Si delineano i primi fronti futuri dell'imperialismo

Immediatamente dopo la “caduta del muro di Berlino”, ovvero la implosione del blocco sovietico, ponemmo il problema del necessario rimescolamento di carte negli schieramenti imperialisti che quel drammatico evento avrebbe determinato. (1)

Escludevamo con ciò, pur senza immaginare che qualcuno lo avrebbe teorizzato, l’avvento di una nuova era storica, in cui il mondo venisse riunito in una sorta di nuovo Impero unitario, dove si sarebbero annullate le contrapposizioni fra unità e raggruppamenti statuali, cioè fra avverse aggregazioni di interessi imperialistici.

Ciò che è accaduto recentemente e ancor più accadrà a breve termine conferma che le contrapposte aggregazioni vanno delineandosi e il rimescolamento delle carte si avvia a conclusione.

Gli Usa contro l’Europa

La guerra di Iraq ha già fatto intravedere la prima grande contrapposizione di interessi fra gli Usa e l’Europa. “L’Atlantico si allarga sempre di più” era titolato l’editoriale di Battaglia comunista del marzo scorso.

Ciò che qui interessa approfondire è esattamente questo concetto e la nozione di Europa.

Fatta giustizia delle fumisterie ideologiche su “libertà, democrazia, lotta al terrorismo”, con le quali il pirata americano pretende di coprire l’assalto all’Iraq, rimangono le ragioni vere e che sono un coacervo di imprescindibili necessità e di calcoli strategici, nel quale risalta però l’avversione da una parte all’Europa, d’altra parte alla Russia.

Le imprescindibili necessità sono quelle di salvare l’ammontare di rendita parassitaria di cui gode la altrimenti insostenibile economia Usa, grazie al monopolio del dollaro sul commercio mondiale, oggi insidiato dall’Euro. Il controllo mondiale del petrolio è una condizione irrinunciabile di quel monopolio: fintantoché il petrolio viene ovunque scambiato in dollari, gli Usa possono sperare di mantenere la condizione di privilegio del dollaro stesso su tutti i commerci mondiali, di continuare ad attrarre i capitali speculativi mondiali e mantenere con ciò la possibilità di stampar dollari al di là della loro potenza produttiva e della forza del mercato interno. Se quel monopolio venisse meno, abbattuto da una capacità di attrazione dell’Euro cresciuta... a dismisura, gli Usa si troverebbero alla bancarotta, in condizioni simili se non peggiori a quelle dell’Urss prima della implosione.

Di qui lo sforzo Usa di impedire la fine delle sanzioni prima (e di chiederla ora) per impedire che Saddam vendesse petrolio agli Europei in cambio di Euro, ai giapponesi in cambio di Yen e ai Russi in cambio di Rubli, come era pronto a fare appena gli fosse stato possibile vendere petrolio “in proprio” e dopo che già aveva cambiato parte delle sue riserve in Euro (novembre 2000).

Di qui la necessità di accaparrarsi direttamente il petrolio iracheno e di stabilire in Iraq un governo neppure alle dipendenze, ma direttamente espressione dell’establishment americano.

I calcoli strategici sono quelli relativi alla occupazione di aree e alla installazione di presenze e di basi americane attorno alla Russia e in prossimità dell’Europa.

Per quanto riguarda la Russia, la presenza americana in Iraq, chiude praticamente l’anello di accerchiamento militare cui è stata sottoposta negli ultimi dieci anni. L’annunciato dispiegamento di basi americane in Bulgaria, (e in Polonia?) nelle quali si sistemerebbero i contingenti attualmente in Germania, obbedisce a entrambi gli obiettivi, accerchiare la Russia e creare zizzania in Europa.

Il tortuoso percorso d’Europa

E veniamo dunque all’Europa, le cui dinamiche ingenerano non pochi problemi tanto ai sostenitori della “fine degli Stati” quanto ai difensori della... invarianza.

