Nizza: la barbarie continua, ma anche a Istanbul non si scherza

Come premessa va detto che dietro l'esecrazione a tanta barbarie c'è molta responsabilità dell'occidente e dell'Europa. Diciamo meglio: A noi occidentali si spacca giustamente il cuore nel vedere civili, uomini e donne, molti bambini schiacciati come tante formiche dalla furia barbarica e omicida di un franco tunisino, forse jihadista, per sostenere uno stato che ancora non c'è e che, sempre forse, è destinato a non nascere mai. Il mondo occidentale, a ragione, si dispera davanti a tanto orrore che nulla ha di umano, davanti a tragedie personali e collettive, davanti a tanta efferatezza. Ma ricordiamo e piangiamo anche tutti quei bambini e quelle donne annientati come mosche nei raid aerei in tutto il Medio Oriente da parte di droni americani, francesi, inglesi e, in alcuni casi, anche italiani. Nel 2001 gli Usa vanno in Afghanistan per combattere i loro ex alleati afgani in nome della liberazione delle donne, in realtà per realizzare sul territorio il percorso di una pipeline che portasse il petrolio dalle zone del centro Asia sino all'Oceano indiano. L'operazione non è riuscita, in compenso l'Afghanistan è caduto nella voragine della guerra civile. Le operazioni di guerra americane hanno prodotto centinaia di migliaia di morti tra la popolazione civile. In più casi sono state usate armi nucleari e chimiche in spregio a qualsiasi normativa internazionale ma, soprattutto, in spregio alla dignità umana di chi aveva la sola colpa di vivere in una zona ritenuta strategica dall'imperialismo più potente al mondo. Non dimentichiamoci che il terrorismo di al Qaeda, di Osama bin Laden, ex alleato degli Usa, nasce proprio in conseguenza della campagna afgana.

Nel 2003 parte la campagna d'Iraq. Ancora gli Usa dell'Amministrazione Bush ma, questa volta, alla necessità di controllare il petrolio mesopotamico e di contenere il rischio che venisse venduto in valute diverse dal dollaro, si trovò come scusa “il dovere” di esportare la democrazia. Saddam Hussein venne eliminato, l'Iraq, come precedentemente l'Afghanistan, piombò in una sanguinosa guerra civile. E come sempre l'Usa Army e i governi da essa sostenuti hanno massacrato la popolazione civile a centinaia di migliaia allo scopo di rendere sicure le zone economicamente e strategicamente importanti. Anche in questo caso sulla popolazione inerme è piovuto di tutto, dalle bombe al fosforo bianco, ai missili con piccole testate nucleari, sostanze chimiche e radioattive che si sono sommate a quelle usate nel 1991, falcidiando la popolazione civile e creando innumerevoli morti per tumori e leucemie.

Nel 2011 Francia e Inghilterra lanciano l'attacco al dittatore Gheddafi, responsabile non di essere un imperialista e predone al pari loro, ma di non voler soddisfare gli interessi dell'imperialismo francese e di quello inglese. Le conseguenze sono state sempre le stesse. Guerra civile, morti a migliaia tra la popolazione civile, disperazione, fame e sofferenze inaudite per chi, con questi interessi, non aveva nulla a che fare.

Lo stesso discorso vale per la Siria, dove lo scontro interimperialistico è ancora in atto. Chi ci sta rimettendo è ancora la popolazione civile. Fughe che assomigliano a esodi biblici. Milioni di rifugiati che fuggono dalla barbarie della guerra, molti muoiono in mare pur di fuggire da una morte certa tra le mura domestiche. L'occidente è responsabile di tutta questa barbarie, ovviamente l'occidente imperialista, affamato di profitti, che non perde occasione d'inscenare guerre per procura, di intervenire direttamente, di favorire guerre civili. Non si è mai fatto scrupolo di schiacciare un bottone che comportasse la distruzione di interi villaggi e quartieri di città al solo scopo di averne un vantaggio militare. Le centinaia di migliaia di morti provocate, le immani sofferenze procurate alla popolazione altro non sarebbero che effetti collaterali.

E' nella logica delle cose che, a fronte di una simile situazione di guerre e di scontri imperialistici dove il teatro è il Medio Oriente e la posta in palio il controllo della più importante, per il momento, materia prima energetica, in cui a farne le spese è la popolazione civile, sia maturato un odio smisurato nei confronti dell'Occidente “corrotto e corruttore”, ma anche assassino.

