequenze di guerra civile. Già ci sarebbero delle difficoltà a capire come mai due comunità, come quella mussulmana e quella cristiana possano dare vita a una guerra di religione se altri fattori non entrano nel novero delle cause scatenanti, quali la crisi economica, gli interessi di parte e la propensione al dominio politico delle istituzioni, ma si raggiunge il paradosso quando si vuole spiegare lo scontro tra croati e serbi come inevitabile contrapposizione tra due confessioni cristiane, quella cattolica e quella ortodossa, mischiando poi le "leggi" di una simile interpretazione quando i croati della fantomatica Repubblica di Croazia in Bosnia, la Erzeg Bosna si sono strumentalmente alleati, sotto la spinta americana, con il governo mussulmano-bosniaco per fronteggiare la Repubblica serba di Bosnia, ovvero la Repubblica di Pale. Come al solito, un corretto sforzo analitico si colloca da un'altra parte, completamente diversa per metodologia e risultati.

Le sollecitazioni a che la Bosnia diventasse uno stato mussulmano di fatto, anche se sotto la dicitura di inter confessionale e inter etnico, sollecitazioni prese sul serio da Itzebegovic, tanto da indurlo a far sostenere alla propria esausta popolazione ogni sacrificio pur di arrivare a dare contenuto alla parola d'ordine "la Bosnia ai mussulmani", prendono le mosse da lontano, da oltre il continente europeo.

Il mondo mussulmano, sia quello ufficiale, che quello caratterizzato dall'integralismo, con diverse ideologie ma con i medesimi obiettivi, ha incominciato a operare fattivamente a favore delle popolazioni di religione mussulmana con lo scopo di circondarsi il più possibile di regimi affidabili, allineati politicamente nella eventualità di controversie internazionali. Per Turchia e Arabia Saudita, a parte la palese falsità dell'aiuto ai correligionari in pericolo, sostenere le formazioni bosniaco-mussulmane nella guerra civile, con la speranza della nascita di una repubblica mussulmana, vuol dire piazzare nel cuore meridionale dell'Europa un paese "fratello", debole e bisognoso di aiuti, da sostenere ma anche da pilotare o da usare come merce di scambio tra un Medio oriente mussulmano e ricco di petrolio, e una Europa cristiana, ricca di tecnologia.

Per l'Iran, da anni sotto il giogo dell'embargo occidentale, ogni repubblica mussulmana, in Africa, in Asia o addirittura in Europa, sarebbe un mezzo per uscire dall'isolamento politico e, in prospettiva, da quello economico. Non per niente i servizi segreti di Teheran si adoperano indefessamente per rifornire di armi e di soldi il Sudan, gli Hezbollah libanesi, gli Hamas palestinesi, le varie frange armate del fondamentalismo algerino. La stessa cosa l'hanno fatta in favore del partito mussulmano di Itzebegovic.

Da entrambe le parti le sollecitazioni alla secessione prima, e il sostegno nella guerra civile poi, hanno assunto le sembianze di armi leggere e pesanti (provenienza iraniana), capitale finanziario (Arabia Saudita) e aiuti vari (armi, soldi e appoggi politici) da Muzafer Radoncic, di stanza a New York, responsabile del Muslim Slavic Center. Il tutto, come da copione, sotto la supervisione del governo americano. Anche in questo caso, la promessa di aiuti, sovvenzioni e regalie passava necessariamente dal distacco da Belgrado con tutte le conseguenze del caso per quel che restava della Jugoslavia.

In questo caso però, il distacco da Belgrado ha scatenato l'episodio più cruento di tutta la crisi jugoslava. il secessionismo mussulmano ha dovuto fare i conti con l'ambizione della "grande" Croazia di annettersi il nord della Bosnia dove vi è uno dei pochi interessi economici della zona, le colline metallifere appena a sud della Slavonia, giocando sul ritornello della difesa etnica della propria popolazione, e con lo spirito revanscista della "grande" Serbia, impegnata nel disperato tentativo di perdere il meno possibile dopo l'esodo di Slovenia e Croazia. Così, all'atto della dichiarazione di indipendenza della Bosnia-Erzegovina da parte del mussulmano Itzebegovic, la Croazia risponde favorendo la nascita di una repubblica croata di Bosnia, la Erzeg Bosna, etnicamente "pura", composta cioè da bosniaco-croati, mentre la Serbia sostiene il separatismo dei serbi di Bosnia per una repubblica, quella di Pale, altrettanto etnicamente "pura" come circostanze e micro interessi impongono.

All'interno di questi interessi va notato come, sia per Zagabria che per Belgrado, conquistare o spartirsi la Bosnia, l'alternativa è dipesa e dipende dalle alterne vicende del campo di battaglia e dal ruolo dell'imperialismo internazionale, significa mettere le mani sul cuore geografico della vecchia Jugoslavia, sulle più importanti vie di comunicazione commerciale interne e di collegamento del nord con la Grecia, la Turchia, il Medio e l'Estremo oriente.

Finti nazionalismi a parte, le tre componenti in campo sanno benissimo il valore della posta in gioco alla faccia dei richiami etnici e confessionali evocati artatamente in soccorso dei rispettivi egoismi borghesi.

La spartizione della Bosnia, inoltre, si articola sulla gestione e sullo sfruttamento della Neretva, del suo importante, anche se limitato bacino idrico, che consente le uniche coltivazioni nella parte meridionale della Bosnia e di tutta l'Erzegovina. In più, la sua posizione geografica centrale rispetto alle dislocazioni militari croate e serbe, ne fa un nodo strategico di straordinaria importanza.

Sin dagli anni 1950, dopo lo storico strappo da Mosca, Tito elesse questa repubblica a ultimo baluardo difensivo, paventando una possibile ritorsione militare sovietica, dotandola di rifugi, bunker, camminamenti e strutture militari in grado di accogliere il meglio della strategia difensiva jugoslava.

Da qui l'accanimento serbo su Sarajevo, non soltanto quale simbolo politico e amministrativo di tutta la repubblica, ma anche come centro strategico di tutta l'area bosniaca.

L'Onu tra l'attivismo negoziale e l'immobilismo militare

L'Onu, nei suoi cinquant'anni di vita si è sempre comportato come lo strumento internazionale di pressione, oppressione, discriminazione politica ed economica nelle mani dei suoi componenti imperialisticamente più forti. Chi si fosse illuso, o chi ancora oggi si illuda che l'Onu sia o possa essere un organismo di diritto internazionale che, attraverso la mediazione o l'uso ponderato della forza, svolga un ruolo di risoluzione delle vertenze tra Stati, interponendosi tra le parti, in una sorta di ruolo di decompressione delle tensioni o dei conflitti, commette il più stupido degli errori.