Innanzitutto la creazione dell’Euro (2) ha spiazzato coloro i quali pensano che un fenomeno mai dato prima nella storia... non può darsi o che siano sempre e comunque valide generalizzazioni del tipo “l’unità territoriale, politica e linguistica è la condizione del mercato che esprime una sua valuta”. La nascita dell’Euro e il suo sopravanzare addirittura il dollaro costituisce una evidente eccezione a quella “legge” ed è ormai un dato certo e assestatosi. L’area dell’Euro, ossia l’insieme dei paesi aderenti, potrà variare, crescendo diminuendo e/o variando un poco la composizione, ma l’Euro è una realtà che pretende ormai di rappresentare una alternativa al dollaro nelle transazioni internazionali. Solo tre anni fa, nell’articolo citato, il compagno GP scriveva:

per un certo periodo di tempo più o meno lungo tra il dollaro, lo Yen e l’Euro non ci sarà ancora una vera concorrenza e non è difficile prevedere che se l’integrazione europea dovesse arrestarsi, il dollaro, anche se agli orecchi più sensibili non sfuggono alcuni suoi scricchiolii, continuerà a essere la moneta di transazione e di riserva internazionale preferita per eccellenza.

Ebbene, in un tempo breve, a tre anni di distanza, possiamo tutti osservare che la concorrenza è iniziata. L’Euro ha già sopravanzato il dollaro (1,16 dollari per comparare un Euro, nel mentre scriviamo (3 mentre la Russia si appresta a convertire parte delle sue riserve monetarie nella valuta europea, alcuni paesi di non poco conto lo hanno già fatto. Sono la Cina e l’Iran e questa è una delle ragioni maggiori del minacciato prossimo attacco “preventivo” americano all’Iran (attaccare la Cina sarebbe per ora francamente eccessivo anche per gli Usa).

Ora, è evidente che esiste un forte squilibrio fra l’unità monetaria e la divisione politica dell’area dell’Euro. Diversi governi di quest’area, compreso quello italiano, hanno ritenuto più importante, rispetto alla avventura americana in Iraq, difendere un vero o presunto interesse nazionale immediato invece che l’interesse unitario europeo... per un domani più o meno prossimo.

Ciò non significa che l’Euro rischi il fallimento: può solo significare un ritardo del processo di unificazione politica che la stessa creazione dell’Euro e della Banca Centrale Europea porta necessariamente con sé. D’altra parte è difficile immaginare una borghesia Italiana, per esempio, che per “fedeltà atlantica” sia disposta a uscire dall’Euro per tornare alla Lira, necessariamente agganciata al dollaro. Al di là delle chiacchiere, i dati del febbraio 2003 (gli ultimi dati Istat disponibili) indicano chiaramente che il mercato di riferimento dell’economia italiana è quello europeo, e non certo quello americano. Il valore delle esportazioni verso la sola area Euro è stata di 8.854 milioni di euro contro 1.804 milioni verso gli Usa, mentre le importazioni sono state di 9.991milioni dall’area dell’Euro e di solo 854 dagli Usa.

Allora la cialtrona borghesia italiana - che merita il ceto politico che in Italia si esprime al governo come all’opposizione - potrà ritardare, su pressione americana, i processi di integrazione europea in funzione antiamericana, ma non più di tanto.

Le diversità

È da osservare invece questo nuovo fenomeno che consiste nella tendenza a integrarsi politicamente di Stati diversi e che nei secoli si sono scontrati e ferocemente combattuti (Francia e Prussia, Austria e Italia,....).

Di fatto, si tratta di costruire uno stato fatto di territori eterogenei, con storia diversa, diversa lingua, diverse stratificazioni sociali ed eredità culturali e soprattutto - come risultato di ciò - diverse legislazioni e diverse forme di aggregazione politica.

