Questione meridionale e globalizzazione del capitale

Introduzione

Mentre la borghesia italiana festeggia l’ingresso nella moneta unica europea, si fanno sempre più drammatiche le condizioni di vita e di lavoro del proletariato. Nonostante i trucchi e le manipolazioni delle statistiche, i pennivendoli borghesi non riescono più a nascondere il dramma della disoccupazione, che, nella sola Europa, colpisce oltre venti milioni di lavoratori. Il raggiungimento dell’obiettivo dell’Euro, come gli stessi uomini del governo hanno voluto prontamente puntualizzare, non significa che i sacrifici siano finiti. Anzi, come lo stesso ministro del tesoro Ciampi ha affermato:

il difficile non è stato tanto arrivare nella moneta unica quanto rimanerci.

Questa frase sintetizza e nello stesso tempo anticipa la politica economica del governo dei prossimi anni, incentrata ancora una volta sui tagli alla sanità, alle pensioni e a quel che rimane dello stato sociale.

Nel pieno dei festeggiamenti per il raggiungimento dell’obiettivo della moneta unica, nella maggioranza di governo è proseguito lo scontro interno sui destini dell’IRI. Gli enormi interessi che ruotano intorno alla privatizzazione dell’industria pubblica, la prospettiva che si apre alla borghesia di acquisire per poche lire alcune imprese del gruppo che sono all’avanguardia nella competizione sui mercati internazionale, hanno trasformato l’argomento in un terreno di scontro tra le varie componenti del governo. Tra le proposte lanciate negli ultimi mesi, ha suscitato un certo interesse quella di Rifondazione Comunista, la quale ha lanciato l’idea di trasformare l’IRI in un’agenzia per la promozione dello sviluppo nell’Italia meridionale. Per il partito di Bertinotti e Cossutta, sempre pronto a svolgere il ruolo doppiogiochista di partito di governo e d’opposizione, la drammatica situazione occupazionale e dell’economia meridionale deve essere affrontata costituendo un’apposita agenzia per lo sviluppo del Mezzogiorno con le risorse provenienti dalla privatizzazione dell’Iri. Con il solito tono minaccioso e nello stesso tempo rassicurante, Rifondazione si è dichiarata pronta a rompere con l’attuale maggioranza se il governo non prende delle misure serie ed urgenti per contrastare il dilagare della disoccupazione nel meridione. Per Rifondazione, la nascita dell’Agensud costituisce il primo di una serie di provvedimenti che il governo dovrà prendere per dare una soluzione ai problemi del meridione d’Italia.

La proposta di Rifondazione Comunista, pur non riscuotendo alcun appoggio all’interno della maggioranza di governo, ha suscitato la ripresa del dibattito sulla questione meridionale nel variegato mondo neo-riformista. Dopo anni di silenzio seguiti alla fine dell’intervento straordinario, la questione meridionale torna ad essere al centro del dibattito politico. Presentate come le nuove idee che dovrebbero finalmente risolvere la questione meridionale, tornano in circolazione le vecchie tesi del meridionalismo italiano, che tanti danni hanno prodotto alla classe operaia italiana. Di fronte al fallimento delle politiche d’industrializzazione del meridione, il neo-meridionalismo cosa propone di nuovo? Ancora una volta l’industrializzazione. Proprio in questi ultimi mesi, sulle pagine del quotidiano pseudo comunista "Il Manifesto", sono apparsi alcuni articoli nei quali alcuni economisti della sinistra borghese hanno rilanciato l’idea dell’industrializzazione come unico veicolo per ridare fiato all’economia meridionale e dare così una risposta al dramma di milioni di disoccupati. Nella più totale confusione ideologica è proseguita l’opera di mistificazione sulle cause dell’arretratezza economica del meridione d’Italia; gli interventi degli illustri economisti, malgrado le apparenti diversità, non sono andati oltre uno sterile disegno di sviluppo tutto interno al modo di produzione capitalistico che vede nella "mitica" industrializzazione del sud l’unico passaggio possibile.

Ma l’attuale ritorno d’interesse su un tema come la questione meridionale da parte della borghesia italiana, non nasce dalla volontà di dare una risposta ai problemi del sud. Una nuova fase si è aperta nei rapporti tra capitale e lavoro, nella quale la borghesia, per attenuare gli effetti della sua crisi, non può far altro che comprimere costantemente il costo della forza-lavoro. Se in passato il meridionalismo è stato utilizzato dalla classe dominante per produrre illusioni e preparare alla sconfitta il proletariato italiano, oggi la stessa borghesia utilizza la questione meridionale per attaccare ulteriormente le condizioni di vita della classe operaia. I notevoli cambiamenti in atto nei meccanismi di accumulazione del sistema capitalistico hanno dato alla borghesia italiana la possibilità di utilizzare il sottosviluppo del meridione come un’arma di ricatto per tutto il proletariato italiano.

