Alcune precisazioni sulla crisi argentina

Il documento che di seguito pubblichiamo è un estratto della risposta del Bipr ad alcune osservazioni critiche mosse dal gruppo spagnolo GMP alla nostra analisi relativa agli avvenimenti argentini e apparsa in italiano nell'opuscolo "Protagonisti e prospettive della rivolta argentina". Dall'invio della nostra risposta del GPM sembrano essersi perse perfino le tracce, ma pubblichiamo lo stesso questo estratto nella convinzione che possa costituire un ulteriore strumento di chiarificazione e discussione della nostra analisi sulla attuale crisi del capitalismo. L'articolo di critica nei nostri confronti è intitolato Pràctica polìtica espontaneìsta y teorìa econòmica estancacionista (Pratica politica spontaneista e teoria economica stagnazionista), reperibile sul sito internet: nodo50.org .

Ristagno Economico

Per quanto riguarda il vostro commento critico alla nostra analisi della crisi argentina, non vi nascondiamo che ci ha notevolmente sorpresi il fatto che da una frase avete estrapolato posizioni che non solo non sono mai state le nostre, ma che sono state da noi sempre criticate. In particolare, ci attribuite l'idea che la crisi argentina abbia un'origine esclusivamente finanziaria solo perché noi sosteniamo che nel crollo di questo paese ha giocato un ruolo determinante l'attività speculativa mirata all'appropriazione parassitaria di plusvalore. Da questa premessa errata traete poi una serie di conclusioni del tutto arbitrarie dalle quali tuttavia traspare un visione affatto scolastica della critica marxista dell'economia politica.

Da quanto scrivete ci pare di capire che secondo voi, in ultima istanza, tutto il capitale finanziario si trasformi in capitale industriale e che le attività speculative mirate all'appropriazione parassitaria di plusvalore, essendo attività a somma zero rispetto alla produzione del plusvalore stesso, non abbiano di fatto alcuna influenza sul modo di essere del moderno capitalismo e ancor più che queste attività possano avere una qualche influenza nella vita del capitalismo.

Se è questo il vostro punto di vista, la vostra, più che una descrizione attendibile del moderno sistema capitalistico, è un arroccamento in una visione ottocentesca, e per molti aspetti scolastica, che non consente di cogliere i processi reali dell'economia capitalistica e i profondi mutamenti che al suo interno si sono prodotti nel corso del tempo. Il fatto che Marx, soprattutto nel primo libro del Capitale, per dimostrare che il plusvalore sia unicamente figlio dello sfruttamento della forza-lavoro, abbia dovuto fare astrazione dai processi di spartizione del plusvalore medesimo in profitto, interesse e rendita, non significa che questi processi non abbiano una loro importanza o siano irrilevanti per il funzionamento del sistema.

L'astrazione, che nel caso di Marx è astrazione determinata, serve a comprendere le leggi fondamentali che regolano il movimento del capitale, ma se noi l'assumiamo come la descrizione del movimento reale incappiamo nello stesso errore di colui che pretendesse di vedere un macigno e una piuma lasciati cadere dall'alto di una torre giungere contemporaneamente al suolo anche in presenza dell'aria. In verità Marx questo errore non lo commette, visto che dedica quasi l'intero Terzo libro del Capitale alla descrizione del movimento reale del capitale.

Ora, se è indiscutibilmente vero che il plusvalore si genera solo mediante la produzione delle merci e l'origine delle crisi va ricercata nelle contraddizioni strutturali dell'economia capitalistica, ciò non contraddice in alcun modo il fatto che nella fase della sua trasformazione in D', possano verificarsi spostamenti di plusvalore fra capitali e anche che i capitali più grandi e più forti possano appropriarsi di quote di plusvalore alla cui produzione essi non hanno contribuito in alcun modo o solo marginalmente e/o indirettamente. Non è ignorandolo, insomma, che si può negare il fatto che a un certo stadio dello sviluppo capitalistico una quota crescente di capitali si nutre soprattutto della Rendita Finanziaria.

