La crisi dell’impero americano

I dati parlano di un insopportabile deficit federale e commerciale, di una perdurante disoccupazione, di perdita di competitività in quasi tutti i settori tradizionali della produzione, di un crescente impauperimento della popolazione, inasprimento delle tensioni commerciali, aggressività politica e militare in ogni angolo del mondo, e soprattutto, circolazione della crisi economica che, partita dal cuore dell'impero si è riversata sulla periferia favorendo il contraddittorio fenomeno della ristrutturazione-disoccupazione, esasperando il nazionalismo economico, e gettando le premesse di un conflitto più ampio e generalizzato di quelli attualmente in corso. Ecco perché l'analisi della crisi americana è l'analisi dell'attuale stato delle contraddizioni capitalistiche. Così come l'imperialismo americano ha -guidato il ciclo di accumulazione del capitalismo occidentale a partire dagli anni immediatamente successivi alla Seconda Guerra Mondiale, così la sua attuale crisi segna i ritmi della fine di questo processo con tutti i problemi che esso comporta, non ultimo il rischio di un terzo conflitto mondiale.

I contorni della crisi

La “scoperta” della crisi americana come fattore caratterizzante gli inizi degli anni ottanta, è una invenzione della sociologia politica internazionale, tanto più attonita, quanto forte appariva il dollaro e la sua economia. L'abitudine di vedere nell'economia americana il massimo della capacità espressiva, sia in senso tecnico che quantitativo, ha fatto sì che gli esempi della sua decadenza e della conseguente crisi mondiale, non venissero per tempo assunti come significativi o, peggio ancora non venissero per niente presi in considerazione. L'attuale stato dell'economia americana ha origini lontane, si colloca tra la fine degli anni sessanta e l'inizio degli anni settanta, a cavallo cioè del punto superiore di conversione di lungo periodo dell'economia mondiale, a chiusura di un ciclo economico apertosi con la fine del secondo conflitto mondiale. E pur vero che in questi quasi venti anni, sia per quanto riguarda l'andamento economico americano che quello del mercato internazionale, abbiamo assistito ad una serie ravvicinata di riprese e di recessioni di tipicità ciclica, ma è anche vero che l'andamento sinusoidale del periodo in considerazione è tutto compreso all'interno di un processo di decadenza, di cui l'economia americana è ancora una volta l'elemento trainante.

Facendo riferimento al 1971 come data formale dell'inizio della crisi, si constata come tutti gli indici di riferimento del suo assetto economico si siano progressivamente aggravati. Dalle poche decine di milioni di dollari di deficit commerciale e federale, si è passati agli attuali 170 e 190 miliardi di dollari che fanno degli USA il paese più indebitato del mondo, secondo a nessuno, nemmeno ai paesi dell'America Latina. Il tasso di incremento del PNL è andato via via riducendosi, nel settore industriale si è passati da un incremento del 10% nel 1976 all'attuale 3,9%. Interi settori produttivi sono andati progressivamente indebolendosi; la siderurgia, manifattura, chimica e metalmeccanica, per citare i più importanti, hanno perso ogni competitività sia sul mercato interno che internazionale. Persino l'agricoltura, per decenni fiore all'occhiello dell'economia americana, risente dell'andamento generale di crisi. Nello stesso periodo la disoccupazione è apparsa come un fenomeno incontrollabile, non soltanto negli schemi teorici della piena occupazione della teoria keynesiana, ma soprattutto nella pratica quotidiana della società americana, che ha visto ingigantirsi le file dei disoccupati, o dei parzialmente occupati, con indici paragonabili soltanto con quelli della grande depressione 1929-33. Già alle fine del 1975 i disoccupati erano arrivati alla ragguardevole cifra di 7.920.000 unità, per raggiungere i 10 milioni alla fine degli anni settanta. Mediamente, secondo i dati del Department of Labor, la disoccupazione è aumentata del 2% all'anno nel periodo 1971-79 e del 4% dal 1979 al 1984, anno in cui i disoccupati hanno superato quota 12 milioni, ma contemporaneamente, secondo le dichiarazioni del governo Reagan, si sarebbero creati ben sei milioni di posti di lavoro con un decremento disoccupazionale di quasi il 50%, riportando l'indice dei disoccupati sull'ordine dei 6 milioni. (1)

C'è da ritenere che il dato statistico sia stato pesantemente influenzato dalle preoccupazioni elettoralistiche, dato che nessun elemento economico è in grado di spiegare l'entità dal fenomeno. Va comunque registrato che nel periodo successivo, 1984-86, all'ipotetica cifra di 6 milioni e rotti di disoccupati se ne è sommato un altro milione che nessuna statistica ha potuto nascondere.

Secondo un'indagine dello stesso governo federale, datata fine 1986, negli USA, su una popolazione di 225 milioni di abitanti, ci sarebbero ben 24 milioni di diseredati privi di qualsiasi reddito o con un reddito inferiore ai 10 mila dollari all'anno, soglia al di sotto della quale si è socialmente ai limiti della sopravvivenza. Con l'aggiunta dei sette milioni di disoccupati si raggiunge quota 31 che dà il segno di come la decadenza della più grande potenza economica e finanziaria del mondo occidentale, non sia soltanto in termini produttivi di competitività, ma anche sociali.

Accanto al fenomeno crisi, inteso nella sua manifestazione strutturale, ovvero come crisi di accumulazione di lungo periodo, si sono innescati due processi, necessari quanto contraddittori: la speculazione e quella, che per semplicità di discorso, definiremo l'amministrazione della crisi. Entrambi i fenomeni non sono nuovi nella vita dei rapporti di produzione capitalistici, nuove sono invece le modalità imposte dalla concentrazione monopolistica e dalla centralizzazione del capitale finanziario, l'intensità, e le conseguenze sul mercato internazionale.

La speculazione, intesa come fuga di parte del capitale dai settori produttivi per cercare ambiti di valorizzazione “esterni”, pur essendo un tipico atteggiamento del capitale in tutte le fasi di crisi economica, nella specificità americana ha assunto livelli storici mai registrati precedentemente.

A fronte di settori industriali sempre meno competitivi nei confronti di quelli europei ed in particolare giapponese, quote crescenti di capitale finanziario hanno operato nella speculazione valutaria e borsistica; lo stesso governo federale ha fatto della speculazione sul dollaro una, se non la più importante, fonte di reperimento di nuovi capitali al fine di finanziare il deficit federale, penalizzando ulteriormente la già deficitaria condizione della struttura economica. Si calcola che dei 400 miliardi di dollari che la sopravalutazione del dollaro ha prodotto per le casse del governo federale dal 1980 al novembre del 1985, (2) ben pochi sono andati a sovvenzionare le crisi dei settori industriali tradizionali, le sole eccezioni sono rappresentate dalle imprese ad alta tecnologia e dal settore legato alle commesse militari. In ugual misura si è mosso il settore privato che ha indirizzato gli investimenti produttivi fuori dai confini nazionali, a Singapore, Formosa, Corea del Sud, ecc., contribuendo non poco al “miracolo” economico dei paesi cosiddetti di nuova industrializzazione.

L'altro fenomeno, quello dell'amministrazione della crisi, di maggiore complessità politica oltre che tecnica, ha consentito alla struttura imperialistica americana di esportare in parte gli effetti della propria crisi, facendo pagare un prezzo elevato sia ai paesi industrializzati, sia a tutta l'area del capitalismo periferico, che si è ritrovata nello spazio di dieci anni completamente strozzata, chiusa nella morsa della diminuzione dei prezzi delle materie prime e di un debito di cui non è in grado nemmeno di pagare gli interessi. Le tappe di questo processo, a partire sempre dalla data riferimento del 1971, sono state le progressive svalutazioni del dollaro, la politica di kissingeriana intesa a favorire l'aumento del prezzo del greggio, la politica dell'alto tasso di sconto e la conseguente sopravalutazione del dollaro, il tutto sorretto da rigurgiti di protezionismo commerciale, che in questi ultimissimi anni ha assunto toni caricaturali, tanto più grotteschi in quanto provenienti da un paese che del liberismo aveva fatto, in altri tempi, il vessillo della propria immagine economica. Tra i tanti episodi val la pena accennare soltanto all'inasprimento delle tasse sull'importazione dell'acciaio dalla Germania Federale e dal Brasile, su alcuni prodotti manifatturieri, e sulla pasta dall'Italia, la feroce lotta con tasse del 100% con il Giappone per l'importazione dei semiconduttori. Ma il protezionismo, la lotta commerciale, la svalutazione prima e la sopravvalutazione del dollaro poi, con l'intermezzo negli anni 1973-79 della cosiddetta crisi petrolifera, se hanno consentito all'imperialismo americano di ricrearsi margini di sopravvivenza, scaricando nello spazio esterno del mercato internazionale e diluendo nel tempo gli effetti della propria crisi, non gli hanno certamente permesso di superarne le cause che hanno posto in essere il fenomeno stesso. Si può dire, anzi, che questo processo di compressione e di diluizione ha finito per rendere internazionale il fenomeno, senza peraltro risolvere i problemi economici degli USA.

È stato proprio attraverso i canali del mercato commerciale e finanziario che si sono prodotti tutti gli effetti negativi dell'amministrazione della crisi, la dimensione internazionale, la sua circolarità. Contemporaneamente, l'imperialismo americano, come vedremo più avanti, non potendo operare sulle cause, ha amministrato gli effetti al meglio, ovvero ha imposto al restante mondo capitalistico una quota, sempre più pesante, della insolubilità delle proprie contraddizioni, inducendo crisi, sommando crisi a crisi, imbrigliando i partners commerciali più forti e annientando i più deboli. (3)

Un terzo aspetto, che dalla crisi economica prende immediatamente le mosse, è l'incremento dell'aggressività dell'imperialismo americano, aggressività non solo commerciale o politico-diplomatica, ma anche militare.

L'elenco sarebbe lunghissimo, per cui ci limitiamo a prendere in considerazione a livello di esempio solo i più recenti ed importanti. Ma una cosa va detta a cornice di questi episodi di arroganza e prevaricazione imperialistica. Quando il governo Reagan saliva alla Casa Bianca sotto la spinta della destra politica e dei settori speculativo-finanziari, la borghesia americana chiedeva una politica da grande potenza, un governo forte ed efficiente che riconsentisse al capitalismo americano di ricoprire quel ruolo di stato dominante, che gli fu proprio, ed in misura assoluta, negli anni della ricostruzione post-bellica. Una sorta di revanscismo economico e di leadership politica nel mondo occidentale fortemente messi in discussione e dalla grave crisi di competitività di tutto l'apparato produttivo e dalle cocenti sconfitte politico-militari patite dal Vietnam in poi. Lo smacco subito dalla "rivoluzione" iraniana, le crescenti difficoltà nella questione libanese e palestinese, la perdita di credibilità presso i maggiori alleati nell'area medio-orientale hanno operato come momenti di esasperazione di un processo già per altri versi in atto. Sin dal primo momento del suo insediamento l'amministrazione Reagan ha tentato di dare una risposta in positivo a questi problemi agendo sul doppio terreno delle necessità economiche e delle propensioni politiche, ricorrendo anche alla forza là dove le normali pressioni non erano più in grado di sortire effetti positivi.

A parte le covert actions, ovvero le operazioni amministrate dai servizi segreti, di cui la potenza americana si è sempre ed intensamente servita in tutte le occasioni ed in ogni angolo della terra, e che sotto questo aspetto vanno considerate come operazioni routinarie, l'eccezionalità e la gravità dell'imperialismo americano si sono manifestate in episodi aperti, trasparenti, anche se infarciti da menzogne politiche e diplomatiche, più o meno rozze, finalizzate a fungere da fattore giustificatorio.

Esempi: 1982 gli USA promuovono ed appoggiano l'operazione di pace in Libano dell'esercito israeliano, dopo le stragi di Sabra e Shatila danno voto negativo ad una risoluzione dell'ONU per un embargo totale nei confronti dello Stato di Israele. 1983, all'epoca dell'invio delle cosiddette Forze Multinazionali di Pace sempre nella martoriata terra libanese, il contingente americano allestisce immediatamente campi di addestramento militare per le forze cristiano-maronite, scegliendo il campo, prima ancora di fingere, se non altro per mera opportunità, equidistanza tra le parti in causa.

Nello stesso anno c'è l'incredibile episodio dell'invasione di Grenada, giustificato sol dal fatto che l'imperialismo americano ha così inteso sottolineare che nell'area del Caribe, dopo il lontano ma non ancora digerito evento cubano, non c'è assolutamente spazio per iniziative, ammesso che esistano, che non siano in sintonia con gli interessi e le strategie della grande potenza. La vigilanza e la brutale attività del grande gendarme stava ad indicare che l'importanza strategica dell'area era tale, che nemmeno uno scoglio, quale è Grenada, può sottrarsi ai voleri dell'impero, monito agli abitanti dello scoglio, ma anche a chi possa pensare di introdursi in una riserva di caccia che non gli appartiene.