Ma, prima d’introdurci nell’attualità dell’argomento, riteniamo necessario sintetizzare le varie tappe del meridionalismo italiano e la puntuale critica fatta dalla sinistra comunista. Questo ci aiuterà molto nella comprensione del "nuovo meridionalismo", alla luce dei nuovi processi di globalizzazione dell’economia e della svalutazione selvaggia del costo della forza-lavoro.

All’origine della questione meridionale

La questione meridionale affonda le proprie radici ai tempi dell’unità d’Italia. Non esiste periodo in cui l’arretratezza del sud non abbia costituito elemento di discussione e di accese polemiche. Senza voler riprendere, per ovvi motivi di spazio, le varie posizioni sulla questione meridionale, possiamo affermare che le prime indicazioni date dalla borghesia italiana sull’arretratezza del sud sono tutte impregnate di una visione liberista del problema. È dalla seconda metà del secolo scorso, infatti, che la borghesia italiana è impegnata nel formulare ipotesi di sviluppo per l’Italia del sud, senza però dare una risposta seria ai drammatici problemi del proletariato meridionale. Sono stati innumerevoli i tentativi per venire a capo del problema e portare nelle misere terre meridionali il necessario progresso economico e sociale. Dopo l’unificazione del regno, il governo, per approfondire le cause del ritardo economico, invia nelle regioni meridionali tutta una serie di economisti, sociologi ed altri studiosi. I risultati delle inchieste, ricollegandosi alle teorie del liberismo economico, imputano le cause del sottosviluppo agli ostacoli che impediscono il perfetto funzionamento dei meccanismi del mercato. I primi governi unitari hanno adottato una politica economica tendente a favorire complessivamente lo sviluppo del capitalismo nelle aree più avanzate. Il progetto unitario è visto esclusivamente come il passaggio obbligato per unificare il mercato italiano e dare così alla borghesia uno spazio economico dove vendere le proprie merci. Per il pensiero liberista il solo intervento consentito allo stato è quello finalizzato ad eliminare gli ostacoli che si frappongono al libero funzionamento del mercato. Per tutta una fase storica, che si protrae fino agli inizi del 20° secolo, quella liberista è l’unica risposta fornita dalla borghesia per giustificare il ritardo economico del meridione.

Merita un semplice cenno, anche per dimostrare come la borghesia pur di difendere i propri interessi di classe è disposta a tutto, il tentativo rozzo e spesso volgare, fatto dal settore più reazionario della classe dominante italiana, di spiegare il ritardo del sud come un semplice fattore di razza. Inserito in un contesto più antropologico che economico, questo filone cerca di spiegare il ritardo del meridione con l’inferiorità della razza meridionale; il capofila di questa scuola di pensiero è stato il Lombroso, autore di innumerevoli studi sull’inferiorità intellettiva meridionale. Può apparire assurdo, ma le aberranti teorie lombrosiane hanno riscosso un notevole appoggio non solo tra le file della borghesia, ma anche nei settori più riformisti del PSI. Per il Lombroso, l’arretratezza economica del meridione è da attribuire all’inferiorità degli uomini del sud. Partendo dai caratteri somatici dei meridionali, il Lombroso evince che i meridionali costituiscono un popolo rozzo, incivile e soprattutto violento e come tale incapace di varcare le soglie della modernità. Ricordiamo che la spiegazione lombrosiana s’inquadra in un contesto storico nel quale l’opposizione al progetto unitario dei Savoia è ancora forte; proprio per questo, descrivere i meridionali come un popolo violento, aveva allora il significato di dare una giustificazione ideologica alla durissima repressione in atto nei territori meridionali.

La borghesia italiana, impegnata nel suo contraddittorio sviluppo, non produce altre teorie sull’argomento ed affida alla repressione e ai meccanismi regolatori del mercato il compito di risollevare le sorti dell’economia meridionale.

La questione meridionale nell’analisi di Gramsci

Il nuovo secolo porta con sé sulla scena politica italiana un proletariato capace di elaborare sulla complessità delle contraddizioni del capitalismo italiano. È così che la questione meridionale s’arricchisce del contributo dell’analisi del socialismo riformista italiano. Fra i primi riformisti a dare alla questione meridionale una rilevanza nella strategia politica complessiva è stato Gramsci. L’impostazione metodologica data da Gramsci all’arretratezza del meridione ha costituito, e per certi aspetti costituisce tuttora, il punto di riferimento per le ipotesi di sviluppo dell’Italia del sud fatte dal riformismo italiano, che tante sconfitte ed illusioni ha prodotto nelle coscienze del proletariato italiano.

Il carattere idealistico del pensiero gramsciano risalta in maniera netta nelle riflessioni che egli compie sulla questione meridionale. Nei "Quaderni del carcere" il problema del mezzogiorno appare immediatamente collocato nell’ambito dello sviluppo storico del capitalismo italiano. Il ritardo economico del meridione d’Italia non è, per Gramsci, il prodotto delle contraddizione capitalistiche, ma la sua comprensione richiede una rilettura critica degli eventi risorgimentali che hanno portato all’unità del regno. La questione meridionale è una specificità nazionale e non il risultato delle contraddizioni capitalistiche, che determinano nello stesso tempo sviluppo di alcune aree e fame e miseria in vaste aree del pianeta.