A questo punto, ci pare opportuno precisare che qui, quando parliamo di crisi, ci riferiamo alla crisi che si determina quando nell'ambito di un determinato ciclo di accumulazione la caduta tendenziale del saggio medio del profitto assume carattere di attualità. Precisiamo anche che con ciò non intendiamo affatto sostenere che in questo contesto la crescita delle forze produttive si arresta, ma che per una quota crescente di capitali, il saggio medio del profitto derivante dalla produzione di merci, secondo la classica forma D-M-D,' risulta sempre meno remunerativo per cui quote crescenti di capitale finanziario trovano difficoltà a trasformarsi, nei cicli successivi, in capitale industriale e cercano la loro remunerazione in altro modo. Una parte di questi capitali viene esportata verso aree dove esistono condizioni più favorevoli allo sfruttamento della forza-lavoro e/o a quello degli altri fattori della produzione, ma una parte, pur mantenendo la sua forma D, si muove alla ricerca di plusvalore mediante attività di natura prevalentemente finanziaria.

D'altra parte, lo spostamento di plusvalore fra capitali diversi e di diversa composizione organica è una condizione necessaria per il funzionamento del sistema capitalistico tanto che se ciò non accadesse esso semplicemente non potrebbe esistere, visto che non si avrebbe la formazione di un saggio medio del profitto e assisteremmo all'assurdo che capitali di uguale grandezza, ma investiti in combinazioni produttive con una diversa composizione organica, sarebbero remunerati con saggi di profitto differenziati fra loro. In realtà, senza lo spostamento di plusvalore fra i diversi settori produttivi e fra i capitali, in modo che capitali di eguale grandezza possano aspirare a essere remunerati in egual misura, non avremmo avuto né la grande industria né la produzione su vasta scala, non avremmo avuto cioè il capitalismo moderno.

Dunque, contrariamente a quanto voi sostenete, lo spostamento di plusvalore fra capitali non solo avviene normalmente, ma non contraddice in alcun modo le leggi dell'accumulazione capitalistica, anzi ne fa integralmente parte. Né queste leggi sono contraddette dal fatto che nell'ambito di questi spostamenti una parte del plusvalore estorto nella fase della produzione si cristallizzi sotto forma di rendita finanziaria e che si scateni la lotta fra i capitali per appropriarsene, cioè che si possano sviluppare forme di appropriazione parassitaria. Peraltro questo è un fenomeno tutt'altro che raro; che è marginale nella fase ascendente del ciclo di accumulazione, quando cioè i saggi del profitto industriale sono elevati, ma che tende a dilatarsi nel caso opposto.

Ciò è tanto vero che nella storia del capitalismo più volte si è reso necessario l'intervento dello stato proprio per contenere i processi di produzione di capitale fittizio (la forma più comune di cristallizzazione della Rendita), cioè di quel capitale prodotto a partire da altro capitale finanziario, oltre quelle quantità che potevano essere realisticamente considerate come anticipazione di una produzione futura di merci in funzione anticiclica. Per rimanere nei tempi moderni, basti ricordare la legge bancaria del 1933 emanata, a seguito della grande crisi del 1929, dall'amministrazione Roosevelt, tutta incentrata, appunto, sul contenimento della produzione di capitale fittizio vincolandola alla sua trasformazione in capitale industriale secondo le indicazioni delle teorie keynesiane dello sviluppo che facevano perno, oltre che sul finanziamento in deficit della spesa pubblica, soprattutto sulla stabilizzazione nel tempo del saggio di interesse al di sotto del saggio medio del profitto industriale.

