Forme e tendenze dell'intervento dello stato in economia

Il crollo dei paesi dell'Est e la modificazione delle linee di intervento dello stato nelle economie dei paesi occidentali stanno alimentando oltre ogni dire il coro funebre che s'innalza quotidiatamente in morte del marxismo.

Su tutti i fronti, si sostiene, il marxismo ha fallito. Ha fallito laddove è stato realizzato e ha fallito anche nel delineare le linee di sviluppo della società capitalistica in generale.

In tutto il mondo, a fronte della previsione marxista per la quale:

Ad un certo grado dello sviluppo [...] In un modo o nell'altro, con trusts o senza trusts, una cosa è certa: che il rappresentante ufficiale della società capitalistica, lo stato, deve alla fine assumerne la direzione, (1)

si verifica un processo che vede lo stato recedere dalle sue posizioni in seno all'economia. Tanto nel mondo occidentale che in quello orientale lo stato si ritira per dare spazio al privato ed alla libera concorrenza. In Francia, in Italia, in Gran Bretagna per non parlare dell'Urss e dei suoi ex satelliti è tutto un rincorrersi di privatizzazioni che confermano una linea di sviluppo del tutto opposta a quella prevista da Marx. Il marxismo non ha dunque alcun riscontro nel mondo del reale e anche ammettendo che all'Est non si sia costruito che capitalismo di stato, il suo fallimento resta comunque il fallimento di una teoria che a questa forma aveva pronosticato la massima espansione in coincidenza con il massimo sviluppo dei rapporti di produzione capitalistici.

Rileggiamo Engels appena citato. Egli dice "assumerne la direzione" non la gestione diretta delle imprese. E appena mezza pagina prima il concetto è ulteriormente chiarito:

Il modo della produzione si ribella contro il modo dello scambio, le forze produttive si ribellano contro il modo di produzione che esse hanno già superato... Il fatto che l'organizzazione sociale della produzione nell'interno della fabbrica ha raggiunto il punto in cui diventa incompatibile con l'anarchia della produzione esistente nella società accanto ad essa e al di sopra di essa, questo fatto viene reso tangibile agli stessi capitalisti... E questa reazione al proprio carattere di capitale delle forze produttive... che obbliga la stessa classe capitalistica a trattare sempre più come sociale queste forze produttive nella misura in cui è possibile, in generale, sul piano dei rapporti capitalistici... Molti di questi mezzi di produzione e di scambio sono sin dal principio così enormi da escludere, come ad esempio avviene nelle strade ferrate, ogni altra forma di sfruttamento capitalistico. (2)

Lo stato assume in prima persona la gestione diretta della impresa soltanto e in quanto è esclusa ogni altra forma di sfruttamento capitalistico, ma l'esercizio di quella impresa è ritenuto vitale per la sopravvivenza dei rapporti di produzione capitalistica. La direzione dell'economia e la gestione delle imprese non necessariamente devono coincidere benché la prima necessariamente si ripercuote sulla seconda.

Nell'Urss l'assunzione da parte dello stato tanto della direzione dell'economia che della gestione delle singole imprese scaturisce proprio dall'assenza di una borghesia sufficientemente sviluppata capace di investire capitali in quantità tali da assicurare lo sviluppo dei processi di industrializzazione su vasta scala e per aziende di grandi dimensioni come già richiesto agli inizi di questo secolo.

A rivoluzione avvenuta, i bolscevichi non hanno ancora idee precise su come avrebbero dovuto organizzare l'economia e la via della nazionalizzazione più che una scelta fu una necessità dettata dal grave stato di abbandono in cui versava l'intero apparato produttivo.

Come negli altri paesi belligeranti - ci informa il Carr - anche in Russia, la guerra, dopo un periodo iniziale di disorientamento, aveva costituito un temporaneo incentivo alla produzione industriale. In Russia, tuttavia, a causa delle deficienti attrezzature industriali, della posizione isolata del paese rispetto alle principali fonti di rifornimento, del basso livello produttivo e della insufficiente organizzazione industriale e politica ... lo sforzo produttivo si esaurì rapidamente. A partire dal 1916 ... la produzione cominciò a diminuire [...] La penuria di ogni genere di necessità divenne cronica e si ebbero fabbriche che dovettero sospendere il lavoro per mancanza di materie prime. Tale situazione non fece che rafforzare la spinta [...] verso la nazionalizzazione e il controllo della economia da parte dello stato. (3)

E, si badi bene, si sta parlando di una economia e di una industria...

scaturita bell'è pronta dal cervello della finanza occidentale e russa [...] essa era debitrice assai più all'iniziativa statale e delle banche che a quella dell'imprenditore privato. (4)

L'economia e l'industria si caratterizzano già prima della rivoluzione d'ottobre per l'assenza della figura dell'imprenditore di tipo occidentale, assenza da ricercarsi nelle specifiche condizioni d'arretrarezza del mondo russo.