L’errore maggiore dell’elaborazione gramsciana è stato quello di individuare la causa dell’arretratezza meridionale nel permanere di rapporti di produzione di natura feudale. Il blocco che si realizza tra la grande borghesia del nord e i gruppi "feudali" del sud rappresenta lo scoglio contro il quale si scontra ogni politica di progresso in Italia. Sentiamo Gramsci:

Esso realizza un mostruoso blocco agrario che nel suo complesso funziona da intermediario e da sorvegliante del capitalismo settentrionale e delle banche. Il suo unico scopo è conservare lo status quo. Nel suo interno nessuna luce intellettuale, nessun programma, nessuna spinta a miglioramenti e progressi. (1)

È nella mancanza di una borghesia meridionale che bisogna ricercare la causa prima dell’arretratezza del sud, nella sua incapacità di contrastare il blocco sociale prima descritto. Posta in questi termini la questione, ne deriva la necessità storica di spezzare il blocco agrario per liberare le energie di quelle forze sociali indispensabili per qualsiasi politica riformistica. A questo punto Gramsci rompe gli indugi e prepara il terreno sul quale costruire le alleanze sociali capaci di dare un impulso alla politica dei "miglioramenti". Ridiamo la parola ancora una volta a Gramsci:

Al di sopra del blocco agrario funziona nel mezzogiorno un blocco intellettuale che praticamente ha servito finora ad impedire che le screpolature del blocco agrario divenissero troppo pericolose e determinassero una frana. (2)

Il problema che si pone Gramsci è quello di attrarre nell’ambito delle forze progressiste gli intellettuali, per dare una maggiore consistenza all’opposizione contro il blocco agrario.

Come si può constatare, la distanza che separa Gramsci dalle posizioni classiche del marxismo rivoluzionario sono siderali. Nell’elaborazione gramsciana la profonda frattura sociale esistente tra borghesia e proletariato, punto fermo della dottrina rivoluzionaria, si stempera in uno sterile quanto dannoso interclassismo; all’alleanza operai-contadini si affianca e talvolta si sostituisce la relazione urbano-rurale. Il rapporto squilibrato tra nord e sud viene qui individuato in relazione alla disparità tra le capacità di direzione espresse dai ceti urbani delle due aree del paese.

L’impostazione gramsciana, incentrata sulla politica delle alleanze tra proletariato, settori illuminati della borghesia e intellettuali, costituirà negli anni a seguire la base teorica per le successive politiche di sviluppo del meridione, nelle quali gli interessi del proletariato saranno completamente subordinati a quelli della borghesia. Dietro il mito della riforma agraria non c’è forse l’impostazione gramsciana delle alleanze sociali? Intesa come il primo passo da compiere per rompere il blocco reazionario, la riforma agraria, spezzettando in tanti piccoli appezzamenti le grandi proprietà terriere, diede l’illusione di aver posto le condizioni per superare il sottosviluppo meridionale. Ma le speranze di milioni di contadini e braccianti meridionali s’infrangono quasi subito sotto i colpi delle leggi del mercato.

Senza riprendere le nostre posizioni in tema di riforma agraria, possiamo solo ribadire che essa, in definitiva, ha portato all’ulteriore impoverimento del sud. La scelta strategica operata dalla borghesia italiana ha imposto che l’inserimento del capitalismo italiano nel quadro di quello internazionale avvenisse tramite una tumultuosa crescita dell’industria del nord. Ciò ha determinato che, a partire dalla seconda metà degli anni cinquanta, inizia un processo migratorio di contadini meridionali richiamati dalle sirene delle fabbriche del nord. Si assiste in quegli anni ad un vero e proprio processo di spopolamento, che dura fino agli anni settanta; interi paesi abitati da soli vecchi, donne e bambini e dal mito ormai sepolto della riforma agraria.

Il meridionalismo nella critica della sinistra italiana

Gramsci, come dicevamo, ha segnato una tappa fondamentale del meridionalismo italiano. Aver "nazionalizzato" un aspetto contraddittorio del modo di manifestarsi del capitalismo, ha comportato che il meridionalismo non abbandonasse mai il terreno di difesa degli interessi della borghesia, ma si è limitato a sfornare periodicamente piani di sviluppo per il sud privi di qualsiasi significato di rottura rivoluzionaria.