Questo modello macroeconomico, come è noto, è stato poi quello che ha ispirato la politica economica, e in particolare quella monetaria, degli stati di tutto il mondo, ivi compresi quelli sedicenti socialisti, fino a tutti i primissimi anni 1970. Ma a partire dai primi anni 1970 del secolo scorso, si sono manifestati i primi segnali che la fase ascendente del ciclo di accumulazione iniziato dopo la seconda guerra mondiale stava invertendosi. Proprio negli Usa, il paese più industrializzato al mondo, si registrò una preoccupante caduta dei saggi medi del profitto, da cui trassero alimento alcuni fenomeni che negli anni successivi hanno dato luogo a profonde modificazioni dell'assetto dell'economia mondiale e generato una serie di gigantesche contraddizioni che sono poi quelle che oggi vediamo, fra l'altro, nell'alternarsi di fasi di vertiginose ascese dei rendimenti finanziari e di altrettanto vertiginosi crolli che trasformano un numero crescente di economie, soprattutto di quelle maggiormente dipendenti dalle monete forti che governano i mercati mondiali, in un cumulo di macerie. E fra queste non vi è solo quella argentina, ma, appese a quelle stesse forche caudine, sono rimaste anche le economie di paesi come il Messico, le famose Tigri asiatiche e così via.

A tal proposito, vi diciamo che abbiamo - per dirla con Lenin - trovato la vostra affermazione che la crisi che ha investito l'Argentina (ma ci pare di capire, tutte quelle che stanno mettendo in ginocchio un gran numero di paesi periferici) sia da considerarsi una crisi " di crescita" molto simile a un battuta di spirito a un funerale. Infatti ci riesce difficile comprendere come si possa parlare di crisi di crescita in presenza di una crisi che ha ridotto e continua a ridurre un numero crescenti di paesi della periferia capitalistica alla miseria più totale e dalla quale, fermi restando i rapporti di produzione borghesi, si calcola che non potranno uscirne se non prima di almeno altri trenta anni di fame, miseria generalizzata e supersfruttamento delle masse proletarie e di tutti quei ceti sociali a esse assimilabili.

La crisi degli anni 1970

Ma torniamo alla crisi degli anni 1970, perché a nostro avviso è da quella che bisogna partire per comprendere non solo l'attuale crisi dell'Argentina e di molti altri paesi periferici, ma la più generale crisi che sta attraversando il capitalismo su scala mondiale e anche tutti gli attuali equilibri imperialistici e i conflitti militari che da essi ne derivano ormai con sistematica regolarità.

In particolare modo è necessario tornare al 1971 quando l'allora amministrazione Nixon denunciò gli accordi di Bretton Woods dando così ufficialmente vita a una nuova fase dell'economia mondiale. Come saprete, con gli accordi di Bretton Woods, sottoscritti quando la seconda guerra mondiale era ancora in corso (1944), fra i paesi di quello che doveva costituire poi il blocco Occidentale, si decise di adottare un sistema di cambi fissi incentrato sul dollaro e sulla sua convertibilità in oro secondo una parità prefissata di 35 dollari per un'oncia di oro. Si trattava di un sorta di gold standard che anziché utilizzare come mezzo di pagamento internazionale l'oro, utilizzava il dollaro la cui produzione era vincolata alla costituzione, in rapporti predeterminati, di riserve auree presso la Federal Reserve. Il dollaro divenne così di fatto l'unico mezzo di pagamento internazionale universalmente accettato e così si poté inaugurare una stagione di tassi di interessi relativamente bassi e costanti nel tempo, secondo le teorie di Keynes che fu - in rappresentanza della Gran Bretagna - uno dei firmatari dell'accordo.

Tutto il sistema mirava a favorire la ricostruzione degli apparati industriali distrutti dalla guerra e in maniera particolare a favorire la crescita dell'apparato produttivo e delle esportazioni della potenza vincitrice, gli Usa. Fu messo a punto, insomma, un sistema monetario e quindi finanziario, in funzione degli interessi del predominante apparato industriale degli Usa che dalle esportazioni di merci traevano enormi profitti e notevoli quantità di extra-profitto derivanti dal fatto che in molti settori le industrie statunitensi occupavano una pozione monopolistica o semimonopolistica.

