L'euro festeggia il suo primo compleanno - Intanto la crisi economica avanza

In una recente intervista rilasciata a tre dei maggiori quotidiani europei (El Pais, Le Monde e La Repubblica), il presidente della Commissione nel fare il punto sul primo anno di vita dell'euro ha trionfalmente annunciato: "abbiamo vinto la sfida, l'euro rappresenta ormai un punto di riferimento per tutti". Nel prosieguo dell'intervista Romano Prodi ha evidenziato come il progetto della moneta unica fosse pieno d'ostacoli di varia natura; d'ordine psicologico, in quanto i trecento milioni di consumatori dell'Unione Europea dalla sera al mattino si trovavano in mano uno strumento monetario nuovo mentre per secoli erano stati abituati a ragionare e farsi i conti con le rispettive monete nazionali, e soprattutto d'ordine economico, in quanto l'euro doveva vincere lo scetticismo dei mercati valutari internazionali ed imporsi come moneta di riferimento su scala mondiale. Nonostante tali enormi difficoltà per il presidente della Commissione Europea la nuova moneta può celebrare il suo primo anniversario con quell'orgoglio che era mancato all'inizio del progetto "moneta unica". Proprio in questi ultimi giorni la corsa dell'euro si è trasformata in una galoppata tanto da travolgere sui mercati valutari internazionali tutte le altre monete, ivi compresa la moneta statunitense. Nel corso dell'anno appena concluso l'euro si è fortemente rivalutato rispetto al dollaro; infatti, se lo scorso gennaio per acquistare un euro erano necessari 0.894 dollari, a fine dicembre, sempre per acquistare un euro, erano necessari 1.05 dollari. Per il presidente Prodi il successo dell'euro è quello dell'intera economia europea, che in questi ultimi anni, grazie alle rigorose politiche economiche, è riuscita a vincere le sfide della globalizzazione del capitale. Lasciamo a Prodi e alla classe che rappresenta, la borghesia, il suo ottimismo, per meglio comprendere le dinamiche capitalistiche in corso.

La continua rivalutazione dell'euro arriva in una fase particolarmente difficile per l'economia mondiale. Da quasi due anni il capitalismo su scala internazionale è alle prese con la più grave recessione di questo secondo dopo guerra, tanto che tutti i provvedimenti di stimolo all'economia reale a nulla sono serviti per far ripartire l'asfittica macchina produttiva capitalistica. L'attuale crisi non è la conseguenze degli attacchi terroristici dell'undici settembre 2001, così come vuol far credere la borghesia, ma nasce e si alimenta solo nelle contraddizioni dei processi di valorizzazione del capitale. Il fatto che l'euro si stia progressivamente rivalutando nei confronti del dollaro in questo quadro di crisi dell'economia mondiale rappresenta una grossa novità nell'ambito dei rapporti interimperialistici tra le due sponde dell'Atlantico. Se consideriamo che la rivalutazione della moneta europea avviene nel momento in cui i venti di guerra contro l'Iraq spirano più forte che mai e che il prezzo del petrolio, che si esprime in dollari, sta salendo vertiginosamente, a causa dell'embargo irakeno e del blocco della produzione venezuelana, possiamo ben comprendere come la situazione che ci troviamo di fronte presenti delle grosse novità rispetto al recente passato. Fino a qualche tempo fa in presenza di eventi di questo genere il biglietto verde non solo si sarebbe apprezzato e di molto rispetto alle altre monete del sistema monetario internazionale, ma negli Stati Uniti sarebbero affluiti masse enormi di capitale finanziario attratti dal fatto che gli Usa rappresentavano in ogni caso la piazza finanziaria più sicura al mondo. Tutto questo oggi non accade più tanto che il dollaro si svaluta e gli indici di borsa statunitensi hanno chiuso il 2002 con pesantissime perdite.

