Come Mao Tse-Tung interpretava il “socialismo” in Cina

Questa analisi, riguardante la personale interpretazione che Mao diede al falso “socialismo” che si sviluppò in Cina, segue i due scritti pubblicati sui n. 15 e 16 di questa rivista con uno studio sia del pensiero stalinista che dei “risultati” conseguiti al seguito di quel “socialismo in un solo paese” (alias capitalismo di Stato) col quale la controrivoluzione trionfò in Russia.

Inizialmente la Russia di Stalin ebbe verso Mao e la Cina un comportamento ambiguo: un’altra potenza che si definiva comunista non poteva certamente essere ben vista dallo stalinismo e dal suo “socialismo in un solo paese”. L’interesse russo era prevalentemente strategico, e pochi sanno che addirittura Stalin (Conferenza di Yalta) era deciso ad appoggiare il governo nazionalista di Chiang Kai-Shek. Di questo informò Roosevelt e il 14 agosto 1945 lo stesso Stalin firmò un trattato di amicizia con il Primo Ministro cinese nazionalista, TV Soong, riconoscendo il Governo del Kuomintang e impegnandosi nella fornitura di aiuti militari ed economici. In cambio i russi si inserirono nell’amministrazione del sistema ferroviario della Manciuria, ottennero il porto commerciale di Dairen, il diritto di costruire una base navale a Port Arthur e l’indipendenza della Mongolia, che così ufficializzava le sue condizioni di satellite sovietico. Durante la guerra civile cinese, Stalin fornirà armi sia ai nazionalisti che ai “comunisti” di Mao: nel caso di vittoria di quest’ultimi, Stalin contava su un possibile suo controllo diretto, salvo poi – nel giugno 1949 – accettare una diretta collaborazione sia economica che politica e militare con Mao. E quando il 1° ottobre 1949 avvenne la trionfale entrata di Mao a Pechino, con la proclamazione della Repubblica Popolare Cinese, l’Urss ruppe ogni rapporto con il Kuomintang di Chiang Kai-Shek. In dicembre seguì la firma di un patto triennale di amicizia, alleanza e assistenza reciproca tra URSS e Cina.

In una circolare del Comitato Centrale del Partito Comunista Cinese, redatta “sotto la personale guida del Presidente Mao” e diramata il 15 maggio 1956 come “un grande documento storico” sulla rivista teorica del Comitato Centrale, Bandiera Rossa, ancora si leggeva

Stalin fu un grande marxista-leninista che in effetti buttò fuori (sta per “assassinò”… – n.d.r.) un grande numero di rappresentanti controrivoluzionari della borghesia che si erano insinuati nel Partito, tra cui Trocky, Zinov’ev, Kamenev, Radek, Bucharin, Rikov e compagnia.

Noi vi aggiungiamo le migliaia di compagni finiti davanti ai plotoni di esecuzione allestiti dal “padre del socialismo in un solo paese”, e le epurazioni in massa con centinaia di migliaia di uomini e donne rinchiuse nei gulag con le più infamanti accuse, costrette a massacranti lavori forzati e in maggior parte morte per stenti, fame e freddo (1).

I rapporti “ideologici” fra Cina e Russia

In alcuni suoi scritti, esplicitamente riferiti a Stalin e aventi per tema la costruzione del socialismo secondo le “scelte” effettuate prima dalla Russia e poi dalla Cina, Mao Tsé-Tung espresse vari giudizi e osservazioni personali, con particolare riferimento all’opera di Stalin, Problemi economici del socialismo nell’Urss, e al Manuale di economia politica dell’Unione Sovietica.

Questo avvenne nel periodo 1958-’60, anni del “Grande Balzo in Avanti” in Cina, incentrati sull’organizzazione collettivistica dell’agricoltura e sul lancio delle Comuni popolari, unità socio-economiche e amministrative con limitata autonomia decisionale. Non poche erano, e saranno in seguito, le contraddizioni che si manifestavano nel paese e Mao si trovava alle prese con alcune divergenze sorte all’interno del partito cinese attorno a problemi quali un eccesso di centralizzazione delle proprietà e persino richieste di una “retribuzione” del lavoro secondo i bisogni e non secondo il lavoro svolto. A ciò si aggiungano i problemi riguardanti i rapporti sociali nelle campagne, dove i comportamenti delle masse contadine richiedevano ancora una speciale attenzione, data l’enorme arretratezza del paese nel vasto settore agricolo.

La situazione economico-sociale in Cina

Occorre ritornare brevemente sia sulle peculiarità politiche ed economiche della rivoluzione cinese sia sul quadro storico in cui si collocavano gli avvenimenti che stiamo esaminando, le loro interpretazioni e le conseguenti prese di posizione da parte del PCC e di Mosca.

La rivoluzione cinese si presentò fin dagli inizi – dopo un secolo di oppressioni imperialistiche sull’immenso territorio – con tutte le caratteristiche, sia ideali che materiali, di una rivoluzione borghese, nazionale e anti-coloniale. Sotto la direzione di Mao, il PCC si attendeva dalla rivoluzione la rinascita della nazione cinese e la ripresa del suo sviluppo sia economico che politico a livello internazionale. Mao proclamerà solennemente “l’unità tra internazionalismo e patriottismo”, dove ricompariva predominante l’identità nazionale e la difesa della integrità territoriale, ponendo fine ai lunghi periodi di smembramento subiti storicamente dalla Cina.

