Ristrutturazione e disoccupazione - L'eccezione americana

Secondo una previsione del C.N.R. di qualche anno addietro, nel 1985 avremmo dovuto avere la combinazione di tutti gli effetti negativi della ristrutturazione tecnologica. Accanto ad una forte crescita della disoccupazione e delle produttività si sarebbe dovuto verificare il crollo della domanda aggregata mondiale tant'è che venivano paventati scenari molto simili a quello del 1929. Non essendosi verificati gli eventi previsti corre oggi la convinzione che in realtà la relazione automazione/disoccupazione fosse falsa; vi è cioè la convinzione che l'automazione mentre distrugge posti di lavoro nell'industria manifatturiera ne crea continuamente dei nuovi nei settori cosiddetti emergenti.

I cinque milioni di posti di lavoro creati negli ultimi anni negli Stati Uniti vengono continuamente sventolati come la prova migliore che, in fondo, a produrre disoccupazione non è tanto il meccanismo economico alla base della ristrutturazione quanto cattive politiche in materia di mercato del lavoro.

La richiesta più insistente è, infatti, la deregulation ovvero l'abbattimento di tutte quelle norme che tutelano in qualche modo il lavoratore occupato e disoccupato in modo che "libero" di muoversi sul mercato sia indotto a cogliere le nuove opportunità offerte dalle nuove tecnologie.

D'altra parte a dar corpo a questa visione ottimistica dei processi di ristrutturazione concorre anche, e soprattutto, il fatto che i dati tecnici alla base della previsione del C.N.R., cioè la riduzione dei costi nella microelettronica e la crescita della produttività, siano risultati entrambi veri.

La riduzione dei costi nella microelettronica è stata infatti veramente vertiginosa tanto che se essa si fosse avuta, ad esempio, nel settore automobilistico un'autovettura di media cilindrata costerebbe, oggi, poco più di qualche migliaio di lire. L'incremento della produttività, per quanto i dati disponibili risultino quasi sempre lacunosi e contraddittori, è valutato, a seconda dei sistemi automatici usati, dal 20% all'80%.

Uno studio comparato del costo orario del lavoro operaio con quello di un robot, fatto negli Stati Uniti, conferma inoltre una divaricazione crescente fra i due costi a favore del robot tale da giustificare pienamentela previsione, che poi non ha trovato completamente riscontro, di una generalizzazione della disoccupazione a livelli tali da determinare il crollo della domanda.

Fatto anno base il 1957, anno in cui il costo di un'ora di lavoro operaio e di un'ora di lavoro di un robot era valutato parimenti attorno ai 3 dollari, nel 1980...

l'analogo costo calcolato per un robot è stato valutato intorno ai 5 dollari l'ora ipotizzando per il robot stesso una vita lavorativa di otto anni su due turni e con un investimento iniziale per l'acquisto e la messa in opera di circa 40.000 dollari. (1)

Alla stessa data, invece, il costo di un'ora di lavoro operaio è risultato pari a 15 dollari.

Senza alcun dubbio, dunque, la previsione del C.N.R., che non era l'unica, è risultata lacunosa. A nostro avviso l'errore, in verità molto frequente nella costruzione dei modelli econometrici, è consistito nell'aver proiettato i dati in questione senza tener conto dell'enorme diversificazione delle attività produttive e di tutti i dati tecnici e storici che avrebbero potuto frenare l'espansione stessa delle nuove tecnologie al di là della convenienza immediata dell'impiego del robot rispetto al lavoro operaio, ma anche rispetto a quello impiegatizio e direttivo.

Alla prova dei fatti, oltre all'indubbio vantaggio economico, il robot ha mostrato fin qui di poter trovare adeguato impiego soltanto in alcuni settori e per alcune mansioni, non essendo capace di svolgere ancora tutte quelle mansioni che richiedono attività sensoriali come la vista ed il tatto. Questo limite, propriamente tecnico, ha determinato un tipo di applicazione delle nuove tecnologie, detto puntuale che presenta grossi inconvenienti. L'applicazione puntuale dei robots automatizza soltanto alcune fasi delle lavorazioni per cui è stato più spesso il robot a subire l'organizzazione del lavoro esistente che non quest'ultima ad adeguarsi al robot. Ciò ha impedito la diminuzione dei costi complessivi negli stessi termini della relazione lavoro-macchina/lavoro umano. Non è un caso, infatti, che la maggiore diffusione dei robots si è avuta soltanto in alcuni settori, mentre altri sono rimasti completamente estranei al fenomeno. Secondo una ricerca della Carnegie Mellon University i settori più interessati sono risultati quelli della fabbricazione di metalli, macchine e macchinari, impianti e strumenti elettrici ed elettronici e mezzi di trasporto (quest'ultimo, da solo, il 55%). Nessuna penetrazione meritevole di considerazione si è avuta nelle produzioni per lotto e su commessa. (2)

Ma nonostante questi limiti un esame più attento dei dati disponibili mostra che l'attuale visione ottimistica è priva di qualunque validità essendo a sua volta lacunosa perché fondata su fenomeni in via di estinzione.