Sin dalla sua nascita nel 1945, L'Onu ha vissuto al suo interno il feroce scontro tra i due fronti imperialisti per il controllo e per l'utilizzo di uno dei maggiori organismi di pressione internazionale. La guerra fredda non si combatteva soltanto sui campi di battaglia, in Europa, Asia, Sud est asiatico e in Medio oriente, ma anche all'interno dell'Onu. Gli interessi economici e strategici che si inseguivano con la forza delle armi nei quattro angoli del mondo, si riproponevano sotto forma di risoluzioni approvate o bocciate, di uso contrapposto del diritto di veto, di ricerca di alleanze spontanee o ricattate. In quarant'anni di guerra fredda l'Onu ha emesso solo quelle risoluzioni che convenivano alle due super potenze. Non ha mai emesso quelle che, per i divieti incrociati, non rispondevano agli interessi dell'una o dell'altra parte. Ha agito o non ha agito a seconda dei rapporti di forza che al suo interno andavano stabilendosi con il gioco delle alleanze.

Finita la guerra fredda, venuto meno uno dei due contendenti imperialistici per manifesta inferiorità, l'Onu si è trasformata in una sorta di ufficio di rappresentanza degli Usa. L'esempio più evidente è rappresentato dalla Guerra del Golfo, voluta e diretta dal governo americano sotto le insegne forzatamente compiacenti dell'Onu che ha fornito la copertura da un punto di vista del diritto internazionale.

Le cose sono parzialmente cambiate proprio con la crisi jugoslava. Inizialmente tutti all'interno dell'Onu erano concordi nel favorire la disintegrazione della Jugoslavia; hanno velocemente riconosciuto e ammesso al loro interno le repubbliche secessioniste, poi, quando si è trattato di ricavarne dei vantaggi economici, strategici o soltanto di immagine, le strade si sono divise, le soluzioni negoziali si sono moltiplicate accavallandosi e scontrandosi a seconda dell'andamento delle vicende belliche sul campo e degli interessi delle potenze che dietro gli eserciti in lotta operavano, peraltro, non sempre in maniera nascosta.

Dopo che la Germania, la Francia, l'Italia, Russia e Stati Uniti avevano individualmente ratificato la nascita delle repubbliche secessioniste con una celerità raramente vista prima, il 22 maggio del 1992 l'Onu accetta le candidature di Slovenia, Croazia e Bosnia, ufficializzando così non tanto la nascita di nuovi Stati quanto la morte della Jugoslavia. Pochi mesi dopo, il 22 settembre del 1992, sempre l'Onu, in perfetta coerenza e unanimità, esclude dai suoi ranghi la "nuova" Jugoslavia, fortemente voluta da Belgrado, costituitasi sulle macerie della vecchia, e composta oltre che dalla Serbia, dalla sua appendice politica il Montenegro, più le due province a statuto speciale, il Kossovo e la Voivodina. Da questo momento in avanti la coesione dell'Onu svanisce per lasciare lo spazio alle faide interne tra Stati uniti, Ue, Germania e Russia che da un lato fingevano di cercare delle soluzioni negoziali alla guerra civile, mentre dall'altro intervenivano direttamente a sostegno di questa o di quella componente con aiuti finanziari e forniture militari. L'esordio della sceneggiata lo si ha il 2 gennaio del 1993 quando gli inviati dell'Onu, Vance e Owen, propongono un progetto di soluzione della crisi bosniaca a dir poco ridicolo, impraticabile, cervellotico che palesemente non avrebbe risolto assolutamente nulla, lasciando tutti i giochi aperti, compresi quelli delle grandi potenze.

Il piano prevedeva lo smembramento della Bosnia, peraltro repubblica ufficialmente riconosciuta e membro a tutti gli effetti della stessa Onu, in dieci (!) province e la smilitarizzazione di Sarajevo. Su quale base geografica, etnica o religiosa dovessero nascere le dieci province non è dato sapere, come indefiniti ne erano i confini, l'unica cosa certe era che la Bosnia, in contraddizione con le stesse decisioni Onu del 22 maggio 1992 dovesse in qualche modo essere smembrata in favore di serbi e croati, ovvero di francesi e russi da una parte, tedeschi e americani dall'altra, e il piano Vance-Owen ne era un primo, goffo tentativo. Come era nei programmi non ha fatto molti passi in avanti. Nessuna delle tre parti in causa lo ha preso in considerazione giudicandolo risibile, e gli stessi promotori hanno fatto marce indietro, ma il concetto dello smembramento della Bosnia era rimasto.

Nell'agosto del 1993 a Ginevra, i nuovi emissari Onu, Owen e Stoltemberg propongono un secondo progetto di soluzione in base al quale la Bosnia avrebbe dovuto essere suddivisa in tre parti, tre repubbliche distinte e autonome, un buon passo avanti nella riduzione delle aree da gestire. Il 52% sarebbe toccato ai serbo-bosniaci, il 30% ai bosniaco-mussulmani e il restante 18% ai croato-bosniaci, mentre le città di Sarajevo e Mostar avrebbero goduto di uno statuto speciale sotto il mandato Onu per circa due anni. La proposta trova l'incondizionato assenso dei serbo-bosniaci e dei serbi di Belgrado ma l'opposizione di mussulmani e croati. Nel frattempo sui campi di battaglia i morti non si contano più. La popolazione civile è quella che subisce il peso maggiore delle manfrine negoziali. l'Onu, e le sempre più avide borghesie repubblicane giocano le loro partite sulla pelle delle popolazioni, dei rispettivi proletariati che di volta in volta passano dal ruolo di carne da cannone a merce di scambio a seconda della modificazione degli scenari strategici, e quindi negoziali.

In quattro anni di guerra e di negoziati, gli avvoltoi delle borghesie serbe e croate hanno fatto a pezzi il proletariato e la popolazione civile bosniaca nel tentativo di conquistare sul campo il bottino territoriale della Bosnia. La stessa cosa hanno fatto i croati contro la popolazione serba nella riconquista della Crajina peggio ancora si sono comportati i serbi dopo l'offensiva di agosto, quando vista la mal parata hanno tentato di usare le popolazioni serbe della Krajina e della Slavonia come merce d scambio per avere maggiore mano libera nella spartizione della Bosnia. Massacri, violenze stupri e pulizie etniche perpetrati dai più forti, dai serbi fin che lo sono stati, dai croati e dai mussulmani quando hanno potuto, sullo sfondo di una attività negoziale dell'Onu che aveva come massimo obiettivo quello di stabilire al proprio interno i rapporti di forza, e quindi quali fazioni della guerra civile sostenere.