Fin dagli inizi, Mao evidenzierà che

per il suo carattere sociale, nella prima fase o nel primo passo, la rivoluzione di una colonia o semicolonia resta fondamentalmente una rivoluzione democratica borghese, e oggettivamente il suo obiettivo è quello di sgombrare il terreno allo sviluppo del capitalismo (…) Perciò questa rivoluzione serve anche ad aprire una strada ancora più larga allo sviluppo del socialismo.

Mao Tsé-Tung, 1969-75, Opere scelte, Edizione in lingue estere - Pechino, vol. II°, p. 360

In estrema sintesi, le condizioni presenti in Cina, nel secondo dopoguerra successivamente alla vittoria conseguita militarmente da Mao, vedevano una specifica e nel medesimo tempo difficile situazione caratterizzata dal peso enorme esercitato dalla produzione agricola sull’intera struttura economica, e tale da richiedere una particolare attenzione alla questione di una necessaria stabilità sociale nelle vaste campagne. Sul ruolo della classe contadina e sull’apporto delle masse agricole si era basata la Lunga Marcia, con milioni di contadini poveri al seguito della promessa di una radicale riforma agraria. Successivamente, una ripartizione della terra – pur assumendo vaste proporzioni -- avvenne soprattutto a danno dei proprietari fondiari, delle comunità religiose (buddisti, taoisti e cristiani) ma non interessò se non marginalmente le proprietà dei contadini medi e ricchi e le eccedenze dei loro raccolti. A quel punto, una industrializzazione del paese avrebbe richiesto l’accumulazione di ingenti capitali da investire produttivamente (cioè “creando” plusvalore); capitali che in un primo momento si pensò di ottenere dalle campagne per indirizzarli verso le città.

Politicamente, la “dittatura del proletariato” cinese si mistificava dietro il “blocco delle quattro classi” e con la confusa ricomposizione politica tra “lotta di classe” e “lotta di popolo”. La ciliegina, sulla torta di riso offerta ai cittadini della Repubblica democratica cinese, consisteva nelle imperanti contraddizioni capitalistiche, liquidate come “contraddizioni in seno al popolo” e quindi ricomposte idealisticamente al seguito di un “Fronte unico con la borghesia”, guidato da Mao in qualità di “faro della rivoluzione proletaria internazionale”.

Sforzi e sacrifici per lo sviluppo economico

L’obiettivo sul quale puntava il PCC – cioè verso la costruzione di “un paese ricco e potente” – richiedeva “decenni di sforzi ostinati” ( Mao Tsé-Tung, Rivoluzione e costruzione, Scritti e discorsi 1949/1957 – trad. ital. del V° volume delle Opere scelte - Einaudi, 1979, pag. 579) che avrebbero però consentito di portare la Cina fra le maggiori potenze mondiali. Rientrava in quel programma la

conservazione dei capitalisti e la concessione di un interesse fisso per sette anni. E dopo sette anni come ci regoleremo? Quando arriverà il momento vedremo il da farsi. La cosa migliore è lasciare aperto il discorso e dargli ancora un po’ di interessi. Sborsando un po’ di denaro ci compriamo questa classe (...) Comprandoci questa classe l’abbiamo privata del suo capitale politico così che non ha nulla da dire (...).

Mao Tsé-Tung, Rivoluzione e costruzione, p. 475

Appariva chiaramente come, nella prospettiva “rivoluzionaria” maoista, l’espropriazione economica della borghesia venisse contenuta in modo tale da “garantire” lo sviluppo economico entro limiti che non potevano essere che capitalistici e quindi indirizzati politicamente a mantenere l’integrità nazionale. Dopo di che si racconterà al “popolo” che la “espropriazione politica” della borghesia veniva condotta fino in fondo…

Raggiunta una certa auto-sufficienza alimentare nei primi anni Cinquanta, il Partito e lo Stato avevano monopolizzato la distribuzione delle materie prime, lasciando però agli imprenditori borghesi sia la direzione delle industrie sia una parte delle azioni e dei corrispondenti dividendi. Sempre agli inizi degli anni Cinquanta, lo Stato controllava comunque più del 75% della produzione industriale. Il capitalismo privato si era molto indebolito, anche se industriali e commercianti detenevano gran parte dei Buoni del Tesoro emanati dallo Stato. Tutta l’attenzione fu quindi rivolta alla creazione di un'industria pesante, mentre il tallone d’Achille della l’economia nel suo complesso rimaneva pur sempre l’agricoltura, con una arretratissima meccanizzazione che aumentava l’handicap dell’economia cinese.

Intanto -- nonostante nel 1954 Mao avesse annunciato il lancio di "tre piani quinquennali" per l’industrializzazione del paese, puntando al traguardo di un “superamento degli Stati Uniti sul piano economico" e quindi imponendo uno sviluppo a tappe forzate – alla fine degli anni Cinquanta si manifestò una forte recessione economica e una spaventosa carestia con 20 milioni di morti nelle campagne. E sia nel Partito che nella società cinese cominciavano a diffondersi clientelismi e corruzioni.

In tutto il paese si era puntato ogni sforzo nella costruzione delle “armate del lavoro” e nei villaggi si installavano piccoli altiforni. Il Partito dichiarava solennemente: “Una fabbrica è un campo militare. Di fronte alle macchine l’operaio è disciplinato come il soldato” (Risoluzione di Wuhan del 1958). Si trattava di una vera e propria militarizzazione dell’economia che stimolava con le buone o con le cattive l’adesione delle masse, convincendole di accelerare così la “costruzione del comunismo”. Non si perdeva occasione per proclamare gli obiettivi di modernizzazione e di completamento dell’unità nazionale; si puntava sulle rivolte anticolonialiste nel Terzo Mondo sostenendo che avrebbero messo in difficoltà l’imperialismo americano, portando in superficie le contraddizioni che si agitavano nella pancia della “Tigre di carta”, gli Usa.