I dati relativi alla crescita dell'occupazione negli Stati Uniti esprimono cioè fenomeni legati non tanto all'automazione quanto ai suoi limiti tecnologici ora in via di superamento e, per altri versi, a fattori del tutto contingenti su cui ci soffermeremo più avanti. La relazione automazione/disoccupazione è, in realtà, vera e le prospettive del prossimo futuro saranno date dal dilatarsi di questo fenomeno e non di quello opposto.

Laddove l'introduzione delle nuove tecnologie non ha incontrato ostacoli a farne le spese è stata l'occupazione sia di lavoro diretto che indiretto. Dal 1978 al 1982, negli USA, l'occupazione manifatturiera è diminuita di oltre due milioni di unità di cui un milione e settecentomila soltanto dal settembre del 1981 al settembre del 1982. Per lo stesso periodo la disoccupazione rilevata tramite le indagini sulle famiglie, risulta cresciuta, invece, di 3 milioni di unità (+36,7 in un solo anno). (3)

Il saldo complessivo dell'occupazione non è risultato in passivo perché, in questo stesso periodo è cresciuta l'occupazione nel settore dei servizi e dell'elettronica con una netta preponderanza nel primo. Ma essendo la crescita del settore dei servizi dovuto, come vedremo, a fattori che nulla anno a che vedere con la introduzione delle nuove tecnologie, qui ci soffermeremo su quanto accaduto in quello della elettronica. In questo stesso periodo, secondo una ricerca del Department of Labor, l'occupazione nel settore elettronico, inerente il sofware, è cresciuta del 47% e del 45% in quello inerente direttamente la produzione delle macchine elettroniche (hardware). Comparati, però, con gli anni precedenti entrambi i settori fanno registrare un calo vertiginoso nei tassi di crescita dell'occupazione. Sempre secondo la stessa fonte, nel decennio 1970-80, l'occupazione del settore, distinta nei due comparti software e hardware, era cresciuta rispettivamente del 115,4% e del 114%.

Ciò si spiega con il fatto che lo sviluppo ulteriore della micro-elettronica ha interessato innanzitutto lo stesso settore della produzione delle macchine elettroniche tanto che la maggior fabbrica di robot, la Unimation Inc., occupa ormai solo 700 addetti e con il fatto che le nuove applicazioni, essendo proiettate verso il superamento di quella puntuale, pur avvalendosi di un software molto raffinato, necessitano di meno addetti al software stesso.

Ancora la Carnegie Mellon ci informa che negli Stati Uniti, nei prossimi anni, i robots delle nuove generazioni sostituiranno, nel settore manifatturiero, circa 7 milioni di lavoratori e di questi solo il 16 per cento da robots privi di capacità sensoriali (oggi quelli più diffusi). In media, secondo i ricercatori della Carnegie Mellon, a breve e medio termine, nel settore manifatturiero, il 30% della forza-lavoro verrà sostituito da robots. Questi dati, però, andrebbero corretti per difetto; essi, infatti, non tengono conto che superando quella puntuale le nuove applicazioni superano anche uno degli elementi frenanti che hanno impedito l'espansione delle nuove tecnologie in molti settori e soprattutto nell'area delle produzioni per lotto e su commessa.

Le applicazioni sistemiche

L'applicazione detta sistemica collega un numero (teoricamente illimitato) di robots fra loro e con altre macchine in modo che un intero segmento di un ciclo produttivo o un intero ciclo venga svolto interamente da macchine. Uno dei sistemi più complessi oggi esistenti, l'FMS (Flexible Manifacturing System) in colegamento con altri sistemi computerizzati, è in grado di svolgere oltre all'intero ciclo produttivo anche l'intera gamma di operazioni che sono a monte e a valle del ciclo produttivo stesso. Dalla progettazione, passando per la gestione del magazzino, fino alla consegna tutto è automatizzato. Secondo lo statunitense H. Remp (4), che ha studiato da vicino i sistemi flessibili, nel passaggio di una lavorazione su macchine utensili a controllo numerico ad un FMS si ha un risparmio di forza-lavoro che oscilla tra il 25% e il 50%, mentre passando da un sistema tradizionale non automatizzato ad uno flessibile si ha un risparmio di forza-lavoro di circa il 90%. In una fabbrica passata da un sistema tradizionale obsoleto ad un sistema FMS, l'organico è calato da 150 a 19 addetti. Il calo ha interessato tutte le mansioni e tutti i livelli anche quelli che, con facile enfasi, vengono definiti emergenti.