È stata opera della sinistra italiana aver fissato una volta per sempre il problema meridionale in termini di classe, evidenziando i limiti teorici e politici dell’impostazione gramsciana della questione meridionale e denunziando le pericolose illusioni che potevano da essa derivare. Scrivevamo in Prometeo nel 1949, nel pieno delle lotte per la terra:

Quella che banalmente si considera come l’arretratezza dello sviluppo sociale del mezzogiorno, analogamente alla pretesa scarsa e deficiente evoluzione sociale dell’Italia in generale, non ha nulla a che fare con un ritardo storico nell’eliminazione di istituti feudali, ed anche dove presenta le famose zone depresse è invece un diretto prodotto dei peggiori aspetti ed effetti del divenire capitalistico, nell’Europa specie mediterranea nell’epoca post-feudale. (3)

Per la sinistra italiana non dunque nella permanenza di istituti feudali è da ricercarsi la causa della crisi del mezzogiorno d’Italia, ma nelle stesse dinamiche del modo di produzione capitalistico. Parlare di residui di feudalesimo nel pieno della fase imperialistica del capitalismo era una pura follia politica; l’arretratezza meridionale era piuttosto la logica conseguenza delle contraddizioni capitalistiche, che, nel loro operare, così come producono degli squilibri tra i diversi settori produttivi, nello stesso modo creano squilibri tra le diverse aree del mondo.

L’analisi da noi condotta è stata confermata dagli eventi successivi, laddove anche in presenza di una fase di sviluppo del ciclo di accumulazione del capitale, le differenze tra le diverse aree economiche del mondo anziché ridursi si sono ulteriormente accentuate. Per capire il ritardo del mezzogiorno italiano bisognava abbandonare la visione gramsciana della presenza di rapporti di produzione feudali e della necessità quindi di dar vita ad un’alleanza della classe proletaria con la borghesia per sconfiggere le resistenze della reazione feudale. Per la sinistra italiana le responsabilità andavano addossate esclusivamente al capitalismo, e concludeva che:

il problema del mezzogiorno è un problema di classe, un problema d’abbattimento dello stato italiano, un problema di inquadramento di tutte le forze lavoratrici contro il dominio del capitale. (4)

Contro le nostre posizioni, chiaramente ancorate ad una visione di rottura con il modo di produzione capitalistico, si sono come sempre scagliate le iene dello stalinismo. Nel rispetto della tradizione delatoria, gli stalinisti, approfittando dell’onda delle lotte contadine, ci accusavano di essere al servizio dei latifondisti reazionari.

L’industrializzazione e l’intervento straordinario

In linea con la visione gramsciana, per la quale il mezzogiorno restava la contraddizione fondamentale del sistema capitalistico italiano e di conseguenza il punto debole della struttura economica nazionale, nell’immediato dopoguerra tra le forze politiche italiane, PCI compreso, si fa strada l’idea che la risoluzione del problema meridionale dovesse obbligatoriamente passare attraverso la realizzazione di un piano d’industrializzazione del sud.

In concomitanza con le lotte contadine, il governo democristiano, grazie ai finanziamenti del governo americano e della banca mondiale, attua un piano d’intervento straordinario per il meridione con il quale si tenta di far partire l’industrializzazione nel mezzogiorno d’Italia. Per la realizzazione di tale piano, nel 1950 viene creata la Cassa per il Mezzogiorno, un istituto speciale chiamato a gestire le risorse destinate alla realizzazione nel sud di impianti industriali. I risultati conseguiti nei 40 anni di vita della Cassa per il mezzogiorno son a dir poco fallimentari. Concepita come uno strumento con il quale realizzare interventi aggiuntivi rispetto agli investimenti ordinari, la Cassa per il Mezzogiorno si è trasformata nel tempo nell’unico veicolo attraverso il quale finanziare l’economia meridionale. Nonostante le risorse finanziarie impiegate per lo sviluppo del meridione d’Italia, l’industrializzazione è rimasta soltanto una chimera. A fronte di investimenti di migliaia di miliardi di lire, nel sud sono stati realizzati pochissimi impianti industriali e perlopiù avulsi dal contesto economico dell’area circostante. La montagna di capitali investita nel mezzogiorno, soprattutto negli anni cinquanta e sessanta, ha partorito il classico topolino delle cattedrali nel deserto; impianti faraonici che non sono mai entrati in funzione.

Ad un’attenta analisi, la politica d’industrializzazione del meridione è servita ancora una volta a tutelare gli interessi della grande industria del nord. Infatti, i capitali investiti nelle aree meridionali, seguendo una sorta di circolo vizioso, affluivano, sotto forma di domanda di beni strumentali, nelle tasche dei capitalisti del nord. L’intervento straordinario, realizzato tramite la Cassa per il mezzogiorno, è sempre stato dettato per soddisfare le esigenze d’accumulazione del capitale delle aree più sviluppate del paese. Come spesso accade nelle dinamiche dei processi d’accumulazione, la classe dominante riesce a sfruttare a proprio vantaggio anche quelle iniziative che in apparenza sembrano favorire la risoluzione di una propria contraddizione, ma che nella realtà si tramutano in un peggioramento delle condizioni di vita della classe lavoratrice delle aree meno sviluppate. La questione meridionale e la politica d’industrializzazione del sud sono stati utilizzati dalla grande borghesia italiana per assecondare la fase espansiva del ciclo d’accumulazione. Infatti, una corretta valutazione dell’intervento straordinario nel sud, conduce inevitabilmente a considerare l’accresciuta domanda di beni strumentali necessari per la realizzazione delle nuove imprese meridionali come un grosso regalo fatto dallo stato italiano alle grandi imprese del nord.