Questo coacervo di diversità è essenzialmente la ragione per la quale il percorso verso l’integrazione politica europea è e sarà tortuoso. È in fondo la prima volta che si verificherebbe un evento di questo genere: l’integrarsi in unità politica di diverse unità politiche, diversamente conseguite a suo tempo, lungo percorsi e in tempi diversi, sebbene sostanzialmente accomunati dalla successione, relativamente recente sul piano storico, feudalesimo -> equilibrio del feudalesimo col capitalismo mercantile -> capitalismo.

Ed è questo coacervo di diversità che ha mandato in confusione non pochi intellettuali, accomunati dal difetto di vedere ciascun singolo fenomeno preso a sé e costruirci sopra castelli di teorie.

La relativa perdita di sovranità da parte dei singoli stati nazionali europei, passata invece agli organismi della Comunità Europea, viene vista come un venir meno degli stati nazionali a vantaggio di una oligarchia internazionale fisicamente disseminata nel mondo, che tutto dominerebbe in una sorta di “sovranità imperiale” (4) che, attraverso organismi come il WTO giungerebbe a limitare la sovranità di stati quali la Cina, il Giappone o la stessa Russia.

Altri vedono nelle ricorrenti crisi della Unione europea di fronte ai grandi eventi la dimostrazione che l’unità politica è destinata a restare un miraggio.

Quel che invece esiste nella realtà è - per quanto riguarda l’Europa - un trasferimento di sovranità dallo stato-nazione allo stato-continente e in forme e modalità che prefigurano il confronto prima e lo scontro poi con l’altro stato-continente che già esiste, gli Stati Uniti d’America, i quali d’altra parte, non sembrano proprio perdere la sovranità statale, quanto invece cercano di imporre la propria al mondo intero. Questo significa, innanzitutto, che nel futuro del modo di produzione capitalista non c’è spazio per un superimperialismo, già escluso da Lenin, ma per nuove aggregazioni imperialiste l’una contro l’altra armata. (È questa l’unica invarianza direttamente correlata all’essenziale del modo di produzione capitalista.)

Sovranità

Il trasferimento di sovranità è reale nel caso europeo, mentre non è tale quando si parli dei cosiddetti organismi della globalizzazione.

Diversi temi e capitoli delle legislazioni nazionali europee (ambiente, sicurezza sul lavoro, procedure di polizia...) sono soggette a direttive emanate dagli organismi comunitari, Consiglio e Commissione, che precisano i contenuti delle leggi che gli stati nazionali devono emanare. Il comune interesse al sodalizio assicura il rispetto da parte di tutti gli stati aderenti delle regole e delle direttive, per quanto lesive esse siano della “sovranità nazionale”.

Organismi come l’Onu (o il WTO) invece, creati sulla base di accordi volontari che prescindono dagli interessi strategici dei singoli capitali e delle singole borghesie, stabiliscono regole comportamentali alle quali gli stati nazionali dovrebbero attenersi per garantire la pace e il rispetto del “diritto internazionale“ (o la libertà di commercio“), ma con potere vincolante assolutamente relativo. Vero è che l’Onu è apparso, per esempio, il decisore e il mandante della prima Guerra del Golfo del 1991, ma tutti sanno che il vero mandante era l’amministrazione Usa, la quale, peraltro, sta distruggendo sistematicamente l’Organizzazione delle Nazioni Unite: non pagando semplicemente le quote che a norma di regolamento dovrebbe (e da diversi anni) pagare - e nessuno ha la forza di esigere quel pagamento - e violando le più elementari norme del diritto internazionale ogniqualvolta, ed è ormai sistematico, conviene ai suoi interessi.

