Il rapporto fra capitale e lavoro nel processo di crisi in Italia

Immagine - Grafico 1 - Andamento della disoccupazione nei 7 paesi più sviluppati, dell'Ocse (Usa, Giappone, Francia, Germania, Gran Bretagna, Italia, Canada) - Fonte: Ocse

Quanto è avvenuto nel rapporto fra capitale e lavoro in Italia nel corso degli ultimi 20 anni, nel mentre merita un'attenta analisi perché si è risolto in importanti mutamenti, è anche sistematicamente ignorato o addirittura brutalmente mistificato da quanti sull'esistenza di quel rapporto di sfruttamento traggono i loro profitti (i capitalisti) o ritagliano parassiticamente le loro quote di reddito (politicanti e sindacalisti, oltre che la solita piccola borghesia oggi più arrogante che mai).

L'esame dettagliato di quanto è successo, secondo il metodo della critica marxista e con le categorie relative, consentirebbe la stesura di un libro anche voluminoso. Qui ci limitiamo a tracciarne le linee portanti, a indicare i punti di attacco, i criteri da impiegare e le conseguenze che se ne traggono, perché questo è quanto immediatamente serve ad una corretta battaglia politica contro i parassiti di cui sopra e nella prospettiva di una ricomposizione di classe attorno al suo programma rivoluzionario.

Andremo quindi per accapi, in larga parte riepilogativi dei lavori già svolti, punto per punto, su queste pagine, su Battaglia comunista e nelle riunioni interne e pubbliche della nostra organizzazione.

Si inizia con la constatazione che la fase di crisi si annuncia nei primi anni '70 a una economia capitalista, già articolata su scala globale - tanto nell'operare a scala globale del capitale finanziario quanto nella divisione del lavoro - ma ancora basata su un apparato tecnologico, su livelli di automazione e su conseguenti organizzazioni del lavoro, ereditate dalla ricostruzione postbellica, per quanto progredite e più veloci rispetto al 1945.

La constatazione, così espressa, potrebbe sembrare banale. Non lo è considerando il fatto che ciò che è seguito, a cui abbiamo assistito ed è ancora in corso, è una vera e propria rivoluzione tecnologica, (la rivoluzione del microprocessore) che presenta aspetti e caratteristiche proprie e di grande impatto sulla composizione di classe e sul rapporto fra capitale e lavoro, oggetto della nostra analisi.

La rivoluzione tecnica

Ricordando il percorso generale della crisi, questa si annuncia nel maggior centro metropolitano del capitale, gli Usa. Gli Stati Uniti reagiscono svalutando il dollaro, imponendo una tassa protezionistica all'importazione e dichiarando la inconvertibilità del dollaro in oro. È il tentativo di far fronte immediatamente alla crisi interna scaricandola sui partner esteri, in particolare su Europa e Giappone.

L'equivalente universale di scambio non figura più l'oro. Il dollaro è il mezzo universale di pagamento, indipendentemente dal suo reale contenuto, e su questo dominio del dollaro gli Usa cadenzeranno la loro politica di superpotenza imperialista.

Agli altri non resta che difendersi dalla crisi e difendere le proprie economie con una spasmodica ricerca di incremento della produttività del lavoro e dunque della competitività delle merci.

Il momento è favorevole: l'elettronica ha da tempo superato la valvola termoionica ed ha già consentito l'ampia diffusione del transistor; il circuito integrato si è già affermato ed è già in via di miniaturizzazione. Parallelamente anche l'informatica, dopo la sua “fondazione” da parte degli ingegneri della Bell Corporation, nel lontano 1943, (1) ha già fatto passi da giganti. Le grandi imprese hanno già provveduto a inserire i computer sia in amministrazione sia nel controllo della produzione.

C'è ancora chi, nel 1977, è scettico di fronte al potenziale che si apre.

Grazie ai notevoli progressi realizzati (i produttori di circuiti elettronici miniaturizzati) sono in grado di produrre circuiti monolitici indipendenti, contenenti migliaia, e talvolta anche dozzine di migliaia di circuiti elementari. Offrire un equipaggiamento di tal fatto sul mercato significa tuttavia ricavare solamente un controvalore di un milione di dollari. Per abbassare a un livello commercialmente accettabile il costo unitario di questi circuiti sofisticati, sarebbe necessaria una domanda imponente, oppure bisognerebbe provvedere a creare le premesse perché una domanda di così vaste proporzioni potesse sorgere. E però più il circuito è importante, più avrà impieghi altamente specializzati, più dunque la domanda sarà limitata. Ecco il dilemma. (2)

D'altra parte era lo stesso gigante dell'informatica, IBM, a non aver ancora percepito al 1975 la portata di ciò che si stava preparando.

Nel marzo del 1975 la IBM ha reso pubblica la propria rinunzia alle innovazioni previste nel programma FS (Future System), rinviandolo di setto o otto anni, a causa di tutta una serie di problemi tecnici ed economici. Anziché tentare la straordinaria innovazione tecnologica, la società decise di limitare la propria attività al miglioramento dei grandi sistemi esistenti. (3)

Nonostante lo scetticismo di certi analisti e i calcoli errati di una multinazionale come la IBM, il microprocessore, una volta racchiuso in un chip di silicio di un cm2, inizia a diffondersi tanto nell'universo delle macchine utensili quanto nelle case e negli uffici in veste di personal o di home-computer.

È la rivoluzione informatica. E la chiamiamo rivoluzione non per la suggestione suscitata dalle virtù del computer, non per il gran parlare che se ne è fatto dai primi anni '80, ma perché porta con sé i caratteri di tutte le grandi svolte tecnologiche del capitalismo e qualcuna in più, del tutto peculiare.

I caratteri dell'ultima rivoluzione

L'innovazione tecnica, la possibilità dell'elettronica e dell'informatica di consentire livelli di automazione dei processi di produzione fino ad allora inimmaginabili porta con sé l'enorme sviluppo delle industrie relative.

L'elettronica e l'informatica appaiono agli ingenui e agli imbonitori come le miracolose portatrici di un nuovo sviluppo e le creatrici di un mondo di nuove professioni. Di fatto sorgono nuove professioni, nuove specializzazioni, legate sia al mondo industriale (dalla progettazione dell'hardware e del software per l'automazione e per alimentare i calcolatori di ufficio e domestici) sia al mondo dei servizi (nuove catene commerciali, nuovi servizi più o meno correlati). Si assiste a una relativamente rapida mutazione delle abitudini di vita di ampi strati delle formazioni sociali avanzate.

Ma subito si palesa, almeno a chi sa vederla, una delle caratteristiche peculiari di questa rivoluzione, un po' meno gradita.

Osserviamo le due grandi rivoluzioni industriali precedenti: quella dei trasporti ferroviari pubblici e quella del trasporto privato con l'automobile.

Sviluppo delle ferrovie ha significato sviluppo dell'industria estrattiva del carbone e del ferro, dell'industria siderurgica, dell'industria meccanica.

L'avvento dell'automobile come mezzo di trasporto privato, ha portato con sé l'ulteriore grande sviluppo della siderurgia, ma anche lo sviluppo di altre industrie, prima minori o addirittura inesistenti - si pensi a quella della gomma, quella del petrolio (estrazione, trasporto, distribuzione) quella della plastica, della strumentazione, delle infrastrutture stradali.

Entrambe, come l'ultima, hanno modificato gli stili di vita, i tempi e i modi della comunicazione, eccetera (sono aspetti interessanti, ma che non riguardano il nostro tema).

Ma l'ultima rivoluzione tecnologica appare chiusa in sé. Il suo vettore, e per certi versi prodotto immediato (il calcolatore elettronico), è fatto di circuiti elettronici e di altri microcomponenti forniti da quattro aziende a scala mondiale. Le memorie di massa con le quali lavora, dischi e dischetti, sebbene entrati ormai in milioni di case e uffici, hanno dato lavoro ad altre cinque o sei aziende (a ovviamente altissima automazione) che forniscono il mercato mondiale. Certamente il connesso sviluppo della telematica comporta (o comporterebbe) una quasi totale ristrutturazione dell'intera rete telefonica, con la generalizzazione dell'impiego delle centraline elettroniche per lo smistamento e delle fibre ottiche per la trasmissione.

Sono grandi novità, certo, e di grande impatto sulla società civile, che assiste allo sviluppo del villaggio globale dell'informazione per la borghesia e la piccola borghesia, e all'ulteriore ghettizzazione di vasti strati proletari e delle fasce povere ed emarginate.

Ma per quanto riguarda l'espansione della base produttiva, che segnò fortemente le svolte sopra ricordate, il bilancio di quest'ultima è negativo.

A fronte delle nuove concentratissime produzioni, spariscono interi comparti produttivi o servizi: il calcolatore ha fatto scomparire le macchine da scrivere e da calcolo meccaniche e il relativo indotto; ha reso inutili in quasi tutti i comparti produttivi intere fasi di lavorazione, con tutti gli strumenti e materiali di cui si servivano; ha sostituito (o sta sostituendo) un numero enorme di mansioni, prima affidate alla presenza e alla attività dell'uomo (un solo esempio: le funzioni di controllo remoto, sia su una linea ferroviaria, sia in un impianto chimico).