E la barbarie genera barbarie: Al Qaeda, lo Stato Islamico e tutta quella miriade di formazioni jihadiste che, in lotta tra di loro per la leadership interna al mondo musulmano, sono l'espressione organizzata dell'odio che spesso pervade intere popolazioni, o singoli individui, contro i responsabili di tanta sofferenza.

Il senso di tutto ciò è che la barbarie genera barbarie. La guerra genera guerra. Lo scontro d'interessi dilata il campo di applicazione della devastazione delle cose e degli uomini.

Non è un caso se, a seguito delle dichiarazioni del 21maggio da parte del portavoce dello Stato islamico al Adnani, di uccidere più occidentali possibile, in Francia, in America, ovunque con armi da fuoco, con coltelli, con pietre o usando le automobili come armi letali, abbia trovato a Nizza un esecutore fedele e determinato e abbondantemente pieno di odio verso l'Occidente, in questo caso la Francia di Hollande responsabile dell'attacco alla Libia. Sempre al Adnani ha dichiarato ai jihadisti di tutto il mondo: “facciamogli provare a casa loro quello che loro ci hanno fatto subire per anni a casa nostra”.

Non valgono molto le dichiarazioni del tipo “ma dov'era la polizia, cosa stavano facendo i Servizi d'Intelligence?". Il problema vero è che siamo in presenza di una guerra generalizzata, atipica, asimmetrica, ma pur sempre di guerra. Ma attenzione a non cadere nel facile tranello di pensare che sia solo una questione di “pan per focaccia”. Ognuno combatte la sua guerra con le armi che ha a disposizione e lo Stato Islamico fa la sua parte usufruendo anche della disperazione di individui sparsi per ogni dove, facendoli diventare i ciechi strumenti delle sue strategie. A parte la vicenda irachena che prende le mosse nel 2003, tutti gli altri episodi di guerra latente e di guerra guerreggiata hanno avuto nella crisi del 2008 un motore di accelerazione. Si va dalla crisi tra Ucraina e Russia con l'”annessione referendaria” della Crimea all'esplosione delle primavere arabe. Si prosegue (2011) con lo scontro tra Russia e Usa in Siria. Il governo di Washington apre le ostilità finanziando e sostenendo con armi e tecnici militari tutte le forze contrarie al regime di Bashar el Assad, come al Nusra e vari movimenti jihadisti presenti in zona tra cui, sin dall'inizio, la stessa ISIS. La Russia risponde militarmente in sostegno del suo alleato per conservare le basi navali nel Mediterraneo. Successivamente nascono ben due Coalizioni contro lo Stato Islamico, prima strumento di guerra di una fazione, quella legata agli Usa contro la Siria e, per vie (poco) indirette, contro la Russia. Poi quella dei paesi arabi a guida saudita, sempre contro lo Stato islamico, una volta che ha imboccato una strada autonoma del nuovo Califfato contro l'occidente imperialista e l'oriente “eterodosso”, di cui Riad farebbe parte. In realtà lo Stato Islamico si dibatte per tentare di essere attore tra gli attori nella spartizione dei giacimenti petroliferi e di partecipare alla sua rendita in nome di Allah e della jihadh islamica. Dentro e fuori le coalizioni ha navigato a vista la Turchia di Erdogan, alla ricerca di uno spazio imperialistico da gestire nel basso Mediterraneo in chiave energetica, usando una strategia a dir poco ardita che ha compromesso vecchie alleanze e creato nuovi avversari. Anche avversari interni, tra i quali una grossa componente dell'esercito che stava tentando di far sentire la propria voce sui soliti problemi che sono, in ordine di importanza, quello curdo, mal gestito sino al punto di riaprire il conflitto armato ridando fiato all'atavica vicenda separatista. L'appoggio allo Stato Islamico molto criticato da più parti sia per la fallimentare gestione, sia per la palese contraddittorietà di atteggiamento che è costato alla Turchia l'infamante marchio di collaboratrice del terrorismo anche dopo la nascita delle Coalizioni. Critiche feroci gli sono state mosse da più parti per le difficoltà create all'ingresso della Turchia in Europa dallo stesso governo Erdogan. Il fallimento della gestione del potere che non ha saputo collocarsi in termini di credibilità all'interno dello scontro imperialistico internazionale e le tensioni con Israele e gli Usa che potrebbero non essere completamente estranei all'abortito tentativo di colpo di stato, nonostante le dichiarazioni di Obama a favore del legittimo potere. Per non parlare dello scontro con la Russia, dopo aver firmato con Mosca uno storico accordo sulla costruzione del Turkish Stream, che avrebbe consentito alla Turchia di rafforzare il suo già notevole ruolo di mediatore energetico tra il Caspio e il Mediterraneo. Secondo le ultime, notizie lo scontro tra reparti dell'esercito e il governo di Erdogan sarebbe già finito e il golpe fallito. L'esercito che controllava la televisione, i mezzi di comunicazione, gli aeroporti di Istanbul e Ankara è stato contrastato dai reparti di polizia, la vera forza armata pretoriana del presidente, che non ha mai cessato di incitare la popolazione, a lui fedele, alla rivolta contro il golpe militare. Il paradosso è che sia l'esercito che il presidente dittatore dichiaravano di muoversi in nome della democrazia in un macabro balletto per il potere che avrebbe visto pagare, ancora una volta, il mondo del lavoro chiamato a sostenere una fazione piuttosto che l'altra, quando entrambe sono la bara dell'unica risposta possibile:la trasformazione della guerra civile in lotta di classe contro il golpe del l'esercito, contro Erdogan, contro la sua Guardia Pretoriana e contro le leggi del capitale a cui tutti fanno riferimento.