Nel marzo 1994 si è determinato un primo capovolgimento di fronte. In palese contraddizione con quanto stabilito in agosto a Ginevra dall'Onu, gli Stati Uniti convocano a Washington una riunione nella quale "convincono" i croati e i bosniaci a firmare l'accordo per una federazione croato-bosniaca alla quale il governo americano promette il 58% del territorio conteso. La manovra, che chiaramente tendeva a contenere l'espansionismo serbo in Bosnia, aveva tre motivazioni, di cui due rilevanti e di ampio respiro, e una contingente legata all'andamento militare della guerra civile.

La prima era che il governo americano intendeva mostrare agli "alleati" che solo gli Stati Uniti avevano il controllo della situazione e l'autorità di intervenire anche al di fuori dall'Onu, se non addirittura contro qualora la situazione e gli interessi lo richiedessero. La seconda, altrettanto pragmatica, riguardava le pressioni interne e internazionali che hanno spinto Clinton ad assumere quella iniziativa. Gli alleati di area mussulmana (Arabia Saudita e Turchia) e l'opposizione repubblicana che gli rimproverava di essere assente dalla scena internazionale, hanno consigliato il presidente americano ad assumere l'iniziativa in favore del fronte bosniaco-mussulmano. L'ultima era rappresentata dal fatto che sui campi di battaglia l'esercito serbo aveva conquistato più del 70% del territorio bosniaco e che se le cose fossero continuate in quel modo e con quel ritmo, non ci sarebbe stato più spazio per le negoziazioni, né soprattutto spazio da negoziare.

Lo strappo americano viene rammendato due mesi dopo, il 13 maggio 1994 a Vienna dove i rappresentanti dell'Onu, dell'Unione europea della Russia e degli Usa, tutti membri della stesso organizzazione internazionale ma partecipanti a titolo personale, rabberciano in qualche modo l'ennesima "soluzione" alla crisi bosniaca, trovando un precario accordo sulla bipartizione del territorio nel solco tracciato dalla diplomazia americana nella riunione di Washington. Il 51% andrebbe alla coalizione bosniaco-croata e il 49% a quella serbo-croata. Le firme dei plenipotenziari vengono ratificate, anche se da parte dell'Unione europea e della Russia non si nasconde il malcontento, ritenendo più utile per i propri interessi il vecchio piano Owen Stoltemberg basato sulla tripartizione del territorio che, non solo sulla carta, avrebbe loro concesso maggiori possibilità di manovra. Ma come quasi sempre succede, è dominante l'opinione ... della potenza dominante, e gli Usa, anche in questa occasione sono riusciti a ricompattare il tutto, richiamando alla ragione le dissidenze all'interno dell'Onu, con la minaccia, più volte espressa durante la crisi jugoslava, che se le cose non fossero andate per il giusto verso, gli Stati Uniti si riterrebbero costretti a fare uso della Nato per conseguire i loro obiettivi negoziali e militari, qualora le circostanze lo richiedessero.

Bill Clinton non ha mai fatto mistero del fatto che, finita la guerra fredda, l'unica grande potenza che ha il potere di intervenire in qualsiasi angolo del mondo sul terreno negoziale o militare, per interessi che immediatamente le appartengono o più semplicemente per questioni di principio o di politica interna, questa grande potenza sono gli Stati Uniti, prendere o lasciare. Per gli "alleati", che dopo il crollo dell'Unione sovietica speravano di avere un maggiore peso all'interno dell'Onu, le distanze sono rimaste pressoché inalterate, perché inalterata è rimasta la differenza militare e quindi la possibilità di incidere politicamente sulle scelte imperialistiche.

Il ruolo delle potenze grandi e piccole

Delle responsabilità di Austria e Germania si è detto, ma manca ancora qualcosa. Mentre per l'Austria la penetrazione finanziaria è stata quasi un gioco da ragazzi, l'ambizione tedesca era un po' più articolata e non poteva basarsi solamente sul favorire la secessione e sul riconoscere immediatamente l'identità nazionale delle repubbliche secessioniste, quando una di queste, la Croazia, si è trovata direttamente coinvolta nella crisi bosniaca. Il problema tedesco, anche se parziale e limitato, era quello di garantirsi l'intervento nelle regioni del nord della Jugoslavia, per una sorta di completamento di un'area economicamente a lei favorevole, che si estende dalle sponde del Baltico (Estonia, Lettonia e Lituania) sino all'Adriatico (Croazia) passando per quel corpo centrale dell'ex Europa dell'Est, apertasi all'espansionismo tedesco con la caduta dell'impero sovietico.

I vantaggi di una simile operazione consistevano nell'aprirsi un varco verso il mare Adriatico, quindi verso il Mediterraneo, usufruendo dei porti croati di Split e Zara. Far entrare a tutti gli effetti nell'area del marco quel pezzo di mercato, anche se, ancora prima delle varie secessioni, il marco e le merci tedesche erano ben presenti nell'economia jugoslava, che per il momento si ferma ai confini meridionali cella Croazia, ma che un domani potrebbe essere esteso alla Bosnia e alla Serbia. Di garantirsi in quest'area la possibilità del decentramento produttivo, con la relativa possibilità di esportazione di capitale finanziario, come già effettuato in Polonia, Ungheria e Boemia-Slovacchia, dove il costo della mano d'opera è inferiore del 50%-60% rispetto a quello interno. Non per niente, la Germania, pur avendo a disposizione dal 1989 la ex Germania dell'Est, i cui salari dopo l'unificazione erano inferiori del 30%, ha preferito saltarla, per andare oltre, nell'area dell'ex impero sovietico e nei piccoli spazi apertasi con il crollo della Jugoslavia, dove il costo del lavoro è talmente basso da alleviare sensibilmente i guai da caduta del saggio del profitto, che tra gli altri, affligge anche il capitale tedesco.

Per questo il governo di Bonn ha consentito che attraverso il confine ungherese e austriaco arrivassero in Croazia rifornimenti militari, soprattutto armi leggere provenienti un po' da tutte le parti, ma in particolare dalla Ucraina. In alcuni casi, era la stessa Germania che provvedeva direttamente servendosi dei commercianti internazionali di armi, che tutti criticano e "denunciano" ma di cui tutti si servono nei momenti opportuni. Per il governo tedesco, armare i croati non era un segno di amicizia verso una repubblica vicina, voluta, creata e immediatamente riconosciuta. Non era nemmeno un modo per schierarsi contro i serbi, eredi della vecchia Jugoslavia e interpreti della sua ricostituzione, anche se in termini ridotti, riesumando il vecchio principio della "Grande Serbia". Era il mezzo più semplice e sbrigativo per difendere i propri interessi in terra slava, là dove il peso delle armi era enormemente superiore a quello delle finte negoziazioni. Il tutto ovviamente alla faccia della stessa risoluzione Onu del 25 settembre 1991, con la quale si faceva divieto ai paesi membri di non commerciare armi e apparecchiature militari con tutti i paesi della ex Jugoslavia.