La nazionalizzazione dell'industria su larga scala non faceva parte [...] del programma iniziale dei bolscevichi. In un primo tempo, la nazionalizzazione dell'industria [siamo nel 1918 - ndr], venne considerata, più che desiderabile in sé, una necessaria reazione a situazioni particolari, create soprattutto dal comportamento dei datori di lavoro [...] Le officine Putilov di Pietrogrado vennero nazionalizzate perché non erano in grado di far fronte ai debiti verso il tesoro; un'altra grossa azienda metallurgica fu nazionalizzata perché la direzione aveva dichiarato di voler procedere alla liquidazione della società. (5)

L'immagine, profusa a piene mani, di una Russia privata dai bolscevichi delle magnificenze dell'imprenditoria privata è quanto meno fuorviante. In realtà, in Russia, lo Stato ha dovuto assumere sia la direzione economica che la gestione diretta dei processi produttivi già prima dell'ottobre e per l'evidente incapacità della borghesia nazionale di portare avanti un processo di accumulazione capace di fronteggiare l'industrializzazione su vasta scala del paese. Ben altri erano i programmi iniziali dei bolscevichi e di Lenin che sapevano distinguere tra nazionalizzazione e socializzazione e ben consci erano dei pericoli cui andava incontro il giovane stato proletario in quel contesto di arretratezza e di isolamento internazionale.

Se una continuità c'è nella politica economica staliniana, questa più che con i programmi del partito di Lenin, è da ricercarsi nella precedente esperienza zarista. L'esperienza russa, più che smentire il marxismo ci pare invece di linfa alla tesi di Engels prima evidenziata che coglieva nell'intervento dello stato nell'economia non una contrapposizione ai rapporti di produzione capitalistici, ma una necessità dettata dall'anarchia della produzione nella società che da essi deriva.

Nel mondo occidentale, dove la figura del capitalista ha potuto lentamente differenziarsi e affinarsi, l'intervento dello stato ha seguito linee sempre coerenti con la dinamica dei processi di accumulazione del capitale al fine di assicurarne lo sviluppo contro le spinte anarchiche implicite in un'economia che ha nella realizzazione del massimo profitto individuale il suo principale motore. L'assunzione da parte dello stato della gestione delle imprese si è invece manifestata sempre e soltanto quando l'imprenditoria privata non poteva farvi fronte per la dimensione dei capitali occorrenti; oppure, come ad esempio nei periodi di crisi, fuggiva dalle attività produttive a causa di saggi di profitti troppo bassi o inesistenti.

Di fronte al rischio che potessero venir meno settori produttivi di importanza fondamentale per il regolare svolgimento dell'insieme dei processi di accumulazione, lo stato ha dovuto assumersi anche la responsabilità diretta della gestione delle aziende. E soltanto non distinguendo fra gestione delle imprese e direzione dell'economia nel suo complesso che è possibile attribuire al marxismo il fallimento di un'anticipazione mai formulata.

La verifica dell'attualità del marxismo al cospetto dei processi di privatizzazione in corso o strombazzati come tali senza che neppure abbiano luogo deve, dunque, muoversi non tanto contando il numero delle imprese che passano dalla mano pubblica a quella privata e viceversa quanto se, in relazione o in concomitanza con essi, si manifesti anche una tendenza che veda lo stato arretrare nel suo ruolo di capitalista collettivo cui è demando to il compito di garantire lo svolgimento dei processi accumulazione dalle spinte disgregatrici provenienti dai l'anarchia che caratterizza i rapporti di produzione vigenti.

Benché il capitalismo, per dirla con Bordiga, “è uno solo inteso come epoca storica e tipo di produzione” (6), l'intervento dello stato nell'economia si è nel corso del tempo modificato adattandosi di volta in volta alle esigenze dell'accumulazione capitalistica nelle sue varie fasi. Non avremmo avuto il capitalismo moderno e la grande industria se lo stato non fosse intervenuto sistematicamente a sostegno dei processi di trasformazione in corso diversificando e arricchendo sempre di nuovi strumenti la sua azione.

Nell'esaminare il processo dell'accumulazione del capitale Marx sottolinea costantemente il ruolo dello stato ed evidenzia con vigore come questo ruolo si sia di volta in volta adattato alla bisogna.

Nell'epoca dell'infanzia della produzione capitalistica le cose sono spesso andate come nel periodo dell'infanzia del sistema delle città medievali, quando il problema chi fra i servi della gleba fuggiti in città doveva essere padrone e chi servo, veniva risolto in gran parte mediante la data più antica o più recente della loro fuga. Ma il passo di lumaca di questo metodo non corrispondeva in nessun modo ai bisogni commerciali del nuovo mercato mondiale, creato dalle grandi scoperte della fine del secolo XV. Il Medioevo però aveva tramandato le due forme differenti di capitale, che maturano nelle più svariate formazioni sociali economiche e che prima dell'era del modo di produzione capitalistica sono considerate come capitale quand méme - il capitale usuraio e il capitale commerciale [...]
Il capitale denaro formatosi mediante l'usura e il commercio veniva intralciato nella sua trasformazione in capitale industriale, nelle campagne dalla costituzione feudale, nella città dalla costituzione corporativa. Questi limiti caddero con il discioglimento dei seguiti feudali, con l'espropriazione e parziale espulsione della popolazione rurale. La nuova manifattura venne impiantata nei porti marittimi d'esportazione o in punti della terraferma che erano al di fuori del controllo dell'antico sistema cittadino e della sua costituzione corporativa. (7)

La levatrice del nuovo è fin qui la rivoluzione, ma d'ora innanzi i metodi saranno interni alla società borghese stessa e differenziati in relazione alle diverse fasi dello sviluppo dei processi d'accumulazione. L'intervento dello stato, è sempre manifesto e decisivo e si modula con aderenza quasi plastica alle varie necessità: dalle cannoniere in difesa dei monopoli che controllavano il commercio e la navigazione, fino al moderno sistema del debito pubblico.