Se andiamo ad analizzare i numeri delle statistiche relative agli anni del boom economico, possiamo osservare che, nonostante l’intervento straordinario, non solo non si è avviato alcun processo d’industrializzazione nel meridione, ma la crescita economica del mezzogiorno d’Italia è stata nettamente inferiore a quella fatta registrare dalle regioni del centro-nord. Nel periodo 1951-70, gli anni in cui il capitalismo mondiale si sviluppa con una rapidità straordinaria, le aree meridionali si sviluppano ad un ritmo annuo del 5%, mentre nello stesso periodo le regioni del centro-nord fanno registrare punte di crescita superiore al 6,5%. Se consideriamo che nel ventennio 1951-70 il PIL del mezzogiorno d’Italia rappresentava soltanto un quarto di quello del centro-nord, la differenza espressa in termini assoluti mette ancor più in evidenza il processo di divaricazione economica tra le due aree considerate. Ma è sul fronte occupazionale che emergono con maggiore nettezza le differenze tra le due aree del paese. Nel ventennio 1951-70, il centro-nord fa registrare un tasso di disoccupazione medio pari al 3,2%, con delle aree, come il famoso triangolo industriale, che presentano un tasso del 2%. Nello stesso periodo le regioni meridionali fanno registrare un tasso di disoccupazione intorno al 7%. Se consideriamo l’enorme flusso migratorio che ha portato milioni di proletari meridionali verso il nord del paese, la differenza dei tassi di disoccupazione tra le due aree assume una dimensione ancora più significativa.

A partire dagli anni settanta, in concomitanza con le prime manifestazioni della crisi economica del sistema capitalistico su scala internazionale, per il meridione italiano inizia un rapido processo di desertificazione economica. Se le aree più sviluppate del capitalismo italiano, grazie ad enormi processi di ristrutturazione dell’apparato produttivo, riescono a mantenere una certa competitività sui mercati mondiali, il meridione italiano subisce un vero e proprio tracollo economico. Il divario tra nord e sud del paese aumenta progressivamente sotto l’incalzare della crisi economica. Con l’aggravarsi delle difficoltà economiche, la disoccupazione nelle aree meridionali cresce a ritmi vertiginosi. La riduzione degli investimenti nel mezzogiorno d’Italia, ridottisi nel 1983 a circa il 50% rispetto a quelli realizzati nel 1974, provoca un’immediata impennata del tasso di disoccupazione che sfiora il 18-20%, mentre nelle regione del centro-nord non supera il 9%.

Nel 1990 finisce l’esperienza dell’intervento straordinario nel Mezzogiorno. Per la borghesia italiana sono altre le priorità da raggiungere con ogni mezzo finanziario. L’obiettivo dell’unione monetaria, imponendo il risanamento delle finanze pubbliche, non permette al capitalismo di indirizzare risorse nel meridione; ciò determina delle conseguenze sociali drammatiche. Negli anni novanta l’attacco sistematico operato dalla borghesia allo stato sociale e la continua riduzione degli interventi di sostegno alla fragile economia meridionale, accentuano il divario tra il centro-nord e il sud del paese. S’aggrava la disoccupazione, specie quella giovanile, che in regioni come la Campania e la Calabria rappresentano il 55% dei giovani.

Il sud, dopo l’illusione dell’intervento straordinario e dell’industrializzazione, si è trasformato rapidamente in un grande contenitore per disoccupati ed emarginati.

Il "nuovo meridionalismo"

Il piano di privatizzazione dell’Iri ha riportato dopo molti anni al centro del dibattito politico nazionale la drammatica situazione economica del mezzogiorno italiano. Come dicevamo all’inizio di questo nostro lavoro, la proposta di Rifondazione Comunista di trasformare l’IRI in un’Agenzia per lo sviluppo del meridione, pur essendo osteggiata dalla stessa maggioranza di governo e dai sindacati, ha dato il via ad una serie d’interventi da parte di economisti e sociologi, i quali non hanno fatto altro che riproporre vecchie formule di sviluppo che la storia degli ultimi 40 anni ha puntualmente sconfessato.

Nei numerosi articoli apparsi in questi ultimi mesi sul quotidiano "Il Manifesto", i vari autori hanno tratteggiato i possibili scenari di sviluppo per il mezzogiorno. Nonostante la diversità di linguaggio e andando oltre le apparenze delle argomentazioni, le varie proposte di sviluppo possono essere sostanzialmente ricondotte ad unico filone di pensiero che riprende la vecchia formula dell’industrializzazione del mezzogiorno.