Il “Grande Balzo in Avanti” si rivelò tuttavia come un tentativo disperato di Mao rivolto a superare rapidamente le difficoltà economiche e a riaffermare la centralità di un cambiamento sociale. Sulle cause del fallimento che ne seguì si aprirono accesi dibattiti all’interno del PCC, mentre anche la situazione politica internazionale si avviava a significativi mutamenti.

L’alleanza fra Russia e Cina

Nel febbraio 1950 era stato stipulato un trattato d'alleanza cino-sovietico, il quale rispondeva alla necessità di un modus vivendi temporaneo fra i due Stati “socialisti”. La cosiddetta "solidarietà proletaria" faceva da paravento all’ormai manifesta differenzazione di interessi politici, economici, militari, e quindi ideologici, che presto avrebbero sgretolato l’alleanza stessa. Il governo cinese non avrebbe potuto a lungo tollerare una sua sottomissione al governo di Mosca condizionata dalla pressante necessità di poter contare su un costante rifornimento di strumentazioni tecniche dall’Urss. E la Russia, da parte sua, si considerava potenza imperialistica dominante sui suoi stessi alleati del cosiddetto “campo socialista” e di conseguenza approfittava della situazione creatasi per subordinare la Cina ai propri interessi politici. Questo almeno fino a quando fra i dirigenti russi cominciarono ad aumentare i timori del verificarsi di un secondo caso Tito: i rapporti si deteriorarono fino al ritiro (1960) dei tecnici sovietici, con un conseguente colpo all’economia cinese e ai programmi politici di Mao.

Abbiamo già detto che la conquista della integrità territoriale si presentava come un’esigenza fondamentale per completare la rivoluzione democratico-borghese cinese, la quale non nasconderà il suo obiettivo tanto nazionale quanto militare ponendo la massima attenzione a possibili tentativi d’invasione del proprio territorio da parte soprattutto dell’esercito di Chiang Kai-shek, che occupava Taiwan con la protezione di Washington. Altrettanto fondamentale sarebbe stato “recuperare” il controllo delle isole di Quemoy e Matsu, molto importanti e pericolose come teste di ponte per una eventuale invasione della Cina continentale. Mosca non guardava certo compiaciuta i programmi nazionalistici cinesi; ad aggravare la situazione arriverà poi la proposta di Krusciov per la formazione di una flotta congiunta cino-sovietica, privando cioè la Cina di una propria e autonoma forza navale. La sostanziale differenza di interessi fra Cina e URSS era ormai evidente ed esploderà in un forte contrasto nell’occasione della posizione filo-indiana assunta dalla Russia di Krusciov per il contenzioso di frontiera fra Cina ed India. Ed il deficit militare della Cina si mostrò evidente con gli scontri sull’Ussuri del 1968, addirittura di fronte a quella che era stata la “patria del socialismo”, la Russia di Stalin. I due “Stati socialisti fratelli” si affrontavano ora con le armi in pugno.

Contrasti ideologici e divergenze sui confini statali

Già con la “destalinizzazione” avvenuta in Russia (febbraio 1956) i rapporti cino-sovietici avevano cominciato a peggiorare. Mao temeva soprattutto una deriva russa verso un compromesso con gli Usa; il mancato appoggio russo al bombardamento cinese contro l'isola di Quemoy, occupata da truppe di Chiang Kai-Shek, fu in seguito uno dei motivi che convinsero Pechino che mai Mosca avrebbe fornito alla Cina un potenziale atomico. La contemporanea fase delle cosiddette “dispute ideologiche” tra Pechino e Mosca mostrerà chiaramente a tutti la fine della pretesa, da parte di un paese o partito-guida “socialista”, di subordinare alla propria politica estera (e ai propri “legittimi” interessi nazionali) la linea politica degli altri paesi, partiti e movimenti “fratelli”. È anche molto probabile che Mao vedesse nella destalinizzazione un indebolimento della credibilità dell'ideologia comunista stessa, cosa che non desiderava quando, alla direzione di un paese esteso come la Cina, poteva pretendere di ereditare il ruolo assunto da Stalin nella guida dei paesi socialisti e far sì che la sua dottrina avesse valenza universale.

L'alleanza cino-sovietica si romperà ufficialmente nel 1959-1960 come risultato di diversi fattori “pubblici”, tra i quali l'incontro fra Kruscev ed Eisenhower a Camp David, la neutralità dichiarata da Mosca nella disputa sui confini cino-indiani, la messa in discussione da parte cinese della leadership ideologica del Cremlino, il ritiro degli aiuti economici sovietici. I cinesi intanto si opponevano all’impegno americano in favore dei regimi “anti-comunisti” del Laos e dell’Indonesia, appoggiavano l'insurrezione “comunista” in Birmania e le guerre d'indipendenza nei paesi africani. Pechino sosteneva apertamente la "guerra del popolo", una formulazione ideologica che mirava a trascinare dietro alla Cina parte del movimento comunista internazionale.