Ma l'aspetto più rilevante dei sistemi flessibili è dato dal fatto che con pochissime modifiche possono essere impiegati in cicli produttivi diversi fra loro.

Ciò fa di essi un qualcosa che è destinato a sconvolgere completamente l'attuale organizzazione produttiva ribaltando situazioni ritenute immodificabili. Il confine stesso che separa la piccola e media impresa dalla grande è destinato ad essere infranto, nel senso che anche quelle lavorazioni che non giustificavano le dimensioni della grande impresa, appunto quelle su commessa o per lotto, diventando completamente automatizzabili, favoriranno l'intervento dei grandi capitali e quindi la loro concentrazione con la conseguente estensione dei processi di automazione anche in quelle aree produttive che fin qui ne erano rimaste escluse.

Se si pensa che in un paese come l'Italia questo tipo di imprese rappresenta circa il 70% del totale si può facilmente immaginare quale esodo di forza-lavoro potrà essere attivato dalla generalizzazione dei sistemi flessibili.

Ed è anche facile intuire che a farne le spese non sarà solo il lavoro generico e non qualificato, ma anche, e soprattutto, quello più qualificato per non parlare dei cosiddetti quadri che divengono, con la scomparsa della produzione di linea, del tutto inutili.

L'automazione, dunque, distrugge posti di lavoro e non crea settori di riassorbimento. D'altra parte, se si esclude il caso statunitense si può facilmente osservare che il fenomeno è pienamente confermato dall'andamento della disoccupazione in tutti gli altri paesi industrializzati. A livello O.C.S.E., ad esempio, nel 1984 pur essendosi verificata una ripresa della produzione industriale e una crescita del PNL, la disoccupazione è continuata a crescere a tassi costanti ed ormai interessa ben 32 milioni di lavoratori. Se poi si tiene conto che alcuni dei paesi interessati hanno adottato misure molto simili a quelle adottate negli Stati Uniti in materia di mercato del lavoro ci si rende facilmente conto che quella statunitense è un'eccezione destinata a rimanere tale e ad esaurirsi nel medio lungo periodo.

Il caso statunitense

Le maggiori perdite occupazionali negli Stati Uniti si sono avute negli Stati del Nord-Est cioè negli stati a più elevata industrializzazione che più degli altri hanno avuto bisogno di ricorrere alle nuove tecnologie. Per tutti gli anni Settanta in questi stati l'occupazione, sempre secondo il Department of Labor, è cresciuta mediamente del 2% all'anno. A partire dal 1980, invece, essi hanno fatto registrare una perdita media del 4% annuo. Gli stati del Sud e del Sud-Ovest, al contrario, presentano un saldo positivo anche negli anni Ottanta, ma passano da una crescita del 3,5% durante gli anni Settanta, ad una dell'1,5% nel 1984. Ora, questi dati, sommati, danno una perdita di occupazione, negli anni Ottanta, di circa due punti e mezzo che contrastano nettamente con i dati della Casa Bianca che valuta intorno al 5,7% il tasso di crescita dell'occupazione nel solo 1984. In realtà si tratta di due metodi diversi di valutazione: quello presidenziale che conteggia solo i nuovi posti di lavoro e quindi registra le variazioni in più o in meno senza tener conto delle perdite precedenti e quella del D.L. che, invece, calcolando i disoccupati rispetto alla forza-lavoro disponibile non può ignorare i saldi netti e questi dicono chiaramente che tutti gli stati perdono occupati tranne quello del New England. Un'ulteriore conferma in tal senso è data dal permanere di un tasso medio di disoccupazione del 7-8% anche negli anni 1982-84 nei quali si sono registrati tassi di crescita del P.N.L. anche del 7%.

Alla luce di questi dati appare evidente che la ricerca delle cause della creazione dei nuovi posti di lavoro, in relazione ad ipotetici processi di terziarizzazione come prodotto delle nuove tecnologie, è priva di qualunque riscontro obiettivo.

I nuovi posti di lavoro al sud degli Stati Uniti, ci pare trovino una più esatta collocazione critica solo se li si inquadra nell'ambito della politica economica complessiva del paese. Il fenomeno, infatti, è tutto inscrivibile nell'ambito del rafforzamento in atto delle tendenze alla espansione delle forme di appropriazione parassitaria e non presenta alcunché di nuovo ed originale.

