L'incontenuto sviluppo demografico e la fame nel mondo

La stragrande maggioranza della popolazione mondiale vive nelle cosiddette aree del sottosviluppo, spesso in condizioni disagiatissime, al limite delle possibilità di sopravvivenza. Milioni sono annualmente i morti per fame o per il fenomeno della sottonutrizione che rende gli organismi particolarmente deboli ed esposti a qualunque malattia.

Le immagini allucinanti che ci arrivano da queste aree per mezzo di reportage televisivi sembrano estrapolate, soprattutto per noi occidentali, da un qualche macabro museo degli orrori, dandoci al contempo la misura di un fenomeno tristissimo che ha raggiunto dimensioni planetarie.

Non mancano gli appelli, da tutte le parti, a fare qualcosa per sollevare quei popoli da una simile catastrofica situazione. Ma tali appelli appaiono come uno spesso velo di pietismo tessuto coi fili dell'ipocrisia e di una demagogia sottile quanto criminale.

Come se il problema fosse l'invio di un tozzo di pane per alleviare per qualche ora la fame storica dei popoli di quelle aree; come se l'atto risolutore fosse una più ampia disponibilità dei paesi più ricchi nel rapporto coi paesi del "terzo" e del "quarto" mondo (definizioni, queste, di comodo e quanto mai inesatte).

Il problema si presenta come il portato storico di un modo particolare di sviluppo del capitalismo, obbediente alla legge dello sviluppo ineguale e d'altra parte all'opera sistematica di rapina perpetrata a suo tempo dal colonialismo e oggi dal dominio assoluto del capitale finanziario delle cittadelle dell'imperialismo mondiale.

L'atto di "pietà" di chi invia un container colmo di derrate alimentari o di medicinali è, dicevamo, il velo meschino steso con fare ipocrita da chi con una mano dà (le briciole) e con l'altra prende (materie prime, risorse naturali, forza-lavoro a bassissimo costo, ecc.).

E mentre il "dare" si dimostra come atto di pura generosità, il prendere, invece, è visto, semplicemente, come vicendevole scambio inerente alla sfera del lavoro e della sua "ineluttabile" suddivisione, per ruoli e per differenziati accapparramenti dei relativi vantaggi.

Sul rapporto fra imperialismo e paesi dominanti abbiamo svolto sinora esaurienti analisi che fanno parte del patrimonio politico del nostro partito e dellasua quasi cinquantennale attività teorica. Ci sembra inutile, se non per sommi capi, ripercorrerle qui. Punteremo viceversa l'attenzione su un particolare aspetto della questione riferendoci a quello che oggi viene definito il problema demografico o meglio la cosidetta esplosione della bomba demografica.

Talune tesi vorrebbero far vedere l'arretratezza di certi paesi come il risultato di scelte politiche caotiche e confuse per ciò che concerne il problema del controllo demografico e, pertanto, la fame si legherebbe indissolubilmente all'insufficienza dei viveri nel loro rapporto disorganico con la popolazione.

Niente di più falso e vedremo perché.

Con ciò non si vuole ignorare che un problema demografico esiste realmente e che l'acuirsi delle sue insite contraddizioni non potrà non portare a conseguenze anche rovinose.

Sono i dati del problema che necessitano di un loro giusto inquadramento, se si vorrà poi procedere alla sua soluzione con un procedimento che non ha tante altre possibilità al di fuori da ciò che ne dice il marxismo rivoluzionario.

Sviluppo-sottosviluppo: realtà unitaria dell'imperialismo

Il problema dell'incontenuto sviluppo demografico a livello mondiale ha generato da una parte allarmismi (spesso esagerati) e dall'altra sottovalutazioni e superficialità di vario genere.

Fra gli allarmisti militano in prima linea gli adepti più o meno viscerali del razzismo "inconscio" che ipotizzano un futuro in cui l'occidente industrializzato (popoli bianchi) - avendo registrato come controtendenza al fenomeno un calo drastico del tasso di natalità - verrebbe letteralmente travolto dalle popolazioni dell'area del sottosviluppo (popoli di colore).

Questa tesi, nelle sue più estensive interpretazioni giunge al catastrofismo prefigurando un crollo definitivo o un assorbimento verticale dei sacri valori occidentali e pertanto la fine dell'egemonia della razza bianca.

Fra i sottovalutatori del problema demografico vi sono invece i demografi dei cosiddetti paesi emergenti o in via di sviluppo i quali rispondono alle tesi occidentali con quelle, non meno inidonee ad affrontare la questione, che indicherebbero la soluzione in un diverso rapporto fra Nord e Sud, in un più equo interscambio e in un più equilibrato rapporto distributivo del reddito mondiale.