Le altre grandi innovazioni, mentre facevano scomparire alcune produzioni ne stimolavano molte altre, con la conseguente espansione della base produttiva, dell'occupazione e della quantità di merci prodotte. La rivoluzione del microprocessore opera in maniera inversa: mentre fa scomparire alcuni comparti produttivi e ne ridimensiona fortemente altri, ne crea di nuovi in quantità minore, a basso contenuto di lavoro vivo, contribuisce alla riduzione dell'impiego di lavoro vivo sia nei comparti produttivi sia nei servizi amministrativi e commerciali.

C'è un altro aspetto fortemente caratteristico della presente rivoluzione tecnologica: differentemente dalle precedenti, essa viene a coincidere con la fase di crisi del processo di accumulazione, di caduta del saggio di profitto e di tendenziale restringimento del mercato.

Il risultato della rivoluzione del microprocessore quindi è, sì, un fortissimo aumento della produttività e quindi della competitività delle merci prodotte nelle metropoli avanzate, ma non ha contribuito per nulla (anzi!) all'allargamento della base produttiva e del mercato. alla ripresa, ad uscire cioè dalla crisi stessa del ciclo di accumulazione.

Alla faccia di chi diceva che la ristrutturazione, il nuovo sviluppo di lavoro e di professioni ad essa connesso, avrebbero fatto uscire l'Italia (e gli altri paesi!) dalla crisi.

E alla faccia di chi crede che sempre e comunque l'innovazione tecnologica portata dal capitalismo sia lo strumento del progresso, dello sviluppo, del benessere dell'umanità.

Ha ragione, in certo modo, a prescindere dalle sue idealistiche illusioni, chi scrive:

O ci lasciamo sommergere dalla marea informatica e non solo il lavoro, ma l'umanità stessa non saranno che i robot dei nostri elaboratori elettronici. Oppure scaricheremo su queste macchine tutti i compiti ingrati, ripetitivi, automatici e informatizzabili e facciamo dei nostri schiavi meccanici, perfetti manipolatori d'informazione, gli strumenti della fioritura dell'essere umano. (4)

Ristrutturazione e occupazione

Comunque, nonostante gli scetticismi fra gli stessi esponenti della intelligenza borghese, sopra riportati, a partire dalla prima metà degli anni 1970, in coincidenza con il cosiddetto schok petrolifero del 1973, si avvia un poderoso processo di ristrutturazione industriale, che interessa tutti i paesi europei e l'Italia fra questi.

Ne fanno fede i grossi trasferimenti dello stato alle imprese sulla base della apposita legge, i dati estrapolabili da alcune serie di bilanci aziendali, e l'andamento della produzione e vendita dei nuovi macchinari e relative strumentazioni.

Il primo risultato, immediatamente percepibile, è l'aumento della disoccupazione. Questo non è più un dato congiunturale, ma si afferma come tendenza.

I grafici che qui riportiamo sono da noi elaborati in base ai dati Ocse (5) così come l'Ocse li fornisce, scontando dunque le enormi approssimazioni di cui soffrono (diversità dei sistemi nazionali di rilevazione, discutibilità dei criteri di rilevazione e calcolo). Non riportiamo i dati nudi, bensì i grafici del loro andamento: poiché l'approssimazione del dato e/o l'errore si ripetono anno per l'anno, l'andamento di tali dati nel tempo è comunque una fedele rappresentazione dell'andamento reale.

Grafico 2 - Andamento della disoccupazione in Italia - Fonte: Ocse
Grafico 2 - Andamento della disoccupazione in Italia - Fonte: Ocse

Ristrutturazione e produttività

L'altro risultato, quello realmente perseguito dal sistema ovvero dai capitalisti, è l'aumento della produttività.

Produttività è un termine molto caro ai capitalisti, è il terreno della rincorsa continua e sul quale si realizza lo scopo ultimo di qualunque impresa: fare più profitto possibile. I capitalisti e i loro ideologi la esprimono e la computano in vari modi: valore aggiunto per addetto, unità di prodotto per addetto per anno (o per giorno o per ora)... Per i marxisti la produttività del lavoro misura il grado di sfruttamento del lavoro salariato ed è dunque rappresentata da quel che chiamiamo saggio di sfruttamento ovvero il rapporto fra il plusvalore prodotto e il capitale variabile che lo ha prodotto (p/v).

Ci piacerebbe misurare concretamente e nei termini propri alla critica dell'economia politica l'andamento del saggio di sfruttamento, ovvero della produttività, in Italia, nell'ultimo ventennio. E ci piacerebbe che qualcuno tentasse l'impresa, certamente di estrema difficoltà nel nostro paese.

Ma l'impresa è pressoché impossibile da noi, semplicemente perché non disponiamo (né noi né la borghesia) di raccolte ordinate di dati empirici e statistici che consentano il computo.

Abbiamo già detto sopra, però, che i fenomeni cui ha dato luogo la crisi sono sostanzialmente simili in tutte le metropoli avanzate e quasi completamente sovrapponibili nelle formazioni europee.

Può allora essere adeguatamente significativo il grafico 3, relativo all'andamento del saggio di sfruttamento in Gran Bretagna fra il 1950 e il 1986 (curva superiore o curva 3), che traiamo da un interessante studio di Alan Freeman. (6)

Può essere interessante osservare che la curva 1 rappresenta l'andamento del rapporto fra profitti e salari così come riportati dai Conti nazionali britannici; la curva 2 rappresenta lo stesso rapporto corretto da tasse e benefit vari; la curva 3 rappresenta ciò che ci interessa realmente, cioè il rapporto fra salari e plusvalore nel solo comparto produttivo, emendato quindi dalla influenza mistificante che le attività e il lavoro improduttivo esercitano sul prodotto della scienza economica borghese.

È l'indisponibilità di certi dati e l'inattendibilità di altri, sui quali si è basato Freeman in GB, che rende pressoché impossibile realizzare in Italia analoghe elaborazioni.

Grafico 3 - Andamento del saggio di sfruttamento in GB
Grafico 3 - Andamento del saggio di sfruttamento in GB

È evidente la brusca impennata subita dal tasso di sfruttamento a partire dal 1972 e quindi la sua strettissima correlazione con il processo di ristrutturazione industriale avviato in quegli anni.

Non discutiamo qui il rapporto che lega l'aumento del saggio di sfruttamento e l'aumento della composizione organica del capitale con la caduta del saggio di profitto. Rimandiamo per questo all'articolo “Capitale produttività e saggio di profitto” sul n. 2 di Prometeo e, per una verifica diretta della nostra tesi al citato lavoro di Freeman. Ci preme invece qui osservare la coincidenza fra l'aumento del saggio di sfruttamento e l'aumento della disoccupazione. Il capitale cerca di contrastare la caduta del saggio di profitto(v/c+v) - illustrata dal grafico 4 - abbassando v nel mentre è portato ad aumentare c.

Il capitale variabile totale viene abbassato con la duplice manovra dei licenziamenti e del contemporaneo freno o decurtamento del salario reale.

Grafico 4 - Andamento del saggio di profitto (curva 1) della composizione organica di capitale (curva 2) e del saggio di sfruttamento (curva 3) aumentato nei valori di un fattore 5, in Gran Bretagna - Fonte: Freeman “National accounts...”
Grafico 4 - Andamento del saggio di profitto (curva 1) della composizione organica di capitale (curva 2) e del saggio di sfruttamento (curva 3) aumentato nei valori di un fattore 5, in Gran Bretagna - Fonte: Freeman “National accounts...”

Contromisure sociali

Un attacco di tale portata alla occupazione rischiava di suscitare disordini sociali difficilmente controllabili. La borghesia, i suoi centri dirigenti, hanno maturato sufficiente esperienza per sapere che condizione elementare perché la ristrutturazione tecnologica abbia qualche successo è la pace sociale; per sapere dunque che era necessario attivare e sostenere adeguati ammortizzatori sociali, almeno fin quando possibile.

Ogni paese avanzato ha dunque seguito la medesima strada maestra: attacco al capitale variabile manovrando al contempo le misure necessarie a contenere la caduta dei redditi familiari e dei livelli complessivi di vita. Le forme , gli strumenti adottati sono stati diversi, ma la sostanza è identica.

In Italia, strumento principe è stata (ed è ancora sebbene con molte difficoltà in più) la cassa integrazione. Ad essa si è affiancata la possibilità di integrare i redditi ufficiali con attività secondarie “in nero” tanto più possibili quanto più ampia è la distribuzione del reddito o, più correttamente, la distribuzione del plusvalore nelle tre forme in cui circola (profitto industriale, rendita, interesse). Lo sviluppo imponente del terziario (commercio e servizi) - lungi dall'essere il nuovo terreno di valorizzazione del capitale come gli ideologi della borghesia e qualche cripto-cattolico in veste di ideologo eversivo (tipo Antonio Negri) volevano credere o far credere (7) - segnava appunto il crescere nella società di quelle attività e di quegli strati, sostanzialmente parassitari, che ritagliano quote consistenti dal plusvalore prodotto in realtà da altri e in altro modo.

