Attacco all'Euro e alcune possibili riflessioni

Da altra parte abbiamo analizzato la cause che hanno posto in essere la cause della crescita esponenziale dei debiti sovrani negli ultimi anni e, in modo particolare, in questi recenti, caratterizzati dalla crisi finanziaria. Ora vediamo di mettere in evidenza la cause che stanno alla base dell’attacco ai debiti sovrani dei paesi dell’area euro.

Secondo la “nota vulgata” sarebbero i cosiddetti mercati finanziari che, sull’onda delle loro attività speculative, si sarebbero orientati sul disimpegno (vendita) dei titoli di stato dei paesi dell’area euro perché non affidabili, a rischio di default, rappresentativi di economie deboli, non in grado di garantire i debiti contratti né gli interessi da corrispondere agli speculatori. Si è cominciato con i bond di Irlanda, Portogallo e Grecia. Poi si è passiti a quelli di Spagna e Italia, per arrivare addirittura a togliere la tripla A a molte banche europee, tra cui anche la ricca e potente Bundes Bank.

Come è notorio, chi decide il livello di affidabilità della Banche, delle varie economia internazionali e dell’affidabilità dei titoli di Stato sono le Società di rating internazionali, di cui tre sono quelle che di fatto giocano un ruolo primario, per non dire assoluto: Moody’s, Standard & Poor’s e Fitch, che detengono il 90% del mercato. Sono tutte e tre americane e la cosa, vedremo, ha la sua valenza sia in termini di interdipendenza con la finanza Usa, sia in termini di operatività sui mercati finanziari.

Che i mercati (una decina di grandi Istituzioni finanziarie) facciano il loro sporco mestiere è evidente. E’ nella logica del capitalismo che quote più o meno rilevanti di capitale si stacchino dalla produzione reale per partecipare alle attività speculative, ovvero di accaparramento di plusvalore senza nulla produrre. Nella fasi di crisi economica questo processo di parassitismo si moltiplica sino a detonare come una bomba. I loro orientamenti operativi sono dettati dalla ricerca di plusvalenze facili, veloci e possibilmente sicure. Ne va del loro ruolo, dei loro immensi guadagni, fino a che il gioco regge. Devono rispondere ai loro azionisti e ad altre società di riferimento. Si muovono con la velocità dei neutrini, non guardano in faccia a nessuno, sono disposti a mettere sul lastrico intere economie e a condannare alla miseria milioni di proletari con le loro famiglie, pur di perseguire i loro interessi, come peraltro sta drammaticamente avvenendo. Dovrebbero fare il loro mestiere anche le Società di rating (quali elementi terzi a garanzia della qualità e affidabilità degli enti giudicati) e qui, però, il discorso si complica. La “Triade” o le “Tre sorelle”, come confidenzialmente vengono definite le tre maggiori agenzie, dovrebbero essere degli organismi super partes che emettono i loro giudizi sulla base di analisi scientifiche e su dati statistici attendibili. Possono sbagliare di qualche migliaio di dollari, possono non azzeccare qualche previsione, ma da questo a stravolgere qualsiasi comportamento logico e deontologico ce ne corre.

Anche all’osservatore più disattento non sarà sfuggito come alla vigilia della crisi finanziaria del 2008, la “Triade” abbia continuato ad assegnare la massima quotazione, quindi la più assoluta affidabilità delle tre A, a AIG, Merrill Lynch, Lehman e Goldman Sachs fino a cinque minuti prima del crollo di queste aziende. Non si sarebbero minimamente accorte dell’incipiente crisi dei sub prime, dei titoli tossici presenti nelle banche americane e poi negli istituti di credito di mezzo mondo per un valore non ancora ufficialmente contabilizzato, ma di dimensioni colossali. Disattenzione? Possibile, ma difficile. Corruzione? Più facile, secondo molti operatori dell’ambiente quasi certo. Strumenti di un gioco finanziario internazionale? Assolutamente vero e coerente con lo svolgimento degli ultimi avvenimenti del mondo finanziario.

Allo stesso osservatore non sarà passato inosservato come, invece, la stessa “Triade” non abbia sbagliato un colpo nei giudizi pesantemente negativi sui debiti sovrani dei paesi dell’area euro e sull’affidabilità dei loro titoli di stato. In rapida successione ,il declassamento dei titoli ha colpito praticamente tutti i paesi dell’euro, senza eccezione alcuna, Germania compresa. Non solo, ma gli stessi giudizi non sono stati emessi nei confronti di quei paesi che hanno una situazione economica ancora più grave di quelli colpiti, che hanno un debito pubblico ben più alto e, per legge transitiva, i loro titoli di Stato sono almeno altrettanto inaffidabili, se non peggio; con l’aggravante di avere, oltre al debito pubblico anche quello delle famiglie e delle imprese, che, sommati, fanno di questi paesi i più indebitati al mondo E’ il caso di Inghilterra e soprattutto degli Usa, anche se nel secondo caso, più per buttare fumo negli occhi dell’opinione pubblica internazionale che per altri motivi, c’è stato un timido declassamento, subito rientrato con tante scuse dopo le proteste del governo americano. In aggiunta, va sottolineato come la “Triade” soffra del più evidente dei conflitti di interessi. Molte degli Istituti finanziari, Fondi pensioni, Banche d’affari e Hedg Fund che dovrebbero essere controllati, sono azionisti delle prime e le stesse gestiscono consistenti pacchetti azionari delle seconde che, fatta salva qualche eccezione, fanno tutti riferimento a Wall Street, e ai suoi asset finanziari, al “sistema dollaro”. Anche in questo caso valgono le domande e le relative risposte di prima. Al che ci sembra già di sentire il coro degli ultra conservatori: “E’ la solita teoria del complotto”. Ma dimenticano lor signori che complottista è colui che fa il complotto e non chi lo denuncia.