Gli Usa, in verità, già prima della denuncia degli accordi di Bretton Woods, avevano disatteso i loro obblighi, infatti da alcuni anni, almeno a partire dagli ultimi anni '60, essi avevano iniziato a stampare dollari senza costituire le prescritte riserve in oro, scaricando così una buona parte delle loro spese militari e non solo militari sui loro partner costretti a regolare il loro interscambio in dollari.

Quando l'imbroglio fu palese e molti detentori di dollari minacciavano di chiedere la loro conversione in oro, essi anziché ricostituire le riserve auree, procedettero alla denuncia degli accordi a alla dichiarazione di inconvertibilità del dollaro. Da allora tutto è mutato. La valanga di dollari prodotta in eccesso alimentò un processo inflattivo devastante per molti paesi, ma che servì agli Usa per scaricare la loro crisi sui paesi partners e sull'intera economia mondiale. Ma ne scaturirono anche profondi sconvolgimenti sia del sistema industriale sia di quello finanziario internazionale.

In un primo momento, sia gli Usa sia gli altri paesi maggiormente industrializzati, come quelli europei, avviarono un profondo processo di ristrutturazione dei loro apparati produttivi mirato a incrementare la produttività del lavoro nel tentativo di compensare per questa via i decrescenti saggi di profitto. Contemporaneamente, negli Usa venne avviata una profonda ristrutturazione del sistema finanziario culminata nell'abolizione della vecchia legge bancaria e nella liberalizzazione dei mercati finanziari, sia azionari sia valutari, dando vita a un sistema dei pagamenti internazionali basato su una sorta di corso forzoso del dollaro e a un mercato dei capitali a tassi fortemente variabili.

Grazie poi all'introduzione della microelettronica nei processi produttivi, dall'insieme di questi processi (economici, finanziari e tecnici) ne sono usciti completamente modificati sia la divisione internazionale del lavoro con il trasferimento di molte attività industriali in paesi con un costo del lavoro molto basso, sia il sistema delle telecomunicazioni, cosa che fra l'altro ha reso possibile l'unificazione internazionale dei mercati valutari e azionari, sia il mercato della forza-lavoro, dando impulso a quel fenomeno che la borghesia chiama impropriamente "globalizzazione" e che noi invece preferiamo chiamare con Marx "mondializzazione".

Per ragioni di sintesi, ci fermiamo qui con i richiami storici di cui avremmo fatto volentieri a meno, ma visto che nella vostra analisi non fate alcun riferimento a eventi che pure hanno assunto una portata storica, abbiamo ritenuto necessario farlo al solo scopo di chiarire meglio il nostro punto di vista sulle crisi attuali e su quella argentina.

I privilegi del dollaro

Non si possono capire, infatti, queste crisi se non si comprende che cosa realmente significhi il passaggio da un sistema di scambi internazionali basato su un regime di cambi fissi a uno basato su cambi flessibili e da un sistema finanziario regolamentato a uno deregolamentato, soprattutto quando la deregolamentazione riguarda il sistema finanziario della maggiore potenza imperialistica del mondo detentrice della moneta utilizzata come mezzo di pagamento internazionale.

Il passaggio a un sistema di pagamenti internazionali basato su un dollaro inconvertibile, ha significato di fatto la presa d'atto da parte degli Usa che l'epoca della realizzazione di abbondanti profitti ed extra profitti facendo leva sulla maggiore forza del loro apparato industriale era finita, mentre grazie al nuovo contesto che si era determinato era ormai più efficace e conveniente puntare sulla forza del loro sistema finanziario e in particolare sul fatto che il dollaro, grazie anche allo loro grande potenza militare, continuava a essere utilizzato come mezzo di pagamento internazionale seppure non fosse più convertibile e le sue emissioni non fossero più garantite dalla costituzione obbligatoria di riserve auree.

