Statistiche - La miseria che cresce

La forma di produzione capitalistica rappresenta nella storia la massima capacità creativa di ricchezza che sia mai stata raggiunta. Con essa, le risorse naturali hanno cessato di essere forze malamente dominabili e sfruttabili solo con estrema fatica, per divenire elementi trasformabili a piacere con sempre minor sacrificio di lavoro umano e maggior potenza meccanica, e riducibili in beni di consumo a volontà. Ciò non significa che si sia giunti all'estremo limite della capacità produttiva, che anzi il regime capitalista è oggi di ostacolo allo sviluppo completo delle forze economiche e la sua produzione sarà di gran lunga superata da un'organizzazione sociale su base collettiva e internazionale, che porterà ad un'ancor più grande perfezione la suddivisione del lavoro e l'utilizzazione delle energie motrici naturali, segreto di tutta la tecnica moderna. Resta pertanto il fatto che la produzione odierna è stata raggiunta sulla base di una moltiplicazione enorme delle passate possibilità, moltiplicazione che, lungi dell'esaurirsi si sviluppa di giorno in giorno costituendo una delle caratteristiche più spiccate della dinamica capitalista.

Senonchè lo sviluppo della produzione o della capacità di produzione non solo non è accompagnato da un corrispondente miglioramento della situazione economica delle masse, ma è contraddistinto da una riduzione, non sempre omogenea e costante, ma comunque certa, delle condizioni di vita e del reddito medio dei lavoratori.

Infatti, nella società capitalistica, il lavoratore, il proletario, colui che non possiede altra ricchezza all'infuori della propria forza di lavoro, si trova costretto, nella pratica corrente della vita quotidiana, ad accettare condizioni che lo pongono ai margini della stessa società e gli impediscono in ogni caso di godere dei benefici che la naturale evoluzione della tecnica e le maggiori ricchezze disponibili potrebbero senza fatica assicurargli. Non è il caso di cercare le ragioni di questo diseredamento nella perversità o iniquità di questo o quel datore di lavoro; basta soffermarsi a considerare la natura del contratto di lavoro e il modo in cui l'operaio è costretto ad accettarlo. Il lavoratore offre la propria forza di lavoro come una merce qualsiasi, ed essa, come tutte le altre merci, costa esclusivamente il proprio prezzo di riproduzione. Questo prezzo di riproduzione corrisponde evidentemente al costo di mantenimento del lavoratore e della sua famiglia, maggiorato delle eventuali spese necessarie a far acquisire a questa forza-lavoro determinate capacità tecniche attraverso l'istruzione professionale, la cultura generale ecc. Tali esigenze possono richiedere la concessione di determinate agevolazioni ai lavoratori, e queste agevolazioni si è soliti portare a dimostrazione di una pretesa capacità di miglioramento del tenor di vita delle masse da parte del capitalismo. Ma la diminuzione del costo degli articoli di prima necessità e il generalizzarsi dell'istruzione tecnica determinano ben presto una riduzione reale del salario che viene così ad adeguarsi al nuovo stato di cose sulla base della vecchia formula "salario = costo minimo della vita".

Nel contempo è invece aumentata la capacità sociale di produrre ricchezze e tale capacità si traduce in una maggiore accumulazione di plus-valore da parte del capitalista. D'altra parte il capitalista non consuma tutte le ricchezze di cui dispone e il capitale accumulato viene destinato a nuovi investimenti tecnici e produttivi, con la conseguenza di ripetere il suaccennato fenomeno, anzi di approfondirlo, a spese, come sempre, delle masse lavoratrici. Nessun aumento della capacità di produzione in regime capitalista può dunque andare disgiunto da una riduzione del reddito medio del lavoratore, riduzione spesso sanzionata dagli stessi organismi che dovrebbero sindacalmente difendere i lavoratori.