Così, per esempio, L’Unione Europea ha recentemente rivolto in sede di Organizzazione Mondiale del Commercio (WTO) l’accusa agli US di violare le regole del WRO stesso attraverso il suo sanguinario embargo verso Cuba, che viola le regole perché comporta restrizioni extraterritoriali secondarie contro altri paesi [che commercino con gli Usa - ndr.] ... Ebbene, gli Stati Uniti hanno risposto reclamando una eccezione per sicurezza nazionale. La sopravvivenza degli Usa dipende dall’assicurare che i bambini cubani soffrano la fame o muoiano in ospedale per mancanza di medicine. Così quindi non possiamo accettare l’autorità dell’Organizzazione Mondiale del Commercio, una nostra creatura, nel caso dell’embargo di Cuba. (5)

Torna qui in evidenza che le “sovranità” statali sono direttamente proporzionali alla forza politica e militare, il che è materia che le borghesie europee conoscono e sulla quale concordano.

Altro problema,come già detto, è quello delle borghesie europee di creare quello stato in grado di esercitare sufficiente sovranità.

Gli Stati Uniti sono una Federazione di Stati omogenei, per lingua, tradizioni, storia: l’Arkansas non ha certo tradizioni e istituzioni che radicano nei secoli in modo diverso da quelli del Maine. La maggior differenza fra loro sta nel fatto che l’Arkansas era appartenuto alla Confederazione del Sud e il Maine alla Unione del Nord al tempo della Guerra civile. La Federazione americana è dunque Stato allo stesso titolo e per le medesime ragioni della Francia o dell’Inghilterra.

Il grande motore

Ora, come si rende possibile che la creazione della moneta unica prefiguri e spinga verso la integrazione della sua area in una unità statale o sovra-statale, ovvero verso il consolidamento di istituzioni politiche e amministrative del tutto nuove rispetto alle singole lunghe storie degli stati costituenti che a quelle istituzioni si preparano a soggiacere?

Intanto c’è da spiegare, e lo abbiamo già fatto (vedi nota 2), la nascita stessa dell’Euro. In estrema sintesi si tratta della risposta dei capitali europei alla sfida rappresentata dalla caduta reale del saggio di profitto e alla parallela e correlata corsa alla rendita finanziaria. È in buona sostanza, la crisi del ciclo di accumulazione il motore essenziale della creazione dell’Euro.

Anche la futura unità Europea subirà quella spinta di fondo, mediata dalla spinta immediata impressa dalla unità monetaria.

Il circolo è semplice: l’Euro scatena le aggressività degli Usa, in disperata autodifesa delle proprie quote di rendita che sono a loro volta le loro condizioni di sopravvivenza; le politiche sostanzialmente anti-europee stimolano ed accelerano il corso alla integrazione politica europea.

Per quanto ozioso possa apparire, potremmo anche concedere che, in condizioni diverse da quelle attuali della crisi di ciclo, le diverse storie e le diverse istituzioni e legislazioni prevarrebbero sulle tendenze da lungo tempo presenti in molte forze politiche delle borghesie europee a una più stretta unità politica. Ma la situazione reale non è quella di trent’anni fa e nemmeno quella di dieci anni fa. La situazione reale è quella che vede gli Stati Uniti scatenati in avventure belliche di violenza e barbarie inedita e, sebbene in paesi della periferia, tutte tese ad arginare la crescita dell’Euro e il pericolo rappresentato dall’insieme di paesi europei che gli hanno dato vita. L’altro obiettivo della ormai disperata politica bellicista del clan dominante negli USA è arginare, se non evitare, la saldatura ormai inscritta nelle cose, fra l’Europa dell’Euro e la Russia.

Siamo così a una prima definizione dei fronti, a seguito del rimescolamento di carte: contrapposti agli Usa lo schieramento dell’Euro (dal quale peraltro non possiamo escludere, sebbene siano improbabili, delle secessioni) presumibilmente - a meno di drammatiche svolte - alleato alla Russia. Tutto il resto è ancora in gioco.

La stessa prossima entrata della Polonia nell’Unione Europea e la candidatura della Bulgaria appaiono in netta contraddizione con la disponibilità di questi stati ad accettare non solo e non tanto le basi di una ormai inutile Nato quanto direttamente le basi militari degli Usa, dopo essersi sbilanciate nel documento degli 8+10.