Nelle eccezioni più "estremistiche" tali tesi rivendicano un ruolo "antimperialistico" in quanto una siffatta soluzione non potrebbe essere raggiunta che con una lotta cruenta, in grado di conquistarsi il diritto (sacrosanto) alla sopravvivenza e all'"autodeterminazione" economica e, dunque, anche politica.

Il rapporto fra imperialismo e fame nel mondo è un rapporto organico. La geografia della fame è stata tracciata da ragioni strutturali all'essenza del modo di produzione capitalistico e delle fasi del suo sviluppo.

Non si risolverebbe il problema "rivedendo", sia pure come risultato traumatico, la sfera della distribuzione mediante la quale il mercato capitalistico mondiale si esprime e si manifesta.

Nell'ipotesi di una lotta vittoriosa si avrebbe l'indebolimento di uno dei centri dell'imperialismo con il conseguente rafforzamento di un altro o, al massimo, la creazione di un nuovo polo imperialistico costretto a gestire, come i vecchi, la realtà del mercato sotto la propria sfera di influenza.

L'imperialismo è invece la forma del dominio capitalistico della nostra era a scala planetaria. Non si può parlare di autodeterminazione economica di un qualsivoglia paese senza mettere in discussione la natura dell'imperialismo e, dunque, le sue naturali manifestazioni.

Il problema della fame, che è il problema della dominazione imperialistica sui paesi arretrati, ha le sue uniche possibilità risolutive nella lotta del proletariato mondiale contro il capitalismo preso nella sua realtà globale. Una lotta "antimperialistica" condotta da un qualche paese che nell'assurda e improponibile ipotesi riuscisse vittoriosa, non sposterebbe di un millimetro il problema della fame nel mondo in quanto non proporrebbe che un passaggio di poteri dalle mani di un settore della borghesia a favore di un altro.

Non le masse popolari si avvantaggerebbero di una tale conclusione ma una parte infinitesimale della società: la borghesia con la sua rete di interessi nazionali ed internazionali.

Fintanto dunque che l'imperialismo esiste esisterà, come suo contrapposto, la fame. Lo sviluppo smisurato delle cittadelle capitalistiche trova la sua affermazione nell'esistenza di vaste aree di arretratezza che comprendono la stragrande maggioranza del globo terrestre. Sviluppo e sottosviluppo non sono problemi disgiunti ma fanno parte di un binomio il quale, menomato di una delle due parti componenti, perderebbe di significato, si negherebbe.

Sono, insieme, le due facce di una medesima medaglia, una medaglia su cui sono stati impressi i caratteri dell'iniquità, della sopraffazione del più debole e della violenza generalizzata.

Problema annoso

Fra le tesi più allarmistiche riguardanti l'aumento delle popolazioni ve ne sono alcune che rasentano il catastrofismo.

Partendo da un aumento del due per cento della popolazione mondiale (attuale tasso di incremento della natalità) si otterrebbero i seguenti risultati: raddoppio della popolazione ogni 35 anni; il che starebbe a significare che nel 2050 il numero di esseri umani sulla terra sarebbe di 16 anni per toccare i 50 miliardi nel 2100. Fra trecento anni (2280) si arriverebbe a 1.200 miliardi. In 1.800 anni (potrebbe sembrare una data assai remota ma si configura come un battito di ciglia nella vita di 6 miliardi di anni sul nostro pianeta) la massa dell'umanità sarebbe uguale a quella della Terra stessa e ciò comporterebbe problemi di contenimento e di peso.

In 5000 anni (il tempo trascorso dalla invenzione della scrittura) la massa di "carne e sangue" eguaglierebbe quella dell'intero universo calcolata in 150 miliardi di volte quella del sole.

È facile capire che così impostato il problema possa suscitare allarmismi più o meno ingiustificati. Ma con lo stesso metodo si potrebbe stabilire che la Terra, al tasso di natalità delle civiltà e dei popoli antecedenti i nostri, avrebbe già dovuto essere molto più popolata di quanto oggi in realtà non sia.

Sono metodi che non tengono conto dei naturali regolatori di cui la terra dispone e, se prima uno di questi poteva essere rappresentato dalla selezione naturale che consentiva la vita al più adatto, oggi, nell'era della medicina avanzata, in cui anche il meno adatto ha ampie possibilità di sopravvivenza e riproduzione (anche delle proprie tare genetiche), questi regolatori potrebbero essere altro, le conseguenze dell'uso indiscriminato delle risorse naturali da parte dell'uomo, inquinamenti, carestie, morte da sottonutrizione, guerre nucleari, e si potrebbe continuare all'infinito, o una saggia politica contraccettiva che tenga conto di un'armonica linea di sviluppo e dell'espandersi dell'uomo nel mondo o addirittura nello spazio.

Senza andare troppo in là e lasciarsi catturare da suggestive ipotesi fantascientifiche, guardiamo al prossimo futuro e alla situazione che ci si porrà innanzi in un tempo troppo breve perché il "funzionamento" dei suddetti regolatori possa agire da freno, in maniera consistente, all'espandersi dell'umanità nel mondo.