Poi è stata la volta del basso Mediterraneo, obiettivo di secondo grado il “terrorista” Gheddafi, obiettivo primario la dichiarazione nei fatti che anche in quest'area strategica, chi può e deve prendere iniziative sono gli USA, il faro della “civiltà” occidentale. Se per fare questo occorreva un capro espiatorio, ebbene che lo si inventasse con tutto il corollario di menzogne e di disinformazione necessario. Ed ecco che la Libia diventa l'ispiratrice del dirottamento dell'Achille Lauro, Gheddafi è tout-court il finanziatore di tutti gli attentati che avvengono in Europa, a Parigi, a Roma, alla discoteca “La Belle” di Monaco. Non ha importanza se dopo le varie magistrature interessate scoprono che con il dirottamento dell'Achille Lauro Gheddafi non ha niente a che vedere, che gli attentati terroristici in Europa hanno come denominatore comune i servizi segreti siriani, l'importante è che tutto questo sia servito da giustificazione ad una operazione di guerra nel Mediterraneo, quale più appropriato scenario a quella politica dei muscoli tanto cara all'amministrazione Reagan.

Infine, l'episodio militare ancora in corso, contro la Repubblica Islamica degli Ajatollah.

Anche in questo caso, pur se nella fattispecie la situazione è molto più complessa interessando un'area geo-politica e strategica molto ampia, l'aggressività dell'imperialismo americano ha voluto indossare i panni dell'angelo vendicatore, ben sapendo che ad iniziare la guerra del Golfo è stato il governo di Saddam Hussein, che la cosiddetta guerra delle petroliere è partita ancora una volta da Bagdad e che sulla storia della positura delle mine c'è quantomeno da andare cauti.

L'approccio americano alla guerra del Golfo, culminato nella ennesima prova di forza, ha avuto dei preliminari, solo parzialmente venuti alla luce con il caso “Irangate” a riprova del fatto che le covert actions e le azioni di forza sono intercambiabili a seconda delle tensioni interne e delle necessità di affermazione sulla scena internazionale.

Come dire che il revanscismo economico e politico dell'imperialismo americano non lesina mezzi e strategie e che la loro frequenza ed intensità sono proporzionali solo allo stato di crisi interna, tanto più aggressivi e palesi, quindi, quanto maggiore è la difficoltà di far quadrare la politica di grande potenza con una crisi economica interna devastante in quasi tutti i settori della struttura economica.

Ciò non di meno, o proprio per questo, accanto ad un deficit federale che non ha riscontri nella storia contemporanea degli Stati Uniti, le spese militari stanziate dal governo Reagan nel periodo 1982-87 è di ben 1600 miliardi di dollari, cifra che in assoluto e percentualmente, se riferita al Pil, è nettamente superiore a quella della guerra del Viet-Nam.

L'aspetto paradossale e contraddittorio, tipico del muoversi del capitalismo nelle fasi di acute crisi è che, in questi anni del doppio mandato presidenziale, l'amministrazione Reagan si è più preoccupata di dotarsi di un potente apparato militare, di colmare il solco tecnico con la Russia nel campo degli armamenti tradizionali, di finanziare il tutto a scapito di un crescente buco federale e dei settori industriali non direttamente legati alle commesse militari, a fronte di una economia sempre più asfittica e meno competitiva, di un esercito di disoccupati che soltanto per i pannicelli della menzogna statistica non ha assunto dimensioni impressionanti. In più non c'è settore nello scacchiere politico internazionale che non sia invaso dalle operazioni della CIA a favore o contro governi e movimenti a seconda della loro collocazione nei confronti degli USA.

La crisi in cifre

Molto spesso, quando si vanno a commentare i dati statistici, soprattutto nel lungo periodo, ci si concentra sulla intensità perdendo di vista il fenomeno, a volte succede esattamente il contrario, ovvero nel valutare un fenomeno economico si tralascia di porne in evidenza la profondità. È quello che succede alla “scienza” economica borghese, non perché poco sofisticata o disattenta, ma, più pragmaticamente, perché conveniente.

Per quasi tre decenni, l'accademismo borghese, sotto la tutela della scuola Keynesiana, non solo aveva sancito l'inevitabilità del capitalismo come unica, assoluta forma possibile della organizzazione della produzione, ma aveva esteso come necessario corollario l'ormai raggiunta affidabilità delle politiche economiche anticicliche, ovvero la consacrazione del capitalismo maturo come armonico sviluppo delle forze produttive, all'interno del quale, crisi e piena occupazione si sarebbero fronteggiati come elementi estranei inconciliabili, frutto, la prima, di un passato storico irripetibile,condizione permanente, il secondo, nell'attualità sociale dei paesi ad alta industrializzazione. In chiave deterministica, per quanto, cioè, la base della determinazione economica può influire sulla elaborazione teorica di scuole di pensiero economiche, la lunga fase di accumulazione post bellica ha ingenerato negli interessati osservatori borghesi che, al di là di qualche disfunzione o di accidentali fattori di sproporzionalità perturbanti, il processo di valorizzazione del capitale, nei limiti consentiti da aree e strutture politiche dati, avrebbe potuto svilupparsi indefinitamente senza intoppi o grandi cedimenti di tensione.

L'ipotesi maturata nella fase storica di un accelerato sviluppo delle forze produttive, di lauti profitti e di espansione del mercato commerciale, era quella di un capitalismo sano non più vulnerabile da sconquassi economici e da tensioni sociali. L'ormai consacrato intervento dello stato nel mondo dei fattori economici, l'oculato dosaggio della domanda aggregata avevano fatto sì che anche negli ambienti borghesi più intelligenti, e non solo in quelli, (4) la speranza in un capitalismo inattaccabile è diventata una compiaciuta certezza. Inevitabile il ridondante annuncio della fine della utopia rivoluzionaria, a cui la stessa realtà neocapitalistica avrebbe tolto di sotto i piedi le fondamenta teoriche oltre che gli aneliti di pratiche e di strategie, derise quali reminiscenze ottocentesche che meglio avrebbero trovato posto nel museo delle ideologie che riproporsi astoricamente in un contesto sociale che quotidianamente le sbugiardava. In altri termini la fine dell'utopia rivoluzionaria sarebbe stata la diretta conseguenza della capacità del sistema capitalistico nel suo complesso di eliminare le proprie contraddizioni; come dire, niente crisi, niente rivoluzione, niente o poche tensioni sociali, niente lotta di classe.

In sede tecnica, la supponente “scienza” borghese riteneva che l'organizzazione di mercato monopolistico, sia nella versione privata, statale o mista, avendo parzialmente eliminato i meccanismi della concorrenza, gestendo tutte o quasi le categorie economiche dall'alto di un enorme processo di concentrazione dei mezzi di produzione e del capitale finanziario, condizionando come non mai l'elasticità della domanda sul mercato commerciale, fosse una condizione necessaria alle necessità di valorizzazione del capitale, e sufficiente a garantire la funzionalità anticiclica.

Ecco perché, quando il castello del neocapitalismo ha cominciato ad oscillare, i soliti osservatori si sono limitati a considerarne l'intensità per coefficienti statistici, a calcolare il perimetro del fenomeno, senza accorgersi che tutto ciò non solo era il segnale della più grande crisi dopo la chiusura della seconda guerra mondiale, ma che era la crisi del sistema capitalistico, pervenuto alla fase della sua massima espressione, la crisi del monopolio.

Sarebbe stato sufficiente mettere in fila su due colonne differenti i dati rilevanti per l'andamento economico degli USA negli anni 1945-65, e quelli dal 1971 in avanti, per accorgersi quale profondità avesse la crisi dell'impero e quali ripercussioni avrebbe inevitabilmente determinato in tutta l'area mondiale. Chi poi, anche nel milieu del marxismo rivoluzionario ha ritenuto di non cimentarsi con il fenomeno, o peggio ancora di non riconoscerlo, ha fatto opera di imbecillità politica.

Le cifre a volte non parlano, gridano, ed è quello che succede ogniqualvolta ai dati americani del ventennio 1945-65 si confrontano quelli dal 1971 in avanti. A migliore comprensione del declino dell'impero americano rispetto alle elevate posizioni di partenza va detto che, come per tutti i conflitti interimperialistici, anche la seconda guerra mondiale ha chiuso un ciclo di accumulazione per aprirne un altro, ha creato tutte le condizioni economiche e politiche per una radicale modificazione dei rapporti di forza all'interno del mercato, ha ridimensionato le ambizioni del vecchio imperialismo europeo, ma in più, ha presentato su di un piatto d'argento la possibilità per l'imperialismo americano di usufruire della distruzione bellica in Europa per grandi manovre economiche e finanziarie.

Non è un caso che già a Bretton Woods nasca un nuovo assetto finanziario ad immagine e somiglianza dell'economia americana. (5)

Né deve destare meraviglia quanto il piano Marshall abbia asservito le democrazie dell'Europa occidentale attraverso una serie di vincoli politici, il rispetto dei quali era la “conditio sine qua non” degli aiuti finanziari. Un altro aspetto, importantissimo ai fini della decifrazione di quel fenomeno che abbiamo definito di diluizione e compressione della crisi, che ha preso le mosse negli anni della ricostruzione economica del dopo guerra, è fornito dall'ingigantimento delle strutture di mercato oligomonopolistiche, nazionali e transnazionali. La centralizzazione cioè del capitale finanziario, in poche, grandi mani ha consentito come non mai la possibilità di intervento nei meccanismi della determinazione dei prezzi e della gestione della circolazione e del prezzo del denaro. Un esempio per tutti, secondo i dati OCSE, l'80% della produzione mondiale era ed è nelle mani del 5% dell'intero apparato produttivo capitalistico, ciò implicitamente dà la misura dello spazio occupato dall'imperialismo americano all'interno di quel 5%.

Tornando all'esame a fronte delle cifre, abbiamo agli inizi degli anni cinquanta un dominio finanziario e produttivo-commerciale pressoché assoluto da parte degli Stati Uniti. Il dollaro, oltre che essere in pratica l'unica divisa convertibile in oro, si propone come coefficiente universale negli scambi commerciali, ne consegue che la Banca Federale diventa una componente fondamentale nel favorire processi di inflazione e/o deflazione in settori o aree, coefficiente primario nell'oscillazione dei costi delle materie prime e condizione necessaria per investimenti di imprese private o statali a carattere transnazionale, ed infine agente speculatore sul mercato finanziario internazionale. L'apparato produttivo americano dominava sul mercato commerciale internazionale per una quota pari al 70%. Imprese e banche americane firmavano le più importanti operazioni economiche. Le riserve auree della Banca Federale ammontavano a 25,4 miliardi di dollari, mentre i restanti paesi dell'area occidentale potevano mettere insieme, sommando le rispettive scorte, non più di 9 miliardi di dollari.

Il saggio medio del profitto al lordo della tassazione si aggirava sul 16%, la bilancia commerciale registrava attivi da record mentre l'esportazione di capitale finanziario, sotto forma di investimenti produttivi, “aiuti” economici a fondo perso, prestiti a paesi alleati o da attirare nella propria area di influenza e sovvenzionamenti occulti, raggiungeva i massimi storici. In più l'imperialismo americano si avvale del 30% su tutti i depositi del FMI, rendendolo di fatto, un organismo finanziario alle sue dirette dipendenze.

A partire dal 1971 la situazione inizia a capovolgersi. Innanzitutto il segmento di mercato occupato dall'economia americana si riduce al 40%, segno inequivocabile di perdita di competitività, di ristagno produttivo e tecnologico, di crisi della capacità produttiva a partire dalla siderurgia e metalmeccanica.

Come primo effetto della crisi e della diminuita competitività dell'apparato industriale americano, si ha uno spostamento delle riserve auree che, attraverso i canali del mercato commerciale, defluiscono dalle casse della Banca federale per raggiungere i forzieri delle banche giapponesi, della Bundes Bank ecc. Il rilievo statiBank ecc. Il rilievo statistico indica un decremento americano delle scorte auree da 24.5 miliardi di dollari a 11.5, mentre il resto del mondo occidentale da 9 sale a 20 miliardi di dollari.

Va detto che nella fase terminale dell'exchange standard le cifre in sé non sono molto significative, ciò nonostante sono l'espressione di una linea di tendenza chiara che interpreta in termini di giacenze auree l'avvenuta modificazione dei rapporti di forza all'interno del mercato commerciale. Un altro dato negativo è fornito dal deficit commerciale, conseguenza dei fattori poc'anzi esposti.