Al riguardo, vale la pena citare un articolo del Wall Street Journal, riportato da Stefania Limiti in “attacco Usa all’Europa” dell’8 febbraio 2010 (cadoinpiedi.it ), nel bel mezzo della bufera finanziaria provocata proprio dal crollo della finanza americana. Nel testo si legge di una riunione tenutasi nei locali di una piccola e sconosciuta banca d’affari (la Monnes Crespi and Hardt), alla quale hanno partecipato alti personaggi del mondo finanziario americano, tra cui il noto finanziere George Soros. Ovviamente non abbiamo a disposizione un resoconto stenografico, ma secondo il Wall Street Journal è notorio che in quella sede si è discusso dei mezzi più idonei a tamponare la crescente influenza dell’euro sui mercati commerciali e finanziari internazionali, di come risollevare le precarie sorti del dollaro, che vedeva erodere quotidianamente il suo ruolo e valore di prima divisa e bene di rifugio internazionali. Il terrore che colpiva le menti e i portafogli degli operatori finanziari americani era inizialmente dovuto alla concreta possibilità che, sull’onda negativa della crisi dei sub prime, gli operatori internazionali, le banche centrali e alcuni Hedge Funds di non stretta osservanza ai destini dell’economia americana, potessero dare il via ad un’ondata di vendite di dollari, deprimendo ulteriormente il valore e il ruolo della divisa Usa. Se ciò fosse avvenuto, per Wall Street, già sul rischio di fallimento, sarebbe stata la catastrofe. Se a muoversi “autonomamente” contro l’euro fossero state le note e sollecite agenzie di rating, sempre al servizio degli asset di Washington, si sarebbero mossi a tempo debito anche gli stessi soggetti finanziari americani e non si sarebbe dovuta esporre la Federal Reserve e il Presidente Obama avrebbe potuto, come in effetti ha fatto, dichiarare subdolamente di essere seriamente preoccupato per le sorti dell’euro e di adoperarsi per evitare il suo fallimento.

Anche se il Wall Street Journal, peraltro fedele interprete degli interessi delle finanza americana, può aver raccontato delle bugie ed essersi inventato di sana pianta la storia della riunione di Soros e compagni, cosa di cui fortemente dubitiamo, rimane il fatto concreto che la “Triade” ha tempestivamente individuato l’area dell’euro come quella da colpire, puntando sui debiti sovrani, sul valore dei loro titoli di Stato, giocando al ribasso. Si sono centrati tutti gli “obiettivi sensibili” da Lisbona sino a Berlino, percorrendo tutta l’area euro, Belgio e Ungheria inclusi, senza nemmeno sfiorare l’Inghilterra, gli Usa e tutti quei paesi dell’area dollaro che presentano gli stessi fallimentari conti, se non peggio, in termini di debito pubblico e di incapacità alla ripresa economica. L’obiettivo è quello di far riguadagnare al dollaro le posizioni di prestigio di qualche anno fa, di rimetterlo in condizione di fungere da pompa di drenaggio di plusvalore altrove prodotto, di ritornare ad essere la divisa internazionale di riferimento come prima dell’entrata in vigore dell’euro e prima della crisi finanziaria di cui l’economia e la finanza americane sono state causa e vittime allo stesso tempo. In altri termini, in quell’otto febbraio del 2010, si è discusso di come esportare per l’ennesima volta le conseguenze della crisi sui mercati finanziari esteri, di come operare sulla periferia dell’area euro per poi colpirla al cuore.

Come tutte le crisi del sistema economico capitalistico, anche questa, che è la più vasta e profonda dal secondo dopoguerra, sta ridefinendo i rapporti imperialistici su scala internazionale. In questo caso è il mercato finanziario ad essere lo scenario di uno scontro feroce, senza esclusione di colpi, i cui “effetti collaterali” finiscono per abbattersi sulla stessa economia reale, quella fatta di merci, di produzione e di forza lavoro salariata. Il dramma non è che sul campo rimangano cataste di capitale fittizio sotto forma di miliardi di dollari o di euro bruciati nell’arco di pochi mesi, quello che conta è che dentro e dietro queste macerie sono accatastate le miserie di milioni di famiglie proletarie, oggi chiamate a pagare il prezzo di questa crisi, domani cooptate a qualche altro macello sociale di ben più tragica portata.

Fabio Damen

Comments

Infatti non dobbiamo soffermarci sui complottismi, sulle guerre euro-dollaro e dollaro-yuan oppure su chi tra i poteri forti avrà la meglio. Chi ci rimetterà sarà sempre e comunque il lavoratore. In effetti dobbiamo renderci conto che l'Italia si è impegnata a ridurre il proprio debito del 60% nei prossimi 20 anni, ossia 5% al mese. Il che significherà un taglio di 70 miliardi l'anno. Il tutto per far contenti i mercati. Ma siamo impazziti? Non riescono a pareggiare il bilancio e adesso vogliono trovare tutti questi soldi? Dove taglieranno ancora? Sul welfare? Sui trasporti? Sulla (orrore) sanità? Il corpo dei lavoratori non è già abbastanza martoriato? A quanto pare, no. Temo che siamo solo agli inizi...

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