Vi è già il problema drammatico della fame; il cibo, si dice, non basta già adesso (ma sappiamo che non è la mancanza di cibo a generare la fame quanto il rapporto di dipendenza delle aree sottosviluppate nei confronti dei paesi imperialistici che le sottopongono ad uno spietato ed intensivo sfruttamento); come farà a bastare fra 35 anni quando la popolazione si sarà raddoppiata?

Così posto, ancora una volta, il problema rimane astratto; è impostato astoricamente e non considera la società divisa in classi; non considera i rapporti economici vigenti in un determinato sistema di produzione e nemmeno i rapporti tra le classi, fra paesi dominanti e dominati con le soluzioni che realmente si potrebbero rendere possibili.

Uno sguardo al passato

Lo studio dei problemi demografici parte col piede sbagliato ed è infatti inficiato, sin dal suo apparire, dei vizi summenzionati.

La data di nascita della demografia viene comunque considerata il 1798 con l'apparire del "Saggio sul principio di popolazione" (cui fece seguito l'"Esame sommario del principio di popolazione" del 1830) scritto da Malthus contro quelle teorie definite l'"ideologia del progresso".

Il saggio fu suggerito nelle sue linee ispiratrici dalla Rivoluzione Francese e l'obiettivo si dimostrò subito quello di dare una base scientifica all'esigenza di difesa dell'ordine stabilito nei suoi più caratterizzati presupposti: divisione in classi della società (proprietari e lavoratori), proprietà privata, matrimonio e principio dell'interesse personale (che Malthus definiva l’"amore di sé").

Ma il Saggio è anche un pamphlet contro certe teorie socialiste e in modo particolare contro quelle di Godwin, un utopista che aveva delineato una forma di società senza governo fondata sull'"eguaglianza sostanziale" contrapposta al terrore giacobino (Godwin considerava la "cattiveria" degli uomini come un qualcosa di acquisito, espressione degli istituti corrotti della società).

Ma Malthus si contrapponeva anche a Condorcet che aveva esposto la sua concezione illuministica della storia la quale non voleva essere, semplicemente, una ingenua fiducia in un progresso determinato da mere e meccaniche leggi di sviluppo, ma stimolazione e attività pratica affinché la storia, fuori da ogni forma di contemplazionismo, fosse costruzione cosciente dell'uomo.

Il principio maltusiano

Per Malthus la realtà era assai differente. La miseria delle masse ad esempio, ancor prima di definirsi come legge divina, è il risultato di una legge naturale e non delle istituzioni della società.

Negava dunque l'utilità di qualsiasi riforma e predicava una totale "spoliticizzazione della questione sociale".

La sua concezione demografica, che tanta influenza avrebbe poi esercitato in tutto il mondo (sino ai cosiddetti neo-malthusiani di oggi), è basata sul principio che la popolazione è limitata dai mezzi di sussistenza. O meglio: la produzione di sussistenza regola la popolazione e, dunque, la grandezza della popolazione è strettamente correlata con la produzione dei mezzi di sussistenza e l'incremento demografico dipende sostanzialmente dall'aumento di disponibilità delle "cose necessarie".

Secondo l'analisi malthusiana, in sostanza, la popolazione si equilibra in linea di principio alla sussistenza.

Quando il rapporto fra i due fattori subisce una alterazione subentra l'effetto traumatico dello "squilibrio fra uomini e cibo".

Uno squilibrio che diventa costante: la popolazione tende ad aumentare in progressione geometrica raddoppiandosi ogni 25 anni (dati influenzati dagli alti tassi di natalità delle colonie nord-americane dell'età pionieristica) mentre nello stesso periodo di tempo la produzione di cibo può crescere solo in progressione aritmetica.

Queste progressioni malthusiane, implacabili, vorrebbero dimostrarsi come il risultato di una metodologia di indagine scientifica quando non vengono addirittura sancite come leggi universali. Ma non tengono conto dell'aumento della produttività in ordine all'avanzamento tecnologico in atto in quel periodo, fattore che da solo avrebbe potuto progressivamente eliminare gli squilibri.

La cosa più importante, non considerata, è che il problema, anche allora, era solo di natura politica.

Secondo Malthus dunque la popolazione si sviluppa in progressione 1-2-4-8-16-32-64, ecc.; la sussistenza invece in progressione 1-2-3-4-5-6-7, ecc. (tale impostazione aveva influenzato anche Darwin, a cui era servita per elaborare l'apparato teorico necessario a dare un significato alla sua ricerca; sappiamo però che Darwin, per fortuna, è riuscito ad andare ben oltre, in senso scientifico, le elucubrazioni a stampo empiristico di Malthus).

