Fior da (cento) fiori

Bonzi aristocratici “compagni” della “grande Cina” - Su Cuba fetore di Viscinsky - Trotsky, il profeta comprato e venduto - Posadismo tra febbre e delirio, da “Alarma”

Bonzi aristocratici “compagni” della “grande Cina”

Dopo diversi anni di preparativi, la Cina ha concesso al Tibet il titolo di regione autonoma. Nell'Assemblea popolare tibetana, costituita in settembre, il discorso di apertura fu pronunciato da Hsielz Fu-chin, ministro della “sicurezza”, cioè di polizia, a Pechino. La stessa assemblea elesse a proprio presidente uno dei rappresentanti dell'alta nobiltà tibetana, Ngapo Ngawang Jigme, terzo personaggio della gerarchia ecclesiastica del buddismo tibetano. Il primo era il Dalai Lama, fuggito in India, il secondo il Pancen Lama, messosi al servizio di Pechino, ma in seguito eliminato per cause, al solito, oscure. Il terzo, questo Ngapo che come generale era stato fatto prigioniero dalle truppe cinesi entrate nel paese, è stato così ben rieducato e rimpastato, che i cinesi gli hanno assegnato un posto perfino più importante di quello occupato sotto il Dalai Lama. Non bisogna peraltro credere che l'opera di rieducazione si limiti ad una sola persona, sia pur “divina”. Secondo la stampa cinese, numerosi “bonzi vivaci e progressisti” sono entrati nelle organizzazioni politiche (partito pseudo-comunista) e nei quadri amministrativi (marxisti, secondo Pechino). Intere lamaserie (conventi) cantano ditirambi ed elogi al regime “progressista” e rendono grazie a Budda (il morto, o dissolto nel Nirvana, di circa 2500 anni fa) per essere stati felicemente rieducati. Ricordiamo di passaggio che proprio nell'assemblea nazionale di Pechino figura come deputato nella lista unica presentata dal Comitato Centrale l'ex-imperatore della Manciuria, fantoccio dell'occupante giapponese. Tutto si rimescola tra vivaci bonzi ed allegri reazionari.

L'unica realtà alle radici di tutto ciò, al di sotto di tali aspetti clamorosi, è che il Tibet, come il Sinkiang, la Mongolia Interna ed altre “regioni autonome”, viene metodicamente ripopolato da cinesi, gli uni volontari, funzionari e sbirri, gli altri costretti. Questo è la “pedagogia” mootiana. A 21 secoli di distanza, i metodi dell'imperatore Wu son ancora impiegati da una sfrenata cricca brigantesca, in nome del marxismo.

Su Cuba fetore di Viscinsky

La sparizione di Guevara, il “Ché”, braccio destro di Castro e suo teorico ufficiale è ben lungi dal costituire un avvenimento straordinario. Nei regimi stalinisti questo è il frutto di ogni crisi, e poiché le crisi sono praticamente permanenti, è un fatto di tutti i giorni: così il mondo intero è stato abituato a queste manipolazioni di personaggi, che vanno dall'assassinio alle dimissioni forzose, tolette fanno appena appena un po' di chiasso. Il cosiddetto documento stilato, a quanto è sostenuto ufficialmente, da Guevara e letto da Castro il 4 settembre, dopo diversi mesi di silenzio, è più che sospetto. Sembra scritto apposta per poter comunicare un giorno o l'altro, la “morte eroica” (stile Camilo Cienfuegos) dell'assassinato, in qualche occasionale missione “antimperialista”. Gli elogi che in questa dichiarazione sono profusi alla persona di Castro (“difenderò quello che mi hai insegnato”) ed allo Stato (“veglierà sull'educazione e la formazione dei miei figli”) puzzano di incenso poliziesco e ricordano le dichiarazioni dei processi di Mosca. Talché diventa quasi inutile chiedersi se Guevara sia morto: tutto lo indica...

Come rivoluzionari, non possiamo difenderlo, ma ciò non toglie la necessità di denunciare il crimine di Castro, che da solo ne prova moltissimi altri ignorati, cui ha avuto parte Guevara stesso. Ci comporteremo nello stesso modo se lo scomparso fosse Castro e se il ditirambo lo leggesse Guevara. I reciproci assassini degli stalinisti, falsari della rivoluzione e profittatori del proletariato mondiale sono conseguenza delle loro peculiari caratteristiche reazionarie e rivelano fin troppo chiaramente la fisionomia morale di questi individui. Non si può dire chi sia peggiore, tra vittima e boia. Le differenze che ci possono essere state fra di loro riguardano problemi del capitalismo di stato stalinista e del suo avvenire di fronte al blocco occidentale, e non interessano per nulla al proletariato mondiale. In altre parole: è una ripercussione della disputa ira gli interessi russi e quelli cinesi, contrasto fondamentale tra i falsificatori.

È importante notare che una pubblicazione jugoslava di cui conosciamo purtroppo il testo soltanto di seconda mano e male, ha detto, sembra, criticando lo scomparso prima della lettura del famoso documento, che Guevara era incorso nell'erronea affermazione che senza sopprimere la legge del valore non c'era possibilità di socialismo, bensì capitalismo di stato. Ma, in un uomo che ha tradotto in cubano l'opera controrivoluzionaria dello stalinismo russo, questa idea è inverosimile. La verità, del resto, è molto più del necessario, per farsi assassinare nei paesi pseudo-socialisti. Senza che nulla possa riscattare l'ombra stalinista di Guevara, lasciamo aperto l'interrogativo.