Sono attività che “creano” reddito, non valore e che perciostesso non prevedono accumulazione, reinvestimenti consistenti ecc. Il loro “profitto” (tale solo per analogia del rapporto fra padrone e dipendenti) è destinato al consumo e al risparmio privato dei percettori. Frotte di avvocati, commercialisti, pubblicitari, consulenti, dispongono di redditi elevati - che possono tornare in circolo nella società, ancora sotto forma di redditi e in parte dunque a sostegno di cassintegrati, disoccupati, strati più o meno marginali della società - o possono tornare allo stato in cambio di Bot e Cct.

Tutti i paesi europei e l'Italia in modo particolare hanno visto crescere il debito pubblico lungo tutto il ventennio considerato, dapprima in modo quasi impercettibile, poi sempre più drammatico, sino all'attuale avvitamento a spirale, per cui allo stato è possibile pagare gli interessi sul debito pregresso, solo aumentando il debito complessivo con nuove emissioni. Il grafico 4 illustra bene il fenomeno.

Grafico 5 - Andamento del debito pubblico in Italia dal 1970 al 1989 - Fonte: Istat
Grafico 5 - Andamento del debito pubblico in Italia dal 1970 al 1989 - Fonte: Istat

Sarebbe interessante ricostruire l'andamento dei rapporti quantitativi fra i diversi impieghi del debito pubblico, attraverso l'esame dei conti nazionali e della amministrazione pubblica e in particolare dei trasferimenti da questa alle imprese, alle agevolazioni di credito e agli enti di previdenza. Sarebbe così reso empiricamente evidente il grande sforzo fatto dall'amministratore complessivo del capitale (lo Stato) nell'aiutare da un lato la ristrutturazione e dall'altro nell'attutire i suoi pesanti contraccolpi sociali. È il Censis a scrivere:

La Cassa Integrazione (in sostanza lo Stato) attraverso gli interventi di tipo straordinario creati per sostenere le imprese in condizioni di crisi strutturale ha senza dubbio favorito quel processo di ristrutturazione finalizzato all'acquisizione di maggiori livelli di produttività e competitività, con i noti effetti positivi sulla nostra economia. (8)

Stato sociale?

Qui si impone una precisazione. Quando parliamo di sforzo dello stato in quanto amministratore complessivo del capitale, qualcuno potrebbe intendere quel famoso “stato sociale” di cui tanto si parla oggi fra chi lo vuol ridimensionare e chi lo vuole difendere o “ripristinare”. Quel qualcuno sbaglia, e di grosso.

In realtà non esiste uno stato sociale, o “democratico”, contrapposto a uno stato antidemocratico e antisociale; esiste solo lo stato della borghesia che amministra, come più gli conviene e come può, la società e la sua economia, ma sempre all'interno delle compatibilità del modo di produzione capitalista e del rapporto fra capitale e lavoro.

Abbiamo già dimostrato la falsità del concetto di stato sociale e denunciato la ideologia e il programma conservatore che lo sottendono. (9)

Qui ricordiamo solamente che lo stato si limita sempre ad amministrare le quote del plusvalore e le quote del salario che preleva fiscalmente e le quote di salario indiretto che riceve dai capitalisti nella sua veste appunto di amministratore centrale, perché le impieghi, se quando e come può, nei servizi e funzioni necessarie alla riproduzione della forza lavoro nelle condizioni della sua massima efficacia alla valorizzazione del capitale.

Quel che era chiamato stato sociale era lo stato che amministrava il salario indiretto e le quote di salario diretto prelevate fiscalmente, ritornandolo, e neppure in modo completo, all'insieme dei suoi titolari in forma di servizi. In modo affatto incompleto perché amministrava il salario dei proletari a vantaggio anche di strati diversi e finanche sfruttatori. È il caso di previdenza e sanità di cui usufruivano e usufruiscono commercianti, artigiani, agricoltori, con diversi regimi contributivi ma a parità di prestazioni.

Stato sociale perché distribuiva socialmente i fondi? Si, ma in gran parte sono quote di salario operaio, quote di v, che andavano e vanno ad altri.

Non c'è nessun interesse del proletariato a difendere quello stato sociale; sarebbe interesse proletario difendere le proprie condizioni di vita e dunque i servizi che invece gli vengono negati, nonostante abbia pagato e paghi per essi. Sarebbe interesse proletario riconoscere nel corso di questa battaglia la natura vera dello stato borghese quale strumento di dominio del capitale e primo ostacolo da abbattere sulla strada della propria emancipazione.

Mutamenti nella struttura industriale

Ritorniamo al nostro tema centrale osservando le linee contraddittorie e tipiche:

  • lo stato, dunque sostiene la ristrutturazione “per far uscire l'Italia dalla crisi”, con trasferimenti diretti alle imprese e con interventi diversi a sostegno dei redditi operai. Ciò prima si rende possibile con un leggero indebitamento a sostegno dei suoi bilanci; poi si rende necessario accrescere l'indebitamento .
  • né l'Italia né gli altri paesi escono sostanzialmente dalla crisi. L'indebitamento dello stato prosegue fino alle attuali soglie di non ritorno.

Intanto, proprio perché non si risolvono (né lo possono) le cause di fondo della crisi, si verifica l'altro fenomeno in base al quale, mentre cala il saggio medio di profitto - che noi marxisti individuiamo nel rapporto p/c+v, in cui p è il plusvalore - la piccola industria (piccola per dimensioni, per mezzi finanziari e per potere politico sul capitale finanziario) vede diminuire pesantemente i suoi “utili netti”, cioè la quota di profitto industriale che rimane dopo aver detratto dal plusvalore le quote degli interessi (pagati alle banche) e delle rendite (pagate ai proprietari immobiliari e alla molteplicità dei servizi). Il processo di “finanziarizzazione” del capitale significa anche questo: crescente squilibrio nella ripartizione del plusvalore fra profitto industriale e interesse a vantaggio di quest'ultima e, ovviamente, tanto più in periodo di crisi del ciclo di accumulazione.

Quale miglior freno agli investimenti e al dinamismo della inventiva, fantasiosa imprenditoria italiana?

Calcoli fatti da alcune associazioni padronali stimano l'utile netto medio delle rispettive attività fra il 5 e il 7% del capitale investito. Qual'è il piccolo imprenditore che non giudichi più redditizio “investire” il proprio miliardo liquido in Bot e Cct al 10% piuttosto che comprare nuove macchine e impianti e indebitarsi ancor di più con i leasing?

Di fatto la piccola imprenditoria privata, su cui hanno sognato e sproloquiato tanti esimi economisti e giornalisti economici è da tempo in via di estinzione. Apparentemente ciò è in contraddizione con l'aumento delle società e delle piccole aziende, indicato dal passaggio dalle 702 mila unità locali industriali del 1971 al milione e 5 mila del 1981 (dati Istat dei censimenti) e di cui tutti parlano. In realtà abbiamo assistito ad un sommovimento fatto di chiusure, fusioni e scorpori societari.

Delle chiusure di società, SrL o Spa, ne abbiamo avute di reali, con cessazione di ogni attività (con licenziamento dei dipendenti), e di... fiscali, con la fine di un assetto societario, la sospensione della attività (ancora con licenziamento degli addetti) e la riapertura delle attività sotto nuovo nome e sotto nuova proprietà, in genere di un'altra società più grande.

Le fusioni, fra SrL non registrate dall'Istat ma dalle Camere di commercio industria e artigianato, a formare una nuova società che controlla le precedenti è stato ed è tuttora un fenomeno massiccio.

Infine lo scorporo delle attività di una azienda fra diverse società appositamente create e magari decentrate è un altro fenomeno che concorre all'aumento delle “unità locali” nascondendo agli occhi di chi non sa vedere (e leggere i dati reali) la reale stagnazione o il restringimento della base produttiva.

Un'azienda che produce bulloni e minuteria metallica è fatta di alcuni reparti di produzione, dell'amministrazione interna e del personale, e del reparto commerciale. Se i reparti di produzione sono anche minimamente differenziabili in base ai prodotti e alle macchine impiegate, è possibile ipotizzare lo scorporo delle produzioni attribuendole a due o più società di comodo; a quel punto sarà ancor più facile e utile scorporare i reparti di commercializzazione in un'altra società ancora, appunto commerciale.

Ebbene queste possibilità teoriche e legali sono divenute realtà in un gran numero di casi e in diversi settori per il convergere di più convenienze di ordine amministrativo e fiscale con quelle di ordine politico, immediatamente antioperaio.

Le tabelle 1 e 2 illustrano sufficientemente il fenomeno già verificatosi nel decennio 71-81 della sproporzione fra la crescita delle unità di produzione e del numero di addetti, in alcuni settori e nel complesso dell'industria manifatturiera.