La situazione di… amicizia russo-cinese diventò insostenibile quando (marzo 1963) Pechino reclamò una parte di territorio ad ovest, a nord e a nord-est dei propri confini, accusando inoltre Mosca di aver costretto all’emigrazione decine di migliaia di cittadini cinesi verso l’Unione Sovietica, e di aver sviluppato azioni sovversive nel Xinjiang. Mosca rispose che “all'inizio del 1960 cittadini cinesi avevano sistematicamente violato il confine sovietico” e accusò di sciovinismo e dispotismo i governanti cinesi, addirittura come seguaci delle mire espansionistiche della antica dinastia Ming. A sua volta, Mao richiese ufficialmente, nel luglio 1964, la restituzione dei territori a suo tempo ceduti dalla Cina alla Russia zarista. Lo scoppio della prima bomba atomica cinese accompagnò la rivendicazione cinese sia dei territori himalayani appartenenti all'India e alla Birmania, sia dell'Estremo Oriente sovietico a nord-est della Cina. In più, gran parte delle Repubbliche sovietiche del Kazakhistan, del Kirghizistan e del Tagikistan.

L'indipendenza ideologica, politica e militare della Cina “socialista” dalla Russia, proclamatasi “comunista”, era ora un fatto compiuto.

Ritorniamo alle condizioni economiche iniziali

Nel 1957, rispetto al 1952 (inizio di un piano quinquennale) la produzione industriale in Cina era cresciuta del 41% mentre l’agricoltura soltanto del 25%. Il Partito cinese continuava ad appoggiarsi su un contadiname composto in prevalenza di piccoli proprietari appena autosufficienti. Un provvedimento di nazionalizzazione della terra e di un controllo centrale della produzione agricola avrebbe richiesto la presenza e la direzione di un saldo partito proletario comunista, che in Cina non esisteva affatto. Si puntò su una "collettivizzazione" portata avanti da Squadre e Cooperative e infine dalle Comuni Popolari che gestivano mezzi tecnici e animali. Le eccedenze di prodotti avrebbero dovuto essere commercializzate, ma ciò accadeva in misura ridotta; quanto all’intervento statale, si verificava soltanto sulle imposte e sui prezzi. Col Grande Salto in Avanti, costato la vita a più di una decina di milioni di uomini e donne, a fronte alle maggiori difficoltà provocate dall’incrinarsi dei rapporti Cina-Urss si creano le Comuni Popolari come estremo tentativo di mobilitazione delle masse. I raggruppamenti di migliaia di famiglie lavoravano con strumenti di proprietà delle Comuni le quali provvedevano – utilizzando il lavoro praticamente forzato di milioni e milioni di contadini – alla costruzione di infrastrutture, strade, canali, dighe e riserve idriche, con gli scarsi mezzi a disposizione e fatiche bestiali. A dirigere e gestire il tutto (compresi gli scarsi salari) provvedevano i quadri del Partito, in un sistema organizzativo da tempo di guerra, dove tutti erano al servizio dello Stato e dei suoi piani economici. L’idealismo e il volontarismo erano posti al centro di questi tentativi che presto però fallirono di fronte ai numerosi problemi sorti nei rapporti con i contadini aggrappati ai loro piccoli appezzamenti privati e, come accennerà Mao, per le difficoltà di pagamento dei salari stessi. Con le carestie scoppiate negli anni 1960-61, tutto cominciò a disgregarsi, e alle Comuni subentrarono le Cooperative, più adatte a calcolare benefici e perdite, entrate e uscite, e una più attenta ripartizione dei prodotti.

Come interpretare il “socialismo nazionale”?

Nonostante il trentennale Patto di Amicizia stabilito nel 1950 con Mosca, troppi – per Mao – avevano dunque cominciato ad essere gli “esempi negativi” provenienti dalla Russia e che la cosiddetta edificazione del socialismo in Cina si vedeva costretta a respingere. Da qui i primi passi verso uno sganciamento dall’esperienza portata avanti da Stalin, cercando di presentare un diverso modello di realizzazione del socialismo nazionale, non ripetendo “errori” commessi da altri “paesi socialisti”. La rottura “ideologica” e politica avverrà – come abbiamo visto -- nel 1960-’63, ma va tenuto conto che, nei riguardi delle maggior parte delle “idee” e dei comportamenti politici di Stalin, Mao manteneva pur sempre una adesione e una difesa che lo stesso processo di destalinizzazione avviatosi poi in Russia, con conseguenze sconvolgenti nel mondo “socialista”, non avrebbe incrinato.

Era però giunto il momento di alcune “riserve ideologiche” e “puntualizzazioni teoriche” che Mao cominciò a manifestare basandosi su un proprio “praticismo economico”, da “rivoluzionario” e non da semplice “intellettuale”, come egli stesso specificava. Nel medesimo tempo, Mao si proclamava un “conoscitore della dialettica” e, a proposito di “scienza economica”, sottolineava la necessità di “avere una mente filosofica: per redigere un manuale di scienza economica ci vuole la partecipazione dei filosofi”. E chi, meglio del Grande Timoniere, era in grado di tenere lezioni di “filosofia marxista del proletariato”, visto che “ogni filosofia deve servire la politica del suo tempo”?