I vari momenti dell'accumulazione originaria si distribuiscono ora, più o meno in successione cronologica, specialmente fra Spagna, Portogallo, Olanda, Francia e Inghilterra. Alla fine del secolo XVII quei vari momenti vengono combinati sistematicamente in Inghilterra in sistema coloniale, sistema del debito pubblico, sistema tributario e protezionistico moderni. I metodi poggiano in parte sulla violenza più brutale, come per esempio, il sistema coloniale. Ma tutti si servono del potere dello stato, violenza concentrata e organizzata della società per fomentare artificialmente il processo di trasformazione del modo di produzione feudale in modo di produzione capitalistico e per accorciare i passaggi. (8)

I vari sistemi si succedono e si integrano l'un l'altro così come si succedono e si integrano le varie fasi dell'accumulazione. Nella prima il capitale...

ricava quelle tra le forze produttive che gli occorrono, ossia la massa monetaria, dal prodotto delle forme storiche di capitale usuraio e commerciale, esistenti anche quando la produzione era fondamentalmente terriera e artigiana... Per creare le masse di numerario che abbisognano sovviene il commercialismo estero e oltre marino, il colonialismo. La violenza, sempre. (9)

Così commenta Bordiga i passaggi di Marx da noi prima citato, rilevando l'unitarietà dell'intervento dello stato laddove assicura la violenza necessaria, prima per l'emancipazione dei servi della gleba e, poi, in difesa delle attività monopolistiche in epoca coloniale.

Già in epoca coloniale, ovvero nel periodo manifatturiero quando "è la supremazia commerciale che dà il predominio industriale" (10) e con lo svilupparsi del macchinismo, lo stato, prima in gran parte essenzialmente organizzatore dei mercati, avverte la necessità di arricchire i suoi sistemi di intervento in relazione alla accresciuta quantità di capitale costante occorrente per avviare i processi produttivi e per garantirne la stabilità. Si sviluppa, di conseguenza, il sistema del credito pubblico e in tal misura che esso è già compiuto nei suoi tratti fondamentali nel periodo della manifattura. Possiamo dire che la vera levatrice del capitalismo oltre alla violenza è da ricercarsi proprio nel sistema del debito pubblico.

... Con un colpo di bacchetta magica, esso [il debito pubblico - ndr] conferisce al denaro, che è improduttivo la facoltà di procreare, e così lo trasforma in capitale senza che il denaro abbia bisogno di assoggettarsi alla fatica e al rischio inseparabili dell'investimento industriale e anche da quello usurario. (11)

Con il debito pubblico, in pratica, lo stato crea un meccanismo di esproprio della ricchezza trasferendola dai salariati ai processi di accumulazione capitalistica ovvero alla borghesia.

A fronte del debito pubblico, infatti, si sviluppa il moderno sistema fiscale che grava essenzialmente sui salari e in generale sui redditi fissi. Il profitto, sia che prevalga l'imposizione diretta che quella indiretta, è di fatto escluso dalla imposizione fiscale, pertanto i capitalisti, che a vario titolo beneficiano del debito pubblico, ricevono dallo stato quote di capitali aggiuntive a titolo gratuito o comunque fortemente agevolato. L'immissione nei processi di accumulazione di una massa crescente di capitali il cui costo di produzione è semplicemente un interesse più o meno grande e per di più socializzato, equivale di fatto a un innalzamento del saggio medio del profitto, al rafforzamento cioè delle contro-tendenze che il sistema attiva per fronteggiare quella caduta tendenziale del saggio del profitto che è figlia proprio dello svolgersi contraddittorio dei processi di accumulazione allargata. La funzione dello stato [giova sottolinearlo sempre] borghese, che consiste eminentemente nel fronteggiare le spinte disgregatrici provenenti dall'interno dei rapporti di produzione vigenti, oltre che dagli eventuali attacchi della classe sfruttata, è esaltata, nell'epoca della grande industria, dal gigantismo del debito pubblico. Si tratta di una tendenza sin dalle prime fasi dell'accumulazione capitalistica e che ha assunto dimensioni crescenti con il crescere delle dimensioni dei capitali occorrenti per attivare processi produttivi su scala sempre più vasta. Senza il debito pubblico e le società per azioni, che del debito pubblico sono figlie, come già Marx ebbe modo di sottolineare (12), non avremmo mai avuto né la grande industria né il moderno imperialismo.

