La morte di Al Zarqawi, "il leone dello Jihad"

Ma in Iraq tutto è come prima

Tre settimana dopo l’uccisione del terrorista al-Zarqawi, leone dello jihad e cavaliere dell’Islam da tempo operante in Iraq, gli attentati di massa sono ripresi con il massacro di una settantina di civili in un mercato di As Sadr, sobborgo sciita di Baghdad. Bin Laden, pregando perché al-Zarqawi sia accettato in paradiso da Allah come martire, ha subito nominato successore lo sceicco Abu Hamza al Muhajer.

Al-Zarqawi era entrato in scena all’indomani della “fine delle ostilità” in Iraq - così dichiarò nel 2003 Bush, soprannominato “il maledetto contapalle” (Darn Good Liar) dai manifestanti di New York contro la guerra nell’agosto 2004. Sannita e salafita (la tendenza islamica più conservatrice che si rifà agli antenati virtuosi come modello di una nuova società), al-Zarqawi aveva scatenato i camion-bomba cominciando simbolicamente dal quartiere generale dell’ONU a Baghdad e poi contro la Moschea degli apostati di ‘Alì a Nagaf: 125 morti fra cui l’ayatollah sciita moderato e corteggiato dagli Usa, Muhammad Bàgir al-Hakìm. Nella guerriglia islamista all’interno dell’antica terra dei due fiumi, al-Zarqawi si inseriva rompendo una neutralità che al-Qàida aveva sempre manifestato verso gli sciiti in generale. Da quel momento il terrorismo jihadista prende piede in Iraq con migliaia di fanatici pronti al martirio dopo esser stati convinti di una possibile rinascita dell’antico califfato. Un ritorno all’indietro di 14 secoli con il paravento ideologico di una religione e di un simbolismo che legittimerebbero la conquista del potere e quindi il “diritto” ad allungare le mani sui sostanziosi proventi della produzione e dello smercio del petrolio. Così la strumentalizzazione del passato, anche se non sempre glorioso, e con richiami al soprannaturale e al divino, serve molto bene ai desideri e agli interessi del nazionalismo e delle rivendicazioni territoriali strategiche da parte delle borghesie arabe. Anche se tutto ciò contrasta chiaramente con il conclamato desiderio di wahda (unità) e di umma islamica (comunità dei fedeli).

La strategia di al-Zarqawi, e della componente egiziana di al-Qàida, mirava a diffondere il terrorismo in tutto il Medio Oriente (anche se bin Laden considerava inizialmente l’emiro di Mesopotamia troppo autonomo e spontaneista...). L’obiettivo era, ed è, quello di destabilizzare tutti i regimi arabi “apostati” che intrecciano rapporti di collaborazione con l’Occidente, per poterne occupare il posto e ricavarne i vantaggi economico-finanziari. Il Manifesto ideologico del Fronte islamico internazionale per lo jihad, fondato a Kandahar il 23 febbraio 1998 (noto come fatwà contro ebrei e cristiani) si apre con il versetto coramico incitante - con ogni mezzo - all’uccisione dei pagani. Segue l’appello ai credenti perché facciano proprio “l’ordine di Dio” di uccidere gli americani, eliminare “l’entità sionista” e abbattere “i governi empi”. A questi bersagli, al-Zarqaqwi aggiungeva curdi e sciiti, mettendo in pratica una globalizzazione dello jihad (letteralmente “sforzo”) ed estendendo soprattutto l’uso delle bombe umane. Così, dopo l’Iraq, l’esportazione del terrore di marca islamica punterebbe oggi verso la Giordania e il suo “empio governatore”, re Abdallah II: già tre alberghi distrutti a Omman il 9 novembre 2005 mentre nella stessa area è stato sventato un attacco che prevedeva addirittura l’esplosione di due camion carichi di sostanze chimiche e che avrebbe potuto provocare decine di migliaia di morti. In una recente dichiarazione di al-Qàida, anche la Palestina è “una meta e un bersaglio” e vi sarebbero già insediati una cinquantina di cellule terroristiche ancora “in sonno” ma pronte ad intervenire. L’infiltrazione di elementi qaidisti nella striscia di Gaza è in atto da alcuni mesi; l’obiettivo strategico ufficiale di questa Sezione palestinese di al-Qaida sarebbe sempre quello di un ritorno al califfato con la creazione di un unico Stato islamico per tutti i musulmani e potrebbe essere l’annuncio di una terza intifada jihadista. Oltre ai territori palestinesi (il Sinai, Suez, Gaza, il Mar Rosso) e alla Giordania, le cellule di al-Qaida sono certamente presenti - e potrebbero anch’esse svegliarsi da un momento all’altro - nel Libano, in Siria e fino al terminale petrolifero turco di Ceyhan. Anche l’Africa interessa sempre più bin Laden: nel Corno d’Africa potrebbero transitare uomini e armi per il Darfur mentre in Somalia operano le corti islamiche guidate da Hassan Dahur Aweis, legato ad al-Qaeda. A proposito della Siria, che figura nella lista degli “Stati canaglia”, va detto che da parecchi anni non risulta implicata in azioni terroristiche e ha persino fornito a Washington importanti informazioni su al-Qaida. Ma il grave torto siriano, per gli Usa, è quello di non aver accettato le “condizioni di pace” imposte da americani ed israeliani, insistendo invece per il recupero dei “suoi” territori occupati da Israele.

Tornando alle operazioni per così dire allo... studio, esse contano sugli ingenti finanziamenti che al-Qàida raccoglie attraverso organizzazioni “caritatevoli” musulmane (dal Pakistan, Arabia Saudita, Europa); i costi delle operazioni della fazione jihadista vengono stimati in circa 200.000 euro per settimana. Per concludere, ed a proposito di slogan buoni per tutte le occasioni, allo statunitense God Bless America (Dio benedica l’America) tanto caro a Bush, si contrappone l’islamico Allahu Akbar (Dio è grande) sulla bocca dei terroristi islamici; pronta la risposta dei militari e dei rabbini israeliani con Shock and Awe (colpisci e terrorizza). E per tutti, il bersaglio privilegiato è costituito dalle inermi popolazioni, con particolare attenzione per donne e bambini.

cd

Battaglia Comunista

Mensile del Partito Comunista Internazionalista, fondato nel 1945.

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