Gli Usa, Inizialmente, hanno assistito al processo di secessione di Slovenia e Croazia con distaccato interesse. Impegnati nella guerra del Golfo e nell'amministrazione di tutta l'area petrolifera dopo la più feroce guerra imperialistica, Vietnam escluso, dalla chiusura della seconda guerra mondiale, il loro interesse consisteva nel vedere di buon occhio che uno dei tanti "socialismi" sparsi per il mondo si sfasciasse completamente e fosse di buon viatico all'annunciato crollo dell'impero sovietico. Con lo scoppio della guerra civile bosniaca, tra la componente mussulmana e quelle serbe e croate, il governo americano è stato sollecitato a prendere una iniziativa a favore della fazione di Itzebegovic, quando i suoi alleati mussulmani, Arabia Saudita in testa e Turchia, lo hanno esplicitamente richiesto. Quando è scattato, l'appoggio americano non si è ovviamente limitato a sostenere la componente mussulmana solo per compiacere agli alleati, ma ha avuto ben altre valenze, tra le quali il riproporre gli Usa come l'unica grande potenza dell'area occidentale che a tutto vede e a tutto provvede, solo che ne abbia un minimo interesse, per questioni di politica interna e per non consentire alla "alleata" Germania di avere mano libera nella questione balcanica.

Sul piano operativo gli Usa si sono limitati a costruire una stazione di "intelligente" sull'isola di Brac in territorio croato, ufficialmente per preparare il terreno a un possibile ritiro precipitoso delle truppe Onu, in pratica per avere a disposizione una stazione di avvistamento e spionaggio nell'Adriatico a ridosso della guerra civile, con la possibilità di avvisare le truppe mussulmane degli spostamenti delle milizie serbe della Repubblica di Pale.

In modo indiretto il governo americano consentiva l'aggiramento dell'embargo militare in favore dell'esercito mussulmano, e in via subordinata anche di quello croato, chiudendo gli occhi e spegnendo i radar delle navi della VI flotta, degli aerei Nato, quelli che avrebbero dovuto garantire il rispetto dell'embargo e delle risoluzioni dell'Onu, sui rifornimenti aerei che provenivano dall'Iran e dall'Arabia Saudita. Il traffico, sotto il compiacente sguardo delle truppe americane, avveniva in questo modo. Da Teheran, quasi settimanalmente proveniva e atterrava all'aeroporto di Tuzla (zona protetta e sotto il diretto controllo dell'Onu), un cargo iraniano carico di armi per le milizie mussulmane di Itzebegovic, senza che un solo di questi voli sia mai stato intercettato o scoperto al suolo, consentendo che il suo carico andasse puntualmente a destinazione. Il "mistero" si spiega col fatto che gli invisibili atterraggi all'aeroporto di Tuzla avvenivano solo quando in pattugliamento aereo volavano equipaggi turchi, americani o misti.

Un'altra base operativa per il rifornimento di armi ai mussulmani di Bosnia era l'aeroporto di Pola, nella parte meridionale delle penisola istriana, in territorio croato. Anche qui arrivavano i carghi iraniani, e di tanto in tanto qualche fornitura proveniente dall'Arabia Saudita. In questo caso le autorità croate provvedevano a trattenere per sé un buon 50% delle forniture, molto spesso artiglieria pesante, e poi inviavano ai Mussulmani il restante 50% prevalentemente composto di armi leggere. Durante il tragitto il convoglio, contrariamente a quelli umanitari, non trovava alcun ostacolo e non correva nessun pericolo se non quello dell'intercettazione serba. Sempre sotto la stretta sorveglianza americana, o se si preferisce della Nato, anche dalla Turchia, sempre per via aerea, arrivavano saltuari aiuti militari.

Per il comportamento russo il discorso si complica. Subito dopo il crollo dell'Unione Sovietica, la Russia di Eltsin aveva così tanti e tali problemi interni, da non poter neppure pensare di mettere il naso fuori dalla finestra. Per tutto il 1992 gli indici economici non hanno fatto altro che precipitare. La produzione industriale era caduta del 15%, quella agricola del 10%, la derrate alimentari e i generi di prima necessità arano praticamente scomparsi dalla grande distribuzione : Si trovava qualcosa al mercato nero, in dollari, e a prezzi insopportabili per la quasi totalità della popolazione russa. Le quotazioni del rublo stava volando verso quota 10.000 nel cambio con il dollaro. Con il gennaio del 1993 parte il nuovo regime della liberalizzazione dei prezzi che ha avuto come primo impatto un aumento della inflazione del 300% nel solo primo mese, per poi salire sino all'800%.

La disoccupazione ha raggiunti livelli storici che nemmeno le più pessimistiche statistiche potevano avvicinare. Che in queste condizioni la Russia, uscita malconcia dal crollo dell'Urss, non avesse sufficienti energie per competere con l'Occidente e con gli Usa sulle spoglie della Jugoslavia, era cosa di per sé evidente. Ma l'atteggiamento di acquiescenza e di allineamento alle direttive dell'Onu non dipendeva solo da questo. Il baratro in cui si era infilata l'economia russa poteva essere scalato solo grazie all'aiuto finanziario e tecnologico dell'occidente, perlomeno queste erano le aspettative dei nuovi inquilini del Kremlino e pertanto Eltsin e i suoi più stretti collaboratori non si sarebbero mai sognati, almeno apertamente, di contrastare in sede diplomatica le risoluzioni Onu e di apparire come sostegno politico e militare del " fratelli" serbi. Il che non ha impedito al governo di Mosca di disfarsi di una parte del proprio armamentario bellico in parte obsoleto in favore di Belgrado, con il dovuto vantaggio economico. Poi, dopo quasi tre anni di inutile attesa, Dagli Usa, Cee e dagli organismi di credito internazionale non è arrivato nulla o sono arrivati finanziamenti a dir poco ridicoli, il governo di Mosca ha deciso di uscire allo scoperto. Niente soldi, nessun appiattimento nei confronti della politica occidentale in Bosnia, anche se, alla decisione di riprendere una linea autonoma sullo scenario internazionale, hanno avuto un peso determinante le critiche che provenivano dagli ambienti del vetero stalinismo e dalle compagini nazionalistiche fascisteggianti, nonché un bisogno del governo di contenere il crescente malessere dell'opinione pubblica interna. Per cui gli aiuti militari ai serbi di Belgrado, come ai serbi di Pale, beninteso a pagamento, non solo sono continuati, ma aumentati senza neppur recitare la manfrina di americani e tedeschi.