Come tamponare tale squilibrio? E qui veniamo all'aspetto più contemporaneo del malthusianesimo, quell'aspetto che ancora influenza oggi gli studiosi di problemi demografici in quanto propositivo di misure concrete e possibili, scelte nell'ambito delle pratiche atte a contenere le nascite.

Per tamponare lo squilibrio bisogna usare un "freno preventivo" consistente nel ritardo, più prolungato possibile, del matrimonio presso tutte le classi sociali; oppure (altro freno) nel non sposarsi affatto.

V'è un terzo freno: la "costrizione morale", ossia la castità.

Dalle teorie di Malthus si dedurrebbe che la maggior ricchezza di un paese dovrebbe portare automaticamente all'incremento della popolazione e, dunque, rimanendo invariato il rapporto con gli alimenti, non dovrebbero mai esserci differenze fra paesi poveri e paesi ricchi; con tale ragionamento non dovrebbero essere infatti tutti, in brevissimo tempo, poveri?

Ma la teoria biologico-deterministica di Malthus ha fondamento politico e guarda al futuro; essa poggia sulla critica alla ipotizzata "società egualitaria" la quale, sempre secondo Malthus, abolendo la fonte della povertà, andrebbe incontro all'autodistruzione poiché la popolazione aumenterebbe a dismisura, creando in un secondo tempo lo "squilibrio traumatico" fra popolazione e alimenti.

Il comunismo sarebbe dunque una aberrazione in via di principio. Le soluzioni più semplici e a portata di mano sarebbero queste: si creino col controllo delle nascite le condizioni affinché le classi lavoratrici riducano l'offerta di forza-lavoro; nella generazione successiva i salari salirebbero e allora col "buon governo", libertà civile ed istruzione, i poveri non dovrebbro consumare tutto il loro reddito per mantenere famiglie numerose, mentre si abituerebbero ad un tenore di vita "più elevato".

Malthus, lungi dall'interpretare le esigenze di classe dei lavoratori, inquadrava il problema nel trasferimento delle condizioni e dei modi di vita delle classi medie in quelle più povere.

Tutto veniva affidato alla "responsabilizzazione" dei lavoratori che con "buona volontà" e "saggezza" le classi alte dell'epoca avrebbero dovuto realizzare.

Niente politica per il proletariato, niente rivendicazioni per elevare le sue miserrime condizioni di vita materiali.

Proprio come certi neo-malthusiani dei giorni nostri che pensano basti cancellare la condanna agli anticoncezionali e all'aborto per risolvere i problemi della povertà e della fame nel mondo.

La condanna di Marx

Marx si scagliò con veemenza - e giustamente - contro le concezioni di Malthus, fatte passare come scoperte di "leggi naturali".

Sia Marx che Engels ebbero nei confronti di queste un atteggiamento di netta ripulsa, e pur non avendo elaborato, organicamente, nessuna "teoria della popolazione" (sia per ribadire che i fenomeni demografici erano interni ad altri, sia perché la loro impostazione teorica già li comprendeva) tracciano una chiara linea metodologica con cui è possibile completare il quadro generale del problema, soprattutto per ciò che attiene alla sua definitiva soluzione.

Innanzitutto attribuiscono al problema stesso contenuti economici di classe, avendolo collocato nel giusto contesto di una società lacerata da conflitti strutturali (insanabili e irrisolvibili per vie puramente amministrative) di cui esso non rappresentava che una macroscopica contraddizione.

Nel 1o libro del Capitale Marx parla molto diffusamente di quell'esercito industriale di riserva (costituito da disoccupati, sottoccupati e pauperizzati) nelle sue diverse forme e accezioni; quella sovrappopolazione relativa risultante dalla crescita della quota del capitale costante a danno di quella variabile, ossia la forza-lavoro; ma ne parlò come di un processo interno al modo di produzione capitalistico, come risultato del processo di accumulazione di cui il capitalismo approfitta per fare abbassare i livelli retributivi dei salari, ma che è pronto a riutilizzare e a riammettere nella produzione allorquando ha necessità di una rapida espansione.

Soffermarci su queste analisi, anche se importantissime, ci porterebbe via tanto di quello spazio che come sempre, invece ci tiranneggia.

Rinviamo il lettore direttamente alla fonte dove attendono le pagine più belle e vigorose dell'opera del fondatore del socialismo scientifico.

La fame e l'imperialismo

Si parla di forsennato sviluppo demografico ma ciò si riferisce ad una media del tasso di natalità comprensiva di tutti i paesi del mondo.

S'è verificato invece in alcune parti del mondo un fenomeno controtendenziale che vede il tasso di natalità stesso progressivamente decrescere.

Le aree interessate a tale fenomeno sono generalmente quelle dell'Occidente industrializzato che sono poi quelle del capitalismo più avanzato e gli attori principali della politica imperialistica perpetrata ai danni di quasi tutto il resto della terra.