Gli Stati Uniti da anni, ormai, manovrano sul deficit di bilancio in modo da attivare un flusso crescente di capitali verso il loro mercato dando in cambio della cartaccia che, a cicli ricorrenti, si scopre priva d'ogni valore. È accaduto agli inizi degli anni Settanta e non tarderà a ripetersi nei prossimi anni.

Il finanziamento in deficit della spesa pubblica avviene mediante emissione di titoli del tesoro a tassi elevatissimi. I capitali di tutto il mondo, attratti dall'elevata remunerazione, si convertono in dollari in gran massa facendo così lievitare il corso del cambio della moneta statunitense. Lo Stato, senza emettere nuova carta moneta e quindi al riparo da eventuali spinte in-flazionistiche, si procura i mezzi per sostenere una domanda interna altrimenti fiacca e per finanziare i settori strategici quali quelli ad avanzata tecnologia e quello militare che assicurano e garantiscono il primato imperialistico. Il rovescio della medaglia sarebbe, per qualunque altro Stato, il pagamento degli interessi passivi, ma gli Stati Uniti operano in un contesto nel quale è facile scaricare questo onere sui paesi più deboli.

L'aumento dei tassi, infatti, non rimane circoscritto al mercato interno ma si estende a tutti i movimenti in dollari che si verificano sul mercato mondiale per cui a farne le spese sono soprattutto i paesi esposti in dollari e cioè praticamente tutti i paesi poco sviluppati. Attorno a questo movimento di natura prevalentemente finanziaria non può non aversi l'espansione di quei settori, come il terziario, la cui caratteristica è proprio la gestione del processo di circolazione dei capitali. Non deve meravigliare dunque che un'area come quella del Sud-Ovest abbia conosciuto in questi ultimi anni una fortissima espansione. Esistendo in quest'area un mercato del lavoro fortemente concorrenziale a causa dei grandi flussi migratori dagli stati dell'America Latina, il governo ha incentivato, con sgravi fiscali, l'insediamento di nuove imprese qualunque fosse la loro attività; vi si sono insediate le imprese del settore elettronico interessate dalla vicinanza della Silikon Valley e numerose imprese di Servizi che, insieme, hanno costituito il nucleo attorno al quale si sono sviluppate una serie di attività secondarie come la ristorazione, la pubblicità ecc. Ed è, infatti, in queste attività, che nulla hanno a che vedere con la ristrutturazione tecnologica, che si sono registrati i maggiori incrementi occupazionali.

Si tratta, dunque, di un modello di sviluppo assolutamente vietato a paesi che non fossero in grado di sostenere un deficit di bilancio, di grandi dimensioni (ammonta ormai a duecento miliardi di dollari, il più alto, sia in assoluto che rispetto al PIL, di tutta la storia statunitense) senza rimanerne stritolati.

Ma si tratta anche di un modello fortemente contraddittorio e perciò destinato prima o poi a crollare.

Vecchie e nuove contraddizioni

Il primo elemento di riflessione che balza agli occhi esaminando il modello di sviluppo statunitense, è dato dalla constatazione che esso poggia essenzialmente sulla capacità di estorsione di plusvalore dai paesi sottosviluppati. Il fatto in sé è vecchio, ma presenta, comunque, un elemento nuovo destinato a sconvolgere il quadro delle relazioni di dominio dell'imperialismo.

L'esportazione di capitale finanziario, negli anni addietro, in quanto surplus della metropoli, che comunque manteneva intatta la sua capacità di produzione di plusvalore, avveniva a condizioni e saggi di interesse che non impedivano i processi di trasformazione del capitale finanziario in capitale industriale. Da questa trasformazione scaturivano processi di industrializzazione anche molto intensi e quindi un allargamento complessivo dell'area della produzione del plusvalore. Si aveva sì migrazione di plusvalore dalla periferia verso la metropoli, ma senza che venissero compromessi i meccanismi dell'accumulazione in entrambe le aree. Nel quadro attuale, a causa della diminuita capacità di estorsione di plusvalore all'interno, in conseguenza della massiccia espulsione di forza-lavoro (5), la metropoli impone saggi di interessi reali via via crescenti e tali da compromettere l'espansione dei processi di industrializzazione nei paesi dominati e quindi la stessa base di produzione di plusvalore di cui abbisognano tanti i paesi dominati che quelli dominanti.