Per la prima volta nella storia dell'economia moderna, l'oro, che direttamente o indirettamente, era stato fino ad allora l'unico vero mezzo di pagamento internazionale, è stato soppiantato da una moneta cartacea e dai suoi titoli rappresentativi. Ora, per il semplice fatto che una moneta circoli oltre i confini del paese che la emette, senza che esso abbia l'obbligo di costituire riserve di alcun tipo, costituisce per questo paese un privilegio tanto più grande quanto maggiore è la massa monetaria che circola all'estero. Il paese emettitore di questo particolare tipo di moneta si viene, infatti, a trovare nella stessa posizione di colui che emette un assegno, per esempio per l'acquisto di un vestito, e il suo assegno non verrà mai presentato all'incasso presso lo sportello della banca ove detiene i suoi depositi.

Per il paese emettitore di un mezzo di pagamento internazionale, peraltro, non esiste neppure la necessità di costituire quel deposito, visto che una parte di quella moneta continuerà a fare il giro del mondo senza mai fare ritorno in patria. Pensate ai miliardi di dollari che sono detenuti in tutto il mondo come valuta di riserva; pensate ai miliardi di dollari che servono per la compravendita del petrolio e così via e vi trovate di fronte a una massa enorme di dollari che gli Usa hanno emesso e continuano a emettere quotidianamente ma ricevendone in cambio concretissime merci prodotte in ogni parte del mondo e che non si trasformeranno mai in altre merci prodotte negli Usa. Ecco: questa è una forma di appropriazione parassitaria di plusvalore!

Secondo alcuni economisti americani la rendita finanziaria che deriva agli Usa per questo "servizio" all'economia mondiale superava già qualche anno fa i 500 miliardi di dollari l'anno, praticamente copriva quasi tutta la loro spesa militare.

Ma non è finita qui. Il dollaro è per questa stessa ragione anche la moneta con cui vengono regolate le transazioni del petrolio ovvero di quella merce/materia prima da cui non si può prescindere neppure per la produzione della più insignificante delle merci e gli Usa, di fatto, controllano economicamente, politicamente e militarmente sia i luoghi di maggior produzione del petrolio sia le vie mediante le quali esso giunge nei luoghi di maggior consumo. Essi, cioè, sono in grado di controllare, entro una certa misura, anche il suo prezzo, ma poiché questo, come dicevamo, è espresso in dollari, data la dimensione del mercato petrolifero, a ogni variazione del prezzo del petrolio corrisponde in qualche misura una variazione del valore della massa monetaria in dollari rispetto a tutte le altre valute e ciò, in larga misura, indipendentemente dall'andamento della produzione reale di merci che ha luogo negli Usa.

Prezzo del petrolio e appropriazione parassitaria di plusvalore

Compagni, visto che mostrate tanta passione per numeri e statistiche, vi consigliamo di prendere carta e penna e calcolare tutte le possibili variazioni di valore che può assumere la massa monetaria in dollari con le sole variazioni del prezzo del petrolio che si possono determinare attaccando per esempio l'Iraq o l'Afghanistan e vedrete valanghe di plusvalore spostarsi da ogni parte del mondo verso gli Usa senza che un solo dollaro abbia direttamente o indirettamente contribuito alla sua produzione.

E non è ancora finita. Le borghesie dei paesi produttori dispongono normalmente di grandi quantità di dollari che, data l'arretratezza storica degli apparati produttivi nazionali, in gran parte investono all'estero e in particolar modo negli Usa. Una parte di questi dollari si trasforma in proprietà immobiliari, una parte, forse, anche in fabbriche; ma un'altra parte si trasforma in titoli del debito pubblico statunitense e un'altra ancora finisce a Wall Street cioè in capitale fittizio. Wall Street, infatti, non è solo il mercato borsistico che voi descrivete in appendice.