Questo processo di graduale impoverimento non si limita ai soli strati proletari, ma è accompagnato dall'immiserimento dei ceti medi e dalla distruzione degli strati di piccoli proprietari e benestanti, che sono la naturale conseguenza del sempre maggior accentramento produttivo richiesto dallo sviluppo della tecnica moderna e dalla potenza del capitale monopolistico. Senza dilungarci di più basti qui constatare come oltre alla tendenza generale al ribasso del reddito effettivo dei salari, vi siano nella società borghese altri fattori che contribuiscono ad accelerarlo e ad aggravarlo. Tali fattori sono essenzialmente rappresentati dalle crisi da cui è travagliato ormai insanabilmente il regime capitalista nella sua fase di decadenza, crisi che si esprimono in periodi di grave disoccupazione, di svalutazione o di guerra che assestano continui colpi alle condizioni di vita delle masse lavoratrici depauperandole anche dei pochi risparmi accumulati lesinando sul vitto, e determinando tracolli nel tenor di vita in genere, da cui non si riesce a risalire prima che una nuova crisi e quindi un nuovo tracollo non si manifestino.


Questo è stato soprattutto il caso delle due guerre mondiali e della grande crisi verificatasi intorno al 1930, avvenimenti che spesso hanno contribuito ad arricchire la classe borghese o delle cui conseguenze questa ha potuto rapidamente rifarsi, mentre le classi inferiori ne hanno risentito in modo duraturo. Dell'effettivo depauperamento verificatosi nel periodo intercorso fra lo scoppio della prima guerra mondiale e quello della seconda fanno fede anche talune statistiche ufficiali sui consumi in genere, e più particolarmente sui consumi alimentari. Uno studio di F. Magri su "L'Ingegnere", n. 4 - 9/1944 ("Salari e tenore di vita a Milano tra le due guerre") offre i seguenti dati, che integralmente riproduciamo, sui:

- 1914 1918 1919 1920 1923 1926 1934 1939
Carni bovine (Kg.) 38.8 23.- 19.1 37.7 40.3 45.- 35.- 28.3
Carni suine (Kg.) 12.7 5.9 10.- 10.5 14.5 13.7 8.5 6.2
Carni ovine (Kg.) 0.636 1.2 1.8 0.863 - 0.9 0.47 0.49
Carni equine (Kg.) 1.852 3.7 5.- 3.1 1.5 2.7 1.5 0.67
Carni conservate (Kg.) 0.188 - 2,3 1.1 0.646 - - 4.1
Selvaggina (Kg.) 0.060 - 0.120 0.060 - 0.048 - -
Pollame (Kg.) 6.98 - 6.3 6.7 7.8 7.8 7.5 -
Pesce (Kg.) 1.707 1.8 5.1 7.1 0.803 1.5 - -
Vino (l.) 134 110 125 133.5 127.1 157.6 - 115.2
Alcoolici (l.) 0.222 1.566 2.5 4.- 3.379 3.6 2.6 1.-
Birra (l.) 6.9 3.5 7.1 11.- 12.3 8.- 4.- -
Frutta (Kg.) 26.- - 64.- 64.- 77.- 68.- - -
Verdura (Kg.) 21.- - 52.- 40.- 57.- 55.- - -
Consumi alimentari a Milano per abitante

Per quanto nelle statistiche attuali siano completamente ignorate le distinzioni per classi, e le cifre surriportate comprendano dunque gli eventuali aumenti verificatisi nel consumo dei ceti abbienti e le contemporanee riduzioni avvenute in quello dei ceti proletari, la tabella dimostra in modo evidente la riduzione pura di consumi alimentari dal 1914 al 1939 riduzione che nella seconda guerra mondiale ha seguito un ritmo addirittura vertiginoso. Risulta inoltre evidente da queste cifre che anche in un periodo di pace la diminuzione dei consumi in una città pur così ricca e industriale come Milano presenta un decorso costante, seppur leggermente variato dai brevi periodi di rialzo corrispondenti agli anni di massima floridezza capitalistica nei quali tuttavia non si è in media superato il livello anteguerra 1914.