Non ci pare si possa parlare di casualità nel crollo di paesi come la Polonia, l'Argentina, il Brasile ed anche in quello della crescente deindustrializzazione europea. Il meccanismo dell'appropriazione parassitaria, spinto fino alla sua estreme conseguenze, fà terra bruciata delle possibilità di allargamento delle attività produttive che sono le uniche in chi ha luogo anche la produzione di plusvalore. D'altra parte uno sguardo ai conti statunitensi consente di rilevare con estrema facilità il fenomeno. Confrontando i dati relativi al deficit della bilancia commerciale del 1983 e del 1984 se ne osserva una crescita in proporzione quasi geometrica. Da un deficit di 9,27 miliardi di dollari del primo trimestre del 1983 si passa ad uno di 30 miliardi alla fine dell'anno e da questo si giunge ad un deficit di 73,82 miliardi nel primo semestre del 1984 che si chiude con deficit complessivo di 150 miliardi. Questa crescita che testimonia di un incremento costante dei flussi di importazione, avrebbe dovuto dar luogo, in un normale quadro di rapporti di scambio, ad un ribasso del cambio del dollaro e quindi anche dei tassi d'interesse, invece, in questo stesso periodo il dollaro ha continuato ad apprezzarsi e ad attirare nella sua orbita capitali sempre più grandi che vengono così sottratti agli altri mercati.

Il processo di accumulazione mondiale subisce una sorta di interferenza, data dall'attrazione della remunerazione parassitaria, proprio nella fase in cui dovremmo avere la trasformazione del nuovo plusvalore estorto in nuovi mezzi di produzione cioè nel momento in cui ad un capitale accresciuto dovrebbe corrispondere anche una base produttiva più ampia ed una più ampia base di produzione di plusvalore.

Porremmo dire, con Marx, che mai come in questo periodo il passato domina sul presente. Il capitale accumulato si impone fino a tal punto sulla società, sulla base economica da rendere problematica la stessa attività produttiva. Nella stessa metropoli, dove pure accorrono cospicui i capitali da tutto il mondo, in conseguenza dell'alta quotazione del dollaro vi sono interi settori che stanno andando alla malora. L'agricoltura, l'efficientissima agricoltura americana sta conoscendo uno dei suoi periodi più terribili. Le aziende benché tecnologicamente avanzate non riescono a competere con i prodotti provenienti dall'estero che risultano poco costosi a causa dell'alta quotazione del dollaro ed accumulano surplus e debiti con le banche che alla scadenza non vengono pagati.

Come nelle pagine di Furore, un numero crescente di contadini si ritrova dalla sera alla mattina priva d'ogni cosa e indebitato fino alla cima dei capelli.

Il fenomeno ha assunto dimensioni tali da costringere il Senato a nominare un'apposita commissione che fino ad ora, però, non ha saputo fare altro che intervistare gli attori di un film che ha rappresentato la tragedia di una famiglia contadina colta dalla rovina economica.

Ancora più vistoso, il fenomeno si è riproposto nella siderurgia. Il famoso Big steel ha perduto nel giro di tre anni, dal 1981 al 1984, il 45 per cento dei posti di lavoro ed ha dimezzato la produzione tutta sostituita con le importazioni. (6)

Ma nonostante ciò le imprese europee del settore, che hanno conquistato questa fetta del mercato statunitense, navigano in una profonda crisi e sono costrette a contingentare la produzione ed a chiudere gli impianti.

La stessa considerazione vale per i paesi esportatori di materie prime. Benché le economie dei paesi più avanzati abbiano aumentato le importazioni, i prezzi internazionali non sono cresciuti. I paesi produttori hanno, infatti, dovuto incrementare l'offerta dei loro prodotti in misura direttamente proporzionale alla crescita del loro debito estero gonfiato dai crescenti tassi d'interesse e lo hanno fatto più di quanto non fosse cresciuta la domanda.

Il tanto criminalizzato prezzo del petrolio calcolato a prezzi costanti, secondo dati dell'Istat, risulta, rispetto a dieci anni fa, dimezzato e così quello del rame e di altri numerosi prodotti.

Come un immenso buco nero l'area del dollaro attrae verso di sé risorse da ogni angolo della terra, ma nel quadro dei nuovi rapporti fra capitale e lavoro dati dalle nuove tecnologie, quest'appropriazione stenta a trasformarsi in produzioni di merci, ovvero di nuova effettiva ricchezza ed anche quando ciò avviene, a causa del numero irrilevante di operai che vengono attivati, si tratta di produzioni, come dicono gli economisti borghesi, a scarso valore aggiunto, bisognose cioè di arricchirsi di plusvalore provocandone lo spostamento dai settori e dalle aree più deboli.