Con lo scritto di Stalin (I problemi economici del socialismo) Mao si dichiarava “abbastanza d’accordo con molti punti di vista” che il Grande Padre russo aveva enunciato. (2) Solo qualche dissenso, più che altro qualche precisazione, come laddove Mao specificherà innanzitutto – visto cosa accadeva all’interno del proprio “paese socialista” – e senza alcun distinguo, che anche i mezzi di produzione e non solo i prodotti sono da considerarsi “merci” a tutti gli effetti. Ogni equivoco andava fugato: la forma di merce – precisava Mao – “è ereditata dal capitalismo e si conserva nella Cina socialista”. Per chi, come noi, già si fosse appoggiato a qualche sostegno sentendosi venir meno, seguiva un’altra precisazione maoista: “Lo stesso per la legge del valore, visto che non è lei che esercita un’azione regolatrice sulla produzione, bensì lo è la pianificazione”. Pianificate il capitalismo e sarete nel socialismo, dopo – appunto – che Stalin e Mao avevano scoperto “la legge dello sviluppo pianificato dell’economia nazionale”, mettendo “la politica al posto di comando”…

Non bisogna però esagerare, puntualizzava in un’altra occasione il nostro Mao. Infatti, è anche “giusto considerare la legge del valore uno strumento per il lavoro di pianificazione”. Bisognava considerare – ci spiega Mao – che la valutazione delle perdite e dei guadagni andava fatta adottando “un punto di vista non parziale né a breve termine”, come nel caso della fabbricazione dell’acciaio; ovvero i risultati – in termini di… guadagno – vanno calcolati a lungo termine, quando poi si recupereranno le eventuali perdite iniziali. Come ci insegna ogni buon manuale di economia capitalista. (3)

Infine, c’era il problema dei prezzi, ovvero della necessità di regolarizzarli, dirigerli, controllarli; “capire il senso della legge del valore”, come si leggeva anche nel Manuale di Economia politica dell’Urss, senza però – raccomandava Mao – “esagerare l’influenza della legge del valore”. Sono “il sistema di proprietà socialista, la legge fondamentale del socialismo, la produzione e distribuzione pianificate a livello di tutto il paese, la mancanza di concorrenza e di anarchia”, gli elementi prioritari che impedirebbero le crisi in Cina.

La profondità e la saggezza dei pensieri di Mao meritano altre citazioni. Come quella che sarebbe proprio “la eliminazione dei capitalisti” a dare al popolo la possibilità di “sviluppare enormemente la produzione mercantile”. Questo perché – tutti in piedi! – “se la produzione mercantile è associata al capitalismo, allora è una produzione mercantile capitalistica; se invece è associata al socialismo, allora è una produzione mercantile socialista”…. Infatti, concludeva Mao, noi non sviluppiamo la produzione mercantile “in vista di un profitto (che dopo tutto sarebbe un… “profitto socialista”- n.d.r.) ma dello sviluppo della produzione”.

Aggiornando l’interpretazione del Capitale…

L’altro formidabile “pensatore”, Stalin, aveva scritto chiaramente a proposito della

necessità di respingere concetti desunti dal Capitale di Marx, là dove Marx si è occupato dell’analisi del capitalismo, e artificiosamente applicati alle nostre relazioni socialiste… Si capisce che Marx si serve nel far ciò di concetti (categorie) che rispondono perfettamente ai rapporti capitalistici. Ma sarebbe più che strano servirsi di tali concetti oggi…

dai Problemi economici del socialismo nell’Urss, Rinascita, 1952

Non solo, aggiungeva Stalin, ma è anche “assurdo oggi, nel nostro sistema, parlare di forza-lavoro come merce e di ingaggio degli operai, come se la classe operaia, padrona degli strumenti di produzione, si ingaggiasse da sé o vendesse a se stessa la sua forza-lavoro”.

Esultava a queste approfondite dichiarazioni anche il pensiero di Mao: quello che diceva Stalin era vero anche in Cina, dove infatti “non si lavora più per avere del denaro, ma per servire il popolo”. Ergo, “il lavoro non è più una merce”… Ed a proposito di errate valutazioni, Mao qualcuna l’aveva già scoperta anche nello stesso Lenin, il quale aveva detto: “Più un paese è arretrato, più il suo passaggio dal capitalismo al socialismo è difficile”. Errore!, compagno Lenin, osservava Mao: “Più un paese è economicamente arretrato, più il suo passaggio dal capitalismo al socialismo è facile”. Più facilmente – grazie al “pensiero” di Mao – gli uomini si trasformano in ubbidienti e disciplinate “guardie rosse”! E così avrebbero risposto a qualunque “necessità oggettiva (stabilita dal Comitato Centrale – n.d.r.)”, la quale “fa molto piacere” a Mao poiché “parlare di necessità oggettiva significa che niente può essere modificato dalla volontà degli uomini. Che lo si voglia o no, l’avvenimento avrà luogo”.

Proprietà, scambi mercantili e “masse monetarie” nel socialismo di Mao

Mao proseguiva imperturbabile precisando ulteriormente che “lo scambio delle merci e la legge del valore sono strumenti per facilitare lo sviluppo della produzione e il passaggio al comunismo”. Ma non solo. Per Mao “la produzione mercantile in Cina (siamo nel 1958 – n.d.r.) è in ritardo”. Un suo sviluppo sarebbe stato necessario per poter “pagare i salari”, visto che “nel 1956 è stato giusto passare al sistema del pagamento di salari”. Quindi, occorre prendere atto che “abbiamo una quantità insufficiente di merci, e se non si producono merci non si possono pagare i salari”. Occorreva cioè sfornare dalle fabbriche più merci “da vendere in cambio di denaro liquido”, altrimenti “non si può assicurare il pagamento dei salari né migliorare il tenore di vita”. Inoltre, “per assicurare la nostra alleanza con centinaia di milioni di contadini, sono ancora necessari un grande sviluppo della produzione mercantile e un incremento della massa monetaria”. Per il momento – concludeva il “pensiero” di Mao, considerando questi come dei “problemi ideologici”! – abbiamo il socialismo, vale a dire “il sistema della proprietà del popolo intero”. Si potrà in seguito passare al comunismo soltanto “aumentando la produzione: produrre di più, più rapidamente, meglio e in una maniera più economica”. Innanzitutto nell’industria pesante (“l’acciaio come principio guida”) e poi in quella leggera e nell’agricoltura, per i beni di consumo.