Se, dunque, si vuole sostenere che i recenti processi di privatizzazione contraddicono la critica marxista dell'economia politica in generale e in particolare quella dello stato e del suo ruolo nell'economia, si dovrebbe verificare, su scala generalizzata, accanto alle privatizzazioni anche una riduzione della trasformazione, mediante il debito pubblico, di capitale improduttivo in capitale produttivo. La privatizzazione della gestione delle imprese in sé non sminuisce né in qualità né in quantità la tendenza storica individuata dal marxismo; piuttosto può significare un ulteriore affinamento delle tecniche dell'intervento pubblico in relazione a mutate esigenze di conservazione.

L'acquisizione da parte dello stato della gestione di imprese ha toccato, nel mondo occidentale, il suo apice nel

periodo che va dalla grande crisi del l 929 alla fine degli anni settanta. Queste acquisizioni non sono state il frutto di espropri contro la volontà dei capitalisti imprenditori, ma quasi sempre interventi di salvataggio di imprese o di settori produttivi abbandonati dai privati dopo essere stati sfruttati fino all'osso. In genere erano gli stessi imprenditori a esercitare pressioni affinché lo stato intervenisse o immettendo nuovi capitali o assumendo in prima persona la gestione delle imprese. Essi, in tal modo riuscivano a liberarsi delle perdite accumulate senza andare incontro alla perdita del patrimonio personale. Dal punto di vista dello stato, quale capitalista collettivo, la somma dei singoli interventi costituiva un formidabile collante dell'insieme dei rapporti di produzione vigenti. Le imprese statalizzate, infatti, continuavano a essere gestite con criteri privatistici per quanto atteneva gli eventuali profitti, mentre potevano, tramite l'intervento dell'erario pubblico, "socializzare" le perdite. Questo meccanismo consentiva il raggiungimento di obbiettivi macroeconomici tutti di fondamentale importanza per l'ulteriore sviluppo capitalistico. La mancata chiusura di un numero più o meno grande di imprese quindi, il mancato licenziamento di un numero altrettanto grande di lavoratori, manteneva stabile la domanda consentendo ai capitalisti degli altri settori e delle altre imprese quella programmazione di lungo termine senza la quale non avremmo mai potuto avere la produzione industriale su vasta scala. Peraltro il capitale privato, liberato dalla gestione di imprese decotte o scarsamente redditizie, si indirizzava verso nuovi settori assicurando così un costante innovamento del tessuto produttivo senza che si verificassero crisi settoriali o generali di grande valenza. Questo fenomeno manifestatosi un po' ovunque e per un periodo di tempo così lungo ha portato sicuramente a un costante allargamento del numero delle imprese gestite direttamente dallo stato fino al punto da offuscare tutta un'altra serie di interventi che venivano compiuti sulle variabili macroeconomiche a beneficio del capitale rimasto in mano ai privati o soprattutto a favore dei processi di concentrazione e di centralizzazione dei capitali.

In Italia ad esempio si può osservare una coincidenza quasi meccanica fra scelte strategiche dello stato e dei grandi gruppi monopolistici, dove la subalternità dello stato a questi ultimi è la costante anche quando in apparenza sembra il contrario. La statalizzazione delle aziende elettriche sembrò all'epoca, a molti osservatori sprovveduti, proprio la prova tangibile di una tendenza storica che voleva lo stato sempre più imprenditore in alternativa all'imprenditore privato. Sicuramente, data la grande frammentazione della proprietà delle aziende elettriche esistenti allora in Italia, agli occhi di molte piccole imprese, spesso di dimensioni comunali, la statalizzazione rappresentò anche questo; ma da un punto di vista più generale, quell'operazione raggiunse obbiettivi di ben più larga portata e importanza per lo sviluppo della grande industria nazionale sia pubblica che privata. Intanto poté nascere un'azienda elettrica di dimensioni nazionali che portò a compimento l'elettrificazione dell'intero suolo nazionale, anche dei villaggi più sperduti senza la quale non era seriamente pensabile lo sviluppo di settori quali l'elettrotecnico e meccanico. Inoltre, cosa ancora più importante, la statalizzazione mise in mano ad alcuni gruppi industriali una quantità enorme di capitale finanziario che avrebbe dovuto, nelle intenzioni dei programmatori pubblici, favorire la nascita in Italia di un grande polo chimico capace di competere con quelli tedeschi e statunitensi. Nacque, infatti, la Montecatini-Edison figlia della fusione fra la Montecatini, impresa chimica a corto di capitali e la Edison che era la maggiore azienda elettrica nazionale. I fatti successivi si svolsero poi diversamente da quanto programmato, ma ciò nulla toglie al fatto che l'intervento avesse in sé una molteplicità di obbiettivi dei quali quello dell'assunzione diretta della gestione delle aziende elettriche ne costituiva uno complementare. Oggi, evidentemente, un'operazione in quel senso, non avrebbe ragion d'essere, tant'è che si parla di privatizzazione dell'Enel. Ma intanto ciò che sfugge a molti è che è completamente mutato il quadro generale di riferimento.