Abbiamo così i paesi più ricchi a scarso o addirittura recessivo incremento demografico e paesi poveri e poverissimi (i tre quarti dell'umanità) in pieno sviluppo demografico e sotto i morsi della fame.

Un divario incolmabile e in piena fase di accentuazione divide questi due mondi opposti.

Come abbiamo già detto il problema è di natura politica e riguarda l'assetto dell'imperialismo a scala mondiale, e coinvolge in primo piano cause che sono la diretta emanazione dell'opera di rapina sistematica operata da secoli dalle potenze industriali e, oggi, dall'aberrante politica dell'imperialismo.

Ma è proprio dalle centrali dell'imperialismo che si blatera di "aiuti" al Terzo Mondo e di "piani" per favorire lo sviluppo di quei paesi economicamente e socialmente arretrati.

Ciò è naturale. Così facendo si tende a dare rispettabilità e credibilità ad un sistema basato sulla violenza indiscriminata e per il quale la vita di ogni essere umano, propaganda politica a parte, vale meno che niente.

Gli aiuti si traducono spesso in umilianti elemosine che, per disfunzioni burocratiche o per sciacallaggio congenito dei settori della burocrazia capitalistica, non riescono a raggiungere quasi mai coloro che dovrebbero esserne i diretti beneficiari.

I digiuni di Pannella per "salvare dalla morte per fame" o per indigenza milioni di milioni di persone sono l'aspetto populistico dello stesso problema; fatto vedere come problema di "buona volontà" dei potenti rispetto ai derelitti invece che come problema di riscatto di interi popoli contro la barbarie del capitalismo.

Gli appelli a scelte politiche lanciati da vari paesi, tesi ad ottenere un efficace controllo delle nascite, non spostano il problema di un solo millimetro. È vero, morirebbe un po' meno gente (non vogliamo dire che ciò sia poco) poiché vi sarebbero meno nascite, ma se anche calassero drasticamente le natalità i problemi rimarrebbero invariati. La fame persisterebbe ancora e mieterebbe ancora milioni e milioni di vittime.

Il problema è ancora una volta un problema di risorse e del loro utilizzo; è il problema di un mancato sviluppo economico e delle strutture della società voluti dall'imperialismo per esclusive ragioni di profitto e di sfruttamento.

Gli aiuti che oggi vengono così "generosamente" elargiti ai popoli del Terzo Mondo, qualora gli stanziamenti riuscissero ad arrivare a destinazione, mai e poi mai si tradurranno in concreti piani di sviluppo. Il sottosviluppo è ormai irreversibile poiché il suo superamento negherebbe alle centrali dell'imperialismo di essere le potenze che oggi sono.

Purtroppo la prospettiva è un peggioramento strutturale dei paesi della cosiddetta geografia della fame.

Solo una società non legata al profitto potrebbe far invertire la tendenza mortale e superare, gradualmente ma definitivamente, il problema del sottosviluppo e della fame.

Fintanto che esisterà il capitalismo il destino di tantissimi paesi è segnato nella sopravvivenza da malattie, fame, pestilenze, carestie, morte da inedia e guerre. Solo la rivoluzione comunista irraggiata a scala internazionale potrà garantire un futuro ad interi popoli altrimenti destinati (è solo questione di tempo) a scomparire dalla faccia della terra oppure a tramandarsi le tare genetiche (portate dal contatto secolare con la fame e la sottonutrizione) in accentuazione progressiva, di generazione in generazione, sino al mostruoso degrado di intere razze umane.

La conferenza di Città del Messico

Nell'agosto dello scorso anno (1984) gli studiosi di problemi demografici di tutto il mondo si sono dati convegno a Città del Messico per una Conferenza, la quarta, voluta dall'ONU, per fare il punto della situazione generale.

Il 98 per cento dell'umanità vi era rappresentata.

Dati e statistiche son piovuti da tutte le parti e tesi contrastanti si sono opposte senza peraltro approdare ad una minima concordanza sulle interpretazioni di questi.

Si sono fronteggiate le previsioni più catastrofiche e quelle più ottimistiche.

I dati e le previsioni per il prossimo secolo sono questi: si parte dalla considerazione che sulla terra vivono poco meno di cinque miliardi di persone. In dieci anni il tasso di natalità, pur essendo diminuito dal 2 all'1,7 per cento, ha fatto registrare un aumento della popolazione di 770 milioni.

Nel 2000 saremo 6,1 miliardi; 9,5 nel 2050 e 10,5 miliardi alla fine del XXI secolo.

La tabella sotto riportata ci dà il quadro della probabile evoluzione demografica al 2025, dettagliatamente, secondo l'ONU.