È almeno dai primi anni 1980 che i mercati borsistici non sono più soltanto mercati azionari e obbligazionari, ma sono a loro volta profondamente mutati: vi si contrattano anche i cosiddetti "prodotti derivati" cioè titoli rappresentativi di azioni, obbligazioni, o del debito pubblico ecc. ecc. che possono essere emessi da qualunque broker o istituzione finanziaria oltre che dalle imprese e dallo Stato che quelle azioni, obbligazioni o buoni del tesoro hanno emesso, con la conseguenza però che le variazioni delle loro quotazioni determinano anche variazioni dei corsi di quelle azioni e obbligazioni da cui appunto "derivano". Poiché la produzione di questi "titoli" non soggiace a vincoli di sorta, nel senso che a essa non corrisponde una reale trasformazione di capitale finanziario in capitale industriale, essa si presenta come pura produzione di capitale fittizio mediante la quale una parte della massa monetaria in dollari circolante sul mercato mondiale viene riassorbita senza una corrispondente produzione di merci e/o di servizi.

Negli anni scorsi un fiume di petrodollari si è trasformato in questi titoli. E quando poi la borsa statunitense è crollata, di quei titoli in dollari non è rimasto che un pugno di carta. L'Arabia Saudita, per esempio, benché la sua borghesia sia fra le maggiori detentrici di titoli del debito pubblico statunitense, si trova oggi a dover fronteggiare una crisi debitoria senza precedenti nella sua storia proprio per questa ragione. Anche il Giappone, la cui borghesia in passato ha sottoscritto titoli del debito Usa con i dollari provenienti dalle esportazioni verso quel paese, tanto da essere ancora oggi il maggiore possessore di titoli del tesoro statunitense, naviga per ragioni simili, in acque poco tranquille. Tutto questo è irrilevante? L'appropriazione parassitaria di plusvalore è priva di conseguenze? Mah...

In verità, il nostro tempo si caratterizza proprio per la lotta per la spartizione della rendita in tutte le sue forme, senza che a ciò corrisponda anche un arresto della crescita generale delle forze produttive. E la ragione sta nel fatto che i capitali più grandi e con una composizione organica in cui il capitale costante prevale su quello variabile in misura gigantesca non trovano nella sola produzione di merci una fonte di plusvalore che li remuneri adeguatamente.

Ora, tornando alla crisi argentina, mentre ci fate notare che gli investimenti provenienti dall'estero sono stati in gran parte investimenti diretti (IDE), deducendo ciò dal fatto che gran parte di questi capitali sono stati utilizzati per l'acquisto di titoli azionari di società argentine (cosa che di per sé non dimostra per nulla che questi investimenti si siano poi trasformati in quote supplementari di capitale industriale, cioè che abbiano dato luogo a un allargamento della base produttiva), non fate alcun riferimento al meccanismo della dollarizzazione del peso cioè alla decisione di fissare la parità fra la moneta argentina e quella statunitense. Come saprete, tale decisone, fortemente caldeggiata dal FMI internazionale, imponeva all'Argentina di depositare presso la propria banca centrale un dollaro per ogni peso emesso.

È incredibile che vi sfuggano alcune conseguenze di questa decisione. Per esempio, che vi sfugga il fatto che ancorando il peso al dollaro, tutta la politica monetaria argentina è stata di fatto trasferita alla Federal Reserve e che quindi l'economia argentina ha dovuto soggiacere a tutte le decisioni in materie di politica monetaria (tassi di interessi e quantità della massa monetaria in circolazione) adottate dagli Usa in funzione dei processi di massimizzazione della rendita finanziaria in relazione all'andamento del loro ciclo economico. Ci auguriamo che la vostra sia stata una disattenzione, perché se davvero pensate che la politica monetaria della maggiore potenza imperialistica mondiale, in un sistema economico aperto come quello attuale, sia ininfluente sugli andamenti della cosiddetta "economia reale" mondiale, sareste davvero fuori dalla realtà.