Le modalità dell'intervento pubblico fino a tutti gli anni settanta sono state dettate dall'esigenza di offrire ai gruppi industriali dominanti certezze macroeconomiche ben definite quali quella di una domanda stabilmente in crescita e un'abbondanza di capitali a basso costo. Rispetto a questi obbiettivi l'assunzione della gestione delle imprese da parte dello stato ha avuto una funzione complementare e comunque non contraddittoria con le esigenze di sviluppo complessivo del sistema. Questa complementarietà la si rileva non solo nella vicenda della statalizzazione delle aziende elettriche, ma un po' in tutto il mondo delle cosidette partecipazioni statali. L'Eni di Mattei si affermò per garantire al sistema produttivo i rifornimenti energetici necessari sottraendosi, in qualche modo, allo strapotere delle famose Sette Sorelle che controllavano e monopolizzavano il mercato mondiale del petrolio. L'Iri si preoccupò di dare corpo soprattutto ad un'industria siderurgica in grave ritardo e a tutta una serie di infrastrutture autostradali senza le quali era impensabile lo sviluppo dell'industria automobilistica ovvero di quella industria che ha agito da volano del poderoso processo di industrializzazione che ha interessato l'Italia e un po' tutti i paesi europei in questo secondo dopo guerra. Accanto a questo lo stato ha garantito la stabilità del sistema del credito regolando la massa monetaria in funzione di un sistema di cambi fissi, quale quello stabilito a Bretton Woods e liquidato nel 1971 dagli Stati Uniti, in maniera tale che le imprese ne traessero il massimo vantaggio nell'esportazioni delle merci mentre le perdite all'importazione fossero opportunamente "socializzate". L'intervento pubblico si è articolato su tutti i fronti delle variabili macroeconomiche trasformando così lo stato nel vero centro propulsore del processo di accumulazione capitalistica. Stabilizzare la domanda aggregata, assicurare le parità dei cambi in modo da favorire le caratteristiche dell'apparato produttivo in un contesto di accresciuta internazionalizzazione dei movimenti dei capitali, gestire la massa monetaria e con essa i saggi di interesse e i processi inflazionistici, più che l'assunzione diretta della gestione delle imprese, significa di fatto che il capitalismo moderno, comunque lo si voglia definire, necessita dell'intervento dello stato ancor più di quanto non ne avesse avuto bisogno nelle sue precedenti fasi storiche. La libertà dell'imprenditore, in un simile contesto, non può che esserne profondamente limitata e il rapporto giuridico di proprietà delle singole imprese è del tutto secondario rispetto al fatto che l'ambiente economico circostante è determinato in gran parte dallo stato. La gestione delle variabili macroeconomiche si riflette, lo si voglia o no, sulla gestione delle singole imprese. Il processo di formazione dei prezzi e quindi dei saggi di profitto dei singoli settori e delle singole imprese come il saggio medio del profitto, subisce l'interferenza, rispetto a un ipotetico regime di laissez-faire, dell'azione dello stato e quindi anche la diversificazione degli investimenti nei vari settori produttivi ne è influenzata determinando quelle proporzioni che meglio si confanno ad ogni singolo sistema considerato nel suo insieme. La restituzione di alcune aziende o, come è accaduto in Inghilterra, di interi settori produttivi alla gestione privatistica segna sì una svolta, ma solo nel senso che lo stato ha dovuto rafforzare il suo intervento sulle variabili macroeconomiche. Il fenomeno, infatti, prende avvio sul finire degli anni settanta e i primi anni ottanta. Sono anni di crisi profonda con saggi medi del profitto decrescenti su scala internazionale e un processo inflazionistico che, per quanto utile nel determinare un abbassamento dei salari reali, rischia per le dimensioni raggiunte, di compromettere ogni attività produttiva. Le risposte alla crisi che il sistema attiva sono per certi versi classiche, ma per altri inedite in relazione al diverso grado raggiunto dal processo di concentrazione e di centralizzazione dei capitali rispetto, a esempio, alla crisi del 1929, e in relazione alla rivoluzione tecnologica determinata dalla introduzione della microelettronica nei processi produttivi. Su scala internazionale si sono immediatamente manifestate due tendenze di fondo come riflesso del legame dialettico che lega capitale finanziario a quello industriale.