“Missione compiuta?” ovvero: Trotsky, il profeta comprato e venduto

Per certi personaggi, pare fin troppo evidente che il periodo di transizione al socialismo “si estenderà probabilmente per la durata di vari secoli, e non di decenni (...) che deve sposarsi all'economia mercantile e monetaria, rendendosi ad essa compatibile (...) che le vere radici della burocratizzazione e della burocrazia stessa sono piantate nel profondo substrato del basso livello economico e culturale”.

Chi parla così, Krusciov, Brezhnev,Mao-Tse-tung? No, una pubblicazione che si dice della “Commissione africana della IV Internazionale” cioè Raptis, o Michel Pablo. Costui in persona si esalta in paragrafi del seguente tenore: “È puro idealismo burocratico credere che si possa far lavorare produttivamente le masse per tutto un periodo appellandosi esclusivamente o principalmente a “motivazioni ideologiche” e non a stimoli materiali”. Da materialista di grosso calibro qual'è Pablo ha decretato: “la paga secondo il lavoro di ciascuno, per gruppo e per l'insieme di ogni unità economica, nella cornice dell'autogestione”.

Si notino bene le parole: far lavorare le masse, per secoli, degne di un capitalista, di uno sfruttatore, che non disapproverebbe il borghesissimo economista Rueff, ne alcun organismo dirigente occidentale od orientale: parole che non fanno meraviglia, scritte da chi sente ancora sulle natiche il dolce calore della poltrona ministeriale algerina, scanno di traditori per chiunque si abbia proclamato rivoluzionario. L'unica cosa chiara nella “commissione” di Raptis è la sua architettura fisica di funzionario ben piantata nel profondo substrato, non del basso livello economico e culturale delle masse, irta della gerarchia burocratico-padronale che ha strangolato la rivoluzione (Pablo ora è fuori dal “Segretariato unificato” della IV Internazionale, ma quella continua a chiamare il governo di Ben Bella e... Pablo “operaio e contadino”!).

Da quando Raptis fece apparizione come segretario della IV Internazionale, col permesso di giuocare di bussolotti in nome della “liberazione”, si sarebbe detto che la sua condotta e le sue teorizzazioni fossero dirette a distruggere questa organizzazione o a squalificarla e sconnetterla rendendola incapace a svolgere una funzione rivoluzionaria. Ora è giunto da un bel po' il tempo di chiedere: Missione compiuta funzionario Raptis? In gran parte, rispondiamo. Sebbene ormai la IV Internazionale possa ispirare solo il riso o il disprezzo, rimane però a questo suo commissionario l'incarico di raccogliere, in nome del trotskismo, gli oppositori, i rivoluzionari critici clic gli si avvicinano, di spennarli d'ogni nozione rivoluzionaria, di riconciliarli con la secolare sopravvivenza del salariato, e, in ultima istanza, C017 l'opera più nefasta dello stalinismo: il Capitalismo di stato.

Posadismo tra febbre e delirio: populismo in diciottesimo

Un altro troncone della IV Internazionale, quello che si considera più rivoluzionario, dà segni di follia. Incollato fin dalla scissione a Castro e Mao Tse-tung, adesso, conte un uccello invischiato, stride e si dibatte, ma, a differenza dell'uccello che per strapparsi alla pania batte le ali, esso continua a gorgheggiare “il cammino obbiettivamente rivoluzionario” dei suoi prediletti controrivoluzionari staliniani ed a sprofondare nella pagala fino al cocuzzolo...

Dopo che Posadas ebbe predetto l'avvicinamento inevitabile di Castro (e di Mao Tse-tung) al trotskismo, rappresentato dal Bureau Latino-Americano di Posadas e si fu eretto altresì critico del “settarismo” dei suoi amici cubani nei confronti di Castro, questi, incarcerati, son giunti a comprarsi la libertà con una capitolazione. “Hanno firmato una dichiarazione di scioglimento del partito cubano e di rottura di relazioni con la IV Internazionale”, ci informa, tanto per cambiare, lo stesso Posadas, aggiungendo: “Comprendiamo la tremenda situazione e le dure condizioni in cui hanno dovuto vivere per giungere al cedimento ma nulla di tutto ciò giustifica la firma di una simile ritrattazione”. Ma la capacità di oblio di Posadas è sorprendente: gli basta lasciar correre la garrula penna alcune righe più oltre, per scrivere il contrario: “Non provate alcun rimorso, alcuna vergogna per aver firmato simili ritrattazioni”.

Ci si domanda involontariamente se chi scrive è in possesso delle sue facoltà mentali. Ma si capirà quello che sta succedendo se si prenderà atto del dato obiettivo che la capitolazione del gruppo cubano è stata in realtà indotta dalle visioni posadiste sulla rivoluzione permanente a Cuba e nel mondo, che costituiscono l'immagine invertita specularmente, quindi proprio tutto il rovescio, delle concezioni di Mari e di Trotsky. Tergiversare equivale al suicidio. Chi non denuncia Castro, Mao e simile schiatta di dirigenti o aspiranti tali, come ingannatori del proletariato e strumenti del capitalismo di stato, finisce ad ammettere che in un nodo o nell'altro, obbiettivamente, dicono i ciarlatani, realizzano una parte del compilo storico del proletariato. E ciò già costituisce una vergognosa capitolazione ideale, una diserzione dai ranghi proletari: e bastano allora determinate condizioni di pressione economica, poliziesca o semplicemente sociale, parche l'abbandono dei principi si trasformi, conte nel caso del gruppo cubano, in capitolazione rogata formalmente, bianco su nero.

Tutto il “trotskysmo” già rammollito dell'America Latina finirà ad esser assorbito dai falsari, strumento o trastullo della controrivoluzione staliniana, se si mostra incapace di rompere col folle opportunismo posadista: tale assorbimento è già in corso in Perù e Colombia.

Da Alarma - Bollettino del Fomento Obrero Revolucionario, N. 8 dicembre 1965

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