Ritornando alla guerra, la questione ovviamente è completamente aperta anche se, in realtà, ci troviamo di fronte a uno scontro di tutti contro tutti, dalle fragili alleanze, ai repentini e violenti cambiamenti di governi e di fronti a seconda delle necessità strategiche del caso. Nel mezzo di tanto marasma lo Stato islamico che, fintanto che ha avuto il supporto di Usa, Arabia Saudita, Turchia e buona parte dei paesi arabi del Medio oriente ha progressivamente conquistato territori, sfruttato pozzi petroliferi e ricevuto armamenti e finanziamenti. Quando il vento è cambiato perché è cambiata la sua strategia,( che prevedeva anche un territorio vero e proprio e una autonomia di movimento ) le cose si sono messe male. In un anno ha perso il 40% dei territori conquistati, vede minacciate le sue roccaforti di Raqqa e Mossul. Gli ultimi raid americani hanno eliminato fisicamente i vertici militari dell'IS come Abu Omar al Shishani (il ceceno) lo stratega principe dell'esercito jihadista dopo l'uccisione di al Duri ex numero due della nomenclatura irachena e capo dell'esercito di Saddam Hussein. E' in questo scenario che al Adnani ha emanato le sue “fartwe” terroristiche a tutto campo. In altra sede ha aggiunto che è necessario che i foreign fighters non vadano più in “Siraq” ma rimangano nei paesi d'origine ad ostacolare in casa il nemico, così come tutti coloro che, dopo una esperienza militare jihadista in Iraq o in Siria, ritornino a “casa” per fare altrettanto. L'attentato di Nizza, l'ultimo in ordine di tempo, è il sintomo di una modificazione di strategia delle centrali imperialistiche internazionali nei confronti dello Stato Islamico e la conseguente contromossa dell'aspirante Califfo in chiave di disperata difesa, utilizzando tutti gli strumenti possibili, tra i quali gli obnubilati “cani sciolti”, contemporaneamente colpevoli e vittime perché responsabili di efferate stragi e ciechi strumenti di interessi che passano alti al di sopra delle loro teste.

La conclusione è sempre la stessa. Viviamo in una fase storica dove le enormi contraddizioni del capitalismo si sommano, si moltiplicano sino a sfociare in guerre civili, in guerre guerreggiate di fronti contro altri fronti, di guerre per procura, le cui devastazioni fisiche ed umane sono la condizione per ricominciare a produrre, a sfruttare ma ricreando su scala allargata le stesse condizioni che le hanno poste in essere, in un circolo vizioso che non avrà mai fine se non si modificheranno i rapporti di produzione e di distribuzione capitalistici che ne sono alla base. Non basta lo sdegno nei confronti della feroce determinazione delle centrali imperialistiche, non è sufficiente sorprendersi dell'altrettanta ferocia dello jihadismo. Occorre capire che entrambi sono le due facce della stessa medaglia, quella del capitalismo in crisi e che per superarli occorre l'unità del proletariato internazionale fuori e contro ogni interesse che non sia quello della ripresa della lotta di classe.

FD
Sabato, July 16, 2016

Battaglia Comunista

Mensile del Partito Comunista Internazionalista, fondato nel 1945.

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