Il primo a rilanciare il dibattito sulla questione meridionale è stato l’economista Augusto Graziani, che facendo propria la proposta di Rifondazione Comunista, ha evidenziato la necessità di rilanciare nel sud un piano di investimenti pubblici. L’analisi di Graziani parte dalla semplice considerazione che la fine dell’intervento pubblico nel mezzogiorno ha determinato un peggioramento della condizione economica dell’intero sud. Lasciare alle sole forze del mercato la risoluzione del problema meridionale è stata una politica che si è dimostrata fallimentare. Per Graziani la ripresa economica del mezzogiorno e la risoluzione del dramma della disoccupazione devono passare obbligatoriamente attraverso il rilancio degli investimenti pubblici. Gli incentivi alle imprese, la fiscalizzazione degli oneri sociali, i contratti d’area, la flessibilità del lavoro, pur essendo giudicati necessari per attrarre gli investimenti in un’area depressa come quella meridionale, non sono sufficienti per dare una risposta concreta alla voglia di rinascita del meridione. Occorre quindi che il governo, dopo anni di continui tagli al bilancio pubblico, giustificati dal raggiungimento dell’obiettivo della moneta unica, appronti un piano straordinario d’investimenti attraverso il quale dare competitività all’intero sistema economico meridionale. Nel Graziani-pensiero, il ritorno degli investimenti pubblici dovrebbe svolgere la funzione di volano per l’intera economia meridionale. Ma a quali mercati dovrebbe rivolgersi il sistema economico meridionale, visto che il gap tecnologico rispetto alle imprese del nord è attualmente incolmabile? L’illustre economista supera in fantasia i migliori scrittori di favole e tra il serio e il faceto afferma: il mercato di riferimento per le imprese meridionali non può essere ovviamente quello europeo o statunitense, ma occorre penetrare nei paesi che si affacciano sul bacino mediterraneo, ad esempio i paesi nordafricani e la Turchia. In quest’ottica il governo italiano si dovrebbe fare non solo carico degli investimenti nel meridione, ma dovrebbe agire sul piano della politica estera per favorire la nascita di un’area economica mediterranea caratterizzata da un basso contenuto tecnologico, nella quale le imprese del nostro sud potrebbero essere altamente competitive.

L’analisi di Graziani parte dalla giusta osservazione che il meridione italiano si è economicamente ulteriormente allontanato dal resto del paese e che le sole forze del mercato non possono dare un’adeguata risoluzione al dramma della disoccupazione di massa. Ma la ricetta proposta non fa altro che riproporre lo stesso schema dell’industrializzazione del mezzogiorno, che tanti anni d’intervento straordinario e migliaia di miliardi non sono riusciti ad innescare. Come è possibile ipotizzare l’industrializzazione del meridione nella fase discendente del ciclo di accumulazione del capitale, quando tale politica si è dimostrata fallimentare nella fase espansiva del ciclo? Riemergono come zombies le tesi tanto care al vecchio riformismo, in base alle quali il capitalismo è perfettamente conciliabile con uno sviluppo equilibrato tra le diverse aree economiche. La storia del capitalismo degli ultimi decenni ha dimostrato invece che le distanze economiche tendono inesorabilmente ad aumentare. La globalizzazione dell’economia, a differenza di quanto vuol far credere il pensiero borghese, non significa affatto riequilibrare le diverse aree del pianeta; nella realtà, grazie ai processi di globalizzazione, il capitalismo è ora in grado di soddisfare meglio la sua inesauribile spinta verso la concentrazione e centralizzazione dei mezzi produttivi e finanziari.

Nel recente dibattito sulla questione meridionale, la proposta di Augusto Graziani è stata osteggiata da alcuni economisti che hanno formulato un’ipotesi di sviluppo "alternativo". L’esponente di maggior spicco di questo secondo schieramento è il professor Becattini, che nei suoi interventi ha sottolineato come lo sviluppo del mezzogiorno non possa più passare attraverso il rilancio dell’intervento straordinario. Fra i maggiori "studiosi" dell’economia sommersa del meridione d’Italia, Becattini propone per il mezzogiorno un progetto di sviluppo simile a quello che si è dimostrato vincente nel nord-est del paese. La straordinaria vitalità delle imprese del nord-est del paese è avvenuta grazie alla nascita dei cosiddetti distretti industriali, aree economiche omogenee all’interno delle quali operano una miriade di piccole e medie imprese. L’idea di Becattini e di tanti altri economisti è quella di lanciare anche nel mezzogiorno d’Italia un vasto programma di sviluppo economico con il quale far emergere dal sommerso le micro-imprese, patria del lavoro nero e sottopagato, costituendo in tal modo un vero e proprio distretto industriale. Ma tale programma di sviluppo non può partire ancora una volta dall’intervento pubblico, dimostratosi fallimentare negli ultimi 40 anni, ma occorre spingere le stesse imprese del nord-est ad investire nel meridione d’Italia, anziché in paesi a bassi salari, come per esempio la Romania. Si potrebbe in tal modo innescare un circolo virtuoso in grado di far crescere anche nel meridione una fitta rete di piccole e medie imprese che, nel medio-lungo periodo, sarebbero in grado di reggere autonomamente la concorrenza dei mercati internazionali. Non più grandi opere faraoniche avulse dal contesto economico meridionale, ma crescita di piccole e medie imprese diffuse su tutto il territorio.