Nell'opera che citiamo più oltre, il Barberi ha potuto dimostrare come le calorie disponibili a testa in Italia, dopo aver subito un lieve aumento nel primo dopoguerra siano andate diminuendo nel decennio 1930-39 per precipitare paurosamente nel corso del secondo conflitto mondiale: le disponibilità pro-capite di calorie di origine vegetale scendono da un massimo di 2.522 nel 1926-30 a 2.178 nel 1940 per ridursi nel 1942 a 1970, mentre quelle di origine animale scendono da un massimo di 399 nel 1940 ad appena 268 nel 1942. Orbene alla fine del conflitto, secondo una inchiesta eseguita dall'UNRRA le disponibilità alimentari di un consumatore agricolo produttore in proprio e perciò nelle migliori condizioni per approvvigionarsi, erano in media di 1860 calorie vegetali e poco più di 100 calorie animali. Guai poi a calcolare le disponibilità alimentari dei non-produttori agricoli sulla base dei generi messi a disposizione: il totale delle calorie ottenibili in questo modo risultava di 760, di cui circa 450 vegetali e poco più di 50 animali. L'Italia è la nazione in cui più di qualsiasi altra si è provveduto a far fronte ai sovraconsumi di guerra non sulla base di un effettivo razionamento, ma mettendo masse sempre più vaste nell'impossibilità di acquistare sia pure il minimo necessario per vivere e mantenersi in salute. La riduzione dei consumi è stata accompagnata da uno spaventoso peggioramento della composizione media dell'alimentazione e oltre a queste, dall'incidenza sempre più forte delle spese per l'alimentazione sulle spese generali familiari. Mentre anche prima del conflitto in Italia si aveva una sovraeccedenza di consumo di cereali per compensare la scarsità di consumi di grassi e alimenti carnei, nel 1945-46 la percentuale di alimenti vegetali sul totale della dieta è arrivata all'85%. (Una dieta vegetariana può essere una condizione di buona salute a patto però che vi abbondino i condimenti e i grassi, fatto ben lungi dall'avverarsi qui). L'aumento dell'incidenza che una tale pessima alimentazione aveva sul bilancio complessivo appare evidente anche dalle cifre generali sul reddito nazionale degli ultimi anni.

Prendendo come base i dati raccolti nel 1938 dal Vinci, il Rossi-Ragazzi (Reddito e consumi della popolazione italiana negli anni 1944-45, in "Congiuntura Economica", n. 1-2, marzo-aprile 1946) ha potuto comporre la seguente tabella:

- 1938 1944 1945
Alimentazione 61.500 47.900 48.100
Vestiario, arredamento 15.200 4.600 5.100
Abitazione, luce, riscaldamento 10.600 9.100 9.400
Trasporti e comunicazioni 7.400 2.900 3.700
Spese varie e oneri fiscali 14.400 7.200 7.500
Totale 109.100 71.700 73.800
Consumi complessivi della popolazione italiana in milioni di lire 1938

In altri termini, i consumi complessivi sono diminuiti, rispetto al 1938, del 34,3% nel 1944 e del 32,4°/e nel 1945. Particolarmente forte è stata la diminuzione dei consumi nell' abbigliamento e arredamento (69,8 e 64,5%); nei trasporti e comunicazioni (60,8 e 50%), nelle varie ed oneri fiscali (50 e 47,9%), mentre è stata meno sensibile nel ramo alimentare (22,1 e 24,5%) e in quello abitazione, luce, riscaldamento (14,2 e 11,4%).

Il secondo effetto del conflitto è stato di peggiorare la composizione dei consumi. Già nel 1938, le spese per l'alimentazione assorbivano in Italia il 56,4% del totale, mentre in Inghilterra ne assorbivano appena il 40,79 e la percentuale delle altre voci - ad eccezione dei "trasporti e comunicazioni" (7,34%) - oscillava intorno al 37%: la guerra ha aumentato la percentuale del consumo alimentare riducendo corrispondentemente quella delle altre voci, cosicchè il tenor di vita complessivo della popolazione ci appare anche qualitativamente peggiorato. La percentuale dei consumi alimentari sul totale passa infatti dal 56,4 al 66,9 e 65,4; quella del vestiario e arredamento, dal 13,9 al 6.3 e 6,8; quella dell'abitazione, luce e riscaldamento, dal 9,7 al 12,6; quella dei trasporti e comunicazioni, dal 6,8 al 4,2 e al 5,0; quella delle spese varie dal 13,2 ai 10.0 e al 10.2 (la non grave diminuzione di quest'ultima voce è probabilmente dovuta alla relativa rigidità degli oneri fiscali).