Inghilterra e Francia, sin dalle prime battute si sono schierate per la Serbia, in chiave più anti tedesca che anti americana, senza però avere la possibilità di influire direttamente nel remunerativo affare del rifornimento di armi, con qualche piccola eccezione da parte della Francia.

L'Italia da tutto questo è stata estromessa. Da secondo partner commerciale dopo la Germania, prima del crollo della Jugoslavia, è passata a essere fornitrice di basi aeree per le incursioni Nato, senza aver la possibilità di partecipare al piccolo banchetto finale della spartizione delle aree di influenza e della ricostruzione post bellica. In più di una occasione il Ministro S. Agnelli si è lamentata presso gli alleati di non aver potuto far parte del "Gruppo di contatto" di non aver partecipato direttamente ai bombardamenti delle postazioni serbe attorno a Sarajevo e quindi, ecco il vero rammarico, di non poter essere presente al tavolo delle trattative di pace quando converrà esserci, sedendosi sui cadaveri di centinaia di migliaia di civili, di proletari, vittime degli egoismi repubblicani e dei giochi strategici delle piccole e grandi potenze.

Da un simile intreccio di interessi sul pur piccolo bottino della Jugoslavia, ne discende un duplice aspetto. Il primo si riferisce al tragico balletto delle negoziazioni messo fraudolentemente in atto dall'Onu. Su di un tavolo si fingeva di trattare con le tre controparti nel tentativo dichiarato di trovare una soluzione alla guerra civile, sull'altro, le stesse nazioni che fanno parte dell'Onu, vendevano armi alle rispettive fazioni soffiando sul fuoco della guerra stessa nella speranza di guadagnarsi sul campo di battaglia un futuro spazio di presenza economica e finanziaria. Usa, Russia, Germania, con la partecipazione non protagonista di Inghilterra e Francia, mentre elaboravano due, tre, quattro, progetti di spartizione della Bosnia attribuendo alle tre componenti della guerra civile percentuali del territorio via via varianti a seconda dell'andamento militare sui fronti di battaglia, e in base agli spostamenti di forza tra di loro, vendevano o permettevano l'approvvigionamento di cannoni mortai e munizioni ai serbi, ai croati e ai mussulmani di Bosnia. Ecco la vera faccia dell'Onu, di quella forza di interposizione, obiettiva nel suo comportamento, al di sopra delle parti, presunto strumento di pace nelle mani della comunità internazionale.

L'altro aspetto riguarda l'impossibilità dell'Onu a intervenire. Da più parti i guerrafondai di ogni risma, sedicenti comunisti compresi, hanno invocato l'intervento armato dell'Onu, chi per punire i serbi per la loro efferatezza, non dissimile peraltro da quella dei croati e dei mussulmani quando sono stati messi nelle condizioni di poterle fare, chi, temendo un possibile allargamento del conflitto, ha smesso di credere alla via negoziale. In entrambi i casi il rammarico riguardava l'incomprensibile incapacità ad agire di un esercito di 40.000 uomini, armato sino ai denti, zimbello delle varie milizie, preso più volte in ostaggio e ridicolizzato dall'arroganza slava.

A questi fautori dell'intervento armato è sfuggito un particolare. La potenzialità bellica dell'Onu, come la praticabilità delle sue risoluzioni non è stata bloccata per quasi quattro anni dai serbi di Pale o di Knin, spazzati via nello spazio di una settimana dall'offensiva croata di agosto, ma dalle beghe interne dei paesi membri, dai loro interessi particolari, dall'impossibilità di dare una univoca direzione militare ai particolarismi imperialistici. Il presunto strumento di pace non è diventato strumento di guerra solo perché la guerra era al suo interno, tra i suoi membri. Così si spiega come mai, dopo le due risoluzioni Onu, quella ridicola di Vance-Stoltemberg e quella di Owen-Stoltemberg, più pragmatica, interessante per la Serbia e l'Ue, gli Usa sono intervenuti favorendo la coalizione tra i croati e i mussulmano-bosniaci attribuendo loro il 58% del territorio bosniaco, quando il precedente negoziato di Ginevra voleva concedere ai serbi il 52% del territorio, il 30% ai mussulmani e il 18% ai croati senza prevedere nessun accordo di natura politica e quindi territoriale tra le due ultime componenti. Così si spiega anche come mai, pochi mesi dopo a Vienna, le trattative non vengono riprese tra le parti in causa e l'Onu, ma tra i rappresentantidell'Onu, della Ue, di Russia e degli Usa, come se tutti questi paesi e organizzazioni non facessero parte dell'Onu, addivenendo a una sorta di compromesso in base al quale, avallato il principio americano della bipartizione della Bosnia, Russia e Ue, senza la Germania tatticamente schierata con il governo americano, riescono a far passare la proposta di attribuire ai bosniaco-mussulmani e croati il 49% invece del 58%, e ai serbi il 51%.

Nel frattempo non sono mai mancati gli aiuti militari alle rispettive fazioni di riferimento. La popolazione civile ha continuato a subire il peso della guerra civile, le fughe precipitose da una regione all'altra, le pulizie etniche e le deportazioni. E così, infine, si spiega come mai gli Usa abbiano deciso l'intervento militare anti serbo, dopo aver favorito la riconquista della Krajina da parte dei croati, con le forze Nato, il cui comando militare è più duttile alle sollecitazioni di Washington, facendo piazza pulita delle postazioni serbe attorno a Sarajevo e delle polemiche all'interno dell'Onu, perseguendo come sempre, il proprio obiettivo con un atto di violenza.

Le ragioni dell'intervento Nato

Con le modalità dell'intervento militare della Nato si consuma la terza e ultima mistificazione, quella che avrebbe costretto la Comunità internazionale a intervenire per evitare ulteriori massacri, per creare un necessario argine al dilagare della guerra, un atto di forza in funzione della pace. Nella realtà le cose sono andate esattamente nella direzione opposta. L'intervento armato contro i serbi è maturato nel momento in cui gli Usa, con l'appoggio tedesco, hanno ritenuto necessario l'uso della forza per ristabilire sul campo una situazione che avrebbe potuto sfuggire loro di mano, a vantaggio dei restanti paesi dell'Ue, segnatamente Russia, Inghilterra e Francia, che sino all'ultimo si sono opposti all'intervento armato dell'Onu e hanno dovuto far buon viso a cattivo gioco quando gli Usa sono ricorsi alla disponibilità Nato per i bombardamenti contro le postazioni serbe attorno a Sarajevo. Un gioco inter imperialistico, dunque, ma con una serie di altri risvolti.