Nello schema di Becattini lo sviluppo economico del mezzogiorno passa attraverso lo spostamento di alcune fasi produttive dalle aree del nord-est verso il sud. Se andiamo ad analizzare lo sviluppo di un’area come il nord-est italiano, possiamo osservare come anche le proposte di Becattini siano mistificanti e lontane dal poterle applicare con successo anche nel mezzogiorno. La nascita e lo sviluppo dei distretti industriali del nord-est sono avvenuti grazie ai trasferimenti in queste aree di molteplici fasi della produzione che in precedenza si svolgevano esclusivamente all’interno della grande fabbrica.

Nel corso degli anni settanta, grazie ai processi di ristrutturazione del sistema produttivo e al radicale cambiamento dell’ambiente di lavoro, le grandi fabbriche del nord hanno trovato più conveniente trasferire alcune fasi della loro produzione nelle regioni del nord-est, contribuendo in maniera considerevole a far sviluppare in quelle regioni un tessuto industriale fino al quel momento abbastanza limitato. Il tanto osannato miracolo del nord-est e dei distretti industriali è il prodotto del trasferimento in queste aree di importanti segmenti produttivi. Le imprese del nord-est, per le loro origini e soprattutto per il fatto di rimanere ancorate alle commissioni della grande impresa, non possono avere un proprio autonomo sviluppo, ma rimangono sempre nell’orbita della grande fabbrica capitalistica.

Basta che le grandi fabbriche del nord trovino più conveniente rivolgersi in altre aree per avere la subfornitura dei materiali e il miracolo del nord-est svanisce in breve tempo. Oggi sta accadendo proprio questo. La globalizzazione dell’economia permette al grande capitale di trasferirsi senza grossi costi aggiuntivi in paesi dove i salari degli operai sono decine di volte più bassi che nelle aree avanzate del capitalismo. Questa minaccia incombe anche su quel nord-est tanto osannato da Becattini, che rischia di essere travolto dai nuovi fenomeni di globalizzazione del capitale. Proprio in questi fenomeni trovano una risposta le spinte reazionarie della piccola e media borghesia del nord-est dell’Italia, la quale percepisce che le sta venendo meno il terreno sotto i piedi.

In un tale contesto, pensare ai distretti industriali del nord-est come lo strumento per far partire lo sviluppo del mezzogiorno d’Italia è una corbelleria che purtroppo rischia di illudere ancora una volta i milioni di disoccupati meridionali. Infatti, come si può ipotizzare un trasferimento nel meridione italiano di alcune fasi della produzione finora svolte nelle imprese del nord-est, quando le stesse rischiano di essere scavalcate dai processi di delocalizzazione dell’apparato produttivo? Esistono paesi che offrono garanzie da un punto di vista della stabilità sociale, delle infrastrutture e della cultura industriale che presentano un costo della forza-lavoro nettamente inferiore a quello delle regioni meridionali. Per quale motivo dovrebbero affluire al sud gli investimenti quando esistono paesi che offrono condizioni più vantaggiose ai processi di accumulazione del capitale? È evidente che lo sviluppo del meridione basato sull’industrializzazione della sua economia, sia essa di natura pubblica che "distrettuale", fermo restando gli attuali rapporti di produzione capitalistici, non può dare una risposta significativa ai problemi dei disoccupati del mezzogiorno, ma si continua a spargere fumo nelle già offuscate coscienze proletarie.

Conclusioni

Dopo anni di totale silenzio sulla sua crisi, il sud torna "protagonista" nei dibattiti della borghesia italiana. La ripresa della discussione è come sempre dettata da precisi interessi della classe borghese, i quali sono in totale contrasto con i reali problemi sociali ed economici del proletariato meridionale. Come abbiamo più volte sottolineato su questa stessa rivista, gli attuali processi di globalizzazione dell’economia si concretizzano sostanzialmente in una continua riduzione del costo della forza-lavoro. In un quadro economico nel quale si fanno sempre più pressanti le spinte verso la riduzione del costo del lavoro, il sud diventa un primo cavallo di troia con il quale imporre a tutto il proletariato italiano un peggioramento delle proprie condizioni salariali. Le proposte avanzate durante il recente dibattito sulla questione meridionale partono tutte dalla considerazione che l’unica strada percorribile per dare al meridione uno sviluppo duraturo è quella di una drastica riduzione del costo del lavoro. Sia nella proposta di Graziani che in quella Becattini sono presenti attestati di stima e d’incoraggiamento verso quei provvedimenti del governo che mirano a ridurre i salari nel meridione. Tutte le forze politiche, Rifondazione Comunista compresa, economisti e intellettuali concordano nel considerare la riduzione dei salari la panacea di tutti i mali del meridione, attraverso la quale si può finalmente dare lavoro ai milioni di giovani disoccupati.