Questo ovviamente rientra nelle grandi manovre degli Usa per minare, magari dall’interno, il blocco europeo in formazione, da una parte, e nelle piccole manovre delle borghesie dell’est europeo,dall’altra, per trarre il massimo profitto subito dalla “amicizia” degli Usa, con poca considerazione di quel che rischiano di perdere nei rapporti con i vicini europei. È probabile che a più lungo termine i benefici ben più consistenti dell’integrazione europea prevalgano nelle politiche anche se di corto respiro delle borghesie est-europee.

L’Asia centrale

Più complicato appare il presente dei paesi dell’ex impero sovietico, e in particolare quelli dell’area caspico-caucasica e dell’Asia centrale.

L’Uzbekistan, in Asia Centrale, con il suo 8% del totale di esportazioni verso gli Usa e il 13,6 del totale di importazioni dagli Usa ha anche ospitato la grande base militare da cui gli americani hanno aiutato l’Alleanza del Nord nell’avventura afgana, base tuttora in piedi e ormai stabilizzata. D’altra parte non sono pochi gli affari che l’Uzbekistan conduce con paesi europei, e in particolare la Francia, per l’ammodernamento delle attrezzature per il pompaggio e la distillazione del petrolio e per l’estrazione delle altre importanti e ricche risorse minerarie del paese (dall’uranio, prevalentemente esportato verso gli Usa, all’oro e al tungsteno e molibdeno, dal rame al piombo, dall’argento allo zinco). E ancora, il 70 per cento dell’export dell’Uzbekistan e il 43,6% dell’import sono relativi ai paesi della CIS, in particolare la Russia. Sono tutti dati che portano a considerare l’Uzbekistan certamente più legato alle sorti, magari filo-europee, della Russia, che non votato all’estremo sacrificio per far da trampolino anti-russo agli americani.

Simili sono i dati e, tutto sommato, i destini relativi al Tagikistan, che ha un turnover complessivo del commercio estero così suddiviso: il 66 per cento nei confronti della CIS e il 34 nei confronti del resto del mondo. In Tagikistan il petrolio conta per il 16% delle esportazioni, mentre l’alluminio pesa per il 40 per cento. Ciò dice quanto sia più importante per gli Usa il controllo del petrolio tagiko e caspico che non per quegli stessi paesi. Mentre questi, infatti, possono potenziare gli impianti estrattivi col concorso russo ed europeo e vendere poi il petrolio agli europei, gli Usa non possono permettersi di aprire brecce nel commercio del petrolio in valute diverse dal dollaro. Non si dimentichi, poi, che le prospettive, discusse sui tempi ma non sulla sostanza, sono per il raggiungimento del picco di produzione del petrolio mondiale dopo il quale il prezzo inizierà a salire e in proporzione diretto al grado di discrezionalità dei paesi produttori.

Giappone e... Cina

Più lontani dall’allineamento sui prossimi fronti contrapposti dell’imperialismo appaiono Cina e Giappone. Il Giappone è dopo il collasso dell’Unione sovietica la seconda vittima illustre della crisi di ciclo che attanaglia il capitalismo da ormai trent’anni: da dieci anni è in fase di recessione, la più lunga fra i paesi industrializzati, con l’ultimo picco avviatosi nel secondo trimestre del 2001, quando la produzione è crollata del 15%. Ribadito che il dato di fondo della crisi giapponese è quella crisi di ciclo del capitale che da lungo tempo ormai reclama una soluzione che il capitalismo non può dare, non è estranea a questa crisi la stretta dipendenza che l’esportazione Giapponese ha con gli Stati Uniti, una leggera contrazione del consumo americano si riflette immediatamente anche sulle esportazioni giapponesi. E questo è un dato che non necessariamente milita a favore di uno stabile sodalizio fra Usa e Giappone. In altri termini, la lunga pratica comune fra Usa e Giappone, che data dal dopoguerra, non ha ancora risolto la profonda avversione verso il mondo anglo-sassone diffusa fra i giapponesi di tutte le classi (il top-management delle imprese, sebbene conosca benissimo la lingua inglese, usa ostentatamente gli interpreti anche con i giornalisti). Non è quindi ancora sicuro con chi si schiererà il Giappone, ammesso che si schieri prima che i giochi precipitino.