La comunità economica europea, proprio per ridurre le conseguenze della politica monetaria statunitense sulla propria economia si è data una moneta unica (euro), ancor prima di aver realizzato una sua effettiva unità politica. In questo modo, cioè svincolando almeno gli scambi interni dalla dipendenza del dollaro, ha limitato la portata della sua dittatura. Ancora: se si osservano con occhio attento gli interventi militari statunitensi a partire almeno dalla guerra contro l'ex Jugoslavia fino a quella contro l'Afghanistan, si rileva facilmente che essi avevano tutti un comune obbiettivo e cioè quello di impedire che nascessero collegamenti (vie del petrolio) fra alcune aree produttrici di petrolio e il grande mercato europeo alternativi a quelli ora sotto il diretto controllo degli stessi Usa, per il fondato timore che da queste nuove vie del petrolio potesse scaturire, in un futuro non molto lontano, anche un mercato del petrolio in euro alternativo a quello in dollari con il rischio di dover assistere a una forte contrazione della loro rendita petrolifere e finanziaria.

Ora, tornando ancora all'Argentina, è certamente vero che la parità peso/dollaro inizialmente ha favorito il rientro dall'iperinflazione e un forte afflusso di capitali provenienti dall'estero che hanno restituito stabilità all'economia argentina, ma è anche vero che quando le quotazioni del dollaro, insieme ai tassi d'interesse statunitensi, sono salite, peraltro in concomitanza con la crisi dei paesi importatori delle merci argentine, per l'Argentina sono cominciati i guai. Per procurarsi i dollari necessari a mantenere la parità con il dollaro, essa ha dovuto a sua volta innalzare i tassi d'interesse, cosa questa che ha reso ancor meno competitive le sue esportazioni. L'aumento dei tassi e il calo delle esportazioni hanno fatto esplodere il debito pubblico che a sua volta ha fatto crescere la massa monetaria in circolazione e quindi il bisogno di dollari e il livello dei tassi di interesse.

A questo punto, come un vampiro, il capitale speculativo ha fiutato la possibilità del lauto pasto e si è lanciato sull'Argentina succhiandole il sangue fin nel midollo e quando non c'era più nulla da succhiare si è ritirato. L'intera economia argentina è stata messa in ginocchio subendo un violento processo di deindustrializzazione. D'altra parte, con simili rendimenti finanziari (In Italia i titolo argentini venivano offerti a tassi superiori al 30 per cento annuo!) chi è quel matto che rischia investendo in un'impresa? È tanto vero ciò che a un certo punto, in cambio di nuovi prestiti è stato dato in appalto perfino il servizio anagrafico dei comuni e si era pensato di cedere agli investitori esteri anche i monumenti e le strade delle città.

Ma nonostante ciò, a un certo punto, il flusso di capitali in dollari proveniente dall'estero non è stato più sufficiente neppure per la copertura dell'emissione ordinaria di pesos necessari per fronteggiare le spese correnti come il pagamento degli stipendi ai pubblici dipendenti, e così le provincie sono state costrette a emettere surrogati del peso (per i quali non era necessaria la copertura in dollari). Nello scorso dicembre si contavano più di dodici monete diverse in circolazione nelle varie province! Non è questo il trionfo della speculazione finanziaria? Chi è scappato con il malloppo non ha forse realizzato appropriazione parassitaria di plusvalore? E cosa c'è dunque nelle nostre affermazioni al riguardo che confligge con il marxismo se non un vostro certo infantilismo dogmatico che vi fa scambiare l'astrazione teorica con la realtà fino al punto da definire una simile devastazione una "crisi di crescita"?