Nei paesi ad economia integrata, quindi con un forte mercato interno e un maggior peso imperialistico, quali gli Usa, i processi di ristrutturazione e di ricollocazione sul mercato internazionale hanno privilegiato l'attività finanziaria secondo un progetto che scontava come acquisita la superiorità tecnologica, quella militare e quella finanziaria. In questo progetto era implicita una divisione internazionale del lavoro che avrebbe assicurato allo grande potenza, in virtù del suo primato nei settori prima indicati, un costante afflusso di merci a basso prezzo anzi a prezzi in gran parte condizionati dalla propria potenza. Lo stato non si è ritirato, ma ha fatto suo questo progetto e ha usato le leve in suo possesso per favorirlo. Ha tagliato la spesa sociale e si è ritirato in parte dai servizi, al settore produttivo in senso proprio ha restituito ossigeno alleviando la pressione fiscale e ha puntato tutte le sue risorse sui settori nei quali vantava già la superiorità. Il "liberalista" Reagan non ha esitato un attimo a progettare il più gigantesco riarmo della storia, a finanziare la ricerca nei settori dell'alta tecnologia e a manovrare sui tassi di interesse in maniera che l'intera economia statunitense si orientasse nella direzione voluta. Sono arcinoti i dati relativi al debito pubblico, al deficit federale, ai tassi di interesse, alle parità di cambio del dollaro e al deficit della bilancia commerciale statunitense per indugiare nella dimostrazione della loro vertiginosa crescita. Tutte queste variabili sono state gestite per assecondare il progetto iniziale senza alcun cedimento e con lucida coerenza, tanto che oggi gli Stati Uniti sono alle prese con le contraddizioni implicite in quel progetto e non sanno come diavolo venirne fuori. Hanno vinto il confronto con l'Urss, ma si ritrovano con un apparato produttivo a pezzi, infrastrutture vecchie e inutilizzabili, interi settori produttivi allo sbando e il dilagare della povertà fra masse crescenti di proletariato e di ex piccola borghesia. Ma per un decennio i profitti in borsa e più in generale quelli provenienti dalle attività speculative di natura finanziaria e dal cosiddetto terziario avanzato hanno battuto giorno dopo giorno tutti i precedenti primati. Sarebbe stato possibile tutto ciò senza un intervento così massiccio da parte dello stato? Si sarebbero avute le grandi rendite finanziarie che si sono avute senza il gigantesco debito pubblico e gli alti tassi di interesse imposti su scala mondiale? Evidentemente, no. Senza l'intervento dello stato non era possibile la gestione di quei tassi d'interessi e di quella parità del dollaro sui mercati mondiali. Nella patria del liberismo economico a parole, è stato praticato il più massiccio intervento dello stato nell'economia che la storia ricordi tanto che oggi le quotazioni della più grande borsa del mondo dipendono, nelle loro oscillazioni, dalle dichiarazioni del presidente della banca federale in materia di tassi d'interessi e tutta l'economia mondiale si è organizzata, ristrutturata e in qualche modo adeguata in relazione dialettica con le decisioni prese dal governo statunitense.

La leva che ha consentito di sollevare gli Usa dalla pericolosissima crisi degli anni settanta e che ha comandato i processi di ristrutturazione su scala planetaria è stato il debito pubblico che ormai supera i 2 mila miliardi di dollari ed è pari a circa il 40% del Pnl.

La risposta statunitense alla crisi per le quantità di capitali che quel centro comanda sia sotto forma di merci che come capitale finanziario si è abbattuta come un uragano sull'economia dei paesi concorrenti. L'Europa occidentale ed il Giappone sono state investite dall'aumento dei prezzi delle materie prime e da quello dei tassi d'interesse nel momento in cui più avevano bisogno di capitali per finanziare la ristrutturazione e l'ammodernamento

dei rispettivi apparati produttivi. Tanto per i singoli paesi europei che per il Giappone è apparso subito evidente che per poter resistere alla tempesta era necessario rispondere non sul terreno scelto dall'alleato-concorrente perché a lui più confacente, cioé quello speculativo-finanziario, ma con il rafforzamento dell'apparato industriale. Qui i singoli paesi europei hanno dovuto misurarsi con i loro limiti strutturali e in primo luogo con il fatto che nessuno di loro, singolarmente preso, dispone di un mercato e di un'economia a cicli produttivi integrati dalle dimensioni adeguate a quelle ottimali delle imprese dettate dalle nuove tecnologie. Per ognuno di questi paesi si è posto il problema di impostare una politica economica nazionale che rispondesse contemporaneamente alle esigenze di ristrutturazione tecnologica delle imprese, in un periodo di alti tassi d'interesse, e ai necessari processi di concentrazione che la ristrutturazione imponeva in un quadro inflattivo senza precedenti dopo l'immediato secondo dopoguerra. A eccezione della Germania, che nel panorama dei paesi europei si presentava già come il paese meglio attrezzato, chi più chi meno tutti hanno adottato le stesse politiche. E stata riqualificata la spesa sociale ponendo più attenzione nel reperire fondi per l'assistenza della manodopera in uscita dai processi produttivi, sono stati costituiti fondi a favore della ristrutturazione tecnologica, sono stati favoriti i processi di integrazione delle imprese; il tutto accrescendo costantemente il debito pubblico. L'emissione di titoli obbligazionari, avvenendo ai tassi esistenti sul mercato internazionale ha consentito inoltre alle imprese dotate di maggiori capacità di autofinanziamento cioè ai grandi gruppi monopolistici e alle banche, di alleviare considerevolmente i propri oneri finanziari tanto che gruppi come la Fiat per più di un esercizio hanno presentato un conto Perdite e Profitti dove la voce degli interessi attivi derivanti dal possesso di titoli obbligazionari superava quella dei proditti derivanti dalle varie attività produttive. Se si tiene conto che per le grandi imprese o per le banche il possesso di titoli pubblici equivale al possesso di un particolare tipo di numerarlo, nel senso che trattandosi di titoli altamente garantiti essi vengono accettati nei pagamenti quasi fosse denaro contante, i grandi sottoscrittori di titoli pubblici, hanno di fatto potuto finanziare i loro processi di ristrutturazione semplicemente cambiando capitali espressi in moneta con altri espressi in titoli di stato, praticamente azzerando gli oneri finanziari passivi.