Prodi nella sua intervista ovviamente non dice tutte queste cose, ma quando dice che l'euro si è ormai imposto come moneta di riferimento sui mercati internazionali è evidente che il suo discorso è essenzialmente rivolto ai rapporti con il dollaro. La crisi della moneta statunitense è una spia importante della crisi economia americana, una crisi che parte da lontano e che negli ultimi mesi si è aggravata ulteriormente. Gli ultimi dati sullo stato di salute dell'economia statunitense sono tutti di segno negativo. Lo scorso mese di dicembre l'indice della fiducia dei consumatori è crollato a quota 80,3, mentre il mese precedente si era assestato a quota 84,9, toccando il valore più basso degli ultimi nove anni. L'indice della produzione è sceso a 54,2 da 57,3 e quello dei nuovi ordini a 53 da 60,8 mentre quello dell'occupazione è balzato a 50,3 da 34,4 e quello dei prezzi è passato a 62,1 da 57,2. L'indice Pmi (direttori acquisto) di Chicago, ad esempio, è sceso in dicembre a 51,3 da 54,3 del mese precedente; se è vero che l'indice resta sopra la soglia di 50 punti, che delimita le prospettive di espansione da quelle di recessione, è vero altresì che con queste premesse il 2003 non farà certamente miracoli. Le stime di crescita del pil per il 2003 non superano l'1,5%, una cifra molto bassa per poter pensare di ridurre una disoccupazione reale che sfiora ormai il 15%, mentre le cifre ufficiali diramate lo scorso 14 dicembre si ostinano a parlare di un tasso di disoccupazione del 6%. Le statistiche americane sono spudoratamente false tanto quanto quelle dell'Istat che si ostina ancora a parlare di un'inflazione del 2,5% quando in realtà in Italia l'inflazione è nell'ordine del 20%. Se ne sono accorti i milioni di salariati che per fare la spesa di sempre sono costretti a sborsare molti più soldi rispetto a prima.

Sul piano sociale gli effetti della crisi economica si fanno sentire sempre di più, tanto che la borghesia per sostenere il processo d'accumulazione taglia continuamente quel che rimane dello stato sociale. Con l'inizio del nuovo anno 780mila americani hanno perso il loro sussidio di disoccupazione, un esercito di disperati che d'ora in avanti, ogni settimana, si accrescerà di altri 95mila senza lavoro, e senza risorse. Negli Usa sono complessivamente 3,5 milioni le persone che percepiscono attualmente sussidi di disoccupazione. È in questo quadro di disoccupazione crescente che va valutata la notizia secondo la quale la United Airlines - la seconda compagnia aerea del mondo dal 9 dicembre protagonista della più grossa bancarotta della storia dell'aviazione - ha chiesto a una Corte fallimentare di Chicago di annullare i contratti stipulati con i sindacati, se i lavoratori non accetteranno i tagli ai salari proposti, che ammontano a 2,4 miliardi di dollari.

Se gli Stati Uniti attraversano una crisi economica di enormi dimensioni, tanto che non sono bastate undici continui cali del costo del denaro a rilanciare l'economia reale, le celebrazioni per il primo anno di vita dell'euro non possono nascondere le crepe che minacciano anche la stessa economia europea. Il settore che meglio di altri simboleggia la crisi internazionale dell'economia è quello dell'auto. Nel corso del 2002 il settore automobilistico ha prodotto su scala mondiale 47 milioni di automobili con una flessione del 3,5% nel mercato statunitense (16,5 milioni di auto) e del 3,7% in Europa (14,3 milioni di auto), mentre solo il mercato giapponese ha fatto registrare un lieve incremento dopo anni di ripetuti crolli (4,35 milioni di auto).

Per rilanciare l'economia statunitense il presidente Bush ha annunciato proprio in questi giorni un pacchetto di provvedimenti attraverso i quali nei prossimi 10 anni lo stato finanzierà l'economia per una cifra di 600 miliardi di dollari. I provvedimenti promessi da Bush, che determineranno una crescita esponenziale del deficit pubblico, prevedono quasi esclusivamente tagli alle tasse per i ceti più ricchi e contestuale riduzione dei servizi di assistenza. Ora se Bush junior ripercorre la stessa politica economica di Reagan, con riduzione al minimo dell'intervento dello stato nei processi economici e tagli alle tasse, il contesto internazionale è profondamente modificato. Se il deficit commerciale e il debito pubblico ai tempi di Reagan sono stati riequilibrati dal flusso di capitali provenienti dall'estero ottenuti anche grazie alla supervalutazione del dollaro ed al riciclaggio dei petrodollari sui mercati borsistici statunitensi, nell'attuale fase la presenza dell'euro sui mercati valutari rappresenta un potenziale ostacolo a tale forma di finanziamento dell'economia americana. I nodi forse stanno arrivando al classico pettine ed è per questo che gli Stati Uniti diventano sempre di più aggressivi e tentano di risolvere la crisi del capitale sul piano militare.

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Battaglia Comunista

Mensile del Partito Comunista Internazionalista, fondato nel 1945.

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