Altri dati da tenere in osservazione sarebbero quelli relativi alla fondazione, cessazione di attività e fusioni delle società nei diversi settori, con i quali non intendiamo comunque tediare il lettore.

Unità Tessile 1971 Tessile 1981 Carta e editoria 1971 Carta e editoria 1981 Gomma e plastica 1971 Gomma e plastica 1981
Fino a 2 33239 3663 5787 10045 6031 8725
10-19 3311 4996 1984 3096 1157 2182
20-50 2445 2444 1202 1217 804 1078
500-1000 87 49 30 26 20 19
Tabella 1 - Unità industriali per numero di addetti e numero di addetti nei settori tessile della carta ed editoria e della gomma e plastica, 1971/1981 - Fonte: Dati Istat, Censimenti 1971 e 1981

.

- Unità Addetti Addetti/unità
1971 631408 5286 8,4
1981 911398 6115 6,7
Variazioni +44,3 % +15,7 % -
Tabella 2 - Unità e addetti e numero di addetti per unità nel totale dell'industria manifatturiera, 1971/ 1981 e rispettive variazioni percentuali - Fonte: Dati Istat, Censimenti 1971 e 1981

Frammentazione della classe

L'attacco a salario e occupazione riesce tanto più facile quanto più la classe operaia, oggetto dell'attacco, è frammentata. Questo vale tanto a scala nazionale, nel rapporto fra capitale e lavoro complessivi, quanto nel rapporto fra imprenditore e dipendenti della singola impresa.

L'esperienza di ormai due secoli ha insegnato anche al più ottuso dei borghesi che è più facile governare poche decine fra operai e impiegati che diverse centinaia o addirittura migliaia di dipendenti, concentrati nello stesso luogo di lavoro, assunti sotto il medesimo contratto di categoria, in condizione di ergersi collettivamente a controparte anche nel più banale contratto integrativo.

Se, nonostante questa lezione, il capitale non ha potuto evitare in passato le grandi concentrazioni operaie è perché queste costituivano una delle condizioni di avvio e di primo sviluppo della concentrazione del capitale e tecnologico.

La fine del terzo ciclo di accumulazione, l'avvio della rincorsa alla produttività, coincidente con la rivoluzione del microprocessore, hanno aperto una fase nuova nella quale viene meno quella condizione e di conseguenza si rende per certi versi possibile, per altri addirittura necessario, passare alla frammentazione del processo produttivo e al suo isolamento dalle attività di commercializzazione e di servizio all'uno e alle altre.

Trionfa, nella ideologia d'impresa, manageriale (subito trasmessa al sindacato), il concetto di flessibilità della produzione, che deve adattarsi alla richiesta del mercato. Questo, risulta in contrazione a scala globale, ma nelle metropoli, debitamente stimolato, apre al marketing - scienza della indagine e al contempo dello stimolo del mercato - un'infinità di segmentazioni e differenziazioni del “target” ai quali dedicare la produzione. Più è piccola l'impresa, o meglio l'unità produttiva, più facile sarà adattarla a una richiesta mutevole, nella quantità, nella qualità o addirittura nel tipo di produzione.

Non importa se nel frattempo la domanda totale diminuisce, se strati crescenti di popolazione risultano emarginati dal consumismo trionfante per tutti gli anni '80. L'importante è produrre e vendere qualunque scempiaggine che accorte indagini/azioni di marketing riveleranno.

Terziarizzazione

Cresce la pubblicità, crescono tutti i servizi a essa correlati e cresce la quota di plusvalore che si trasforma in faux frais della produzione, in redditi di quegli strati piccolo borghesi cui abbiamo già fatto cenno sopra. Di quanto?

Del 147,5% fra il 1980 e il 1989, sino ai 7301 miliardi del 1989 (57.425 miliardi in Europa). (10)

Prosperano dunque servitori e parassiti del capitale e qualcuno parla di terziarizzazione della società, di post-industriale mentre qualcun altro, riconoscendo la fine dell'operaio-massa scambia il fenomeno per un allargamento dell'ambito della valorizzazione del capitale al mondo dei servizi. (11)

Gli effetti più vistosi di tutto ciò sulla classe sono sotto gli occhi di tutti: diminuzione del numero di “operai e assimilati” che in base ai dati del Rapporto Censis risultano essere passati da 9 milioni 656 mila del 1980 agli 8 milioni 161 mila del 1989 .

Gli addetti alla produzione con mansioni esecutive manuali diminuiscono nell'ultimo decennio del 15,5%, mentre aumenta del 29,1% il numero di “Dirigenti e impiegati”.

Potenza delle statistiche italiane! Gli impiegati sono conteggiati insieme ai dirigenti e fra gli impiegati c'è di tutto, dall'addetto alla contabilità al tecnico in camice bianco addetto al controllo di qualità, all'addetto al magazzino automatizzato; i rilevamenti vengono fatti in base alla dichiarazione degli intervistati e dunque in base a come questi si sentono o si qualificano.

Scrive il Censis:

È presumibile che l'intenso sviluppo rilevato per il terziario abbia incrementato da un lato la componente occupazionale costituita dai lavoratori autonomi e, dall'altro, determinato la riduzione del fabbisogno occupazionale di particolari figure professionali del lavoro dipendente. (12)

Già, cambia il fabbisogno delle figure professionali prevalenti nella fase precedente perché altre figure sono rese necessarie dalla fase nuova aperta dalla ristrutturazione profonda.

La disaggregazione

Queste nuove “figure professionali”, assimilate opportunisticamente dalla scienza statistica italiana agli “impiegati”, a loro volta assimilati ai dirigenti, sono invece i nuovi proletari, con tutte le caratteristiche proprie e permanenti dei proletari: possesso non dei capitali ma di una forza lavoro venduta ai capitalisti in cambio di un salario; abbondante presenza sul mercato, tale da consentire la sostituibilità e l'intercambiabilità dei soggetti; riproducibilità su larga scala delle forze di lavoro, con le loro specifiche caratteristiche.

Non conta qui che l'acquisto e l'impiego della forza lavoro avvenga in ambito di valorizzazione del capitale complessivo, ovvero in ambiti produttivi, o meno. Nella formazione sociale capitalistico-borghese, tutte le attività lavorative sono sussunte al rapporto di lavoro capitalistico. Nei comparti improduttivi (del commercio e di larga parte dei servizi) la forza lavoro “valorizza” il capitale singolo, quantunque questo sia costituito in realtà di una quota di plusvalore altrove prodotto e appropriato dal padrone dell'azienda in forma di rendita.

La terziarizzazione, quindi, se ha ridotto la quantità di lavoro vivo impiegata nella produzione, non per questo ha ridotto quantitativamente il proletariato e annullato il rapporto di classe tipico del modo di produzione capitalistico.

Piuttosto quello che va rilevato è il fatto che un minor numero di produttori produce la ricchezza sulla quale si fonda la complessità della formazione sociale metropolitana.

Resta il fatto, di non poco conto, di una frammentazione delle grandi concentrazioni produttive e di una mutazione di rapporti interni al proletariato fra gli strati direttamente produttivi e quelli legati ai settori improduttivi del capitale. Questi ultimi risultano oggi, anche in Italia, molto più numerosi di ieri e sicuramente più dei primi. È peraltro difficile quantizzare i rapporti numerici fra le diverse componenti di classe del proletariato sulla base delle rilevazioni Istat, che in modo del tutto idiota e inutile alla stessa “scienza” borghese, dividono le forze lavoro fra... indipendenti e dipendenti. (13)

Questa mutazione dei rapporti numerici fra le diverse componenti proletarie è stata immediatamente utilizzata sul terreno ideologico dalla borghesia e dai suoi media di destra, centro e sinistra per sbraitare e sproloquiare impunemente sulla attenuazione, quando non sulla fine della divisione in classi della società. In questa campagna la borghesia ha trovato all'interno della sua formazione sociale i più validi alleati in quelle forze politiche di sinistra che, in base alla sconfitta storica del proletariato fra le due guerre, fungevano ancora da punto di riferimento ideologico e politico della classe operaia: sostanzialmente il Pci e il sindacato ad esso legato.

Gli operai dunque si vedono diminuire e disperdere, gli viene sbandierata la crescita del terziario come un processo che li marginalizza, mentre il sindacato tutto sembra fare salvo che difendere la centralità della questione operaia e si limita a farsi interprete delle necessità della “azienda Italia” attenuando, come e quando può, molto sporadicamente dunque, gli effetti più drammatici delle ristrutturazioni.

Nel perdurante isolamento pressoché totale delle avanguardie rivoluzionarie, il Pci ha avuto quindi gioco relativamente facile nell'aggiungere alle bastonate materiali inferte dal capitale il totale disarmo ideologico e ideale degli operai. Uno dei maggiori drammi dell'epoca nostra è proprio questo: mentre continuano e si aggravano gli attacchi del capitale ai lavoratori in produzione, questi perdono progressivamente fiducia nella propria forza e capacità di difesa collettiva, sino a perdere la stessa coscienza della propria identità di classe.