Di ben altra portata, sia per gli effetti immediatamente riscontrabili sul processo di valorizzazione del capitale, che per l'analisi delle cause che hanno posto in essere la crisi dell'economia americana, è la caduta del saggio del profitto. (6)

Periodo %
1948-50 16,2%
1951-55 14,3%
1956-60 12,2%
1961-65 14,1%
1966-70 12,9%
1970 9,1%
1971 9,6%

Al riguardo le fonti non sono sempre d'accordo sulla uguaglianza degli indici. I dati emessi dallo stesso governo americano, dal National Incom and Product Accounts o dal FMI, pur non coincidendo perfettamente, sono sufficientemente omogenei per quanto riguarda l'intensità del fenomeno. Possiamo dire che nell'arco di quarant'anni la caduta del saggio di profitto nell'esperienza americana, si è espressa attorno al 30%.

In altra parte ci occuperemo più da vicino degli aspetti tecnici di questo fenomeno, del suo rapporto con la crisi di sovrapproduzione e più in generale della interazione, nel ciclo di accumulazione, di questi due fattori. Per il momento, nell'ambito della descrizione dei coefficienti che ci permettono, in senso descrittivo, di individuare i contorni della crisi va assunto, come dato primario, la caduta del saggio del profitto, e come fattore autonomo, peculiare allo sviluppo dei rapporti di produzione capitalistici, e come elemento acceleratore di tutti gli altri effetti della crisi, non ultima la cosiddetta saturazione del mercato. In altri termini la crisi dei profitti, prima ancora di essere un fatto commerciale che si esprime sul mercato, è un fatto tecnico che matura all'interno dei meccanismi dell'accumulazione capitalistica sotto la forma della modificazione del rapporto organico del capitale, ovvero nella divaricazione a forbice tra lavoro vivo e lavoro morto, rendendo sempre più inefficaci gli espedienti di controtendenza e sempre più difficile la necessità di valorizzazione del capitale. La gravità della crisi americana va commisurata anche, se non soprattutto, con questo dato statistico. La diminuzione del 30% del saggio del profitto di un arco di soli trent'anni, ha progressivamente messo in ginocchio il capitale industriale, ha accentuato il processo di industrializzazione le cui conseguenze si sono sommate negativamente al già precario stato dell'industria americana, ha sospinto sempre di più il capitale bancario verso gli investimenti all'estero e alla speculazione, ha infine esasperato il perverso effetto della pauperizzazione e della disoccupazione. Prendendo le mosse dai dati della tabella, che ha come riferimento il periodo 1848-71, sommati a tutti quelli precedentemente esposti, si ha la misura dello stato di allarme che si è espresso all'interno dell'allora amministrazione Nixon.

Nel tentativo di correre in qualche modo ai ripari, le misure nixoniane del 15 agosto del 1971 hanno finito per dare una dimensione internazionale alla crisi americana e per stravolgere l'intero sistema dei cambi raggiunto nell'ormai lontano periodo degli accordi di Bretton Woods.

La prima misura è prettamente di ordine protezionistico. L'analisi che ne era alla base dimostrava rozzezza ed immediatezza nei tentativi di risposta in termini di politica economica, ma anche sorpresa ed imbarazzo. L'approccio alla questione si concentrava sugli effetti e non sulle cause, il punto di riferimento e di applicazione era ancora una volta il mercato commerciale. In sintesi la misura di aumentare del 10% le tasse di importazione sulle merci che entravano negli Stati Uniti si appoggiava a questo contenuto: se l'economia americana è costretta ad importare più di quanto non riesca ad esportare è perché le merci americane sono meno competitive, ovvero sono vendute a prezzi relativi più alti delle merci giapponesi ed europee: quindi agire con una tassa protezionistica del 10% significa ridare fiato all'apparato commerciale americano, non certamente in assoluto, ma relativamente, almeno, a quel 10%. Niente di nuovo sotto il sole, da che mondo è mondo capitalistico, il tanto famigerato protezionismo rispunta puntualmente ogniqualvolta si è in presenza di una struttura economica nazionale in difficoltà, eventualmente la novità sta nel fatto che a praticare una simile politica è lo stato più industrializzato del mondo, quello che aveva dominato incontrastato sul mercato commerciale e che, proprio per questo, si era eretto a paladino del libero scambio.

Di maggiore interesse, invece, è il fatto che l'amministrazione Nixon si sia concentrata sui modi di contenere la superiore competitività delle merci estere, di limitare i danni sul mercato interno, senza intervenire sulle cause strutturali che hanno reso buona parte dell'apparato industriale meno competitivo e meno remunerativo per i capitali l'investimento.

La seconda misura, quella della svalutazione del dollaro che da una parità di 35 passa a quella di 38 dollari per oncia d'oro, anche se riguarda il versante monetario, è ancora una volta intesa ad agire positivamente sul mercato commerciale. Il primo obiettivo, infatti era quello di diminuire il prezzo delle merci agendo sulla diminuzione del loro valore espresso in dollari. Un altro modo, questa volta monetario, per riguadagnare margini di competitività commerciale, ma ancora una volta agendo sugli effetti del fenomeno crisi senza affrontarne le cause. In più la svalutazione del dollaro aveva la calcolata pretesa di fungere da calmieramento dell'incipiente deficit commerciale.

La terza, tanto grave quanto sconvolgente i precedenti equilibri monetari, è la dichiarazione di inconvertibilità del dollaro in oro. Questa misura è dovuta a due ordini di fattori. Il primo è rappresentato dalla preoccupazione del Ministero del Tesoro e del Governatore della Banca federale di non poter far fronte, nemmeno in piccola parte, alla copertura aurea di quella ingente massa di dollari collocati sul mercato monetario internazionale. Dati ufficiali non ne esistono, tuttavia fonti accreditate come l'OCSE e la Banca Mondiale, parlano, sempre riferendosi al 1971, di una copertura che a mala pena si sarebbe espressa attorno al 5%. Evidente, quindi, come l'incipiente crisi economica abbia minato le basi dell'exchanges standard e la fiducia nei confronti di quella divisa che sino a quel momento vi aveva dominato.

Il secondo fattore è sinonimo del terrore che ha colpito l'amministrazione Nixon, nel momento in cui si è fatta strada l'ipotesi, presso i dirigenti delle altre banche centrali e i grandi centri della speculazione internazionale, che la debolezza del dollaro creasse di lì a poco le condizioni per una seconda svalutazione. (7)

A quel punto, l'unico mezzo per evitare che la speculazione mondiale si presentasse agli "sportelli" della Banca Federale con tonnellate di dollari svalutati per chiedere in cambio l'equivalente in oro, era la dichiarazione di inconvertibilità del dollaro, anche se una simile misura era palesemente il sintomo di una grave crisi economica e di una dichiarata debolezza finanziaria

Ma tanto era e a tanto era arrivata l'amministrazione Nixon.

L'amministrazione della crisi

Negli anni immediatamente successivi le cose non sono migliorate. Ulteriori recessioni e ripresine si sono alternate in spazi di tempo brevissimi dilatando o restringendo tutti i coefficienti dell'apparato economico quali gli investimenti, il PNL, produzione, disoccupazione e sfruttamento degli impianti. Partendo da quest'ultimo dato si ha la seguente progressione:

Anno % Descr.
1971 75% quando l'utilizzazione degli impianti nel 1966 era del 92%
1972 78,5% ripresa economica
1973 83,0% espansione economica
1974 78,0% recessione economica
1975 65,0% depressione economica

Va subito rilevato come gli abituali termini di recessione, depressione, ripresa ed espansione, normalmente usati per indicare le fasi del ciclo economico di lungo periodo, in questo caso non valgano, in quanto espressione sì di fasi cicliche a curva sinusiodale con relativa alternanza degli indicatori percentuali, ma interamente compresi in una fase economica di decadenza il cui trend si esprime in termini complessivamente negativi nel lungo periodo, indipendentemente dal fatto che si manifestino momenti di apparente ripresa.

Se per comodità di discorso e per avere un punto di riferimento cronologico, adottiamo il 1971 come data formale della fine di un lungo ciclo di accumulazione e l'inizio della fase di decadenza della punta più avanzata del capitalismo occidentale, vediamo che i sedici anni che separano quella data al 1987 danno una progressione negativa di quasi tutti gli indici dell'economia americana. Ciò, come del resto in tutte le crisi di lungo periodo, non sta a significare che l'andamento della crisi sia stato uniforme e progressivo, ma soltanto che, nel computo finale gli indici negativi hanno avuto nettamente il sopravvento su quelli positivi in quanto sporadici e meno intensi.

D'altra parte nessuna delle cosiddette riprese che hanno caratterizzato l'esprimersi della crisi, sia nei primi anni settanta che successivamente, hanno potuto dare luogo ad un vero e proprio nuovo ciclo di accumulazione.

La puntualizzazione è importante non solo perché fa piazza pulita dell'immagine di un capitalismo dalle mille vite, continuamente in grado di opporre alle crisi la ripresa economica senza soluzione di continuità, ma anche per le implicazioni politiche. Analizzare la fase di decadenza del capitalismo, al di là delle inevitabili oscillazioni all'interno di una linea di tendenza chiaramente espressasi, e delle capacità di amministrazione della crisi stessa, significa considerare aperto il periodo che prelude ai grandi sconvolgimenti bellici e alle grandi sollevazioni di massa, con tutte le implicazioni politiche del caso.

Tornando ai dati, si ha una ulteriore svalutazione del dollaro nel 1973, a testimonianza del fatto che la politica dei “pannicelli caldi” non ha sortito alcun effetto positivo. Nel 1974 e 1975 si ha una diminuzione dello 0,5 nelle importazioni mentre le esportazioni diminuiscono rispettivamente del 3,5 e dell'8,5%. Allarmante è anche l'aumento del saggio dell'inflazione che passa dallo 0,2% nel 1973 all'11% nel 1974 e al 12% nel 1975. Nello stesso anno la disoccupazione raggiunge la cifra già citata di 7.920.000 unità. La diminuita competitività, la sottoutilizzazione degli impianti innescano i meccanismi del deficit commerciale che già nel 1974 raggiunge la cifra di 8 miliardi di dollari. Non deve sorprendere il fatto che soltanto un anno dopo la bilancia delle partite correnti si esprima in termini positivi, 1,3 miliardi di dollari. Il fenomeno è del tutto episodico e si giustifica con un incremento delle esportazioni dal settore agricolo, l'unico ancora trainante, prima di cadere anch'esso in crisi alla fine degli anni settanta, anche se non nella misura di quello industriale.

Come abbiamo accennato nella prima parte di questo lavoro la crisi ha colpito nel cuore il capitalismo occidentale proprio quando la "scienza" borghese riteneva di aver risolto i problemi del ciclo economico, quindi della crisi stessa. La presuntuosa convinzione si basava sul dato empirico di 25 anni di accumulazione ininterrotta senza gravi problemi di perturbazione del ciclo, e soprattutto sul fatto che la concentrazione dei mezzi di produzione caduta in poche ma solidissime mani, potesse essere una risposta storica ai guai del capitalismo. Un po' come dire, se la grande concentrazione monopolistica, dopo aver ridotto all'impotenza la concorrenza si trova di fronte, sul mercato, una domanda estremamente rigida, non in grado cioè di sottrarsi alle imposizioni dell'offerta, ha facile gioco nell'amministrare quantità di merci e prezzi senza nulla cedere alle necessità di valorizzaizone del capitale e, meglio ancora, sarebbe in grado di contenere, attraverso la politica dei prezzi monopolistici, quanto va perdendo sul piano della caduta del saggio del profitto. Per di più si scacciavano i fantasmi della crisi del 1929, esibendo una struttura finanziaria più sofisticata, “sempre e comunque” in grado di sottrarsi alle eventuali crisi del mercato commerciale, anzi di imporne i ritmi di sviluppo. Quando una Banca Centrale vende titoli di stato, compra azioni ed obbligazioni, impone la modificazione dei coefficienti di riserva dell'intero sistema creditizio, o interviene con la modificazione del tasso di sconto sulla determinazione degli interessi attivi e passivi degli istituti di credito, altro non fa che aumentare e diminuire il costo del denaro. Evidenti, in questo caso, i riflessi negativi o positivi nei confronti del mondo imprenditoriale, e quindi del mercato commerciale. Riuscire, in altri termini, ad intervenire sul piano della organizzazione della produzione, nella determinazione dei prezzi, contenendo i rischi, sempre presenti, della caduta del saggio del profitto, e garantendo tassi di valorizzazione del capitale su livelli sufficientemente remunerativi, sembra una più che adeguata garanzia al settore del capitalismo imprenditoriale. L'altra garanzia veniva dal mondo della finanza, sia nella versione statale che privata, per cui sembravano risolti tutti i maggiori problemi che avevano afflitto il capitalismo della fine degli anni venti, quali la quantità di danaro circolante, il costo del denaro, l'accesso al credito e il gioco con i fenomeni dell'inflazione e/o deflazione, riportando il tutto sempre in una posizione di equilibrio o, quantomeno di scongiurare il pericolo della crisi.