Sempre a proposito di salario, Mao ci informava che in Cina “la forma principale del salario è quella a tempo”, considerando quella a cottimo come “forma secondaria”. Al salario normale vi si aggiungeva però un “sistema di ricompense, le gratifiche accordate per ricompensare il balzo in avanti nel lavoro”. Fermo restando che “l’aumento dei salari non deve superare l’incremento della produttività”. Per questo occorreva “elevare la coscienza politica degli operai” affinché non venisse “intaccato il capitale”. (Impari il nostrano Marchionne, e si fidi dei sindacati, anche della Fiom: al posto dell’incentivazione materiale, molto meglio “quella ideologica”.)

Ed a proposito della “necessaria accumulazione di capitale” (siamo nel 1960), Mao precisava che

in Cina la percentuale del capitale accumulato rappresenta un quarto delle entrate nazionali. Più precisamente: 27% nel 1957, 36% nel 1958, 42% nel 1959.

Molto bene, si compiaceva il Grande Timoniere:

Fare economia in maniera rigorosa, accumulare grandi quantità di prodotti (cioè “merci” – n.d.r.) e accrescere enormemente le risorse finanziarie.

Principi validi per ogni tipo di situazione… In effetti, come abbiamo visto, bastava aggiungere l’aggettivo “socialista” ad ogni categoria dell’economia capitalista, compreso il “capitale” stesso, per trovarsi in piena realizzazione del socialismo stesso!

Ma allora, ci si chiede, dove sbagliava Stalin? Mao in questo non aveva dubbi:

Il suo errore fondamentale deriva dal fatto che non aveva fiducia dei contadini. [Aveva un] atteggiamento di diffidenza.

Questo quando invece tutta l’attenzione di Mao – fin dagli inizi della rivoluzione democratico-borghese – era per forza di cose costretta ad accentrarsi sull’agricoltura e sulle grandi masse contadine presenti in Cina, e che grazie ad essa sopravvivevano. Un esempio: Mao ci fa sapere che alla fine del 1955, per mezzo di tassazioni e acquisti, lo Stato si era procurato una quantità di cereali pari a 90 miliardi di chin. Poiché “la situazione era molto tesa”, lo Stato dovette limitarsi a 83 miliardi di chin, venendo così incontro ai bisogni dei contadini…

Dunque, “quantità, rapidità, qualità, economia: quattro obiettivi da raggiungere simultaneamente, accelerando il ritmo dello sviluppo economico”. Con qualche sacrificio, s’intende; ma dal momento – dirà Mao – che tutto è “proprietà del popolo”, dai mezzi di produzione ai prodotti “della società”, non è forse questo il socialismo, compresa quindi la produzione commerciale e la legge del valore? Che altro pretendete? E per tranquillizzare certe preoccupazioni della borghesia nazionale, Mao ci teneva a precisare – riguardo alla questione della “espropriazione dei mezzi di produzione nell’industria” – che “in Cina, la politica adottata consiste nell’indennizzare la borghesia nazionale”. Ogni nostro commento sarebbe superfluo e qui chiudiamo questa breve panoramica su quello che fu il socialismo cinese. Prima però riportiamo le ultime e più recenti “idee” di Deng Xiaoping, esposte nel Rapporto al XIV Congresso Nazionale del PC cinese del 1992:

… nelle sue importanti osservazioni fatte all'inizio del presente anno, il compagno Deng Xiaoping ha segnalato, ancora con maggior chiarezza, che l'economia pianificata non è sinonimo del socialismo, in quanto anche nel capitalismo esiste la pianificazione e che nemmeno l’economia di mercato è sinonimo del capitalismo, giacché anche nel socialismo esiste il mercato. Tanto la pianificazione quanto il mercato non sono altro che meccanismi economici. Ciò che possiede un poco più di pianificazione o un poco più mercato, non è l’elemento che distingue essenzialmente il socialismo dal capitalismo.

Fra la pianificazione ed il mercato non esisterebbe dunque alcuna contraddizione; in teoria e in… pratica il “socialismo” concilierebbe come regolatori della sua “economia” sia la pianificazione che il mercato. Ecco così finalmente svelati i successi conseguiti dal sistema socialista nell’ultima versione cinese, dopo gli aggiornamenti effettuati da quella russa.

La risposta cinese alla crisi mondiale del 2008

A conclusione di questa breve sintesi del periodo iniziale della “costruzione socialista” in Cina diamo uno sguardo a quello che – dopo la morte di Mao – si è stabilito in Cina nella forma ufficializzata di “social-capitalismo” con l’attenzione in particolare rivolta agli effetti che Pechino si è vista costretta ad affrontare come conseguenza della crisi che da anni sta tormentando la sopravvivenza del capitale a livello globale. Con l’ampia dimostrazione che nella logica del capitale (anche se presentato come sublimato da una mistificante “tendenza socialista”), anche Pechino non può fare altro che aggrapparsi ad ulteriori sviluppi della produttività nazionale di merci. Anche la costruzione di corridoi ferroviari ed energetici, autostrade e porti (al costo di centinaia di miliardi di dollari) ha avuto lo scopo di snellire con piani infrastrutturali la circolazione commerciale. Il restringimento della politica monetaria ha subito la necessità di ripararsi dalla liquidità diffusa dalla Federal Reserve: sono aumentati i tassi di interesse e la riserva obbligatoria delle Banche cinesi (salita al 21%). È seguita una progressiva svalutazione dello yuan che le principali Banche mondiali hanno ormai inserito nei loro scambi monetari. Da notare che questo lento processo di sottovalutazione dello yuan disturba i sonni di un dollaro da anni sopravalutato, tanto più che la moneta cinese si va affermando, sia pure lentamente, sul mercato mondiale degli scambi e in particolare è usata dagli Stati che importano merci da Pechino. Nel medesimo tempo, la Cina – con una montagna di credito espresso in dollari (fra cui pacchi di obbligazioni Usa) – fa molta attenzione affinché il dollaro non abbia un rapido crollo. Il debito mondiale americano è spaventoso; scarse le riserve e insufficiente la massa monetaria nominale per un eventuale pagamento dei creditori.