Regione 1985 2000 2025
Mondo intero 4.842.048.000 6.127.117.000 8.177.052.000
Paesi sottosviluppati 3.669.185.000 4.851.462.000 6.780.379.000
Paesi sviluppati 1.172.863.000 1.275.655.000 1.396.673.000
USA 237.660.000 268.079.000 312.686.000
URSS 278.373.000 314.818.000 367.127.000
Giappone 120.072.000 127.683.000 127.600.000
Cina 1.063.105.000 1.255.656.000 1.460.086.000
CEE - - -
Danimarca 5.144.000 5.126.000 4.756.000
Irlanda 3.093.000 4.247.000 5.237.000
Regno Unito 55.640.000 56.235.000 56.390.000
Belgio 9.880.000 9.925.000 9.285.000
Francia 54.608.000 57.083.000 58.530.000
Germania RF. 61.106.000 59.775.000 53.802.000
Lussemburgo 363.000 358.000 332.000
Olanda 14.609.000 15.011.000 14.506.000
Grecia 9.932.000 10.734.000 11.755.000
Italia 56.874.000 58.155.000 56.948.000

La popolazione aumenta al ritmo dunque di 90 milioni all'anno. -Per il 90 per cento tale incremento si verifica nelle nazioni povere e poverissime del Terzo Mondo. Si creeranno megalopoli di oltre 30 o anche 40 milioni di abitanti; oltre 3 miliardi di persone vi vivranno in condizioni disastrose e per l'inadeguatezza di servizi e per il massimo degrado dei problemi, già seri, legati alla convivenza entro tali mostruose città.

Vi sarà un abbrutimento della vita civile, ad ogni livello. La fame sarà la grande protagonista del 2000 per "mancanza di sussistenza" e per uno sconsiderato aumento della disoccupazione.

Il degrado ecologico marcerà a ritmi particolarmente sostenuti.

L'umanità si avvia a polarizzarsi in una "minoranza ricca" e a basso livello di incremento demografico e in una maggioranza povera che tende a riprodurre se stessa (e i suoi problemi) molto rapidamente.

Sindrome sudafricana

L'Europa che "ha sconfitto" il problema dell'incremento demografico si trova davanti un male opposto: l'invecchiamento della società.

Nel prossimo secolo si troverà a dover fronteggiare invece che la bomba demografica quella di segno contrario, definita la "bomba geriatrica", la situazione cioè di una società popolata in larga misura da anziani e i relativi connessi legati al problema del loro utilizzo nell'ambito della produzione, dei servizi, ecc.

Ma ciò che spaventa di più gli occidentali è l'accerchiamento cui saranno poste le aree a bassa incremento demografico, ossia le attuali cittadelle del capitalismo avanzato, da un Terzo Mondo in continua espansione numerica.

È nata la sindrome sudafricana malcelata da moltissimi interventi che hanno inteso spingere a soluzioni drastiche per contenere l'esplosione demografica dei popoli di colore, sotto la pressione della catastrofica e superallarmistica previsione del "suicidio demografico".

Questa preoccupazione non è stata lasciata passare inosservata. L'invito (e le pressioni) a soluzioni urgentissime al contenimento delle nascite è stato - e non a torto - interpretato dai paesi del Terzo Mondo come un disegno inteso a perpetuare la supremazia della "tribù bianca" che si sente minacciata e assediata dai sentimenti di rivalsa e di riscatto storico nutriti proprio da quei popoli che sono stati, col loro sudore e il loro sangue, la fonte primaria della ricchezza dell'Occidente.

La psicosi dell'accerchiamento trova precedenti esemplificativi ma esemplari sin dai tempi in cui s'è cominciato a prendere in considerazione il problema demografico, a partire da Malthus che si preoccupava non poco per la crescita "smisurata" delle classi proletarie.

Oggi i neo-malthusiani ripropongono quasi pari pari le terapie d'urto che tantissimo tempo fa suggeriva il loro ispiratore e maestro.

Distribuzioni demografiche

Tesi meno allarmistiche sdrammatizzavano al contempo la psicosi dell'accerchiamento, presentando dei dati un po' più rassicuranti.

L'area euroamericana, pur rimanendo minoranza esigua, non sembra destinata al "suicidio demografico" poiché dal miliardo e 130 milioni di abitanti attuali dovrebbe passare al miliardo e 270 milioni nel Duemila per stabilizzarsi intorno al miliardo e 300 milioni intorno al 2080.

Ma la rassicurazione più convincente sta nella forza economica di dette aree e nella conseguente forza militare, massimamente tecnologizzata, in grado di tenere sotto costante minaccia quel manipolo di paesi fra i più facinorosi (senza dimenticare che la bomba atomica è però ormai patrimonio di tanti fra questi stessi paesi).

La spinta demografica maggiore si avrà nell'area-asiatica. L'Asia comprende oggi 2,7 miliardi di persone; saranno 3,5 nel 2000; 5,9 nel 2100.