Il gioco delle apparenze era completato dalla figura di uno Stato sempre pronto ad intervenire nel mondo della produzione e della finanza, come momento equi-libratore, ricomponendo le sproporzioni tra settore produttivo e settore produttivo, tra il mondo della finanza e quello della produzione ecc. In aggiunta, il moderno Stato era in grado di sovvenzionare i settori in crisi attraverso crediti agevolati o vere e proprie concessioni economiche, di sostenere la domanda interna, “aggregandosi” sul mercato, di dare impulsi ad alcuni settori della produzione attraverso la politica delle commesse, non necessariamente solo sul terreno militare. In fine questo nuovo Stato, attraverso il Ministero del Tesoro imponeva le politiche monetarie alla Banca Centrale, operando quindi anche nel mondo della finanza e del controllo del capitale finanziario.

Ma la realtà è che la crisi ha colpito proprio queste strutture. Quella iniziatasi negli anni settanta è la crisi del monopolio, delle centrali finanziarie, che oltretutto ha messo a nudo i limiti dell'intervento dello stato nell'economia. Da qui, agli occhi attoniti della borghesia internazionale, la crisi della scuola Keynesiana, i ripensamenti sul welfarestate, il precipitoso ritorno alle politiche economiche care al monetarismo.

Cionondimeno, la struttura monopolistica, le sofisticate tecniche finanziarie, quanto il più o meno tempestivo intervento dello stato nei meccanismi della produzione e della finanza, se non potevano rappresentare il superamento delle contraddizioni dei rapporti di produzione capitalistici, ne hanno in qualche modo, e per un certo periodo di tempo, amministrato gli effetti.

L'elemento portante di tutta l'analisi del processo di crisi, che ha investito con gli USA l'area del capitalismo occidentale, va individuato proprio nei meccanismi che hanno consentito alle varie amministrazioni americane, da Nixon in poi, di collocare al di fuori del mercato americano parte delle negatività della crisi stessa, operando sia attraverso i canali del mercato commerciale che usufruendo dell'apparato finanziario, imponendo una sorta di circolazione della crisi, prima nell'area dei paesi ad alta industrializzazione, successivamente e di riflesso nei paesi della periferia capitalistica, socio-politicamente definiti come paesi in via di sviluppo, del terzo e del quarto mondo, ecc.

Questa circolazione della crisi, o l'amministrazione di questa attraverso la sua circolazione, spiega come il fenomeno crisi abbia assunto dimensioni internazionali, come abbia potuto diluirsi nel tempo senza scomparire, senza cioè ricreare le condizioni per un nuovo ciclo di accumulazione di lungo periodo, e soprattutto mostra come mai si sia reso necessario un gigantesco processo di ristrutturazione tecnologica nell'area del capitalismo avanzato a fronte di un sempre crescente indebitamento dei paesi periferici che non ha precedenti nella storia delle crisi moderne, né tantomeno nella storia del capitalismo internazionale dal 1945 ai giorni nostri.

Un primo esempio di gestione-scaricamento della crisi lo abbiamo proprio nel 1973, in occasione della quarta guerra arabo israeliana e del formale embargo petrolifero che i paesi della Lega Araba organizzarono contro il mondo occidentale e gli USA, operando lo storico aumento del prezzo del greggio di 8 dollari a barile.

Sbarazzando immediatamente il campo da insulse teorie le quali pretendono ed hanno preteso di spiegare l'ondata inflazionistica che si è abbattuta, proprio a partire da quegli anni, sul mondo industrializzato, esclusivamente con l'aumento del prezzo del greggio, va rilevato come il processo inflattivo si fosse già ampiamente espresso, e come il prezzo del greggio, al contrario di tutte le altre materie prime aventi mercato internazionale, sia rimasto inalterato per quasi quarant'anni.

Alle soglie del 1973, prima ancora che gli effetti dell'aumento del prezzo del greggio si facessero sentire, l'inflazione nel mondo occidentale si esprimeva già su valori attorno all'7%, con punte del 10,8% e dell'11,8% rispettivamente in Italia e Giappone.

Paese Inflazione al 1973 (%)
Stati Uniti 6,2
Germania 6,9
Italia 10,8
Gran Bretagna 9,1
Francia 7,3
Giappone 11,8

Sufficientemente indicativo appare l'andamento inflazionistico, così come lo si può vedere nella tabella. Ma se si entrasse più nel merito della lettura dell'indice statistico, vedremmo come l'inflazione, un po' dappertutto, ma con particolare riferimento all'economia americana, si sia espressa nei settori caratterizzati da forme di organizzazione di mercato oligo-monopolistiche. Ovvero l'inflazione della seconda metà degli anni settanta, prima ancora di esprimersi come inflazione da costi, già agiva come inflazione da monopolio. Nulla di più falso, quindi, imputare all'aumento del prezzo del greggio la responsabilità del fenomeno inflazionistico che già aveva preso le mosse per altre strade e per altre cause. Eventualmente al rincaro del greggio va attribuito un effetto moltiplicatore. Ma ai tempi, faceva molto comodo attribuire a cause esterne la responsabilità dell'andamento economico generale, e non solo inflazionistico, che era sull'orlo della recessione. La “crisi” petrolifera ben si addiceva come causa e scusante per le borghesie occidentali. Persino settori di “sinistra” hanno cavalcato la “crisi” petrolifera al contrario, plaudendo, cioè, alla presunta rivolta del Terzo Mondo contro lo strapotere dell'imperialismo occidentale, contro le multinazionali e le Sette Sorelle. Un modo come un altro, anche se le motivazioni ed il quadro politico che si voleva dipingere erano differenti, per avallare nel metodo l'erronea tesi dell'inflazione da costi, ovvero dell'inflazione da petrolio.

Nei fatti le cose si sono svolte in modo assai diverso e con andamenti ben più complessi. Innanzitutto si potrebbe dire che il rincaro del prezzo del greggio, ben lungi dall'essere la causa dell'inflazione della seconda metà degli anni settanta, ne sia in qualche modo l'effetto.

Il petrolio, come si diceva poc'anzi, è stata l'unica materia prima avente mercato internazionale a non vedere aumentare il suo prezzo dal 1900. Salvo variazioni di pochi centesimi, il suo prezzo tra il 1900 e il 1973 è oscillato tra gli 1,20 e 1,80 dollari a barile. Nel dettaglio abbiamo questa successione di prezzi:

  • 1,20 dollari nel 1900, periodo in cui si sono iniziati i primi sfruttamenti dei giacimenti mediorientali in Iran e Turchia.
  • 1,19 dollari, quasi trent'anni dopo nel bel mezzo della grande depressione del 1929. Oltrettutto la costanza del prezzo del greggio, in una fase di profonda crisi del mondo occidentale, non ha potuto che giovare alle devastate economie americane ed europee.
  • 1,10 dollari allo scoppio della seconda guerra mondiale. La forza dell'imperialismo americano ed occidentale riuscì ad usufruire anche nel periodo bellico di questa importantissima materia prima a fini energetici e strategici, ad un prezzo irrisorio, o comunque ad un prezzo che non soltanto rimane invariato, ma addirittura si riduceva, riducendo i costi di produzione e quindi bellici delle potenze che potevano accedervi.
  • 1,20 dollari ritorna ad essere il prezzo del greggio a barile alla fine della guerra. Chi, ancora una volta, ne fissò il prezzo fu il governo americano a nome delle solite Sette Sorelle, in un'assise di prestigio internazionale come Bretton Woods.
  • 1,70 è il prezzo a cui si giunge nel 1950, in piena fase di ricostruzione post bellica, come dire che per l'imperialismo internazionale il costo del petrolio, sia nella fase della guerra che nella fase della ricostruzione è stato ben poca cosa.
  • 1,80 si ha nel 1960 all'atto della costituzione dell'OPEC, sorto come cartello in senso produttivo e commerciale nel tentativo di opporsi al dominio delle multinazionali, stabilendo prezzi e quote di produzione. Se si confrontano gli indici di sostanziale stabilità del prezzo del greggio con gli indici di aumento delle altre materie prime, si ha l'impressionante divaricazione a forbice di incremento pressoché nullo del prezzo del petrolio a partire dal 1900 ed un incremento del 250% delle altre materie prime a partire soltanto dal 1945.

Anche in questo caso le cifre parlano da sole, ed era evidente che, a parte l'occasione-scusa della guerra del Kippur, l'aumento del prezzo del greggio fosse evento sufficientemente maturo e che la sua maturità dipendesse proporzionalmente dall'inflazione generalizzata attraverso la quale si esprimeva il mercato commerciale internazionale da sempre, e in misura particolare, nell'ultimo decennio. Ecco perché l'aumento del prezzo del greggio, prima ancora di essere un elemento aggiuntivo dell'inflazione nei paesi industrializzati, ne è stato una conseguenza.

L'evento dell'aumento di 8 dollari a barile nel 1973 e la successiva decisione dell'OPEC di agganciare il prezzo del greggio al saggio medio di inflazione dei paesi industrializzati, di per sé rilevante, è del tutto normale, anzi temporalmente tardivo rispetto all'andamento dei prezzi di tutte le altre materie prime.

Ma è proprio all'interno di questi meccanismi di azione-reazione, della spirale dalla inflazione-aumento del prezzo del greggio-inflazione, che si inserisce il primo tentativo di scaricamento degli effetti della crisi da parte americana.

Stabilito che l'aumento del prezzo del greggio è partito come fenomeno autonomo, per altro in enorme ritardo sia cronologicamente che per intensità, il gioco americano è consistito nel renderlo più intenso possibile.

Ai tempi, l'economia americana dipendeva dal petrolio medio-orientale per il suo fabbisogno energetico soltanto per il 12%, (8) mentre il restante mondo occidentale, compreso il Giappone, dipendeva tra l'80 e il 90%. Era evidente che l'aumento del prezzo del greggio avrebbe maggiormente colpito le economie di Germania e Giappone, mentre avrebbe appena sfiorato quella americana. In più va rilevato come i primi due paesi non possedessero una sola goccia di petrolio nel loro sottosuolo, mentre gli Stati Uniti potevano ancora contare su enormi giacimenti non sfruttati solo perché ritenuti non sufficientemente economici. Altrettanto evidente era che l'aumento del petrolio si sarebbe scaricato sui costi di produzione e quindi sui prezzi finali delle merci, e che tanto maggiore fosse l'indice di aumento del prezzo del petrolio, tanto maggiore sarebbe stato l'aumento del prezzo delle merci di quei paesi a maggiore competitività nei confronti degli Stati Uniti.

A quello stadio di sviluppo della situazione economica internazionale, con particolare riferimento a quanto stava maturando spontaneamente tra i paesi produttori di petrolio, alla strategia di Kissinger era sufficiente creare tutte le premesse politico-diplomatiche perché il fenomeno dell'aumento del prezzo del greggio prendesse il volo, con tutte le conseguenze del caso verso gli scomodi partner economici degli USA.

Il primo passo è stato quello politico, occorreva mostrare ai paesi del Medio Oriente che gli USA potevano essere loro alleati e che da questa alleanza avrebbero tratto vantaggio su tutti i terreni, non ultimo quello economico. L'opportunità fu fornita proprio dalla quarta guerra arabo-israeliana con il perentorio intervento americano che impedì ad Israele di infierire nei confronti dell'Egitto e creò le premesse per una soluzione negoziale del conflitto, fornendo ai paesi mediorientali una immagine ed una disponibilità nuove dell'imperialismo americano. Dissodato favorevolmente il terreno, il secondo passo è consistito nello stabilire rapporti commerciali, o meglio nel fornire di armi e tecnologia i paesi dell'area strategicamente più importanti. Allo scopo si mossero i numeri uno della diplomazia ufficiale e segreta dell'amministrazione americana. Oltre a Kissinger, fine tessitore della trama del petrolio, scese in campo anche William Colby, capo della CIA. In particolare Iran ed Arabia Saudita furono letteralmente investiti da un flusso di rifornimenti commerciali e militari impressionanti. Nello spazio di pochi mesi il volume di affari con l'Arabia dei Saud supera abbondantemente i 3 miliardi di dollari, mentre l'Iran dello scià, grazie alle forniture americane, nel solo spazio di due anni arriva ad essere la struttura militare più potente di tutto il Medio Oriente, con la quarta aviazione al mondo per aerei e piloti a disposizione. Il progetto, poi riuscito, di fare dei paesi del Golfo degli alleati fedeli e dell'Iran il gendarme armato della zona a più alta intensità strategica era iniziato.