Non meno significative sono le stime del reddito privato degli italiani per il periodo 1914-1945, calcolate dal prof. Benedetto Barberi per l'Istituto Centrale di Statistica, e recentemente pubblicate (Le disponibilità alimentari della popolazione italiana del 1910 al 1942, Roma 1946).

Se osserviamo la colonna di centro, ovverosia la valutazione in lire 1938 del reddito individuale dei vari anni, vedremo che questo denota una tendenza rapidissima alla diminuzione e, alla fine della guerra attuale, risulta inferiore alla metà del reddito 1914, mentre la cifra del reddito prebellico della seconda guerra mondiale è inferiore di almeno il 12% al reddito prebellico della prima guerra mondiale.

Anni In lire correnti In lire 1914 In lire 1938 In lire 1945
1914 667 667 3.133 70.911
1928 3.358 694 3.269 74.138
1929 3.292 693 3.258 73.819
1930 2.727 619 2.906 65.868
1931 2.368 605 2.841 64.520
1932 2.357 637 2.996 67.916
1933 2.123 615 2.888 65.514
1934 2.117 636 2.992 67.852
1935 2.440 694 3.265 74.150
1936 2.442 633 2.975 67.464
1937 2.776 634 2.984 67.715
1938 2.855 608 2.855 64.746
1939 2.917 595 2.795 63.413
1940 3.022 528 2.483 56.283
1941 3.263 502 2.364 53.575
1942 3.490 473 2.228 50.581
1943 5.046 433 2.031 46.081
1944 19.285 403 1.890 42.877
1945 34.393 322 1.515 34.393
Reddito medio pro-capite

Per contro, la produzione effettiva ed il rendimento del lavoro dall'inizio del secolo al 1930 hanno raggiunto un livello medio che supera dalle quattro alle dieci volte le capacità iniziali. Per attenerci alle sole valutazioni documentabili le cifre che più avanti riproduciamo da L. Federici (Crisi e Capitalismo, Milano, 1933) possono dare un'idea sia pure approssimativa dell'aumento delle energie produttive fino al 1930. Da allora non solo la tecnica ha proceduto ancora enormemente, ma la generalizzazione della produzione in serie ha triplicato e spesso sestuplicato la produzione 1930.

- 1900 1915 1930 Variaz %
(tra il 1900 e il 1930)
Produzione oraria in unità di merci 5.000 10.000 20.000 +400
Impiego di energia C.V. 10 16 20 +100
Impiego di operai n. 10 10 5 -50
Rendimento orario in unità di merci per C.V. 500 600 1.000 +100
Rendimento orario in unità di merci per operaio 500 550 4.000 +800
Sviluppo del rendimento del lavoro

Che cosa significa ciò? Che l'immiserimento delle masse lavoratrici in regime capitalista si accresce in ragione geometrica dell'aumento della capacità di produzione e che perciò questo sistema non solo è di ostacolo allo sviluppo della produzione in quanto parte dalla necessità di assicurare un profitto al detentore del capitale anziché evolvere nel senso di soddisfare tutti i bisogni della collettività umana, ma che il necessario sviluppo pratico e potenziale è ottenuto a spese delle masse che producono.

È da questo punto di vista che si deve considerare anche il problema della ricostruzione post-bellica. Permanendo il regime capitalista, essa può infatti avvenire solo a prezzo di una riduzione del potere d acquisto delle masse per permettere di riattivare il ciclo del profitto capitalistico. Di conseguenza, gli operai potranno bensì sudare a costruire case e palazzi ed altri beni, ma la loro capacità di pagare affitti o acquistare prodotti sarà sempre inferiore alle ricchezze che il loro sforzo produttivo avrà creato.

Demetrio

Prometeo

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