L'intervento americano, come sempre dalla fine della guerra fredda in avanti, prima ancora delle vicende specifiche in terra slava, e a sostegno dei propri interessi nel contenzioso con i partner occidentali e non, ha avuto come motivazione il ruolo che, sempre e comunque, gli Usa intendono svolgere su scala mondiale ogni volta che, a qualunque latitudine o sotto qualsiasi bandiera, si verifichi un evento economico o sociale di una qualche rilevanza.

Con i fatti il governo americano ha voluto ristabilire le distanze tra sé e gli "alleati" soprattutto in una fase in cui gli approcci e le modalità operative non coincidevano affatto. Il suo ruolo di gendarme del mondo, o per meglio dire, di unica superpotenza doveva essere ribadito anche in questa occasione, non tanto per deboli quanto presunti interessi di ordine economico o strategico, quanto per ribadire una leadership internazionale che in nessuna circostanza deve essere messa in discussione.

In questa chiave va letta la decisione, tutta americana, di permettere ai croati di Zagabria di organizzare due offensive, la prima quella di maggio, la seconda ben più pesante di fine agosto primi di settembre. Per la diplomazia americana che si era attestata sulla bipartizione della Bosnia con un rapporto territoriale che prevedeva solo il 51% ai serbo-bosniaci, non si poteva tollerare che i serbi, con l'aiuto militare russo e l'appoggio diplomatico franco-inglese, avessero nelle proprie mani il 75% del territorio. Non solo; a metà agosto l'esercito dei serbi di Pale, accerchiando Gorazde e Bihac, sarebbe entrato in possesso dell'80% del territorio bosniaco, facendo saltare in aria i piani americani, e avrebbe aperto varchi alla penetrazione russa verso il Mediterraneo, favorendo al contempo il ruolo di Francia e Inghilterra nella futura opera di ricostruzione, aprendo oltretutto loro, nuove strade commerciali e finanziarie verso est.

Da qui la necessità di fermare immediatamente i serbi, prima consentendo ai croati di rientrare i possesso della Krajina e della Slavonia occidentale, croati che hanno avuto tutto il modo e il tempo per riarmarsi sotto il "vigile" sguardo delle truppe americane, facendo poi scattare il meccanismo militare della Nato, una volta ritenuta l'Onu militarmente inagibile per le irrisolte questioni interne.

Non ci si stupisca di come, in questa manovra, sia nata una convergenza di vedute e di intenti tra gli Stati Uniti e la Germania sulla necessità dell'intervento militare a "favore" dei mussulmano-bosniaci, quando sulla carta difficilmente si poteva prevedere una comunanza di interessi. In realtà l'appoggio tedesco all'intervento armato in Bosnia era visto in chiave pro croata, con la speranziella che a cose fatte, la sua area di influenza potesse arrivare anche dalle parti di Sarajevo e di Mostar. Per gli americani l'intervento era visto in chiave anti serba con l'obiettivo secondario, ma non troppo, di rendere difficile con la loro presenza, proprio l'estensione della penetrazione tedesca nell'area.

Un'altra delle ragioni che hanno contribuito all'intervento militare in Bosnia va ricercato all'interno delle vita politica americana. A meno di un anno dalle elezioni presidenziali americane, la campagna elettorale è praticamente già iniziata. Al presidente Clinton, in debito di popolarità presso l'opinione pubblica che elettoralmente conta, bisognoso di un successo in politica estera dopo la non troppo brillante operazione di "pace" in Medio Oriente tra palestinesi di Arafat e lo Stato di Israele, la vicenda bosniaca sembrava essere un buon mezzo per risollevare le sue sorti in termini di popolarità e per tacitare l'avversario repubblicano. Da troppe parti e con insistenza, l'amministrazione democratica era stata accusata di essere assente dalla scena internazionale. Il congresso, a prevalente composizione repubblicana, premeva da almeno un paio di anni per l'annullamento dell'embargo militare ai bosniaco-mussulmani. Il leader dell'opposizione Dole puntava proprio sulla "titubanza" di Clinton in terra slava per creare in parlamento le condizioni di un ribaltamento della politica estera, mettendo in difficoltà il presidente.

La risposta dei democratici non si è fatta attendere. Il presidente ha premuto al momento opportuno perché la Nato intervenisse, non ha inviato truppe americane evitando tutte le critiche e i rischi del caso, e soprattutto non ha tirato fuori un dollaro dal bilancio federale, che mai come in questo periodo è in grave sofferenza. Un'ultima ragione, piccola, occasionale, quasi di contorno, è stata fornita dall'atteggiamento russo. Come si è visto precedentemente, la Russia dopo aver atteso invano i sovvenzionamenti da parte del mondo occidentale, è uscita dalla linea di appiattimento nei confronti delle decisioni americane, ha tentato di riassumere un ruolo nella politica internazionale, soprattutto sullo scenario ex jugoslavo. In questo senso la decisione del governo americano di ribadire il concetto di essere l'unico in grado di disporre in termini negoziali o dell'uso della forza per qualsiasi contenzioso internazionale, Bosnia compresa, doveva valere non soltanto per i tradizionali partner occidentali ma anche per le velleità revansciste della Russia di Eltsin.

Riassumendo. Gli egoismi delle borghesie repubblicane pagati dalla classe operaia

Per quarantacinque anni il proletariato jugoslavo ha lavorato, prodotto merci e servizi, creato plus valore con i ritmi e le capacità di estorsione che una piccola borghesia di stato poteva imporgli. Ha pagato, come in qualsiasi altro paese europeo uscito dai disastri della seconda guerra mondiale, il peso della ricostruzione economica. Ha sofferto della sua condizione di schiavo salariato, ha consentito alle piccole borghesie repubblicane di gestire i ritmi di accumulazione del capitale, di arricchirsi in nome di un socialismo mai tradito, per il semplice fatto che non è mai sorto. Dal 1945 in avanti, nella economia jugoslava, hanno perpetuamente operato tutte le categorie economiche capitalistiche, dal capitale al profitto, dalla condizione di lavoratore salariato alla produzione di merci, dai loro meccanismi di determinazione del prezzo al mercato. Le uniche differenze con il capitalismo di stato sovietico, quella che storicamente sono passate alla storia come la via Jugoslava al socialismo, o socialismo autogestito, risiedevano in una maggiore libertà autogestionaria del capitale, sia nel settore industriale che in quello agricolo, rispetto alle direttive del Piano. A questo la guerra di liberazione nazionale e la guerra civile contro gli Ustascia e Cetnici aveva portato sotto la guida di Tito e della Lega dei comunisti. Il modello sovietico prima, e lo "strappo" da quel modello poi, possono essere definiti come pedissequa rappresentazione del capitalismo di stato, o edulcorazione della economia di Piano, autogestione contrapposta alla gestione centralistica dello Stato, ma mai socialismo, nemmeno nella sua fase embrionale.