In Africa vivono oggi 520 milioni di abitanti. Passeranno a 887 milioni nel 2000 e a 2,2 miliardi nel 2100.

La popolazione latinoamericana passerà dai 388 milioni attuali a 549 nel 2000 e a un miliardo e 190 milioni nel 2100.

Qualche dato, adesso, relativo all'Italia dove il tasso di natalità è caduto dell'undici per mille e che si presenta come la nazione che dopo la Germania Federale e la Danimarca segna il decremento demografico più alto del mondo.

Si prevede per il Duemila un leggero recupero del tasso di fertilità che dovrebbe compensare il "processo di declino" (la famosa bomba geriatrica) oggi arginato in qualche modo dal rientro - come conseguenza della crisi internazionale del capitalismo - di una parte della popolazione migratoria degli scorsi decenni e dall'afflusso continuo di immigrati provenienti dal Nord-Africa e dal Medio Oriente in genere.

Soluzioni contrapposte ma mai di classe

Le risoluzioni della Conferenza di Città del Messico si riassumono in terapia a base di pillole, spirali, contraccezioni varie e aborti.

La banca mondiale ha ritenuto di dover aumentare la spesa pubblica totale per la contraccezione portandola a 5,6 miliardi di dollari e aumentandola poi del 5 per cento all'anno.

Come se tutto fosse risolvibile con qualche tonnellata di contraccettivi da inviare presso popoli che non ne conoscono l'uso, né sono liberi da millenari pregiudizi e da ignoranza radicata come conseguenza delle condizioni in cui l'imperialismo li ha fatti e li fa vivere (o sopravvivere).

Non solo in tal modo il problema è irrisolvibile ma di fronte ai milioni di morti per fame vi sono pure stati gli schieramenti che appellandosi alla fede religiosa (usata solo come paravento per ben più sporche manovre) hanno blaterato del "diritto alla vita" (ma è vita quella?), opponendosi a tutte le tesi abortiste.

È il caso degli antiabortisti reaganiani che hanno deciso di tagliare gli aiuti a tutti quei paesi che, come il Nepal, l'India, l'Egitto, ecc., praticano ufficialmente l'aborto e la sterilizzazione permanente (il peso degli USA all'interno dell'ONU è notevole: su 140 milioni di dollari per la politica demografica ne sborsano ben 38; ma sborsano anche 240 milioni di dollari come contributo ai programmi di pianificazione familiare).

L'impostazione non è esente da un uso strumentale, a fini elettoralistici, del problema. Ne è dimostrazione la risoluzione finale che ben poco si è preoccupata del diritto alla vita di quel mare di persone che muore per fame e che invece affida al "libero mercato" la soluzione del problema (e ben si sa da chi è oggi influenzato, manovrato e spesso diretto il cosiddetto libero mercato capitalistico a livello mondiale).

Il Vaticano, come prevedibile, ha lanciato anatemi contro le pratiche abortive e contraccettive ammettendo la sola scelta dei periodi infecondi. Paradossalmente per avere una qualche credibilità, specie verso i popoli maggiormente interessati al problema, ha dovuto "politicizzare" la questione invitando i governi dei paesi ricchi a far finalmente decollare le economie dei paesi in via di sviluppo.

L'Italia, com'è nel suo costume, ha mediato fra posizioni contrastanti riprendendo certe tesi del Vaticano e cercando soluzioni nell'accordo di collaborazione "fra paesi industrializzati e quelli del Terzo e del Quarto Mondo".

Il problema - continuava per bocca dei suoi rappresentanti - non è solo di pillole, spirali e diaframmi, ma di condizioni economiche e sociali, di un inserimento paritario ed effettivo della donna nella società, di analisi delle conseguenze dell'invecchiamento della popolazione, di cooperazione internazionale e così via.

È questo quanto di più politico si sia potuto ascoltare. Come era prevedibile, sulle cause del sottosviluppo, sull'assetto dell'imperialismo, nemmeno una parola.

Socialismo o barbarie

Abbiamo sin qui detto che il problema demografico non è un problema in quanto tale, non perché un aumento indiscriminato della popolazione umana non potrebbe, soprattutto nel lungo periodo, portare a problemi colossali di gestibilità e, in tempi ancora più lunghi, anche a sostanziali squilibri nel rapporto con gli alimenti, nonostante il più oculato uso che si possa fare delle risorse della terra.

Vogliamo semplicemente dire che il modo di produzione capitalistico non potrà (nemmeno volendolo) risolvere tale problema.

I perché sono tanti. Si legano essenzialmente alla sua natura che, a meno di una sua negazione storica, non potrà mai mettere in discussione.

Il capitalismo è un modo di produzione basato sulla prevaricazione dei più elementari diritti dell'intera massa umana ad opera di pochi (in senso relativo) gruppi finanziari e monopolistici i quali si trascinano dietro il proprio codazzo che si può identificare principalmente nelle borghesie indigene e negli strati sociali a queste più vicini.