Né esistono le condizioni oggettive, né quelle soggettive, politiche, perché gli strati nuovi del proletariato si riconoscano come tali e giungano a soccorso. Non mancano le lotte anche di questi, certo, sebbene rare e isolate. Mancano però sufficienti spinte materiali e un adeguata contro campagna politica perché si riconosca nel così disarticolato complesso del proletariato l'affinità delle lotte, l'identità dell'avversario e la ricomponibilità della forza di classe.

Mancano le spinte materiali, perché, lo abbiamo visto, la rapida e complessa circolazione del reddito contente di contenere agli strati più marginali, l'attacco alle condizioni materiali di vita delle famiglie.

Manca la campagna politica contro quella della borghesia, perché mancano forze sufficientemente attrezzate e sufficientemente radicate nella classe stessa.

Il primo risultato complessivo è la disaggregazione, materiale e soggettiva del proletariato, il suo temporaneo ma efficace annichilimento. La rivoluzione del microprocessore ha però un altro più profondo impatto sulla composizione di classe operaia, che la nuova legislazione sul mercato del lavoro, ancora in fase di elaborazione mentre scriviamo, penserà a codificare.

Caratteri del nuovo processo di lavoro

Le nuove macchine non sono solamente più veloci e più automatizzate. Il loro maggior automatismo porta con sé una maggior alienazione del rapporto fra lavoratore e mezzo di produzione nel processo di lavoro.

Rileggiamo quando aveva da dire Marx sul macchinismo:

La macchina non si presenta sotto nessun rispetto come mezzo di lavoro dell'operaio singolo, la sua differentia specifica non è affatto, come nel mezzo di lavoro, quella di mediare l'attività dell'operaio nei confronti dell'oggetto; ma anzi questa attività è posta ora in modo che è essa a mediare soltanto ormai il lavoro della macchina, la sua azione sulla materia prima - a sorvegliare questa azione e a evitarne le interruzioni. A differenza quindi dallo strumento che l'operaio anima - come un organo - della propria abilità e attività, e il cui maneggio dipende perciò dalla sua virtuosità. Mentre la macchina, che possiede abilità e forza al posto dell'operaio, è essa stessa il virtuoso, che possiede una propria anima nelle leggi meccaniche in essa operanti e, come l'operaio consuma mezzi alimentari, così essa consuma carbone olio ecc. (matières instrumentales) per mantenersi continuamente in movimento. (14)

La rivoluzione del microprocessore con l'automazione estrema dell'intero processo di produzione non solo porta alla massima espressione questo dominio della macchina sull'uomo, gia da Marx riconosciuto un secolo e mezzo fa; è ora la sostanza stessa del dominio che compie un salto di qualità.

Ancora nel sistema di produzione a catena l'attività dell'operaio presupponeva e comportava la conoscenza delle relazioni tecniche fra il suo lavoro e i meccanismi, per quanto automatici della macchina. Nella fabbrica automatizzata dal microprocessore invece non è più necessaria neppure questa sua abilità; il processo di produzione sfugge completamente alla conoscenza e alla comprensione dell'operaio, che pure ne conosceva prima almeno il frammento di sua competenza. Alla faccia delle chiacchiere sulle nuove professionalità con cui hanno rintronata la classe operaia per tutti gli anni '80! (15)

L'intervento dell'operaio, o comunque dell'uomo, fosse pure il capo squadra, non avviene più direttamente sul processo di produzione attraverso regolazioni e comandi diversi: è la macchina stessa a comandare e regolare, secondo il programma che ha in esecuzione, tutti gli utensili, i ritmi del loro operare, la loro sostituzione quando necessaria, e in molti casi a effettuare la diagnosi dell'intero sistema e operare gli interventi di auto manutenzione eventualmente necessari (dalla lubrificazione, alle diverse correzioni).

Tutto ciò trova immediatamente la sua traduzione nella organizzazione del lavoro, prima ancora che i padroni pensino a codificarla e a dirigerla secondo le loro convenienze, prima ancora cioè che inizino a teorizzarla.

Il primo risultato è la crescente inutilità del lavoro “a catena” fondato sulla individualità dei compiti nell'ambito del lavoro collettivo. È il “gruppo di lavoro” - che riunisce i “conduttori” delle macchine, chi le allestisce e chi le prepara - a rappresentare l'unità di lavoro nel processo produttivo.

La oggettività delle nuove combinazioni produttive precede la teoria della “nuova organizzazione del lavoro” che deve superare l'ormai inutile “organizzazione scientifica del lavoro” del taylorismo (vedi oltre).

Rivoluzione nei mansionari

All'interno del gruppo di lavoro che viene così di fatto a definirsi, si verifica un cambiamento dei ruoli del personale strettamente esecutivo: a questo livello la qualificazione non è più minimamente necessaria; una mansione equivale l'altra e tutte non richiedono che brevissimi periodi di apprendimento, che sarebbe più adeguato chiamare di adattamento. La forte mobilità fra i posti di lavoro in azienda e fra diverse aziende è dunque resa possibile dalla natura del lavoro prima ancora che richiesta dal padronato.

Ai livelli esecutivi la qualificazione sparisce, viene meno la necessità del classico apprendistato, la sostituibilità dell'operaio viene esaltata.

È cambiato, intanto, nel complesso dei dipendenti dell'azienda il rapporto numerico fra gli addetti alle mansioni esecutive sulle macchine, di servizio cioè alle macchine, e gli addetti alla preparazione delle stesse (“programmatori”, operatori della sala di controllo e comando del sistema), alla loro manutenzione, alla preparazione e alla progettazione del processo produttivo.

A ciò si sono aggiunti altri due fenomeni:

  • il passaggio al personale di preparazione di alcuni compiti e mansioni che prima appartenevano al personale esecutivo;
  • una cooperazione più stretta fra gli uffici studi e preparazione della produzione e l'officina di produzione.

Poco conta, in questi fenomeni ormai non più solo tendenziali, che - per le ragioni viste sopra - le aziende con organizzazione appena un po' più complessa della piccola azienda artigiana scorporino le attività dei diversi comparti in diverse società.

Di fratto si stabilisce un nuovo ordine gerarchico nella struttura del complessivo gruppo di lavoro: scompare la cerniera gerarchica che legava l'operaio specializzato al qualificato e al generico; è l'intero gruppo esecutivo, ridotto a mansioni svuotate di ogni contenuto professionale, che si trova ora gerarchicamente al di sotto delle altre, spesso nuove mansioni, nelle quali si concentra quel poco di sapere specialistico che ancora si richiede nei diversi settori della produzione, al di fuori del top-management.

In altri termini: il tipo di rapporto del lavoro a catena fra operaio specializzato e operaio generico, nella fabbrica informatizzata si riproduce apparentemente fra il gruppo di produzione e il gruppo di preparazione, ma con una ben più marcata distinzione fra le due componenti: le informazioni fornite dalla sfera della preparazione verso la sfera esecutiva non riguardano che la messa in moto e il funzionamento dei mezzi di produzione, mentre quelle provenienti dalla produzione immediata verso gli ambiti e il personale della preparazione e del controllo permettono a questi di avere una rappresentazione esatta del processo di produzione e del suo funzionamento.

Siamo in presenza di uno scombussolamento dei precedenti equilibri e rapporti interni alla classe operaia, che se sfugge nella sua portata e nelle sue implicazioni politiche a un gran numero di sinistri, quantunque radicali, non ha mancato di influire oggettivamente, in concomitanza con gli attacchi più diretti, sullo smarrimento di identità del collettivo-classe.

Qui, infatti, si gioca la distinzione, sulla quale non ha mancato di speculare bassamente il fronte padronal sindacale, fra chi ha o può avere “professionalità” e chi ne è invece di fatto escluso.

La sfera esecutiva, del lavoro che nella fabbrica tradizionale era (ed è ancora, dove quel sistema sopravvive) di tipo manuale, è ora costituita da operai completamente deprofessionalizzati, dunque di facilissima e rapidissima sostituibilità.

Fra il caricare manualmente l'alimentatore di una linea di confezionamento e il caricare manualmente o con l'ausilio di attrezzi particolari, la linea di tornitura meccanica che a sua volta alimenta una linea di montaggio, la differenza è solo nella qualità, nella forma e nel volume di ciò che deve essere caricato sul sistema; lo stesso dicasi per l'avvitamento “manuale” di parti specifiche o di speciali pannelli su una linea di assemblaggio, la taratura di uno strumento di misura, automaticamente premontato su un qualsiasi congegno, o il controllo del polmone di semilavorati da un sistema nel passaggio a un altro sistema di finissaggio, se e quando la diversità dei ritmi e delle velocità operative dei sistemi prevede l'esistenza di tale stazione di compensazione.

L'operaio esecutivo può passare da una mansione all'altra senza che questo comporti sensibili tempi di apprendistato o di... professionalizzazione.