La metropoli, dunque, da una parte è spinta alla specializzazione estrema, dall'altra a dipendere sempre più dalle produzioni provenienti dai paesi dominati, ma negando a questi ultimi, salvo alcune rare eccezioni, ogni reale possibilità di sviluppo. Nel breve-medio periodo i surplus così realizzati, nei paesi più forti, possono dar luogo alla espansione dei processi di circolazione nei quali l'appropriazione parassitaria si cristallizza e quindi di quei settori, come il terziario, che svolgono le attività direttamente collegate alla circolazione delle merci e dei capitali. Ma per il fatto stesso che si tratta di attività meramente attinenti la circolazione del plusvalore e non la sua produzione, esse non possono espandersi oltre un certo limite. Gli Stati Uniti, il cui PNL nel 1984 è risultato costituito solo per il 20% da ricchezza proveniente da attività manifatturiere ed il rimanente da attività finanziarie e di servizi, possono ulteriormente espandere il settore del terziario alla sola condizione che intensifichino ancora lo sfruttamento delle aree a loro sottomesse, ma non possono spingere tale intensificazione fino al punto da compromettere i processi di accumulazione in quella arca senza subirne a loro volta i contraccolpi. Il fatto che vi siano già paesi i quali vedono assorbite tutte le loro risorse dal pagamento degli interessi sul loro debito estero è indicativo che, in molti casi, tale limite è stato raggiunto.

La soppressione del lavoro indiretto

Il capitalista, come sottolineava Marx, per il fatto che vede cristallizzato il plusvalore estorto al lavoro salariato, in un capitale accresciuto soltanto quando l'intero ciclo produzione-distribuzione è compiuto, è indotto a ritenere che in realtà è solo nella fase della circolazione delle merci che quel plusvalore si genera. Quando poi, come è per il capitale finanziario, egli non interviene in alcun modo direttamente nella produzione, eppure si ritrova ugualmente fra le mani un profitto, egli non può che pensare che sia una virtù propria del capitale quella di accrescersi continuamente.

Ora, negli ultimi dieci anni, per i processi che abbiamo appena descritto, nella fase della circolazione non si sono prodotte grandi rivoluzioni ed il meccanismo ha dato, e dà ancora, l'impressione di essere in grado di sopportare all'infinito le conseguenze delle modificazioni prodottesi nel mondo della produzione. Per il capitale finanziario che ha realizzato i suoi profitti per mezzo di merci prodotte ad Hong-Kong o per mezzo di uno scambio sempre più ineguale con i produttori di petrolio, nulla è cambiato rispetto ai tempi in cui quelle merci venivano prodotte a Detroit. Egli, anzi, si convince che tutto sommato è meglio così: la sua coscienza, essendo distante dai suoi occhi la rapina, si sente in armonia con il cielo che gli dispensa i miracoli della ricchezza. Egli vede crescere il suo volume d'affari e pensa che siano le catene di fast-food, i cartelloni pubblicitari, i video-giochi e i programmi per personal-computer il suo futuro. Non gli danno fastidio neppure le fitte schiere di disoccupati che si ingrossano quotidianamente: ben presto, egli pensa, nasceranno altre catene di fast-food, vi saranno sempre più video-giochi, più servizi e più pubblicità e tutto si aggiusterà, e grida: "l'unica cosa sacra è il profitto". (7)

L'acciaio e la plastica delle sue automobili, il rame ed il petrolio, il lavoro di milioni di uomini supersfruttati gli sfugge del tutto; che quegli uomini, poi, debbano lavorare 25 ore su 24 per morire di fame gli appare del tutto naturale: "è la legge della selezione naturale delle specie".

Sarà anche così, sarà anche che il plusvalore si genera per benevolenza del cielo, ma se alla fine il videogioco rimane sulle bancarelle dei mercatini il miracolo svanisce.

Fin qui, abbiamo visto, i compratori di videocassette, video-giochi e quanto altro, anche quando sono stati licenziati, hanno potuto trasformarsi in camerieri e programmatori ed hanno tirato avanti; quando non ci sono riusciti lo Stato è intervenuto pagando indennità varie di disoccupazone. In Italia, ad esempio, la Confindustria invoca "lacrime e sangue" ma si guarda bene dall'aprire bocca sulla incredibile crescita del numero dei lavoratori in Cassa Integrazione che, nel primo quadrimestre del 1985, è intervenuta - secondo dati ISTAT - per un totale di 308.641.751 ore con un incremento del 13,5% rispetto allo stesso periodo dell'anno precedente.