La sperimentazione di nuovi meccanismi contrattuali, come i contratti d’area, l’elevazione da ventiquattro a trentasei mesi del periodo di durata per i contratti di formazione-lavoro, le borse-lavoro, sono solo alcuni degli strumenti con i quali la borghesia italiana tenta di ridurre drasticamente i livelli salariali. I contratti d’area siglati nei mesi scorsi da padronato e sindacati, con il sostanziale consenso di Rifondazione Comunista, per le aree di Manfredonia e Crotone, nella realtà non hanno creato un solo posto di lavoro aggiuntivo. Malgrado la propaganda sindacale, tali contratti non sono serviti per creare nuovi posti di lavoro, ma solo ed esclusivamente per abbattere il costo del lavoro di quei pochi operai ancora rimasti all’interno del mondo produttivo.

Se fosse vero il presupposto che l’unica strada percorribile per rilanciare l’occupazione nel meridione è la riduzione del costo del lavoro, nel sud dovremmo già avere una situazione di pieno impiego; infatti, senza considerare gli ultimi accordi capestro, la forza-lavoro nel mezzogiorno presenta un costo inferiore al 30% rispetto a quello del centro-nord. Ma gli attuali processi di globalizzazione dell’economia mettono in competizione lavoratori i cui salari presentano differenze enormi. Se il costo del lavoro fosse l’unico elemento valutato dal capitalista nello scegliere le aree nelle quali investire, dovremmo assistere ad una vera fuga degli investimenti verso quei paesi il cui costo della forza-lavoro e inferiore non del 30% ma addirittura del 90% rispetto alle aree a capitalismo avanzato. In questo contesto per il mezzogiorno italiano non esiste alcuna possibilità di sviluppo economico e quindi di una ripresa dell’occupazione.

La "sperimentazione" dei contratti d’area non serve quindi a rilanciare l’occupazione, ma prepara il terreno per un attacco generalizzato al costo del lavoro ed alla contrattazione collettiva. Le politiche salariali sperimentate al sud confermano la tendenza verso l’individualizzazione del contratto di lavoro e la consequenziale possibilità offerta alla borghesia di abbattere in ogni momento i minimi contrattuali attualmente in vigore. Se in passato la regolamentazione del rapporto di lavoro su un piano collettivo era una condizione imprescindibile dell’organizzazione fordista e della programmazione del costo del lavoro, i cambiamenti in atto nel sistema produttivo impongono alla borghesia di individualizzare il rapporto di lavoro. Grazie ai processi di globalizzazione, la contrattazione collettiva, da condizione imprescindibile nella programmazione del processo produttivo, si è trasformato in una camicia di forza non può sopportabile per la voracità di accumulazione del capitale. La sperimentazione al sud dei contratti d’area non solo apre alla borghesia italiana la possibilità di abbattere i minimi contrattuali, ma rappresenta un primo passo con il quale individualizzare il rapporto di lavoro; rompere l’unità del mondo del lavoro rappresenta per la classe dominante un ulteriore tassello con il quale potrà imporre al proletariato, in un prossimo futuro, condizioni salariali e di lavoro impensabili fino a qualche anno addietro.

In questo senso, l’agitarsi della questione meridionale è da parte della borghesia strumentale ai propri interessi di classe; infatti, contemporaneamente alla firma dei contratti di Manfredonia e di Crotone, con i quali non solo i salari sono stati ridotti di un buon 35% ma sono stati introdotti criteri di flessibilità impensabili fino a qualche anno fa, l’Unione industriale di Torino ha proposto che le stesse condizioni fossero applicate sul territorio piemontese. Quando la borghesia italiana chiede gli sconti salariali al sud non pensa di tenerli confinati in quelle aree, ma spera di poterli ottenere in brevissimo tempo anche nel resto del paese.

Da sempre la questione meridionale ha rappresentato per la borghesia italiana un argomento funzionale ai propri interessi di classe e qualsiasi tentativo della classe dominante di risolvere il dramma del sottosviluppo meridionale ha avuto delle conseguenze nefaste sulle condizioni di vita del proletariato. I nuovi meccanismi di accumulazione che si stanno affermando nell’ambito del sistema capitalistico su scala internazionale sono destinati ad aggravare ulteriormente la questione meridionale. Pensare di dare lavoro ai milioni di giovani disoccupati del sud, fermo restando l’attuale modo di produrre capitalistico, significa ancora una volta spargere a piene mani illusioni e preparare il terreno per nuovi e pesanti attacchi a tutto il proletariato italiano. Per questo è indispensabile rilanciare in ogni luogo la critica proletaria alle mistificazioni della borghesia e preparare il terreno politico per una ripresa della lotta di classe che faccia dell’anticapitalismo il momento unificante di tutte le battaglie della classe operaia del meridione italiano come di quella internazionale.

Lorenzo Procopio

(1) Gramsci: La questione meridionale - Editori Riuniti.

(2) Gramsci: La questione meridionale - Editori Riuniti.

(3) Prometeo, anno III N° 12 - Il preteso feudalesimo nell’Italia meridionale.

(4) Prometeo, anno IV seconda serie N° 1.

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