È su questo tipo di forza lavoro che si gioca gran parte della riforma del mercato del lavoro in preparazione, e che avremo modo di esaminare nei particolari che assumerà nel quadro complessivo.

Interviene la legge

Qui ci siamo limitati a indicare i contorni del quadro nel quale dovranno essere considerati i capitoli di legge della riforma.

A grandi linee essa si muoverà nel senso di rendere sostanzialmente precarie quelle fasce del lavoro operaio, già private di una qualsiasi identità professionale.

L'operazione è chiara e ovvia: nella manovra per abbassare v si inizia con il penalizzarne le fasce più deboli, meno qualificate, più soggette al ricatto della sostituibilità (se del caso con forza lavoro straniera, proveniente dai paesi più deboli, i cosiddetti extracomunitari): dal contratto di formazione lavoro al “lavoro interinale” il passaggio è oggettivamente automatico. La spinta è biecamente e immediatamente economica, la conseguenza è anche politica.

Ciò che contribuirà ulteriormente agli scombussolamenti di cui si diceva è la sanzione ufficiale, legislativa, della separazione fra lavoro esecutivo, deprofessionalizzato, e dunque precario, e il lavoro, o le mansioni più stabili, più “professionali” (non a caso usiamo le virgolette) che sfuggono, almeno in linea teorica, a questa manovra di precarizzazione. È naturale che penserà il permanente stato di crisi a far sì che il lavoro interinale finisca con l'interessare anche le mansioni ritenute illusoriamente più professionali. Ma intanto resta il fatto della sanzione legale che la formazione sociale capitalistica dà alla separatezza di ruoli e soprattutto di status dei lavoratori.

È necessario allora prevedere, o meglio riconoscere il determinarsi di una situazione in cui la classe dovrà iniziare il processo della propria ricomposizione soggettiva a partire dalle sue generalissime componenti: quella del lavoro esecutivo, quantomai precario, fatto di estrema mobilità in azienda e fra aziende sul territorio, e quella del lavoro che, pur sempre esecutivo, gode di maggiori riconoscimenti sul piano... professionale e in ultima analisi salariale.

Prima di venire a questo aspetto della questione, conviene soffermarsi sulle presunte professionalità del lavoro diverso da quello di servizio diretto alle macchine.

È indiscutibile che il livello di conoscenze tecniche o “culturali” che è richiesto a un perito industriale incaricato del controllo qualità dei materiali che entrano nel processo di produzione è superiore a quello richiesto al “conduttore” macchine di produzione o all'addetto alla pulizia delle macchine stesse. Ma è anche vero che la differenza sta solo nel diverso livello di preparazione della forza lavoro che i due soggetti hanno ricevuto, fermo restando che entrambi sono oggetti, più o meno fortunati, del processo di formazione della forza lavoro, quale momento del più complessivo processo di riproduzione del capitale variabile.

Lo stesso può dirsi della differenza fra il suddetto operaio esecutivo e l'addetto alla contabilità d'impresa. Anche qui il contabile non è più tale: è un semplice operatore al computer (un badilografo) che su questo schiaccia la sequenza di tasti che immettono all'interno di una griglia prefissata i dati che il calcolatore elaborerà nel modo prefissato e che, al nuovo comando da tastiera, stamperà in forma di buste paga, piuttosto che di rapporto sul movimento merci o fatture. Che il suddetto contabile si senta molto diverso dall'operaio che porta con il muletto i pallet di scatole di bicchierini in plastica, piuttosto che i pacchi di riviste pre-indirizzati, dall'uscita dall'impianto di produzione al magazzino o ai camion, non cambia nulla al fatto che entrambi i lavori sono altrettanto deprofessionalizzati e altrettanto funzionali all'accumulazione del capitale altrui.

La scuola di ragioneria a indirizzo informatico dell'uno o la terza media dell'altro sono entrambe volute dal capitale per formare la forza lavoro che gli è necessaria, con le conoscenze che è necessario che abbia e nelle proporzioni che gli servono. Dire che i politici pensino le leggi sulla educazione e sull'obbligo scolastico in base alle sollecitazioni provenienti dalla società civile è tanto vero quanto dire che una mela vien dal melo. Non si dice nulla sul melo e le caratteristiche dunque della mela, e non si dice nulla della natura della società civile e dunque delle sollecitazioni che ne promanano.

La società civile altro non è che la società capitalista e le sue sollecitazioni sui politici altro non sono che le richieste del mercato (del mercato della forza lavoro, in questo caso).

La scuola deve formare i nuovi operai alle condizioni di conoscenza e, soprattutto, di adattabilità necessarie al capitale (o, il che è lo stesso) al mercato del lavoro. Per questo è di massa e per questo sforna masse di diplomati.

Ristrutturazione del salario

Come visto, il processo di nuova compartimentazione della forza lavoro è dunque complesso e presenta le naturali contraddizioni di ogni processo sociale.

La legge dunque interviene a sancire la deprofessionalizzazione del lavoro esecutivo, indipendentemente dal fatto che la deprofessionalizzazione indotta dal microprocessore interessa pressoché tutte le mansioni al di sotto di quelle strettamente manageriali. Quest'ultimo aspetto si paleserà nella pratica sociale, una volta passate le nuove regole: vedremo così anche molti tecnici e molti impiegati essere assunti per mansioni una volta ritenute “di concetto”, con contratti provvisori per lavori temporanei, o interinali.

Ma - è proprio il caso di rilevarlo - la riforma del mercato del lavoro non viene presentata per quel che è e per gli scopi alla quale deve di fatto rispondere. Ovviamente le potenti casse di risonanza dei media propagano tutt'altre idee e suggestioni: misure per l'occupazione, le chiamano; facilitazioni all'ingresso dei giovani nel mondo del lavoro e al riciclo di quanti, meno giovani, si trovano “in esubero” da un'azienda per passare ad altra azienda e occupazione. Il tema professionalità non riveste un ruolo importante nelle argomentazioni sulla riforma del mercato del lavoro.

Esso invece gioca tutto il fascino della parola nei discorsi sulla riforma del salario.

Le prime grosse operazioni sul vecchio salario sono già state portate a termine: la scala mobile è stata smantellata (con una conseguente riduzione dei salari legali registrata recentemente anche dall'Istat) e sono state poste le condizioni per la riforma globale in funzione esclusiva delle rigidità capitalistiche, quindi della riduzione del costo del lavoro.

La trattativa ancora in corso sul costo del lavoro ha, nell'ottica capitalistica, due punti di riferimento o due linee di azione che devono convergere: la riduzione del costo di v attraverso il taglio netto del monte salari complessivo e l'adeguamento della struttura del salario alla nuova organizzazione del lavoro. Avremo modo di esaminare più in dettaglio le forme del nuovo salario e dei meccanismi messi in atto per la sua riduzione, una volta definite dalla trattativa e... “passate”. D'altra parte non c'è da illudersi che non passino. Se non dovessero passare legalmente passerebbero nella pratica, come già sta verificandosi in non poche delle aziende della famosa imprenditoria diffusa, del nord Italia. Troppo forte è il ricatto sulla occupazione e troppo debole la classe operaia perché si possa ipotizzare a medio termine una opposizione alla manovra capitalistica in grado di bloccarla o anche solo di ostacolarla. Ma già alcune linee interpretative sono state date sulle pagine della stampa e della critica marxista. (16)

In sintesi, la manovra è questa: si cerca di contenere al minimo il costo vivo per il capitale, tagliando la quota dei contributi sociali ed eliminando i cosiddetti automatismi. I contributi, ovvero il salario indiretto, viene eliminato così i servizi saranno pagati direttamente dal salario, come una qualsiasi altra merce (riducendo dunque sostanzialmente il valore della forza lavoro). Gli aumenti per anzianità, saranno anch'essi aboliti, legando gli eventuali incrementi del salario alla famosa professionalità, ovvero, in concreto, alla posizione ricoperta nella nuova organizzazione del lavoro indipendentemente dai suoi requisiti di professionalità, che resta una grande bufala ideologica del capitale.

Salario e nuova organizzazione del lavoro

Il salario, dicevamo, dovrà essere strutturato per adattarsi alla nuova organizzazione del lavoro. Cosa si intende?

Abbiamo visto che la rivoluzione tecnologica porta con sé una nuova organizzazione del lavoro che la scienza borghese pensa a codificare una volta che si è già palesata nei fatti. Il taylorismo risulta superato dalle spinte materiali provenienti dalla rivoluzione del microprocessore e le teste pensanti della borghesia provvedono a costruire la teoria che lo sostituisce. La nuova organizzazione del lavoro assume così un nome affascinante: sistema di qualità totale (total quality system, all'inglese).