Sulla scorta di questa beffa, non solo il proletariato jugoslavo ha sopportato il peso della ricostruzione capitalistica post bellica, ma ha anche dovuto farsi carico degli effetti disastrosi della crisi economica pronunciatasi agli inizi degli anni 1970 e letteralmente esplosa in quelli 1980. Al culmine della crisi, nel biennio 1989-90, quando l'inflazione raggiungeva il 2000%, migliaia di fabbriche chiudevano falcidiando posti di lavori, ben 1400 000 erano i disoccupati in quel periodo, pari al 25% della popolazione attiva, il mondo del lavoro subiva oltretutto il congelamento dei salari deciso da governo centrale, e attuato di buon grado da tutte le repubbliche.

La risposta operaia, anche se unicamente sul terreno sindacale, cioè sul terreno della difesa immediata dei suoi interessi e del suo tenore di vita, come abbiamo visto, si è espressa.

Per la varie borghesie repubblicane, di fronte a un proletariato combattivo, ma disorientato sul piano politico, disorganizzato e ideologicamente disarmato, è stato un gioco far credere a centinaia di migliaia di lavoratori, che la responsabilità prima della crisi economica e delle loro disgrazie sociali, risiedesse nella gestione "socialista" dei fattori della produzione, nel "socialismo" serbo centrista della vita sociale della Federazione, e che sarebbe stato un bene per tutti uscire da quella situazione, magari con un atto di secessione, con la forza delle armi se fosse stato necessario.

Da questo momento in avanti, dalla farsa della costruzione e difesa del "socialismo" autogestito si è passati alla tragedia della scomposizione della società "socialista" in tante parti quanti erano gli egoismi repubblicani, mandando allo sbaraglio il solito proletariato, le sue famiglie, la popolazione civile.

In nome del separatismo sloveno, croato e serbo, in nome di una presunta autonomia etnica e religiosa, in realtà per usufruire di obiettivi economici veri o presunti, a Zagabria come a Lubiana, a Belgrado come a Sarajevo, si è soffiato sulle "diversità" discriminanti, sulle purezze etniche quali fattori di aggregazione della masse lavoratrici e della popolazione, in chiave sempre borghese ma affaristica, privata e nazionalistica. E per i produttori di plus valore era giunto il momento di trasformassi, sotto le bandiere della propria repubblica, stretti all'interno della propria etnia o accomunati dalla medesima fede, in altri termini al traino degli interessi delle rispettive borghesie, in carne da cannone, in eserciti da mandare allo sbaraglio in nome dei sanguinari interessi degli ex direttori di banca, di ex direttori di impresa, di ex membri della nomenklatura di partito o dell'esercito della ex Jugoslavia, per consentire a lor signori di diventare banchieri di banche private, imprenditori di imprese gestite privatisticamente e di investire produttivamente o speculativamente quanto ammassato di capitale nelle precedente gestione della "cosa" pubblica.

La speranza delle piccole borghesie ex jugoslave, era ed è quella di crearsi migliori ambienti di estorsione di plus valore grazie al distacco da Belgrado e alla vicinanza economica con i partner europei, Germania in testa . A questo, il frammentato proletariato sarà chiamato, non più in nome di un falso socialismo, ma per la costruzione di una altrettanto falsa democrazia i cui bastioni, oltretutto, si trovano al di fuori dei confini repubblicani.

L'ultimo attacco arriverà dal capitale internazionale. Già da qualche anno con successo, in Slovenia e in Croazia, il capitale finanziario tedesco, austriaco e in parte italiano è progressivamente penetrato. Alcune banche, le più importanti; decine di imprese metallurgiche e metalmeccaniche, le più produttive o quelle che presentavano i minori costi di ristrutturazione, sono cadute sotto il controllo, se non addirittura sotto la proprietà del capitale straniero. Ma soprattutto, anche per le piccole realtà nazionalistiche ex jugoslave, come per alcuni paesi dell'est europeo dopo la caduta dell'impero sovietico, vale il principio in base al quale, là dove il costo del lavoro è nettamente inferiore, il capitale internazionale si colloca e opera. È il caso degli stabilimenti Iveco nelle fabbriche di Maribor in Slovenia, delle piccole ma diffuse joint ventures a capitale tedesco e austriaco sparse sia in Slovenia che in Croazia, dell'inglobamento della Skoda da parte del Gruppo Volkswagen.

In tempi di profitti scarsi e di saggi del profitto in progressiva diminuzione, anche per i capitalismi più forti sul mercato internazionale, la caccia alle riserve di forza lavoro il cui costo è inferiore delle metà o del 60% di quello che normalmente si pratica all'interno dei paesi ad alta industrializzazione, è una necessità inderogabile. Non è un caso che il capitale tedesco, pur avendo a disposizione una forza lavoro della ex Germania dell'Est inferiore del trenta per cento, abbia effettuato il salto geografico per insediarsi in Ungheria, in Boemia, in Slovacchia e buon ultima, la parte settentrionale della Ex Jugoslavia.

Per i proletari slavi del sud, lo scenario che l'imperialismo internazionale sta allestendo, in alternativa e in concorrenza con le borghesie indigene, è quello di un super sfruttamento tanto più odioso se rapportato al sangue versato.

Gli accordi di Dayton

La crisi della Jugoslavia è iniziata all'insegna della violenza, è proseguita nella barbarie delle armi, e con la violenza si è conclusa dopo quasi quattro anni di guerra e massacri tra la popolazione civile. Inizialmente è stata una violenza economica, quella della crisi del capitalismo slavo contrabbandato per socialismo "autogestito", che ha innescato il processo di disintegrazione dello Stato federale. Poi quella delle borghesie repubblicane, che hanno giocato sul tavolo dei loro egoismi la carta della "purezza etnica" e della separatezza confessionale. Infine quella degli imperialismi europeo e d'oltre oceano che anche su questa vicenda hanno trovato il modo di abbattersi come famelici avvoltoi sulla misera carcassa del "mercato" jugoslavo.