La Cina rimane un capitolo a sé. Gode ancora dei tassi di crescita più elevati al mondo, sebbene di molto ridimensionati rispetto a solo 5 anni fa, e continua ad attrarre investimenti da tutto il mondo cosiddetto avanzato. La ragione essenziale di questa capacità di attrazione è il bassissimo costo del lavoro, accompagnato peraltro da una elevata qualificazione della forza lavoro. I dati grezzi del PIL e della sua crescita - dell’import ed export di capitali e merci, della crescita di certe produzioni e consumi “avanzati” - riferiti alla Cina la fanno apparire avviata verso l’ingresso nel mondo avanzato del capitale, e soprattutto utile a rilanciare l’economia mondiale. Ma in realtà, se si considera l’enormità della sua popolazione (1 miliardo e 260 milioni) e la sua estensione, le aspettative devono moderarsi di molto. Da una parte la stragrande maggioranza della popolazione vive in campagna, pur producendo l’agricoltura solo il 17,7 per cento del PIL; dall’altra l’autosufficienza ormai raggiunta dalla Cina per quanto riguarda macchinari e strumentazioni avanzate (per esempio 7 milioni circa di microcomputer prodotti nel 2000, o 14 milioni e 430 mila lavatrici domestiche (6, ridimensionano di molto i sogni di favolose cifre dell’export verso la Cina da parte dei capitalisti non solo italiani.

La Cina inoltre ha caratteri propri, ben delineati quantunque poco conosciuti, che la tengono distinta dal resto delle potenze capitaliste e ancora poco coinvolta dalle beghe fra queste. Beninteso, la Cina fa parte dell’Onu e del suo Consiglio di sicurezza, recentemente è entrata anch’essa nel WTO, sfrutta il proletariato secondo le identiche modalità con cui viene sfruttato altrove (cambiano solo alcune condizioni), vive, sebbene attenuati, i problemi della stessa crisi del ciclo di accumulazione, godendo per ora solo del proprio relativo ritardo; ma continua a tenersi in disparte. Le sue dimensioni, la sua sicura forza militare (è presente anche con i suoi satelliti) e la sua attuale politica di accorta equidistanza fra i blocchi in formazione, portano a non escludere una sua estraneità anche ai conflitti maggiori che opporranno prima o poi e in qualunque forma le potenze imperialiste, se non direttamente tirata in causa.

Conclusioni

Il rimescolamento di carte che avevamo annunciato dieci anni fa continua ma con una prima definizione delle linee di massima dei futuri fronti contrapposti.

La recente guerra in Iraq ha impresso una forte accelerazione a questo processo, colpendo indirettamente, ma non troppo, l’Euro e i paesi della sua area. Ma gli obiettivi di fondo di quella guerra non sono ancora raggiunti e richiedono altre guerre: segnatamente contro l’Iran e - perché no, un domani non lontano - l’Arabia Saudita. Lì infatti sono concentrate le grandi riserve di petrolio con più favorevole rapporto fra riserve e produzione (55/1 in Arabia e 53/1 in Iran - in Iraq siamo addirittura al 526/1) (7) ed è di queste riserve che gli Usa vogliono assicurarsi il controllo, ora che è prossimo l’avvio al declino delle disponibilità di questa eccezionale materia prima e fonte di energia.

Abbiamo già scritto che la discrezionalità dei produttori nel fissare il prezzo e le condizioni di vendita del petrolio crescerà con l’avvio della curva discendente della produzione. Gli Usa non possono permettere (o permettersi) che siano solo i paesi produttori a dettare il prezzo, né tantomeno che questi possano decidere di vendere petrolio in cambio di Euro. L’Iraq sembra per ora sottratto a questo “rischio” - e che gli iracheni siano più malmessi e alla fame di prima non è certo questione che possa preoccupare gli occupanti americani, che anzi usano l’emergenza umanitaria per “dar da fare” in Iraq ai paesi europei e agli altri.