L'obiettivo è sostanzialmente uno e ben definito: recuperare margini di produttività, risparmiando lavoro vivo. Chiariamo subito ai nostri lettori quello che anche i teorici e consulenti della borghesia cercano di chiarire ai loro clienti imprenditori: qualità totale o sistema di qualità totale ha poco a che vedere con la qualità del prodotto; il controllo di qualità del prodotto riguarda la costanza della qualità prefissata, che peraltro può anche essere bassa se il consumatore finale si accontenta. Si tratta quindi di razionalizzare, codificare e controllare sistematicamente tutte le operazioni che costituiscono il processo di produzione (o comunque di lavoro) massimizzando l'utilizzo delle capacità e potenzialità del lavoro vivo in rapporto alle potenzialità e opportunità fornite dalle macchine e dal sistema di macchine e strumenti.

Il nodo è proprio qui. L'aumento di produttività indotto dai nuovi macchinismi è stato certamente sensibile, come visto, ma inferiore alle possibilità per il ritardo, ovvero la naturale inerzia, nell'adeguare la organizzazione del lavoro alla nuova combinazione produttiva. La nuova organizzazione del lavoro secondo i canoni del “sistema di qualità totale” porta a recuperare i margini di produttività lasciati scoperti dal ricambio tecnologico.

Ora, se l'aumento di produttività sin qui ottenuto ha comportato un corrispondente aumento del capitale costante, e dunque un aumento della composizione organica di capitale perché comportava investimenti cospicui in macchine e sistemi, l'aumento di produttività dovuto a una più efficace organizzazione del lavoro è... gratis.

Tornando ad osservare il grafico 4 e segnatamente le curve 2 e 3, verifichiamo un approssimato parallelismo fra la crescita della produttività (curva 3 del saggio di sfruttamento) e quella della composizione organica di capitale (curva 2), fino al 1982. Poi le due curve iniziano ad allontanarsi: la produttività cresce più della composizione organica del capitale. In corrispondenza osserviamo un più marcato recupero del saggio di profitto, a riprova del fatto che l'aumento di produttività può costituire, a certe condizioni, una valida controtendenza alla caduta del saggio di profitto. (17)

Parola dei tecnici di organizzazione aziendale: se si instaura un buon sistema di qualità totale si risparmiano operatori (leggi operai, tecnici e impiegati) e si incrementa sensibilmente il rendimento di quelli che restano.

Che il sistema industriale italiano sia abbastanza indietro su questa strada è vero ed è dovuto in gran parte alla struttura del sistema stesso, ancora frammentato in migliaia di impresine formalmente indipendenti e che, sebbene (come dicono) molto dinamiche e creative, non brillano certo per scientificità di organizzazione né per disponibilità a pagare i consulenti. Altri paesi sono più avanti e il Giappone lo è più di tutti, avendo i capitalisti giapponesi guidati dal mitico Miti fatte proprie, e nella pratica, le tesi dell'americano dott. Deming.

Sta di fatto che in Italia c'è ancora molto da fare in quella direzione e la ristrutturazione generale del salario può dare una grossa mano.

Eliminati gli automatismi di carriera e salariali, il salario viene legato alla “professionalità” e alla produttività,

La produttività può essere del gruppo o addirittura di impresa ed è quindi immediatamente correlata ai profitti aziendali; oppure se individuale si riduce alla presenza assidua sul posto di lavoro (poco assenteismo) e alla disponibilità, se è il caso, a straordinari, flessibilità di mansioni, eccetera.

La professionalità, che abbiamo constatato in via di scomparizione da quasi tutte le mansioni lavorative. è in realtà assimilata alla appartenenza a uno specifico gruppo di lavoro nel collettivo aziendale: esecutivo, di preparazione, di controllo, amministrativo...

Ma qui si svolge l'altra grande truffa a danno dei lavoratori: la individualizzazione del salario sulla base della produttività, alla quale i sindacati non palesano alcuna seria opposizione.

Considerato cosa in realtà significhi professionalità, la contrattazione individuale del salario altro non è che la consegna del lavoratore nelle mani dell'imprenditore in una rapporto a tutto ed esclusivo vantaggio di quest'ultimo. Non è così solo nel caso in cui il lavoratore possa far valere la esclusività della sua professionalità. Ma questo riguarda non il lavoratore medio, che vende la sua forza lavoro riproducibile, ma un soggetto del mercato che vende all'altro soggetto imprenditore qualcos'altro: l'uso dei propri mezzi di produzione intellettuale. Quel soggetto, viene chiamato lavoratore, di fatto lavora, ma non fa parte della classe operaia.

L'equivoco grosso che si vorrebbe far passare, ma non ha certo vita facile, è che tutti o quasi gli appartenenti a sfere diverse da quella puramente esecutiva, abbiano una professionalità da vendere agli imprenditori. Il discorsetto dei padroni è questo: lasciate le forme di organizzazione operaie, venite a noi con la vostra professionalità, ne discuteremo insieme uno per uno la rimunerazione. Dopo di che i fatti saranno più amari del latte e miele di quelle parole. Al singolo sparuto tecnicuzzo che si presenterà alla contrattazione individuale, il padrone, o chi per lui, sbatterà in faccia la verità: di cotali professionisti ce n'è a bizzeffe, questo è quanto ti compete, se non ti va bene altri dieci o cento aspettano.

Riassumendo: un salario così ristrutturato agevola l'imprenditore, o addirittura lo spinge a ridefinire i gruppi e le mansioni, a riformare quindi l'organizzazione del lavoro in modo conforme alle necessità e opportunità fornitegli dalla ristrutturazione tecnologica.

La novità è grossa e negativa

Il salario dunque viene strettamente legato alle vicende del capitale: viene dichiarato variabile dipendente e viene immediatamente agganciato alla produttività d'impresa; il salario v è reso dipendente dagli andamenti della produttività.

Ora la produttività è appunto data dal rapporto p/v; legare il valore di v al rapporto p/v significa legare il salario ai livelli di profitto del capitale. Lo volevano variabile dipendente e ci sono riusciti. Il salario potrà aumentare o diminuire in base ai livelli di redditività dell'impresa.

Il meccanismo è relativamente semplice e perversamente antioperaio: i sindacati confederali si occuperanno della contrattazione della soglia minima salariale e delle voci che andranno a costituire la busta paga aziendale; le quantità corrispondenti a quelle voci sono poi affidate agli altri livelli di contrattazione. Questo naturalmente costituisce uno dei maggiori scogli della trattativa, poiché si tratta di trovare la mediazione soddisfacente fra il mantenimento da parte del sindacato del proprio ruolo e della propria distribuita presenza e la richiesta dei padroni di lasciare al rapporto fra singolo lavoratore e imprenditore la definizione di quelle “quantità accessorie”.

La sostanza della manovra segna comunque una grossa novità. Il salario, che misura il valore della forza lavoro, ovvero la quantità di valore (rappresentato dalle merci) necessario al mantenimento e alla riproduzione della forza lavoro, viene ora definito non a scala nazionale, ma a scala d'impresa (o gruppo di imprese) o addirittura regionale. Un altro colpo subito della classe operaia nell'incessante lotta con la borghesia che ora, e da gran tempo, è all'attacco.

È incassato, o in via di incasso, proprio perché la classe è assente come soggetto politico autonomo, incapace di compattare le sue fila e resistere all'attacco. La decomposizione materiale di classe, che abbiamo cercato di delineare nello sviluppo della crisi e delle risposte capitalistiche alla crisi, ha qui i suoi effetti.

Tornano le “gabbie salariali”

Gli ultimi tempi hanno portato ulteriori novità, se novità si può chiamare il ritorno alla situazione di 30 anni prima. Ha iniziato la Fiat, con il nuovo avanzatissimo stabilimento di Melfi, a ruota ci si sono messi gli imprenditori tedeschi a proposito dell'Est: si tiene aperta la produzione a condizione che il salario sia inferiore.

“Servono flessibilità e una rimunerazione diversa rispetto ad altre parti d'Italia” dichiara il direttore generale di Confindustria, Cipolletta (18), perché sia possibile l'industrializzazione del Sud. Di fatto, il contratto di lavoro che sarà in vigore a Melfi riporta al modello di gabbie salariali in vigore fino agli anni 60, in cui vennero abolite.

È anche questa presentata come una “misura per l'occupazione”, come i contratti di lavoro interinale eccetera. E di fatto lo è: questo offre il capitalismo in crisi. Ogni frazione nazionale di borghesia, alla ricerca dei propri spazi di competitività sui mercato internazionali, manovra in tutti i modi - sul contratto nazionale, a scala regionale e aziendale - per colpire il salario giocando sul ricatto occupazionale. È questa la ragione per la quale la manovra nell'essenziale riesce: non ci sono spazi di azione possibili sul terreno sindacale, cioè della mediazione contrattuale.

La mediazione, qualunque mediazione, si rende possibile quando entrambe le parti sono in qualche modo costrette o interessate ad essa. Nel caso in questione, il padronato può comodamente sfuggire alla mediazione contando su tre fattori concomitanti e correlati:

  • l'indebolimento complessivo della classe operaia;
  • la fame, letterale, di lavoro nel Meridione, e la conseguente ricattabilità dei pochi “fortunati” ammessi allo sfruttamento diretto.