È tra le pieghe degli accordi economici e delle rispettive propensioni strategiche che si materializza il disegno americano di influire sull'aumento del prezzo del greggio. Il regime Wahabbita di Feisal, in cambio di tecnologia nel settore petrolchimico ed agricolo, non poteva che vedere di buon occhio l'escalation dei prezzi del petrolio, soprattutto se alle spalle si sentiva la presenza di un colosso diplomatico come gli USA. Lo stesso discorso vale per lo scià, con la differenza che per l'erede di Ciro il Grande le fortune del petrolio dovevano servire ad ingigantire la sua potenza militare.

La progressione è impressionante. Mentre nel 1964 il regime dello scià destinava agli armamenti 241 miliardi di dollari, nel 1974 si passa alla cifra di 4 miliardi di dollari, a 10 nel 1977 ed infine a 12 nel 1979 alla vigilia della “rivoluzione” Khomeinista.

Sempre al 1979 l'apparato bellico iraniano contava 300 carri armati, 14000 avieri, 900 elicotteri da combattimento, 290 caccia bombardieri Phantom; 80 caccia supersonici F.14 e 160 caccia supersonici F.16.

Per la diplomazia americana fu poco più di un gioco soddisfare le diverse esigenze ed ambizioni dei due paesi del Golfo. L'unico problema fu quello di comporre i diversi approcci al rincaro del prezzo del greggio. Da un verso, Feisal riteneva di agire su di un piano di lenta progressione per non stravolgere più di tanto le reazioni della domanda internazionale, dall'altro lo scià Phalavi era maggiormente incline ad un aumento vertiginoso senza troppi calcoli, fiducioso sulle impossibilità di reazione della domanda.

Chiaro era comunque, per entrambi, subito imitati dagli Emirati del Golfo, che l'aumento del prezzo del greggio, oltre i limiti iniziali, voluto e sospinto da una grande potenza del mondo occidentale, avrebbe aperto prospettive inimmaginabili per tutti i governi dell'area. A Kissinger non rimaneva altro che soffiare sul fuoco e proporre forniture tecnologiche e militari sempre più consistenti e sofisticate. Oltrettutto, la nuova dimensione mediorientale si dimostrava per la economia americana un affare commerciale oltre che politico e strategico.

L'atipico intervento americano nel corso della guerra del Kippur che aveva, anche se solo temporaneamente, frustrato le ambizioni espansioniste del suo alleato Israele per una apertura ai paesi arabi, aveva come scopo immediato quello di agire sul prezzo e sui rubinetti del petrolio, e come obiettivo a lungo termine quello di insediarsi stabilmente nell'area, trasformando i paesi chiave in fiduciosi alleati.

Le conseguenze della manovra si fecero immediatamente sentire, anche se gli effetti furono di breve durata. Sotto la spinta del primo shock petrolifero, agli inizi del 1974, si ha un incremento nell'aumento dei prezzi all'esportazione in tutti i paesi industrializzati dipendenti dal petrolio arabo per il loro fabbisogno energetico.

In variazioni percentuali si passa da:

Paese 1973 1974
Germania 3,5% 15,1%
Italia 16,8% 42,0%
Gran Bretagna 12,5% 24,6%
Francia 9,6% 25,9%
Giappone 8,2% 38,7%

Per quanto riguarda l'aumento dei prezzi al consumo le variazioni percentuali annue nei medesimi paesi sono un po' più contenute ma ugualmente significative dell'efficacia dell'azione “caro petrolio”.

Paese 1973 1974
Germania 6,9% 7,0%
Italia 10,8% 19,1%
Gran Bretagna 9,1% 15,9%
Francia 7,3% 13,1%
Giappone 11,8 % 22,7%
Fonte OCSE

L'obiettivo, anche se limitato e contenuto, aveva raggiunto lo scopo. I prezzi al consumo e all'esportazione nei paesi industrializzati, direttamente in concorrenza con gli USA viaggiavano su livelli impensabili pochi mesi prima. Per i paesi colpiti, fatta eccezione per la Germania, il lungo lavoro di contenimento dell'inflazione, pagato pesantemente dalle rispettive classi operaie a colpi di licenziamenti e di decurtazione dei salari, inizierà a dare i suoi effetti soltanto alla fine degli anni settanta, ed in alcuni casi, come in Inghilterra ed in Italia, bisognerà attendere gli inizi degli anni ottanta. Anche in questo caso le forze politiche che hanno messo mano ai meccanismi che hanno presieduto al primo tentativo di esportazione della crisi hanno avuto un occhio di riguardo più per le questioni di mera competitività sul mercato, che per le cause che hanno favorito il declino dell'industria americana.

Un effetto non cercato, ma tuttavia operante, è quello subìto dai paesi periferici produttori e non produttori di petrolio. La manovra aveva come principale scopo quello di appesantire i costi di produzione dei paesi industrialmente avanzati e di sconvolgerne, per quanto possibile, i meccanismi di determinazione dei prezzi, ma a farne le spese sono stati anche i paesi del Terzo Mondo, entrati nella spirale inflazionistica come elementi accessori del “grande piano” ma non per questo meno penalizzati. Benché i prezzi di quasi tutte le materie prime fossero in ascesa, materie prime di cui i paesi periferici erano esportatori, inflazione e deficit commerciale si aprirono a forbice. Soprattutto nei paesi dell'America Latina, in pochi anni gli indici inflazionistici hanno raggiunto livelli storici, mentre l'ammontare dei debiti nei confronti del FMI e delle banche legate ai maggiori paesi industrializzati si è più che triplicato nello spazio di pochi anni.

Dal 1953 al 1973 il debito accumulato era di 138 miliardi di dollari, dal 1973 al 1979 di 480 con un incremento netto in soli sei anni di 350 miliardi di dollari. Il calvario di questi paesi, già pesantemente penalizzati dall'imperialismo americano, sotto forma di rapporti commerciali e finanziari di rapina, si inasprisce ulteriormente contribuendo a mettere in ginocchio le loro economie traballanti. Un altro effetto del “caro petrolio” fa sì che le economie di questi paesi vadano progressivamente legandosi più alle voraci esigenze delle banche internazionali che del FMI. Come cadere dalla padella alla brace, senza nessuna possibilità di scampo. Fino agli inizi degli anni settanta, il 65% del debito complessivo dei paesi periferici era verso il FMI e il restante 35% verso le banche internazionali, dopo il 1973 il rapporto si inverte, esponendo questi paesi alle oscillazioni dei tassi di interesse degli istituti di credito privati, molto più pesanti di quelli praticati dal FMI.

L'ingigantirsi del debito, ha creato, a sua volta, la necessità da parte di questi paesi di chiedere ulteriori prestiti per sostenere una economia di esportazione, l'unica in grado, secondo le direttive di politica economica del FMI, di garantire un minimo di solidità economica, e la restituzione dei prestiti con tanto di interessi.

Non è un caso che in questo periodo, dal 1973 al 1977 il numero dei paesi debitori salga da 36 a 50 e che la maggior parte di essi appartenga alla periferia del mercato capitalistico, con particolare riferimento ai paesi dell'America Latina. L'esposizione, infatti, delle banche private come del FMI in prestiti concessi è così distribuita:

Area %
America Latina 46%
Continente asiatico 38%
Continente africano 16%

Se è vero, come accredita l'ideologia borghese, che i prestiti sono serviti a questi paesi ad incrementare le esportazioni nel verso periferia-centro, dal 18 al 28% e nel settore manifatturiero dall'11 al 16%, è anche vero che il debito è diventato insopportabile per quelle economie e che l'importazione nel verso opposto centro-periferia, di beni strumentali e di tecnologia è passato dal già alto 30 al 40%. Il tutto nello scenario poco rassicurante di un mercato non più ricettivo che vedeva ridurre il volume della produzione complessiva e dei relativi scambi del 7%.

Un primo punto, quindi, da cui partire, nell'osservazione del processo di esportazione della crisi da parte dell'economia americana è rappresentato dagli effetti negativi che si sono scaricati attraverso il mercato sui paesi industrializzati e sui paesi della periferia, senza, peraltro, che il suddetto processo arrecasse molto vantaggio alla centrale economica che lo aveva protetto. L'economia americana, nel biennio 1974-75 permane in una situazione di recessione, la bilancia commerciale subisce sì variazioni in positivo, ma solo grazie alle esportazioni agricole, e solo nel 1976 l'ottusa “scienza” economica parla di ripresa, dovendosi contraddire l'anno successivo, a dimostrazione, ancora una volta, che l'andamento ciclico di lungo periodo stava lasciando il posto all'espressione di una crisi strisciante con deboli sussulti verso l'alto.

Ciononostante rimane come dato fermo il fatto che l'economia americana può godere di brevi boccate di ossigeno, che se non hanno potuto migliorare la situazione generale, hanno, se non altro, rallentato il trend negativo, imponendo al resto del mercato una quota di “digestione” della crisi, come una sorta di dividendo in negativo.

Una volta partito, il “caro” petrolio, ha camminato, anzi, corso con le sue gambe; dal 1973 al 1980 il prezzo del greggio è schizzato da 1,80 a 30-32 dollari a barile, contribuendo nello spazio di otto anni, alla determinazione di un altro fenomeno, parallelo a quello descritto precedentemente, ma di verso opposto. Un flusso di miliardi di dollari si è spostato dall'area dei paesi industrializzati verso quelli produttori di petrolio. Sull'intensità del flusso le fonti statistiche sono profondamente discordi. I dati OCSE e della Banca Mondiale parlano di un incasso netto nei paesi OPEC di 80-100 miliardi di dollari all'anno, i dati forniti dai paesi interessati, un fenomeno molto più contenuto pari ad un massimo di 50 miliardi di dollari. (9)

Non entrando nel merito della disputa quantitativa, e pur assumendo come valido il dato fornito dai paesi produttori, verosimilmente errato per difetto, si ha che nel giro di sei anni il flusso di petroldollari che dal mondo occidentale ha preso la strada del Medio Oriente, non è stato inferiore ai 300 miliardi di dollari.

Cifra di per sé rilevante, ma ancora più importante se incorniciata nel contesto economico generale in cui versava il mercato capitalistico internazionale non uscito dalle sacche della recessione.

Proprio sul finire degli anni settanta, il capitalismo europeo, sotto il peso di una crisi economica per molti aspetti devastante, andava inasprendo il rapporto capitale-forza lavoro con le politiche dei sacrifici, non dissimili, sotto qualsiasi latitudine, per obiettivi e metodi. Il metodo consisteva nel riguadagnare competitività sul mercato commerciale a danno della concorrenza riducendo il più possibile il costo del lavoro, facendo cioè pagare alla propria classe operaia il prezzo dell'antagonismo intercapitalistico esasperato dalle ristrettezze del mercato. L'obiettivo era quello di ristrutturare parte o tutto il settore produttivo con alti contenuti tecnologici, in modo da organizzare un apparato industriale in grado di reggere e/o superare la concorrenza. Nel suo complesso, l'intera operazione richiedeva ingenti quote di capitale, che al contrario in parte prendevano la strada del Medio Oriente.

Per gli USA, la preoccupazione era la stessa, anche se l'amministrazione Reagan non stava favorendo un processo di ristrutturazione come in Europa. Ma proprio per questo la preoccupazione americana era doppia. In un sistema economico falcidiato dalla crisi, con interi settori dell'apparato produttivo non più competitivi sul mercato internazionale, con impianti obsoleti da un punto di vista tecnologico, con una fuga di risorse finanziarie verso l'estero, e soprattutto con un apparato industriale al quale non si metteva mano per renderlo più competitivo, la fame di capitali era enorme. Per di più, in quegli anni matura nell'amministrazione Reagan la convinzione che il futuro dell'imperialismo americano fosse prevalentemente nella gestione su scala internazionale del capitale finanziario, lasciando che la struttura produttiva cercasse da sola le vie di uscita, oppure che si producesse il fenomeno della cosiddetta deindustrializzazione nei settori meno competitivi. Di questa fame di capitali, o meglio di controllo del capitale finanziario, altrove creato, non importa se commercialmente o produttivamente, quello da rendita petrolifera ne costituiva comunque una buona quota parte.

Ed in questi termini e con queste premesse che nel campo occidentale si è affrontato il problema del riciclaggio dei petrodollari.