Soffermando l'attenzione su questo particolare aspetto non si può non cogliere il senso dei mutamenti intervenuti a partire dai primi anni settanta cioè da quando ha cominciato a manifestarsi la crisi che tuttora travaglio l'economia mondiale.

La tendenza, ampiamente prevista dal marxismo, del prevalere nell'epoca dell'imperialismo, delle attività parassitarie di natura finanziaria, ovvero del capitale finanziario sul capitale industriale nei periodi in cui i saggi di profitto scendono sensibilmente, rischia di trasformarsi in un cappio soffocante di tutte le attività produttive. Lasciato a se stesso il capitalismo nel suo insieme ben difficilmente sarebbe riuscito a organizzare una linea di difesa che salvaguardasse le attività produttive dal parassitismo finanziario, come dire che l'anarchia dei rapporti di produzione, ancorati alla logica del massimo profitto, è il limite dell'accumulazione capitalistica stessa. E poiché la critica marxista ha individuato, come abbiamo visto, proprio in questo limite la ragione prima del coinvolgimento crescente dello stato nella gestione dell'economia ci pare che i fatti confermino l'attualità di questa critica e quindi di tutte le premesse fondamentali che la sottendono. Lo stato in questa particolare fase ha dovuto, dunque, porre la propria attenzione nella gestione di una contraddizione che stava raggiungendo i livelli di guardia poiché da essa scaturiva e scaturisce una tendenza alla deindustrializzazione diffusa, ampiamente quantificata dagli stessi economisti borghesi.

Facendo leva sul debito pubblico e in relazione alle diverse situazioni dei vari sistemi nazionali, gli stati hanno manovrato la massa monetaria e quindi i tassi di interesse in maniera tale che la pressione - chiamiamola per comodità di discorso - parassitaria del capitale finanziario non si scaricasse per intero sul capitale industriale determinando il blocco delle attività produttive senza le quali non c'è neppure produzione di plusvalore. La leva che ha il suo fulcro nella gestione quasi monopolistica della massa monetaria, utilizzata ha consentito, invece, l'assorbimento di una tale pressione scaricandola sull'intero corpo sociale. Tenuto conto che ormai i tassi d'interesse sono determinati a livello internazionale da pochi centri di potere, gli stati più potenti hanno di fatto protetto il ciclo d'accumulazione capitalistica su scala mondiale, e espropriando ulteriormente il proletariato e una parte dei capitalisti più piccoli di tutto il mondo.

In Italia, il costo di questa operazione ha raggiunto livelli spaventosi. Si viaggia ormai con un debito pubblico che supera il Pil senza che nessuno sappia ancora come arrestare questa immensa valanga di debito. Le dismissioni, in questo contesto, si mostrano con evidenza come un momento della riqualificazione dell'intervento dello stato dell'economia e non come un suo arretramento. A causa della vertiginosa crescita del debito pubblico, la pressione fiscale ha raggiunto ovunque livelli da economia di guerra che costringono alla ricerca di fonti di finanziamento alternative. Peraltro, spinge in questa direzione anche la necessità di favorire un dimensionamento delle imprese a livello continentale senza il quale è impossibile reggere la competizione internazionale.

In Italia le dismissioni più significative si sono avute, ad esempio, nel settore dei trasporti, in quello agro-alimentare, in quello delle telecomunicazioni e in quello automobilistico. Nel settore dei trasporti vi è stata la cessione di alcuni segmenti del servizio ferroviario e la costituzione di società miste per la gestione del cosiddetto piano Alta Velocità. Ad un primo sguardo, in verità molto superficiale, ciò sembra contraddire proprio quanto affermato da Engels nel passo dell'Anti-Duhring da noi prima citato. Ma solo ad un primo sguardo. In realtà, le nuove tecnologie hanno completamente modificato questo settore. Intanto non è più l'unico mezzo di trasporto, ma è stato soppiantato in gran parte da quello automobilistico ed aereo, in più all'interno del settore ferroviario si è aperto un segmento, quello dell'alta velocità in cui a certe condizioni è possibile lo sfruttamento capitalistico in forma privatistica. Senza tener conto delle quote di ammortamento delle linee e degli impianti fissi, un treno ad alta velocità, secondo calcoli dello stesso Ente FS, relativi al treno Pendolino già in esercizio, pareggia il costo di esercizio del treno quando sono venduti alle attuali tariffe un terzo dei posti disponibili, tutti gli altri posti venduti costituiscono l'utile netto.

Per il percorso Milano-Roma le attuali tariffe ferroviarie, per i treni ad alta velocità, sono poco meno della metà di quelle aeree mentre i tempi di percorrenza Centro-Centro ormai si equivalgono e sono destinati a diminuire a favore del trasporto su rotaia. Il progetto Alta Velocità affida allo stato la costruzione delle linee e degli impianti fissi e lascia ai privati lo sfruttamento del servizio che, a queste condizioni, risulta competitivo e altamente redditizio. Allo scopo lo Stato, che si vuole in ritirata, ha stanziato la bella somma di 30 mila miliardi di lire senza i quali l'Alta Velocità rimarrebbe in eterno solo un bel progetto.