Avrebbero potuto i lavoratori meridionali (di Melfi e non solo) rifiutare le condizioni capestro della Fiat? Si, ma alla sola condizione di presentarsi compatti, come “controparte” organizzata. Ma organizzata da chi, su che base? Né i sindacati sono interessati e adeguati a simile organizzazione, né la classe ha ancora avviato il proprio processo di auto organizzazione. Così il ricatto a Melfi ha vinto. Su scala nazionale, come visto, i problemi della frazione meridionale di classe si trovano ingigantiti: stessa debolezza, stessa mancanza di organizzazione, e in più - sulla base della sopra descritta decomposizione, un diffuso ripiego sul “particulare” con conseguente antagonismo con i compagni del Sud (non a caso gli ignominiosi reazionarismi della Lega hanno affascinato anche strati proletari). Le gabbie salariali torneranno, così come verranno instaurate in Germania fra l'est e l'ovest.

Riassumendo

Avvicinandoci alle conclusioni di carattere politico, rendiamo in sintesi quanto trattato.

Nella dinamica capitalista in risposta alla crisi e nella relativa rivoluzione tecnologica, si è verificato un processo di decomposizione materiale della formazione di classe, nel senso che i suoi precedenti equilibri interni sono stati sconvolti, figure professionali tipiche della precedente struttura sono scomparse, qualcun'altra si è formata, qualche figura professionale precedentemente esterna alla classe è stata proletarizzata ed ha fatto recentemente il suo ingresso nel gruppo sociale oggetto dello sfruttamento capitalistico, nuovi ordini gerarchici si sono stabiliti nell'ambito del gruppo di lavoro, quello che era precedentemente il cuore pulsante del proletariato, la classe operaia di fabbrica è stato sia ridimensionato sia addirittura reso precario, quasi marginale.

Nel processo materiale di de strutturazione della classe operaia, questa ha così perso i precedenti punti di riferimento concreti per il proprio auto-riconoscimento. Eravamo in presenza di una classe operaia drammaticamente privata del suo programma politico, separata dalla sua strada rivoluzionaria, a seguito del processo controrivoluzionario seguito all'esperienza dell'Ottobre del 17, sostanzialmente disarmata.

Al processo materiale si è sommata dunque con relativa facilità la campagna ideologica contro la classe operaia (il concetto stesso di classe operaia) da parte della borghesia. In questa campagna la classe dominante è stata enormemente facilitata dal processo di terziarizzazione della società, cioè dallo sviluppo enorme avuto dai servizi (che come visto non escludono affatto lo sfruttamento), come ricettori di quote crescenti di plusvalore. Inoltre, si è aggiunto il collasso dell'Unione sovietica, mistificatoriamente equiparata nelle coscienze operaie a momento di realizzazione della società socialista. Il fallimento di quel che in realtà altro non era che del capitalismo di stato è stato quindi presentato come la dimostrazione della fallimentarità di ogni progetto fondato sull'ideologia di classe.

La smitizzazione dell'Unione sovietica non ci dispiacerebbe, se si trattasse di un momento di chiarificazione reale all'interno della classe, nel senso di un riconoscimento della natura antiproletaria di quella esperienza. Il fatto è che il crollo dell'Urss è insistentemente presentato come il fallimento del progetto comunista e per ora come tale è percepito nella coscienza di massa operaia.

Per quanto temporaneo e contingente lo si possa considerare, lo smarrimento politico conseguente alla perdita del mito doveva necessariamente accentuare l'effetto debilitante del processo di ristrutturazione sulle coscienze proletarie.

Verso la ripresa di classe nella nuova composizione

È inutile attendersi nuove mobilitazioni del proletariato significative di una ripresa, sintanto che le nuove stratificazioni non riconoscano nelle condizioni materiali che già si trovano ad affrontare, la loro appartenenza di classe comunque contrapposta alla borghesia.

Certamente questo processo di auto identificazione può e deve essere stimolato dall'intervento politico, propagandistico e agitatorio delle avanguardie marxiste, le quali devono conoscere lucidamente le condizioni reali della classe per adeguare le forme dell'intervento stesso.

Ma non va sottaciuto, perché determinante dal punto di vista strategico, il rapporto di forze attuale fra le suddette avanguardie marxiste (noi) e l'avversario (l'ideologia e le forze borghesi nel loro variopinto modo di presentarsi (la destra, il centro, la sinistra...).

Con l'attuale debolezza numerica e organizzativa, con la pesante separatezza dalle enormi masse che dovrebbero essere coinvolte nel processo di maturazione, non c'è alcuna possibilità di influire minimamente sugli eventi, che vedono intanto un progressivo imbarbarimento della vita politica e la regressione dei suoi linguaggi e contenuti alle forme più becere quanto più demagogiche.

Non ci si può illudere - scrivevamo nelle Tesi dell'ultimo congresso - che le bufere prossime, spazzando via le inconsistenti ideologie e tendenze di falsa sinistra che ammorbano oggi (1982) l'ambiente operaio, portino, per forza propria, a un rafforzamento organizzativo del partito con un nuovo orientamento di quelle che vengono genericamente considerate avanguardie... (19)

Le bufere sono iniziate, anche se per ora solo a livello di equilibri politici della borghesia e di spostamenti elettorali e quelle che allora venivano “genericamente considerate avanguardie” sono combattute fra il voto a Rifondazione e l'appoggio al nuovo schieramento “progressista” da Occhetto a Orlando (ogni riferimento alla classe è comunque bandito).

Prepararsi allora a quell'intervento di cui si diceva, mantenendo ferma la centralità della classe operaia produttiva (e anche qui nelle forme che il nuovo assetto renderà praticabili), significa rafforzare con assoluta priorità l'avanguardia stessa, per metterla in condizione di agire e rafforzarla in uomini e organizzazione raccogliendo tutte le forze, scarse ed oggi estremamente disperse, che pur sono disponibili.

Ogni altra “linea” sarebbe un illusorio tentativo di scorciatoia, avventurismo sciocco, e comunque perdente, tanto sul piano strategico, quanto sul terreno tattico.

Mauro jr. Stefanini

(1)Vedi, a proposito dello sviluppo delle nuove tecnologie e delle relative scienze, Mutation technologique, stagnation de la pensée in “Vers une révolution du Travail” - Le Monde Diplomatique n.468, Marzo 1993.

(2)Stanley Hurst in un articolo sul New Scientist n.1037, del 1977, citato in O. Giarini, H. Houbergé La delusione tecnologica, Est-Mondadori, Milano 1978, pag. 100.

(3) Cfr O.Giarini,H. Houbergé, op. cit., pag. 76.

(4) Jacques Robin, in “Mutation technologique...” cit.

(5) Da Perspectives economiques de l'OCDE, n. 30 (dic.1981) e n. 47 (ott. 1987).

(6) A. Freeman National accounts in value terms: the social wage and profit rate in Britain 1950-1986 in ...

(7) Vedi a questo proposito Introduzione a una analisi di classe in Prometeo 4 serie IV e Crisi e ristrutturazione: l'impostazione ideologica borghese dell'Aut.Op., in Prometeo 5, IV serie.

(8) Cfr. XXIV Rapporto sulla situazione sociale del paese 1990, Franco Angeli, p. 255

(9) Vedi Ma quale attacco allo stato sociale? Qui siamo in presenza di una rapina del salario in Bc4/93.

(10) Cfr. XXIV Rapporto... cit. pag. 658.

(11) È questa una delle tesi che abbiamo criticato come anti-marxista dell'ideologia di Antonio Negri, adottata dall'Aut.Op. Vedi Prometeo 4 e 5 della IV serie, citati.

(12) Cfr. cfr. Rapporto XXIV Rapporto... cit. pag. 247.

(13) A questo proposito osserviamo anche il fatto che qualunque socio di Srl può percepire i suoi profitti per lo più in forma di stipendio, badando bene a figurare come dipendente della sua società (amministratore, direttore generale, direttore di produzione). Ciò rientra nel tipico metodo italiano della sistematica confusione statistica che, come sopra ricordato, porta a conteggiare assieme dirigenti e impiegati.

(14) Cfr. K. Marx Lineamenti fondamentali della critica dell'economia politica, La Nuova Italia, Tomo 2, pag. 390 (Quaderno VI, p44 del manoscritto).

(15) Per una prima risposta critica a filo di marxismo, v. Professionalità, un mito che il marxismo ha liquidato da tempo, in Prometeo 12 IV Serie.

(16) Vedi sopra sullo Stato sociale e la relativa nota 7. Vedi inoltre Riforma del salario e della contrattazione in Bc 7/8 1992.

(17) Per una discussione di questo problema, in risposta a chi polemizzava con noi su questa tesi, vedi anche Capitale produttività e saggio del profitto su Prometeo 2 di questa serie.

(18) Riportato in Al Sud come all'Est ne “il Manifesto” del 6 maggio 1993.

(19) Cfr Tattica d'intervento del partito rivoluzionario, in Proemteo 7, IV serie.

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