L'aspettativa era che l'ingente quantità di petrodollari pervenuta in una area di sottosviluppo, potesse rappresentare il trampolino di lancio per un processo di industrializzazione. Il che avrebbe riproposto i detentori di petrodollari sul mercato commerciale sotto forma di domanda di beni strumentali, servizi e tecnologia, garantendo così il ritorno nell'area industrializzata dei petrodollari. Nella realtà, però, le borghesie dei paesi industrializzati si sono dovute ben presto accorgere di quanto fossero vane quelle aspettative, o comunque lontane dal loro pieno soddisfacimento.

Le borghesie arabe, una volta soddisfatte le necessità tecnologiche dell'industria di estrazione del petrolio e nel caso dell'Iran e della Arabia Saudita, dei primi impianti petrolchimici, e dato un maggiore impulso all'agricoltura con nuovi impianti di urea e, per completare l'opera, commissionata la costruzione di qualche “cattedrale” nel deserto come l'aeroporto di Kuwait, di processo di industrializzazione non se ne è più parlato.

Certamente la maggiore disponibilità economica delle borghesie del petrolio ha incrementato la domanda di beni di consumo e di lusso, ma lo sperato riciclaggio dei petrodollari è rimasta una operazione ferma sulla carta.

Dall'Arabia Saudita agli Emirati Riuniti, dall'Iran al Kuwait si è espressa la tendenza, tipica del capitalismo parassitario, di investire il capitale fuori dagli angusti confini mediorientali sul mercato delle eurodivise, del dollaro, in titoli pubblici ecc.

A quel punto si è scatenata una vera e propria lotta tra gli istituti di credito internazionali per mettere le mani sulle quote più consistenti della propensione speculativa dei petrodollari. Qui si inserisce il secondo, grande episodio di amministrazione della crisi, con gli effetti che vedremo più avanti, della amministrazione americana. Come già messo in rilievo precedentemente, l'asfittica economia americana aveva enorme bisogno di capitali nuovi, di gestire centralmente un processo internazionale di concentrazione di capitale finanziario. Il problema tecnico era quello di creare le migliori condizioni perché i petrodollari, come parte del capitale speculativo fluttuante, prendesse la strada delle banche americane. La strategia che ne stava a monte era che si rispondesse alla crisi dei settori industriali con la capacità di gestione del capitale finanziario proveniente dai quattro angoli del mercato monetario mondiale, Medio Oriente compreso.

Per operare su questo terreno occorreva una sola cosa, che le banche americane concedessero interessi elevati, così elevati rispetto agli altri sistemi di credito, da vincere ogni titubanza o incertezza della speculazione internazionale.

Su questo aspetto potevano certo influire le decisioni del Ministero del Tesoro e della Banca Federale, operando sul tasso di sconto. La manovra ebbe inizio nella seconda parte del '79, i tassi di interesse praticati dalle banche americane non avevano concorrenti e ben 400 miliardi di dollari, stando alle stesse fonti americane, affluirono oltre oceano tra il 1979 e il 1985, sotto forma di depositi bancari, investimenti di dollari, acquisto di titoli pubblici e solo in minima parte, in acquisto di azioni ed obbligazioni a testimonianza della sfiducia che la speculazione internazionale aveva nei confronti dell'apparato industriale americano. La politica dell'alto tasso di sconto e degli alti interessi praticati dalle banche aveva colpito nel segno, anche se la riuscita ma-novra finanziaria finiva per accentuare le difficoltà del mondo della produzione.

Un primo effetto indotto, infatti, quello della sopra-valutazione del dollaro, arrivato ad un apprezzamento, in pochissimo tempo, di oltre il 50%, se da un lato procurava lauti, quanto vertiginosi guadagni alle centrali finanziarie, dall'altro penalizzava ulteriormente le esportazioni delle merci americane, i cui prezzi si esprimevano naturalmente in dollari, e più la divisa era sopravalutata e meno le merci trovavano una collocazione competitiva sul mercato internazionale. In aggiunta, la politica dell'alto tasso di sconto con i relativi alti tassi di interesse praticati dalle banche rendevano molto caro il costo del danaro sul mercato monetario interno, quasi impossibile l'accesso al credito per la maggior parte degli imprenditori americani, tutto a danno dell'economia e delle possibilità di ristrutturazione, sia nel breve che nel medio periodo.

È proprio in questi anni di sfrenata corsa alla speculazione finanziaria che gli USA perdono definitivamente la corsa con l'Europa e con il Giappone, alla ristrutturazione economica ed alla possibilità di un ritorno in termini competitivi sul mercato internazionale. Ed è sempre in questi anni che si ingigantiscono, oltre ogni misura le possibilità di realistica amministrazione dei due deficit, quello commerciale e quello federale, indici, comunque li si voglia considerare, di un malessere crescente e progressivo, e certamente non episodico e congiunturale.

La scelta della via finanziaria, non solo come mezzo di sostegno alle conseguenze negative della crisi apertasi agli inizi degli anni settanta, ma anche, se non soprattutto, come punto di arrivo e modo di collocarsi dell'imperialismo americano all'interno del mercato, andava imponendo soluzioni tecniche che fossero compatibili con l'obiettivo primario.

Il parziale o mancato sostegno alla struttura produttiva e quindi al deficit commerciale, che ha consentito al capitalismo tedesco e giapponese di prodursi su surplus commerciali di 50 e 80 miliardi di dollari, e a quello italiano di raggiungere in alcuni settori il 5o posto nella scala dei valori del capitalismo occidentale era alla base dello spostamento e della ulteriore concentrazione del capitale finanziario verso attività speculative o imprenditoriali, ma al di fuori dei propri confini, ovvero la condizione necessaria alla realizzazione della “via finanziaria”.

Dopo il “caro petrolio” compare così il “caro dollaro”, il secondo in parte conseguenza del primo, e il primo premessa commerciale alle prospettive finanziarie del secondo.

Lasciate al loro destino la siderurgia, la metallurgia e la metalmeccanica, l'amministrazione Reagan, ovvero la versione finanziaria del governo americano, ha usato i proventi della politica degli alti tassi di interesse ed il crescente deficit del debito pubblico, finanziato dalla speculazione interna ed internazionale sotto forma di massicci acquisti di titoli pubblici emessi della Banca Federale, per concentrare il proprio interesse su tre settori.

Il primo, quello militare, importantissimo per le implicazioni politico-strategiche oltre che produttive. Tra il 1982 e l'anno in corso (1987) sono stati stanziati la bellezza di 1600 miliardi di dollari per gli armamenti, letteralmente fagocitati da quelle strutture produttive legate alla difesa nazionale. L'80% della torta se lo sono spartito tra la ITT, IBM, RCA, General Electric, General Dinamic, Lockheed, Mac Donnel-Douglas. Il faraonico progetto si è allineato sull'incremento costante in termini percentuali del PNL.

All'esordio della amministrazione Reagan le spese militari coprivano soltanto il 5,2% del PNL. Nel 1981 si passa al 5,5 nel 1982 al 6,1 nel 1983 al 6,5 ed infine 8,1 nel 1986. Con queste percentuali il governo Reagan si accinge ad essere il più spendaccione per le forniture militari di tutte le altre amministrazioni del secondo dopo guerra. Un altro record sta per essere raggiunto nel rapporto tra la spesa sociale e quella militare nelle voci del bilancio federale. (10)

Anno Spesa militare Spesa sociale
1980 20,6 55,9
1983 26,4 54,3
1986 28,2 50,8

Queste cifre danno un'altra chiave di lettura dello stato di disagio della società americana per quanto riguarda la propensione dell'amministrazione centrale a contenere il più possibile le spese sociali. Qualcuno ha voluto leggere in questa propensione un progressivo disimpegno dello stato nelle questioni economiche, una specie di de-welfare o di ritorno alle origini del capitalismo. In realtà, lo stato americano, pressato dalla crisi interna ha dovuto tagliare le spese improduttive, limitare i danni nei settori meno remunerativi e, al contempo inserirsi più massicciamente là dove la sua presenza politico-amministrativa e i gestore del debito pubblico si faceva più necessaria.

D'acchito l'amministrazione Reagan opera gravissimi tagli alla spesa pubblica soprattutto nel settore assistenziale e previdenziale, già tradizionalmente limitato nella esperienza americana. Pensioni, assistenza sanitaria, fondi infortuni vengono lasciati alla "libera" iniziativa del cittadino e degli enti privati. Persino una istituzione storica come la Woman-Infants-Children-Food Program, vanto dell'assistenzialità americana ha visto ridicolizzarsi le sovvenzioni da parte degli organismi statali, i quali a partire dal 1981 hanno portato la cifra da 24,8 a 8,7 miliardi di dollari. È un esempio singolo ma sufficientemente significativo del taglio di tutti i rami secchi, tipico di una economia ridotta a lesinare il centesimo. Contemporaneamente, sul versante del fisco, lo stato è intervenuto a partire dal 1981, con una defiscalizzazione ponderata, in base alla quale aumentava l'imponibile dei soggetti economici a basso reddito e diminuiva quello dei soggetti economici ad alto reddito. Secondo i calcoli del Congressional Budget Office, la defiscalizzazione del 1981 avrebbe avuto come conseguenza che il 22% delle famiglie con un reddito inferiore ai 10000 dollari avrebbero pagato in più all'anno 200 dollari. Il 25% delle famiglie con reddito compreso tra i 10 mila e i 20 mila dollari ne avrebbero invece risparmiati 300 all'anno. La fascia di reddito compresa tra i 40 mila e gli 80 mila dollari avrebbe risparmiato ben 1940 dollari, ed infine l'1,2% con reddito superiore agli 80 mila dollari la quota risparmiata sarebbe stata di 16100 dollari.

Una defiscalizzazione mirata alla difesa dei redditi medio alti con buona pace per le classi meno abbienti ed il ceto proletario. Il tutto era in sintonia col fatto che se il deficit pubblico doveva aumentare, meglio sarebbe stato andare incontro ai settori imprenditoriali già pesantemente penalizzati dalla crisi economica, dall'aumento del costo del danaro e dalla non volontà da parte dello stato di concedere crediti agevolati. L'unica strada percorribile era quella di alleviare il peso del fisco nei confronti delle Corporation. Si passò così da una tassazione del 12,5% del 1980, al 10,2 del 1981, al 7,5 nel 1982. Anche questo sforzo però negli anni successivi è andato scemando, lasciando le cose come stavano, paventando anzi la necessità di inasprire l'aspetto fiscale come una delle soluzioni al deficit interno. D'altra parte, l'enorme sforzo di convogliare verso il settore della produzione militare buona parte degli introiti di capitale, non poteva a lungo essere intaccata, anche se marginalmente, da una politica fiscale eccessivamente possibilistica nei settori dell'economia tradizionale. Una boccata di ossigeno e non più di tanto doveva essere il contenuto della defiscalizzazione con un occhio di riguardo più agli aspetti politici di contenimento del crescente malcontento del mondo imprenditoriale, che un serio tentativo di gettare le basi di una ripresa, anche se parziale, dell'economia americana.

Il secondo settore, scelto come obiettivo strategico, quindi suscettibile di assorbire finanziamenti e crediti agevolati, è stato quello della alta tecnologia. La contropartita alla parziale deindustrializzazione doveva potenziare i settori del futuro, quali il terziario e le Hightech, ovvero il dominio del domani. Già nel corso degli anni settanta la struttura americana si era orientata verso il settore dei servizi il quale rappresentava i 2/3 del PNL fornendo il 70% della occupazione della forza lavoro. La crisi economica non ha fatto altro che accelerare quel processo, imponendo alle risorse finanziarie di convergere verso l'alta tecnologia e la ricerca scientifica. Anche in questo campo le cifre sono enormi, benché arrivino a quelle della spesa militare. Nel 1979 gli investimenti in tecnologia erano di 57 miliardi di dollari, nel 1984 di 97, nel 1986 di 200. Stando alle statistiche OCSE, la cifra spesa l'anno scorso negli USA è stata pari al 50% degli investimenti in tecnologia di tutti gli altri paesi industrializzati (Giappone, Germania Federale, Francia ed Inghilterra). Un altro esempio è fornito dagli investimenti della General Motors nel settore non automobilistico, che sono pari a quelli stanziati complessivamente da Argentina, Brasile e Messico.

I settori di impiego partono dalla microelettronica (micro-chips, computers, robotica) con applicazioni nelle telecomunicazioni, nella informatica in generale e nei servizi. Nella biotecnologia (fertilizzanti, ingegneria genetica, fusione cellulare), nella tecnologia dei metalli ad uso industriale e bellico, ed infine nella diversificazione delle fonti di energia con particolare riferimento agli studi della bio-massa. La speranza era quella di ripercorrere ed ampliare le esperienze della Silicon Valley, della Route 128 nella provincia di Boston e del Research Triangle della North Carolina. Ma nonostante gli sforzi, le cose non sono andate nel giusto verso. La pretesa americana di guadagnare competitività e spazi di mercato nel settore dell'alta tecnologia, in modo da proporsi di lì a qualche tempo come forza monopolistica, va scomparendo. Nel periodo 1980-86, proprio quando l'amministrazione Reagan ha prodotto il massimo sforzo in quel senso, a scapito persino della riorganizzazione industriale, la punta di diamante della High Tech, la Silicon Valley, ha registrato la scomparsa di 17 mila posti di lavoro, con una inutilizzazione degli impianti pari al 34%.