Ma può durare? Dai dati esaminati all'inizio, circa gli effetti della introduzione delle nuove tecnologie sulla creazione di nuovi posti di lavoro, si è potuto constare che non vi è una relazione diretta, laddove crescita v'è stata, fra i due fenomeni. La crescita appare solo la conseguenza logica dell'espansione delle attività parassitarie ed in una fase in cui le nuove tecnologie hanno incontrato ostacoli non trascurabili alla loro espansione in tutti i settori.

I dati più recenti mostrano invece, il dimezzamento dei ritmi di crescita dell'occupazione nel settore dell'elettronica e la tendenza alla completa soppressione del lavoro indiretto.

La nuova organizzazione del lavoro degli uffici sta producendo una rivoluzione altrettanto significativa quanto quella della introduzione delle applicazioni sistemiche nei processi produttivi. La gestione del Magazzino con i sistemi tradizionali, ad esempio, implica una giacenza media dei prodotti circa trenta volte maggiore di quella che si ottiene con le gestioni computerizzate; ciò significa l'ineluttabilità della soppressione di tutte le mansioni previste dalle gestioni non automatizzate, prima ancora che per le economie provenienti dal risparmio di lavoro impiegatizio, per la drastica riduzione dei costi che si determina con la riduzione dei tempi di giacenza media.

Nella fabbrica del Duemila un piccolo gruppo di uomini dirigerà tutta l'attività senza partecipare direttamente alla produzione... Questi calcolatori coordineranno e controlleranno il lavoro di macchine collegate da sistemi automatici di movimentazione dei materiali... le specificazioni tecniche dei prodotti e dei componenti saranno contenute nelle memorie dei calcolatori e sarà possibile visionarli sui video o ottenere una riproduzione del disegno... ciò non sarà tuttavia necessario perché gli uffici che tradizionalmente avevano questi disegni saranno stati anch'essi automatizzati con l'uso dei computer... nel caso di produzione su commessa, le specificazioni del prodotto saranno trasmesse direttamente dal cliente al sistema computerizzato dell'impresa. (8)

L'uso del computer - aggiunge Chiaromonte - si svilupperà poi particolarmente in tutte le attività di progettazione, programmazione e scheduling [schedatura e registrazione dati - ndr] che oggi costituiscono ancora una attività prevalentemente labor intensive. Ma più che sulle prospettive di automazione delle singole attività, occorre puntare il riflettore sull'attività di coordinamento/integrazione di tutte le funzioni dell'impresa. Questa attività, oggi espletata prevalentemente da manager che utilizzano il calcolatore come supporto, sarà svolta direttamente dal computer centrale e dai suoi satelliti; ciò avverrà non solo per le funzioni direttamente produttive, ma anche per quelle di progettazione-programmazione; la stessa separazione oggi esistente tra manifacturing e design sarà domani molto pronunciata. (9)

La fabbrica qui descritta è una fabbrica che ha soppresso tutto o quasi il lavoro diretto, ma anche tutto quello indiretto, dal ragioniere all'ingegnere progettista fino al manager moderno che si avvale del suo lavoro di direzione del computer. Né - lo sottolineiamo - si deve pensare che siamo di fronte alla descrizione di semplici ipotesi di sviluppo; sono prospettive delineate sulla base di accurati studi sulle potenzialità delle macchine già esistenti ed operanti in numerosi centri di ricerca. La soppressione del lavoro indiretto è ormai alle soglie della fabbrica moderna ed in alcuni casi vi ha già fatto trionfale ingresso.

Diminuzione del monte-salari e domanda

Se calcoliamo che il lavoro indiretto, nei paesi e nelle realtà tecnologiche più avanzate, supera quello diretto o gli è equivalente, siamo in presenza di un altro immenso esercito che si accinge a riversare sul mercato del lavoro la propria offerta. Anche ammettendo che il settore dei servizi non venga toccato dalla ristrutturazione, non è assolutamente pensabile che esso possa espandersi fino a tal punto e ciò per due ordini di ragioni.

La prima, d'ordine generale, che abbiamo già illustrato e la seconda, più specifica e più significativa, che mostra come, anche negli Stati Uniti, il settore sia già giunto, rispetto ai tassi di disoccupazione crescenti nell'industria e nell'agricoltura, alla saturazione.