L’aumento dei salari in Cina (si parla di una media annua di circa il 12%) dovrebbe stimolare la domanda interna. Un obiettivo al quale punta la costruzione di alloggi popolari per “urbanizzare” le masse di migranti e coinvolgerle nel consumo di merci. Fermo restando quanto stabiliva, fin dal 1958, una risoluzione sui problemi concernenti le allora comuni popolari:

I salari saranno gradualmente aumentati in rapporto e in misura dell'espansione della produzione.

Peking review del tempo

Aumentano pure le spese in istruzione, ricerca e innovazione: la finalizzazione è sempre quella di un incremento anche qualitativo della produzione di merci, tale come sopra detto da coprire le concessioni salariali dirette e indirette. Il rovescio della medaglia (già le prime avvisaglie) sarà però un inevitabile aumento dei senza lavoro (quello produttivo di plusvalore), secondo le leggi di movimento e… sviluppo del capitalismo. La costruzione della One Belt One Road e della Via della Seta marittima e terrestre punta a incrementare i traffici in particolare con l’Europa e l’Asia, sempre inseguendo un costante incremento della produzione di merci, senza di cui o pseudo socialismo di Pechino entrerebbe in stato comatoso come parte integrante di un quadro internazionale di per sé già drammatico.

La Cina, come ogni altro paese capitalista, ha quindi fatto del denaro una merce, dopo che – come Marx ha chiarito nelle sue analisi critiche:

tutte le altre merci sono soltanto equivalenti particolari del denaro e il denaro è il loro equivalente generale, e quindi esse si comportano come merci particolari nei confronti del denaro diventato merce universale.

Marx, Il Capitale, Libro I, cap. II

«Merce universale del mercato mondiale.» (Il Capitale, Libro III, cap. XXVIII)

Il tutto ci riporta alla formula generale del capitale: D – M –D’, ovvero

una somma di valore è messa in circolazione per trarre da essa una maggiore somma di valore. Il processo che produce questa maggiore somma di valore è la produzione capitalistica di merci. Il processo che la realizza è la circolazione del capitale.

Il Capitale, Libro III, cap. II

Il mercato finanziario è cresciuto a vista d’occhio con la quotazione azionaria di migliaia di imprese, fusione di aziende pubbliche, apertura ad investimenti esteri e – da non sottovalutare – un forte aumento dell’oro (oggi a circa 10mila tonnellate) nelle riserve valutarie. La connessione finanziaria tra la borsa di Shanghai e la borsa di Hong Kong (agosto 2014) ha in seguito provocato una ondata di speculazioni e un crollo della Borsa di Shanghai del 40%. Gli investimenti per migliaia di miliardi – con un’accumulazione di capitale (socialista!) in forte difficoltà, deve fare conti con un debito interno che vede crescere le passività. Il pompaggio di denaro fittizio anziché spingere ad una rianimazione della produzione di plusvalore (questo sarebbe il fine ultimo!) complica ulteriormente quel rallentamento economico che comincia a preoccupare, mentre le bolle finanziarie aumentano. E poiché gli acquirenti solvibili delle cataste di merci che le industrie sono già in grado di produrre, scarseggiano sia all’esterno che all’interno dei confini cinesi, il capitale comincia a scalpitare affamato di plusvalore mentre centinaia di milioni di individui vedono crescere la loro miseria e le loro sofferenze.

La concorrenza sui mercati internazionali si fa feroce; nel 2010, il rapporto bilancia commerciale/pil della Cina era del 4% mentre, per esempio come confronto, il corrispettivo dato della Germania era del 6,3% (fonte: Eurostat). Da allora, mentre Berlino ha incrementato tale rapporto, Pechino – a causa della stagnante domanda mondiale – lo ha notevolmente ridotto fino all’1,5%. Non solo: nel 2011 già suonava un campanello d’allarme poiché, sul totale dei ricavi derivanti dalla vendita di prodotti industriali, appena il 12% proveniva da merci esportate. Bisognava per forza di cose cercare di invertire la direzione dello smercio dei “prodotti”.

Venendo ai giorni nostri, si nota come, nonostante nel 2014 la Cina abbia speso il 44% del proprio Pil in investimenti lordi, si sia registrato l’inizio di un raffreddamento della crescita economica (poco più del 7%) accompagnato da rendimenti marginali piuttosto bassi e a volte persino negativi (Martin Wolf, “Why worries about China make sense” - Financial Times, 25/08/2015). Inoltre, i profitti in Cina negli ultimi otto anni sarebbero cresciuti del 39% nel 2007 e del 53% nel 2010, ma nel 2013 l’aumento è stato solo del 10,5% e nel 2014 (sotto una catasta di debiti) la crescita è stata negativa (dati forniti da Geoffrey McCormack, Assistant Professor in the Department of Political Science and Global Studies). La “redditività” dell’economia cinese (in termini di profitto) ha cominciato il suo declino.