La crisi di settore la si può leggere anche attraverso i dati forniti dallo stesso governo. Nel 1980 si registrava un saldo attivo di 27 miliardi di dollari, nel 1986 un passivo di 2,5 miliardi di dollari. Dietro queste cifre ci sta un aumento delle esportazioni di tecnologia del 29% ed un aumento delle importazioni del 165%. L'accentuata perdita di competitività è registrata proprio nei confronti del maggiore antagonista, il Giappone, con il quale il deficit commerciale nel settore tecnologico è aumentato nel 1986 del 489%. (11)

Le cifre danno un senso anche alla isterica reazione americana, nella primavera scorsa, riguardo a quella che è stata definita la guerra dei micro-cips. L'irritazione del governo americano, infatti, non era dovuta alla cifra, di per sé irrilevante, di poche decine di milioni di dollari nell'interscambio con il Giappone per quanto riguardava un singolo spicchio di mercato tecnologico, ma alla evidente constatazione che tutta l'impostazione strategica sull'alta tecnologia non dava segnali positivi, anzi al deficit commerciale classico si doveva aggiungere anche quello tecnologico, ed ancora una volta nei confronti del Giappone.

Ciò non sta a significare che l'investimento nell'alta tecnologia non abbia dato i suoi frutti e che sia da considerare completamente negativo in termini di profitti e di competitività, ma soltanto che lo sforzo finanziario ha reso meno del previsto, recuperando solo in parte quanto si era andato perdendo nel tradizionale settore della produzione.

Di ben altra portata sono i risultati nel terzo settore di intervento, quello dell'esportazione di capitale finanziario. Potrebbe sembrare una contraddizione nei termini, quando si parla di un sistema economico che per attirare capitali opera sulle politiche di tecnica creditizia, quale è la manovra sul tasso di sconto, per poi presentarsi come esportatore di quello stesso capitale finanziario fatto pervenire al proprio interno. Ma la contraddizione è solo apparente così come i meccanismi di appropriazione di capitali sul mercato finanziario sono funzionali al successivo processo di valorizzazione che ha maggiori possibilità di realizzarsi su mercati periferici, che non su quello nazionale attraversato da una crisi strisciante. Con il 1980 i centri di potere finanziario americani, hanno preferito investire all'estero, in modo particolare su quei mercati caratterizzati da un costo della mano d'opera basso o relativamente più basso di quello imposto dalle strutture sociali dei paesi avanzati. Anzi, per gli operatori finanziari americani, fuggire il mercato interno, obsoleto in parte, non competitivo in quasi tutti i settori, dimenticato persino dagli organismi statali che, come abbiamo visto, hanno spostato l'asse del proprio interesse in altri ambiti, con una necessità di ristrutturazione tecnologicamente avanzata, richiesta da più parti ma sistematicamente elusa, stava diventando una necessità sempre più pressante. In questa fase l'imperialismo americano ha accentuato l'espropriazione di plusvalore prodotto nei quattro angoli del mondo, proponendosi come momento primo da un punto di vista finanziario.

C'è da aggiungere che la manovra del tasso di sconto, ovvero la politica degli alti tassi di interesse non è certamente nuova e per nulla sconosciuta all'imperialismo europeo e giapponese, che anche su questo terreno avevano tutto l'interesse a porsi in competizione con il disegno americano. Ma ciò che ha determinato la differenza e che ha consentito all'imperialismo americano di uscire vittorioso dalla disputa finanziaria, è essenzialmente dovuto alla diversa risposta che si è tentato di dare alla crisi sia del mercato internazionale, che interna ai singoli schieramenti nazionali. Mentre Europa e Giappone hanno puntato sull'asse produttivo-commerciale, ponendo in essere, a partire da quegli anni, un gigantesco processo di ristrutturazione, coinvolgendo in esso enormi risorse tecniche e finanziarie, nel tentativo, in parte riuscito, di disputarsi in termini di competitività la quota di mercato lasciata libera dall'apparato industriale americano, dall'altra parte dell'oceano si è puntato sulla ulteriore centralizzazione del capitale finanziario abbandonando al loro destino quei settori produttivi non autonomamente in grado di galleggiare nel mare della competizione internazionale. Ne conseguiva, come necessario corollario, che in Europa ed in Giappone una politica al rialzo del tasso di sconto avrebbe determinato sul mercato finanziario interno un eccessivo aumento del costo del danaro, penalizzando i settori imprenditoriali, proprio quelli che avrebbero dovuto avere un più facile accesso al mercato dei capitali come condizione prima del loro processo di ristrutturazione. La scelta strategica euro-nipponica, non solo non poteva percorrere le strade degli alti interessi e quindi dell'alto costo del denaro, ma al contrario doveva indirizzarsi nella direzione opposta, pena l'inconciliabilità tra le esigenze della ristrutturazione e le fattive possibilità della sua realizzazione.

Esattamente il contrario di quanto stava accadendo in Usa. L'amministrazione Reagan non puntando sul processo di ristrutturazione economica, ha potuto per ben sei anni, teorizzare e praticare una politica dell'alto tasso di sconto, quale strumento di accaparramento di capitale dal mercato finanziario internazionale. In più l'apparato economico americano ha potuto usufruire di una situazione favorevole anche se dì poco, riguardo il problema dell'inflazione. Agli inizi degli anni ottanta il tasso medio di inflazione era di due/tre punti inferiore a quelli degli altri paesi maggiormente industrializzati. Una politica dall'alto costo del denaro avrebbe inevitabilmente penalizzato di più i paesi ad alto rischio e indice inflazionistico, riproponendo gli spauracchi degli anni settanta.

La concomitanza di questi fattori con la scelta strategica di fondo hanno contribuito, pur nel perdurare della crisi, ad accentuare un processo storicamente in atto, quello dell'imperialismo come momento di dominio del capitale finanziario, speculativo e parassitario, il classico tagliatore di cedole di leniniana memoria, a cui non interessa come e dove si è prodotto plus valore, ma soltanto la sua realizzazione in termini da valore capitale che genera altro valore capitale.

Oggi più di ieri l'imperialismo è sinonimo di controllo dei mercati delle materie prime, (petrolio, tungsteno e fosfati innanzitutto), ricerca della supremazia nel processo di commercializzazione delle merci, ricerca tanto più affannosa ed aspra quanto è profonda la crisi dell'intero mondo capitalistico, sfruttamento delle aree periferiche, intese sia come mercato di sfogo dell'eccedenza produttiva delle metropoli capitalistiche, che come terreno di conquista e di impiego di mano d'opera sottopagata. In più il moderno imperialismo ha accentuato la centralizzazione del capitale finanziario, la sua gestione monopolistica, favorendo al contempo la decentralizzazione della produzione verso le aree periferiche, innescando il fenomeno della proletarizzazione, là dove lo sviluppo autonomo dei rapporti di produzione capitalistici era ancor ben lontano dal produrlo nei modi e nell'intensità conosciuti.

La crisi strisciante che ha attraversato l'economia americana, e che ancora permane all'interno delle sue strutture, ha fatto da momento di accelerazione di tutti fenomeni che sono tipici della fase parassitaria dell'imperialismo. In questi quindici anni la struttura economica americana ha subito modificazioni sostanziali che l'hanno trasformata da grande potenza essenzialmente produttivo-commerciale quale è stata per tutto il periodo del secondo dopo guerra, in potenza militare-finanziaria a partire dagli inizi degli anni settanta, modificazioni che sono tuttora in corso ma che già sono in grado di fornire una connotazione definitiva dell'assetto attuale e futuro dell'imperialismo americano.

L'immagine che sempre più sta emergendo, è quella di uno stato nel quale alla deindustrializzazione interna fa riscontro la decentrazione produttiva in aree periferiche controllate politicamente e finanziariamente. Meno produzione e più servizi all'interno, più investimenti e maggiore richiesta dì mano d'opera sottopagata all'esterno.

Le grandi banche, centri del potere speculativo, le colossali multinazionali a prevalente capitale finanziario americano si sono compiutamente collocate all'interno di questa prospettiva strategica, sorrette e politicamente coperte dallo stesso Stato, con una operatività finanziaria finalizzata su tre aree di intervento.

  • Anticipazione di capitali per lo scambio delle merci.
  • Anticipazione di capitali per la produzione delle merci
  • Investimenti di capitali in attività produttive nelle zone periferiche.

Un dato su tutti, nell'anno 1979, i profitti delle banche americane si aggiravano sulla cifra di 150-160 milioni di dollari, di cui solo il 25% ottenuto sui mercati della periferia.

Nel 1982, a soli due anni dalla messa in opera della politica del tasso di sconto con la relativa centralizzazione-esportazione di capitale finanziario, le banche americane hanno raggiunto la ragguardevole cifra di 1563 milioni di dollari, dì cui ben il 60% ottenuto nei paesi della periferia. Negli anni successivi, sino alla fine del 1985, il fenomeno si è ingigantito in progressione sino a sprofondare i paesi della periferia sotto un mare di debiti.

La politica degli alti tassi di interesse, se da un lato ha rappresentato un momento di gestione della crisi per i settori dell'economia americana legati al mondo della finanza, dall'altro ha ingenerato una “nuova” recessione sul mercato internazionale, con particolare riferimento per i paesi in via di sviluppo.

La sopravalutazione del dollaro, innescata come fenomeno indotto dalla politica dell'alto tasso di sconto, se ha aperto ulteriori varchi alla competitività commerciale europea e giapponese, che hanno usufruito dell'ulteriore aumento dei prezzi relativi delle merci americane il cui aumento era pari all'apprezzamento del dollaro nei confronti delle altre divise, ha penalizzato gli altri paesi industrializzati e i paesi della periferia costretti ad acquistare materie prime e tecnologia in dollari, ovvero a prezzi sempre più alti.

Dal 1981 al 1984 l'incremento del PNL nei paesi avanzati, mediamente si è espresso all'1,7% mentre nel decennio 1971-80 è stato del 3,2°70. Il commercio mondiale si è contratto di quasi il 4%, mentre le ragioni di scambio hanno registrato una diminuzione delle esportazioni dai paesi periferici verso il centro ed un aumento delle importazioni in senso contrario. In termini di PNL nei paesi periferici si hanno i seguenti dati:

Periodo PNL RNL
1971-80 4,8% 2,5%
1981-84 2,5% 0,5%

L'aumento dei tassi di interesse è stato vertiginoso e repentino. Dal 7,5% della seconda metà degli anni settanta, si passa al 15% del 1980, al 20% nell'81 per ridiscendere al 16% nel 1982.

Gli effetti sono stati immediati quanto devastanti per le economie dei paesi periferici o comunque di tutti quei paesi che avevano contratto debiti con il FMI e con le banche americane. L'incremento dell'1% rappresentava per questi paesi due miliardi di dollari di interessi in più all'anno. In tre anni si sono determinate le condizioni dell'insolvenza. Nel 1981 la Polonia, nel 1982 l'Argentina, il Messico e il Brasile. Il problema per questi paesi era rappresentato dalla necessità di contrarre altri debiti per pagare gli interessi nel frattempo maturati. Una simile spirale ha portato il deficit complessivo dei paesi periferici a sfondare nel 1986 il tetto dei mille miliardi di dollari.

Paese Deficit
Brasile 107,3
Messico 99
Argentina 50

Seguono con quote minori il Venezuela, il Perù, il Cile, la Colombia, l'Equador, la Bolivia e l'Uruguay, le Filippine, il Marocco, la Costa d'Avorio ecc. Non è assolutamente un caso che il 37% del debito complessivo dei paesi periferici sia sopportato dal sub continente americano. Da sempre questa area ha rappresentato una vera e propria riserva di caccia per l'esportazione di capitale finanziario americano. Quasi tutti i regimi dell'America Latina hanno dovuto fare i conti con i condizionamenti del governo americano o con le direttive della CIA, e subire le condizioni economiche dei centri di potere finanziario, sia che fossero l'emanazione delle banche private che del FMI. Gli interessi dell'imperialismo americano nei confronti di questa zona erano e sono di molteplice natura. Innanzitutto rappresentano un importante momento di reperimento di materie prime, poi un mercato in cui esportare beni strumentali, tecnologia e capitale finanziario. Altra condizione, non meno importante, è che in questi paesi il costo della mano d'opera è tra i più bassi del mondo, superati soltanto dai paesi del settore asiatico: Corea del Sud, Taiwan, Singapore e Hong Kong, dove l'intervento americano sotto forma di capitale di investimento nei settori della produzione tradizionale (siderurgia e metalmeccanica) e persino della componentistica, ha trovato un terreno particolarmente fertile. Il costo della mano d'opera è mediamente inferiore di sette volte. Ad un costo orario di 9 dollari negli Usa, corrisponde in questi paesi, un costo di 1,2 dollari.