Secondo il Department ol Labor, alla fine del 1984, le retribuzioni medie nel settore dei servizi risultavano del 45% inferiori a quelle preesistenti nel settore stesso ed in quello dell'industria. Il settore, cioè, nonostante gli aiuti e le agevolazioni, non ha creato una domanda di lavoro equivalente le eccedenze degli altri settori, ma una notevolmente inferiore. Se anziché riferirsi al numero degli occupati usiamo quest'ultimo parametro ci accorgiamo che il monte salari complessivo è diminuito e non c'è ragione di ritenere che un'offerta supplementare di lavoro determinata dalla soppressione delle mansioni tipiche del lavoro indiretto non determini una nuova spinta al ribasso.

Dal punto di vista della domanda complessiva il numero degli occupati conta come indice in un certo potere d'acquisto esistente globalmente sul mercato e non in assoluto. Se, infatti, crescono gli occupati, ma i salari diminuiscono il monte salari si accrescerà solo della differenza fra il maggior numero di salari ed il loro minor valore. La domanda certamente si modifica, nel senso che, suddividendosi il potere d'acquisto fra un numero maggiore di famiglie, avremo un prevalere della domanda dei beni di prima necessità su quella dei beni secondari, ma in nessun caso avremo una sua espansione globale in ragione diretta alla crescita degli occupati. Se, poi, com'è nel nostro caso, si tratta di spostamento di lavoratori da un settore all'altro, la crescita nel settore d'ingresso a salari più bassi può determinare un riassorbimento del numero dei disoccupati, ma non il reintegro del potere d'acquisto complessivo.

La riduzione della domanda aggregata nei paesi a capitalismo avanzato, anche ammettendo un settore dei servizi che mantenga le sue posizioni, appare dunque ineluttabile. Il problema, d'altra parte, è già avvertito in realtà industriali come quella italiana, tant'è che in esse gli sforzi dei governi sono tutti protesi allo sviluppo delle esportazioni. Ma ancora di più ne sono testimoni i conflitti commerciali che lacerano la CEE al suo interno e gli scontri continui fra questa e gli Stati Uniti. Paradossalmente, il capitalista può ignorare il fatto che il plusvalore, di cui si sostanzia il profitto, provenga dallo sfruttamento del lavoro vivo; può anche licenziare e gioire per la conseguente riduzione dei costi, ma in nessun caso può ignorare che le sue merci vagano sul mercato in cerca di un compratore. Il plusvalore, benché estorto, deve essere cristallizzato in capitale e ciò avviene solo mediante la vendita delle merci.

La vendita presuppone, però, che vi siano dei compratori in numero adeguato rispetto alle capacità produttive del sistema. Questo numero varia, dal punto di vista meramente economico, in relazione alla struttura dei costi ed alla sua flessibilità, ma non può scendere oltre determinati livelli ed esattamente oltre il punto di equilibrio medio delle imprese per il quale si ottiene la migliore suddivisione dei costi per unità di prodotto ed il massimo profitto. Ora, anche ammettendo un settore dei servizi capace di mantenere i livelli attuali, appare evidente che il processo di espulsione di forza-lavoro dai processi produttivi, mediante l'introduzione di tecnologie che aumentano comunque la produttività del sistema, tende a creare una costante dicotomia fra le accresciute potenzialità produttive ed il restringimento costante dell'area dei possibili compratori. Occorrerebbe che si allargasse l'area delle esportazioni verso i paesi meno avanzati, ma ciò può avvenire alla sola condizione che si modifichino gli attuali rapporti di scambio a quest'ultimi sfavorevoli. Ma diversi rapporti di scambio significherebbero anche la rinuncia a quote di rendita che, abbiamo visto, sono invece proprio alla base dell'espansione o del mantenimento del terziario avanzato e non. In realtà siamo in presenza di un cerchio che si restringe sempre più, un cerchio che può essere spezzato soltanto dalla effettiva nascita di nuove aree produttive capaci di assorbire i lavoratori precedentemente espulsi, aree di cui, al momento, non si intravedono segni. In definitiva anche dal punto di vista ristretto dell'economia borghese, quale è quello che prende in esame i problemi economici dall'esclusivo punto di vista del mercato, appare evidente che un sistema capitalistico senza lavoro salariato è un puro non sense.

Giorgio

(1) Robotica e Lavoro negli Stati Uniti, F. Chiaromonte, pag. 91.

(2) Op. cit., pag. 18.

(3) Op. cit., pag. 61.

(4) Op. cit., pag. 63.

(5) Prometeo, n. 8, "Capitale senza lavoro".

(6) Le Scienze, luglio 1984.

(7) C. Romita, Amm. delegato Fiat, Ass. Conf. Maggio 1985.

(8) P. Groover e T.E. Hughes jr., A strategy for job shop automation, tratto da Robotica e Lavoro negli Stati Uniti, pag. 54.

(9) Op. cit., pag. 52.

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