La violenza è la sua infame pratica quotidiana; una violenza che aumenta in intensità ed estensione in relazione al periodo storico in cui lo stesso vive ed opera. La fase di decadenza ha accentuato non poco questa sua attitudine ma ancora di più l'ha accentuata la crisi che sta attraversando e che segna l'epilogo del presente ciclo di accumulazione.

L'incontenuto sviluppo demografico e la fame nel mondo

Incapace di una pianificazione dei bisogni poiché vive rapacemente sul profitto, incapace di una razionalizzazione del suo assetto amministrativo e gestionale, sviluppa altresì contraddizioni su contraddizioni le quali accavallandosi, portano progressivamente a un deterioramento della situazione generale da un punto di vista politico, sociale e civile oltre che economico.

Abbiamo già, oltre alla piaga della fame, problemi inimmaginabili di aberranti situazioni in cui si svolge la vita di immense masse di umanità considerata al pari delle bestie.

Crescono i disagi a livello planetario e le tensioni mettono gli uomini gli uni contro gli altri al di là di serie motivazioni e, soprattutto al di là delle giuste e naturali motivazioni di classe che invece stentano ad evidenziarsi.

Il capitalismo decadente e nella sua fase di crisi acuta spinge verso un totale imbarbarimento delle sue strutture e, conseguentemente, conduce alla barbarie anche i modelli comportamentali della vita civile.

Tanto per rimanere nel tema del presente lavoro facciamo un esempio di ciò che avverrà nei prossimi anni a seguito di uno smisurato processo di concentrazione urbana cui il capitalismo non è stato e non è in grado di ovviare.

Alla fine del secolo tre miliardi di perone, quasi metà della popolazione complessiva di quel periodo, risiederanno in enormi agglomerati urbani.

Si creeranno cioè delle megalopoli, specie nelle aree del Terzo Mondo, che si moltiplicheranno con velocità, spodestando dalle classifiche delle popolazioni le vecchie metropoli dell'emisfero ricco occidentale.

Ad esempio Londra tra quindici anni non figurerà più fra le venticinque città più importanti del mondo; stessa sorte è riservata a Mosca, Roma, Atene, Berlino ecc., che si vedranno "declassate" da Bogotà, Seul e Manila.

Parigi sarà l'unica metropoli europea presente nella lista ma avrà un numero inferiore di abitanti a quella di Karachi e, forse, di Istanbul.

Questo processo di urbanizzazione è particolarmente spinto in America latina dove si arriverà a megalopoli di oltre 40 milioni di abitanti (Città del Messico e S. Paolo del Brasile).

Ma queste megalopoli subiranno una fortissima pressione destabilizzante poiché cresceranno senza una pianificazione urbanistica, saranno prive o quasi di infrastrutture e incapaci di assicurare alla popolazione residente prospettive di lavoro.

Vengono già definite le "megalopoli della povertà" in cui prospereranno la disoccupazione, gli strati del sottoproletariato e del marginalismo, la povertà più assoluta e la fame più nera.

Come si potrà immaginare la vita in simili inferni?

Sicuramente come l'espressione della barbarie più atroce verso cui il capitalismo mondiale ci sta progressivamente ma inesorabilmente spingendo.

Di fronte a questa desolante prospettiva senza apparenti vie di uscita esiste una sola speranza. La speranza della Rivoluzione Comunista.

L'alternativa cioè della instaurazione del socialismo a scala mondiale.

Solo un sistema creato per i bisogni e le necessità degli uomini può impugnare la causa della perequazione dell'utilizzo delle risorse e creare piani di sviluppo armonizzati alle condizioni (storiche, sociali, ambientali, ecc.) delle aree interessate.

E in questi piani troveranno spazio le soluzioni tecniche al problema demografico basate sulla diffusione di programmi per una contraccezione cosciente; saranno il risultato del sollevamento delle masse dallo stato di ignoranza in cui vengono tenute dalla politica dell'imperialismo. Quello demografico sarà un problema di difficilissima soluzione e necessiterà di tempi lunghi e di stadi distinti ma nello stesso tempo fra loro integrati.

Sarà un piano che certamente non procederà linearmente ma che tenderà a mettere insieme i presupposti attraverso cui si potrà avviare la prospettiva della soluzione definitiva.

Così la fase dello sviluppo economico sarà una fase in cui si sperimenteranno metodi contraccettivi e, insieme, campagne di educazione che viaggeranno di pari passo col processo di acculturazione delle masse dei paesi in reale via di sviluppo.

È vero, sarà una battaglia tutta da combattere ma soltanto lottando è possibile vincere.

Ma prima che questa battaglia per debellare la fame nel mondo bisogna vincere la guerra contro il capitalismo organizzato a livello planetario.

Franco Migliaccio

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