Ma anche quest'ultimo episodio di amministrazione della crisi, basato sulla politica degli alti tassi di in-interesse e sull'incentivo speculativo, non poteva durare in eterno. Sei anni di simile politica avevano sì gonfiato i profitti dei centri del potere finanziario, avevano sì, in qualche modo consentito allo stesso governo americano di sostenere il deficit federale e la strategia della intensa militarizzazione del sistema, ma contemporaneamente stava rendendo impossibile, con un dollaro oltre le 2200 lire, una qualsiasi difesa dell'economia americana, già gravata dall'alto costo del denaro. Per di più, nel periodo 1984-85 l'esposizione delle banche americane verso quei paesi, che la loro stessa politica finanziaria aveva contribuito ad affondare, stava diventando preoccupante. Solo nel 1985, duecento banche americane chiudono i battenti. Paradossalmente l'economia gonfiatasi in pochissimi anni di profitti speculativi si ritrova con una struttura interna ancora più grave da un punto di vista produttivo e commerciale, con i due deficit a livelli di assoluta insopportabilità, e soprattutto con il settore trainante, quello bancario, in una preoccupante crisi di esposizione.

L'unica alternativa all'amministrazione Reagan era quella di ritornare prudentemente sui suoi passi. Non che si sia rinunciato ai punti fondamentali della strategia complessiva consistente nel far pagare agli altri buona parte della crisi interna, o che l'ambizione di essere il centro finanziario dell'area occidentale sia venuta meno, solo che, economicamente e politicamente, il prolungamento del gioco diventava insostenibile.

Negli anni cruciali dell'espediente finanziario, il mondo politico legato ai settori industriali si era ferocemente mosso contro la politica reaganiana, mettendo in forse le possibilità della sua rielezione. L'economia tradizionale, oggetto, suo malgrado, di un calcolato processo di deindustrializzazione, non poteva essere penalizzata ulteriormente, senza incorrere nel grave rischio di aumentare a dismisura la dipendenza dal mercato commerciale esterno, senza prima essersi assestata definitivamente come assoluta potenza nel mercato finanziario internazionale. Se le cose si fossero mantenute su quei binari, certa sarebbe stata la prima conseguenza, tutta ancora da realizzare la seconda. Non va assolutamente dimenticato come le centrali finanziarie tedesche e giapponesi, in seconda misura inglesi e di Hong-Kong, se hanno perso alcune battaglie nei confronti della politica finanziaria americana per le ragioni viste, sono ben lontane dal dichiararsi definitivamente sconfitte.

Ecco perché l'amministrazione Reagan, con il sostegno recalcitrante del Ministero del Tesoro e del Governatore della Banca Federale, ha operato dal dicembre del 1985 nel senso opposto. Il tasso di sconto è stato sensibilmente abbassato, i tassi di interesse sono letteralmente precipitati dal 16% del 1982 agli attuali 6,75 (ottobre 1987). La sopravalutazione del dollaro si è sgonfiata, riportando la divisa americana ai valori del 1982, ossia al di sotto delle 1300 lire. (12)

Lo scopo dichiarato: contenere il disavanzo dei due deficit, ridare competitività alle merci americane deprezzando il dollaro, diminuire il costo del danaro per consentire alla sempre più asfittica economia di riguadagnare in competitività. Dopo due anni di pilotaggio verso il basso, le cose non sono cambiate di molto. I due deficit si sono ridotti di poco, troppo poco, la disoccupazione è diminuita solo dello 0,6%, nonostante un deprezzamento del dollaro del 43%, le esportazioni sono aumentate di una inezia mentre le importazioni vanno aumentando. L'amministrazione Reagan vanta come successi l'incremento del PNL del 3% ed un tasso di inflazione fermo ai livelli degli inizi degli anni ottanta.

Nella realtà, la diminuzione dei tassi di interesse, come il deprezzamento del dollaro, mentre rischiano di orientare gli investimenti speculativi fuori dal mercato del dollaro, non hanno risollevato le condizioni di mancanza di competitività dell'apparato industriale americano, in più la crisi borsistica è l'ennesimo campanello d'allarme che suona a ricordo che la crisi americana e quella più generale in cui versa il mercato capitalistico mondiale, al di là e nonostante le effimere riprese, non solo non ha risolto i suoi problemi di fondo, ma è giunta alla fine della corsa.

La nuova recessione che da più parti si paventa, altro non è che la conclusione di una amministrazione circolare della crisi stessa, che partita dall'economia Usa, si è dilatata prima ai paesi industrialmente avanzati, poi alla periferia del mercato capitalistico, esaurendo le ulteriori possibilità della sua gestione.

Le contraddizioni del sistema produttivo capitalistico, per quanto ne dicano le vestali della "scienza" economica borghese e la sempre più nutrita schiera di rinnegati del marxismo, possono essere temporaneamente compresse, dilazionate nel tempo, amministrate, scaricate più e meglio di cinquant'anni fa, ma non possono assolutamente essere superate all'interno della società borghese.

Oggi, dopo quindici anni di amministrazione della crisi, l'imperialismo americano si ritrova in condizione nettamente più gravi degli inizi degli anni settanta, con in più l'intera area dei paesi periferici, dei paesi del terzo e del quarto mondo, assolutamente devastati e non più in grado di rappresentare una reale valvola di sfogo in termini commerciali e finanziari, per le centrali dell'imperialismo.

L'appropriazione parassitaria del plusvalore, la frenetica corsa al sovra e all'extra profitto, la dittatura monopolistica del capitale finanziario, il progressivo esaurirsi delle possibilità di pompaggio di valore altrove prodotto, come un effetto boomerang, stanno ritornando al punto di partenza. Con una fondamentale differenza. Quando sono partiti per i vari canali del mercato internazionale con lo scopo di rallentare o di spostare gli effetti della crisi, questa si presentava ancora con indici ed intensità sopportabili; oggi, alla fine di questo processo circolare, quando buona parte, se non tutti gli espedienti della gestione si sono consumati, la gravità della situazione economica si è decuplicata.

Alla relativa, quanto precaria stabilità di un pugno di paesi che nel breve periodo si sono giovati del declino dell'economia americana e di un selvaggio processo di ristrutturazione che è costato alla classe operaia 26 milioni di posti di lavoro, un sensibile abbassamento del livello di vita e supersfruttamento nelle fabbriche, fanno riscontro nell'area del capitalismo occidentale, interi continenti ridotti alla fame, un sub continente, come quello americano, non solo coperto di debiti non restituibili, ma attraversato da una crisi economica senza precedenti. Interi settori della produzione sono fermi o in netta fase recessiva, l'inflazione galoppa a tassi inverosimili, oltre il 100%, la disoccupazione è ormai attestata attorno al 30-40%. Negli stessi Usa, come abbiamo visto, i problemi non sono stati risolti.

Gli appelli di Reagan al Giappone e alla Germania Federale, invocanti una espansione della domanda interna, finalizzata a presentare queste economie come momento di domanda più consistente sul mercato internazionale e quindi anche su quello americano, sono drammatiche quanto ridicole. Galbraith, il più acerrimo nemico delle teorie monetariste adottate dal Governo Reagan in tutti questi anni, non ha trovato niente di meglio da dire se non di aumentare le tasse e di diminuire le spese militari. Non male per risolvere i guai della società americana e di tutto il mondo capitalistico.

La bruta, quotidiana realtà dei fatti, ci ammonisce che il peggio deve ancora arrivare per le vicende del capitalismo e, soprattutto nuovi compiti aspettano la classe operaia internazionale se non si vuole che questa ultima, drammatica crisi, non divenga il trampolino di lancio per una nuova carneficina mondiale. Dall'America latina al Golfo Persico, le premesse ci sono tutte.

Fabio Damen

NB: Per ragioni tecniche, rimandiamo ad una prossima pubblicazione la discussione delle cause della crisi americana. Questo aspetto è peraltro importantissimo, essendo determinante ai fini dell'approccio politico alle necessità della ripresa della lotta di classe.

(1) Secondo i dati dello stesso governo americano, si è passati da 12 milioni di disoccupati a 6, attraverso un artificio statistico che ha consentito di annoverare tra gli occupati coloro i quali lavoravano a part-time, saltuariamente o a lavoro nero, senza nessuna forma assistenziale. Per ulteriori chiarimenti, vedere Prometeo, n. 9, ott. 1985.

(2) La speculazione sul dollaro, voluta dal governo Reagan, orchestrata sulla base della politica dell'alto tasso di sconto praticato dalla Banca Federale, è durato sino al novembre del 1985. Da quel momento in poi le quotazioni del dollaro sono state pilotate verso il basso sulla scorta di una diminuzione del tasso di sconto.

(3) Va sottolineato come in questa guerra commerciale, esasperata dalla crisi, alcuni paesi abbiano potuto usufruire della situazione americana per emergere commercialmente ed economicamente. È il caso della Germania e del Giappone, il cui surplus commerciale era nel 1986 rispettivamente di 50 e 80 miliardi di dollari.

(4) Anche in ambienti sedicenti marxisti, la lotta rivoluzionaria al capitalismo si è trasformata in una critica costruttiva alla società borghese. Dopo il fenomeno del sessantottismo, dopo i crolli del mito cinese e vietnamita, alimentati dall'idealistica aspettativa del comunismo ad ogni angolo di strada, l'ex sinistra extraparlamentare ha ripreso il cammino della prima ondata di “dissociazione” degli obiettivi del comunismo rivoluzionario, tipico dei decenni precedenti.

(5) Il nuovo assetto economico e finanziario che esce dagli accordi di Bretton Woods, sancisce l'universalità del dollaro come moneta di scambio sul mercato internazionale, la sua convertibilità in oro sulla parità di 35 dollari all'oncia, parità rimasta invariata sino al 1971. Nascono inoltre due istituti di credito internazionale come la Banca Mondiale e il FMI, veri e propri strumenti di condizionamento politico nelle mani del capitale finanziario americano. A latere, ma non troppo, degli accordi di Bretton Woods, diventa operativo a partire dal 1947 il piano Marshall, operazione finanziaria di almeno 13 miliardi di dollari, per la ricostruzione europea, in realtà cappio politico valido per ricatti di ogni tipo. Famoso, tra gli altri, l'esempio italiano, in base al quale il governo italiano avrebbe potuto ricevere prestiti solo a condizione di non ammettere a responsabilità politiche i partiti di sinistra (PCI, PSI, PRI).

(6) Tabella relativa al saggio del profitto (detratti i proventi relativi alla rivalutazione delle scorte) sul capitale delle società finanziarie. Tratto da: William D. Nordhaus The fading share of profit e apparso in “La crisi” di Ernest Mandel.

(7) In effetti due anni dopo, nel 1973, il Governo americano operò una seconda svalutazione, che portò il dollaro dai 38 ai 42,22 dollari all'oncia oro.

(8) Va tenuto presente che gli USA sono stati autosufficienti per il loro fabbisogno energetico sino al 1970.

(9) La diversità delle cifre è imputabile non tanto alla diversa metodologia dell'indice statistico, al lordo o al netto delle cifre, rispetto ai costi di commercializzazione, di raffinazione ecc., quanto alla propensione politica nell'affrontare il problema. Da parte dei paesi industrializzati il gonfiare le cifre oltre il loro limite era un modo per scaricare sull'esterno le responsabilità dell'inflazione e delle politiche economiche dei sacrifici imposte al proprio proletariato. Per i paesi produttori, contenere le cifre al di sotto di quel limite, significava minimizzare la responsabilità del “caro petrolio” sui guasti economici nel mercato commerciale internazionale.

(10) Tutti i dati relativi agli investimenti nell'industria militare sono tratti da “Dossier 18” di Le Monde Diplomatique, 1984. I dati che si riferiscono agli anni successivi sono tratti dalle proiezioni dell'economista americano Lester Thurow.

(11) I dati relativi alla crisi di Silicon Valley e del deficit commerciale nel settore dell'alta tecnologia con il Giappone, sono estratti da Le Monde Diplomatique, 1987.

(12) Dati tratti dal supplemento “Affari & Finanza” de la Repubblica, ottobre 1987.

Prometeo

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