Non diversamente sono andate le cose negli altri settori. Alla Fiat, alla spasmodica ricerca di un partner capace di farle assumere dimensioni continentali, è stata regalata l'Alfa Romeo, la seconda azienda italiana corteggiata anche da Ford e Nissan, oltre a un pacchetto di circa 8 mila miliardi per la costruzione di un nuovo stabilimento a Melfi.

La cessione di alcune aziende agro-alimentari si è inserita nello stesso contesto della cessione dell'Alfa. Di proprietà dell'Iri sono passate a gruppi privati alcune imprese che risultavano in ottima salute, ma incompatibili con i compiti che l'Istituto già da tempo svolge e utili ai privati per raggiungere dimensioni europee. Di contro l'Enimont che sembrava stesse per passare per intero al gruppo Ferruzzi è passata all'Eni per la bella somma di circa 3 mila miliardi di lire. La legge Finanziaria del 1992 prevede anche la trasformazione dell'Iri in società per azioni e la cessione del 10 per cento del capitale sociale. Progetti simili esistono anche per l'Eni ed alcune grandi banche e Istituti finanziari, ma questi progetti sono solo un'ulteriore conferma dell'impossibilità per il sistema capitalistico di darsi gli assetti più convenienti senza l'intervento dello stato. Si tratta, infatti, di operazioni che mirano, per un verso, a far nascere istituti finanziari e bancari capaci di reggere la competizione di quelli tedeschi e francesi e, per l'altro, a dare fiato a una borsa valori asfittica con l'immissione sul mercato azionario di titoli oggi non quotati.

Complessivamente, come si vede, le dismissioni risultano essere operazioni marginali rispetto all'insieme degli interventi pubblici e anche in paesi dove il fenomeno ha assunto dimensioni più significative, quali l'Inghilterra e la Francia, si riti ova confermato un accresciuto impegno dello stato sul terreno della gestione delle grandi variabili economiche tant'è che ovunque il debito pubblico è cresciuto in progressione geometrica.

La linea di tendenza di fondo del capitalismo resta, dunque, quella di uno stato che accresce costantemente la sua presenza nell'economia e più recenti sviluppi mostrano che il ruolo dell'imprenditore, aldilà dei titoli giuridici di proprietà, risulta sempre più subordinato all'azione dello stato tant'è che è da questa che discendono i punti di riferimento per le imprese. Esercitandosi l'azione dello stato, come abbiamo visto, sulla massa monetaria, i tassi di interesse e il fisco, determina di fatto una buona parte della struttura dei costi delle imprese così come quella del profitto. La modificazione, in un senso o nell'altro, di una delle tante variabili poste sotto il controllo pubblico può determinare l'opportunità o meno di un certo investimento e di una manovra coordinate sull'insieme delle variabili e quelle proporzioni fra i diversi settori produttivi ritenute più confacenti alle esigenze del sistema visto nel suo insieme. Peraltro i moderni calcolatori hanno consentito un tale affinamento di queste tecniche che sono oggi possibili previsioni e programmazioni con un numero di variabili così elevate da far impallidire ari-che il più fantasioso dei matematici di qualche anno addietro. In un contesto di così elevata centralizzazione del capitale totale, l'azione del singolo imprenditore è così condizionata e limitata da risultare in definitiva ininfluente e comunque non eccessivamente differenziata a seconda che sussistano rapporti giuridici di proprietà privata o meno. Il tempo del laissez-faire, ammesso che vi sia mai stato così come è descritto nei manuali di economia, appartiene a un passato finito per sempre. Né vale come obiezione la crisi del capitalismo di stato di tipo sovietico.

Qui siamo in presenza di un percorso storico del tutto eccezionale che ha visto un'economia costretta ad assumere le forme estreme della concentrazione e della centralizzazione del capitale come unica via di uscita dall'estrema arretratezza. La crisi di questa esperienza semmai è la definitiva conferma che qualunque sia l'involucro che i rapporti di produzione capitalistici possano darsi, non può costituire una soluzione definitiva, neppure...

la proprietà statale delle forze produttive... è la soluzione del conflitto, ma racchiude in sé il mezzo formale, la chiave della soluzione... (13)

che è un'altra delle tesi caratteristiche del marxismo.

Giorgio Paolucci

(1) F. Engels, Anti-Duhring, Ed. Riuniti Op. Comp. XXV pag. 267.

(2) F. Engels, Op. cit., pagg. 265 e 266.

(3) Edward H. Carr, La Rivoluzione Bolscevica, Ed. Einaudi, pag. 427.

(4) H. Carr, Op. cit., pag. 428.

(5) H. Carr, Op. cit., pagg. 496-497.

(6) A. Bordiga, Imprese Economiche di Pantalone, Ed Iskra.

(7) K. Marx, Il Capitale, Libro 1° Cap. XXIV, page 921-922.

(8) K. Marx, Op. cit., pag. 923.

(9) A. Bordiga, Op. cit., pag. 39.

(10) K. Marx, Op. cit., pag. 926.

(11) K. Marx, Op. cit., pag. 927.

(12) Cfr. K. Marx, Op. cit., pag. 927.

(13) F. Engels, Op. cit., pag. 268.

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