Con gli accordi di Dayton l'amministrazione Clinton ha tentato di preparare la sua campagna elettorale con un successo di politica internazionale. Ha imposto con la forza delle armi la sua proposta di spartizione della Bosnia tra serbi e croato-mussulmani nel rapporto territoriale di 49% per i primi e 51% per i secondi così come era stato deciso a Washington nel giugno del 1994. Ha salvaguardato le aspettative dei suoi alleati mussulmani, si è ancora una volta proposta come unico artefice degli equilibri internazionali del dopo guerra fredda, bloccando temporaneamente l'avanzata dell'economia tedesca nei Balcani e ribadendo a Francia e all'Inghilterra che, anche in Europa, tutti i partners atlantici devono inchinarsi ai voleri degli Usa, sia sul terreno diplomatico che su quello dell'intervento armato.

Paradossalmente gli accordi di Dayton ribaltano, ridicolizzandole, le scuse o le analisi speciose che sarebbero state alla base della crisi jugoslava e dell'intervento armato della Nato. Secondo queste analisi giustificatorie, la crisi jugoslava si sarebbe prodotta perché il totalitarismo economico e politico della Jugoslavia di Tito e del dopo Tito avrebbe tentato di ricomporre in un unico corpo nazionale realtà etniche e religiose diverse che poi, in una sorta di ineluttabile rivincita storica, si sarebbero risvegliate distruggendo la società degli Slavi del sud e innescando una sanguinosa guerra civile a cui la comunità internazionale, suo malgrado, ha dovuto mettere mano con la forza delle armi.

A parte la evidente pretestuosità dell'approccio alla crisi jugoslava, se così fossero andate le cose, non si comprenderebbe come adesso, dopo quattro anni di atroci scontri e di fratricide ritorsioni, la Bosnia possa ricompattare quelle stesse etnie che sarebbero state alla base della guerra civile. Ieri, si diceva, non era possibile la convivenza, oggi la si impone con la forza. il fatto è che ieri le grandi potenze avevano tutto l'interesse a soffiare sul fuoco delle etnie per disgregare la Jugoslavia, oggi hanno l'interesse a spartirsi le zone di influenza all'interno di una posticcia quanto falsa unità della Bosnia imponendo, questa volta sì, una difficile convivenza tra le popolazioni.

A Dayton, serbi di Pale e loro alleati esterni permettendo, si è sancito un accordo per una Bosnia una e bina. Una in quanto repubblica al pari di tutte le altre che hanno operato la secessione da Belgrado, con un suo presidente, governo e parlamento. Bina perché in realtà le due componenti, quella croato-mussulmana e quella serbo-bosniaca, governerebbero autonomamente all'interno dello spazio loro assegnato. A sua volta, la divisione tra le due comunità ha comportato che da parte mussulmana, pur di ottenere un qualsiasi riconoscimento ufficiale, non si è esitato ad accettare l'alleanza con l'ex nemico croato, perdendo oltre alla faccia alcuni territori e la tanto sospirata autonomia, mentre da parte dei serbi di Belgrado si è operato tranquillamente lo scaricamento dei "fratelli" serbo-bosniaci della Repubblica di Pale, pur di vedersi togliere l'embargo e di avere mano libera nella "gestione" futura della parte serba della Bosnia, una volta sbarazzato il campo dalla scomoda presenza di ex alleati come Mladic e Karazic.

Ma chi ha vinto con gli accordi di Dayton? Certamente gli Stati Uniti per le ragioni che abbiamo visto. Altrettanto certamente la Germania, anche se l'intervento militare voluto da Washington ha segnato un argine, almeno momentaneo, all'avanzata del marco nell'area balcanica. In parte le borghesie bosniache implicate nella guerra civile in cui, a diversi livelli di realizzazione e di subordinazione alla politica delle grandi potenze, hanno raggiunto gli obiettivi minimi del loro egoismo economico e nazionalistico. Non certamente il proletariato jugoslavo, trucidato, massacrato da tutte le componenti borghesi scese sul terreno dello scontro armato. I proletari mussulmani, croati e bosniaci, persa completamente la loro identità di classe, trasformati in strumenti di guerra nelle mani delle rispettive borghesie, sono diventati carne da macello senza nessuna possibilità di scampo individuale né, tantomeno collettiva. La tragedia dei lavoratori jugoslavi, anche se più cruenta e sanguinosa, è del tutto simile a quella patita dal proletariato sovietico, e per altri versi a quella del proletariato occidentale. La perdita dell'identità di classe, l'assoluta assenza di un partito genuinamente ancorato agli interessi contingenti e storici di classe, la mancanza di una prospettiva rivoluzionaria anche se appena accennata e lontana nei tempi di realizzazione, non potevano che presentare un proletariato indifeso ideologicamente, inerme sul fronte dello scontro di classe, facile preda degli interessi borghesi pronto, suo malgrado, a subirne i richiami nazionalistici, etnici e confessionali.

Se ciò è potuto accadere è perchè nella ultima parte della storia del movimento operaio erano e sono presenti ancora tutti i segni degenerativi e controrivoluzionari dello stalinismo e della sconfitta della rivoluzione d'ottobre. E non saranno certamente le scorciatoie rappresentate dalle momentanee e strumentali alleanze con questa o quella borghesia a risolvere il problema della emancipazione operaia, né a creare migliori condizioni per la ripresa della lotta di classe, ma eventualmente a produrre il suo esatto opposto.

Constatare, come in Bosnia, l'assoluta mancanza di una coscienza di classe tra le masse proletarie, l'inesistenza di un partito rivoluzionario e quindi di un programma e di una strategia autonoma della classe, non significa, per non correre il rischio di risultare indifferenti all'evolversi della sconfitta di classe, scendere sul terreno di pericolosi "distinguo" tra un fronte dello scontro borghese e l'altro. Che cosa significa infatti, difendere i mussulmani, (la borghesia mussulmana) dall'attacco dei serbi spalleggiati da Russia, Francia e Inghilterra, o cambiando registro, proclamare la necessità della difesa dei serbi (della borghesia serba) aggrediti dalle truppe Onu in rappresentanza degli Usa, se non contribuire all'ulteriore confusione nelle già labili coscienze politiche delle masse proletarie.

Se avanguardie politiche rivoluzionarie si fossero prodotte in Bosnia, pur all'interno del pessimo quadro generale in cui versava la totalità del proletariato, il loro compito non sarebbe certamente stato quello di scendere a fianco, o di "tifare" per una della componenti borghesi, ma di operare per un primo ineludibile obiettivo, quello della unità dei proletari croati, serbi e mussulmani, come condizione irrinunciabile alla ripresa di una coscienza di classe, presupposto a sua volta, della ripresa della lotta di classe. Ma il raggiungimento, peraltro difficile, di questo primordiale obiettivo può avere mille percorsi, esprimersi attraverso centinaia di approcci rivendicativi e politici, ma una cosa è certa, non passa dall'alleanza o dal "tifo" con qualsivoglia borghesia.

Fabio Damen

Prometeo

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