Secondo il professore emerito Losurdo (Università di Urbino) ritenuto “esperto di questioni cinesi”, l’economia della Cina sarebbe un *“*sistema a economia mista con forte controllo statale” e con accanto ogni tipo di proprietà diversa. Secondo questo pensiero, i “comunisti” cinesi, alla scuola di Mao, non avrebbero mai parlato di una espropriazione economica della borghesia: una azione controproducente poiché – così ci informa il professore – non si può “instaurare” il socialismo senza le “conoscenze imprenditoriali e le capacità manageriali” della borghesia. Varrebbe soltanto una espropriazione politica, ovverossia il cambio della guardia mantenendo la sopravvivenza del capitale e lo sfruttamento del proletariato…. Il Losurdo vola ad alta quota nelle sue fantasie ideologiche e constata addirittura che “la ricchezza degli imprenditori capitalisti non si trasforma in potere politico”. Tanto più che “è assurdo parlare di socialismo povero”, e infatti Mao assicurava la visione prospettica di una “maggiore ricchezza sociale”: per il momento soprattutto alla borghesia cinese.

Per quanto riguarda la successiva e più recente riduzione della sfera di proprietà statale, la competizione mercantile esigeva una razionalizzazione produttiva che solo aziende in mano ai “privati” poteva ottenere... Ma va aggiunta una determinante condizione: ogni fabbrica privata espone le foto dei membri del Comitato di partito: ce lo comunica sempre il Losurdo, che le considera “una sorta di contropotere rispetto alla proprietà privata”. Non solo, ma stimolate dai risultati dei “privati imprenditori”, le imprese statali hanno oggi raggiunto un’alta efficienza e “competono vittoriosamente sul mercato mondiale”. Ecco il socialismo che avanza… evolvendo il capitalismo nell’interesse nazionale (!) e così “creando” una alternativa al vecchio ordinamento internazionale a sfondo colonialista.

DC

(1) A proposito del “Complotto contro la rivoluzione russa”, nel 1952 Togliatti dichiarava: ”Non esiste al mondo un solo tribunale la cui composizione, le cui leggi, la cui procedura offrano una completa garanzia di equità non soltanto formale ma essenziale, pari a quella del Tribunale sovietico proletario, opera di una rivoluzione che ha troncato le radici di tutte le ingiustizie e di tutti i privilegi (…) Nessuno può mettere in dubbio l’autenticità di fatti confermati da una riprova che è sempre stata considerata, da quando esistono al mondo una giustizia e dei giudici, come decisiva e irrefutabile: la confessione degli accusati”.

(2) Tutte le frasi di Mao, da noi riportate, sono tratte da discorsi da lui stesso tenuti, come quello alla Conferenza di Chengchow (novembre 1958) e in molte sue Annotazioni. Altri Giudizi su Stalin sono tratti da Interventi di Mao a Conferenze di Partito svoltesi nel 1958 e 1961. Tutto questo materiale è riportato in due ampie raccolte antologiche (datate 1967 e 1969) che portano il titolo: Mao Tsé-tung ssu-hsiang wan-sui (Viva il pensiero del Presidente Mao!) e pubblicate dall’Istituto per le Relazioni Internazionali di Taipei. Ampi stralci di queste pubblicazioni si trovano in: Mao Tsé-tung, Su Stalin e sull’Urss, Einaudi 1975. Da questo testo sono state tratte tutte le nostre citazioni, tradotte da Hsiao Wen-tai con la collaborazione di Marta Sofri.

(3) La realizzazione di lavori pubblici, indubbiamente colossali e necessari per lo sviluppo delle forze produttive a fini capitalistici e del mercato, si concretizzava ricorrendo – come spiega Marx nei suoi Grundrisse – «al prelievo di reddito sociale, alle imposte di Stato». Questo avviene in ogni paese quando l’economia non è ancora entrata completamente nel modo di produzione capitalistico. Da qui l’esigenza di ricorrere ad una centralizzazione e statalizzazione a tappe forzate per imporre rapporti (e leggi) di produzione capitalistici, nel caso cinese, e russo, imbellettati come “socialisti”. Questo – ritornando a Marx –

indica da un lato il grado in cui il capitale ha assoggettato a sé tutte le condizioni della produzione sociale, e quindi, dall’altro lato, il grado in cui la ricchezza sociale riproduttiva è capitalizzata e tutti i bisogni vengono soddisfatti nella forma dello scambio; e dove anche i bisogni dell’individuo posti come sociali, ossia quei bisogni che egli consuma e che gli occorrono non come singolo individuo nella società, ma collettivamente con altri – il cui modo di consumo è sociale per sua natura – anche questi vengono non soltanto consumati ma anche prodotti per mezzo dello scambio, dello scambio individuale.

E in un secondo tempo, quando si sarà sviluppato non solo un mercato di prodotti ma anche «un mercato di capitali» (con una notevole concentrazione del capitale stesso), arriverà quel profitto che se tale può non essere (o essere insufficiente) per un piccolo capitale, (trattandoci di periodi di lavoro lunghi e su grande scala) invece «può esserlo per uno più grande». (Marx, Il Capitale, Libro II°, cap. XII). Meglio ancora, aggiungiamo noi, se concentrato e gestito nelle mani dello Stato, spacciandolo come “proprietà di tutto il popolo”…

Martedì, January 9, 2018

Prometeo

Prometeo - Ricerche e battaglie della rivoluzione socialista. Rivista semestrale (giugno e dicembre) fondata nel 1946.

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