D'altra parte, voi stessi, dopo quel fiume di statistiche con cui tentate di dimostrare che gli investimenti provenienti dall'estero sono stati investimenti azionari (chi lo ha mai negato?) e perciò Investimenti Diretti (IDE), ammettete "che tutto questo imbroglio (tringlado) si affermò più nell'indotto calo nei salari reali e nella disoccupazione massiccia che nell'aumento della produttività apportata dal coefficiente tecnologico degli IDE". Ammettete cioè che non vi è stata una reale crescita della base produttiva né della produttività media dell'apparato produttivo come conseguenza della introduzione nei processi produttivi di tecnologie più avanzate ovvero di una crescita degli investimenti industriali in senso stretto.

Anche qui ci sembra che abbiate interpretato un po' scolasticamente la definizione di "investimento diretto", assimilandolo automaticamente a un investimento di tipo industriale. Ora, se è vero che l'acquisizione di azioni di un'impresa industriale con capitali provenienti dall'estero può correttamente considerarsi un investimento diretto, non è altrettanto vero che esso corrisponda automaticamente a un aumento del capitale industriale investito in quel paese. Nel caso dell'Argentina, infatti, questo tipo di investimento si è tradotto quasi sempre in un cambio di proprietà di molte aziende, in maggioranza pubbliche, che non ha dato luogo né a una significativa crescita della base produttiva né a un significativo incremento della produttività dell'apparato produttivo.

La vostra obiezione alle nostra tesi secondo cui una gran parte degli investimenti esteri sono stati investimenti di natura speculativa, non viene dunque per nulla smentita dalle vostre tabelle. In verità, è un'obiezione non pertinente alla questione in discussione, come non pertinente è assimilare la nostra posizione a quella dei teorici del "ristagno permanente". Come non è neppure pertinente assimilare quest'ultima alla questione dello sviluppo ineguale del capitalismo su scala internazionale che, contrariamente a quanto voi affermate, non contraddice né la legge generale dell'accumulazione capitalistica né l'esperienza empirica di questi ultimi cinquanta e passa anni. Non ha invece alcun senso, da un punto di vista marxista, la vostra definizione della crisi come crisi di crescita. Non ne ha né nella forma né nella sostanza. A meno che non si consideri il crollo generale delle attività produttive come un semplice fatto congiunturale oppure che si riconduca la crisi, come fanno i keynesiani, a una insufficienza della domanda aggregata, la "crisi di crescita" è semplicemente una contraddizione in termini e per certi aspetti un puro non sense.

D'altra parte, tutta la vostra critica ci sembra incapace di cogliere la sostanza delle cose e del loro movimento. Anche quando affermate, come logica conseguenza della bizzarra tesi della "crisi di crescita" e della negazione dello sviluppo ineguale che:

In questo senso è chiaro che, mentre la grande borghesia nega il capitalismo tecnicamente e organizzativamente dall'interno stesso del capitale, la piccola borghesia lo riafferma politicamente impedendo che quella negatività economica e sociale cessi di essere meramente astratta per diventare realtà concreta, azione rivoluzionaria effettiva...

mostrate una certa confusione nel maneggiare categorie e concetti diversi fra loro. Da questa vostra tesi si può arrivare alla conclusione che il vero nemico di classe del proletariato non sia tanto la borghesia quanto la piccola borghesia o che il proletariato deve appoggiare, proprio perché sempre e comunque obiettivamente rivoluzionaria, la borghesia dei paesi periferici.

In realtà di classe "obiettivamente" rivoluzionaria c'è solo il proletariato e la borghesia, anche se è indotta dalle contraddizioni del sistema a rivoluzionare incessantemente le forze produttive, non sarà mai una classe rivoluzionaria. La piccola borghesia poi è per definizione una mezza classe, cioè una classe priva di una sua base economica autonoma e pertanto destinata a oscillare fra le due classi fondamentali della società schierandosi, nella sua gran parte e a seconda dell'andamento del conflitto di classe, ora con l'una ora con l'altra sul terreno della conservazione o su quello della rivoluzione.

Il Bipr

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