Iran e Arabia non sono ancora al sicuro e accade che sia l’uno che l’altro paese appaiono come sostenitori o sedi-rifugio di importanti gruppi terroristici. Stando alle accuse, sebbene debolmente documentate, Hamas riceve finanziamenti dall’Iran e dall’interno dell’Arabia Saudita, Hezbollah dall’Iran e dalla Siria; l’Iran è anche accusato di aver stretto accordi con Al Qaeda, la quale peraltro è nata e sembra ben impiantata anche in Arabia Saudita. Se debitamente montati, sono elementi sufficienti a “giustificare” i futuri attacchi americani a questi stati, nell’ambito della nuovissima dottrina della guerra preventiva, elaborata dalla banda di pirati rappresentata da Bush.

Questa accelerata spinta alla conquista e occupazione dell’intero Medio Oriente, nell’ambito della quale sarà ancora una volta sacrificato il nazionalismo palestinese e premiata la politica di terrore e di espansione territoriale di Israele, non farà altro che isolare ulteriormente gli Usa e spingere con più forza gli Stati europei su quella strada, da più governi e più volte indicata, di creazione di un esercito europeo (naturalmente creato per assicurare interventi umanitari). È questo il secondo passo verso la integrazione, che dovrà necessariamente essere accompagnato da una serie di accordi stringenti di natura politica che avvicineranno l’obiettivo finale degli Stati Uniti d’Europa.

Non è detto che all’esercito europeo parteciperanno in un primo tempo tutti i paesi dell’Euro. Le borghesie italiana e spagnola, per esempio, avranno non poche perplessità in merito, non essendo affatto unite sul terreno ideologico e degli schieramenti.

Ne è detto che le aggregazioni fra stati che gli eventi prossimi venturi provocheranno in Europa prendano la forma e il nome di Stati Uniti d’Europa. Per la verità non è neppure ancora sicuro,sebbene molto probabile, che l’attuale area dell’Euro si trasformi come tale nella nuova entità politico-statuale sovranazionale. Il “nemico” immediato degli americani è l’Euro, mentre tutti e i singoli paesi che ne fanno parte sono avversari nella misura in cui difendono a oltranza le sorti dell’Euro (cosa evidentemente non fatta recentissimamente da Berlusconi né da Aznar) e cercano di ostacolare l’accaparramento americano delle “ultime” risorse energetiche.

L’avvio allo scontro diretto fra le due sponde dell’Atlantico è in corso.

La natura professionale di ormai quasi tutti gli eserciti non richiede più l’inquadramento in divisa dei proletari da mandare al macello. Ma le attuali pratiche di guerra, enunciate anche sui manuali, prevedono il macello della popolazione civile che, se da una parte suscita l’odio nei confronti di chi bombarda, dall’altra rischia di far insorgere strane idee e aprire la strada a insorgenze di classe, certamente letali per le politiche belliciste.

Di qui e di là si vuole dunque abituare la opinione pubblica e in particolare il proletariato a subire, quantomeno gli effetti della guerra, per ora lontani e certamente meno tragici di quelli nei paesi colpiti, e a sostenere in qualche modo i rispettivi governi.

Per questo è in corso la campagna ideologica preparatoria, in cui per ora, con faccia tosta tipica delle campagne ideologiche borghesi, si pretende qui di presentare l’Europa, a differenza degli Usa, aperta ai diritti umani e ai valori sociali e si inizia a dare per scontata la critica agli eccessi americani, e dall’altra parte dell’Atlantico si sventolano le parole di sicurezza e democrazia.

Gli internazionalisti devono attrezzarsi a combattere contro queste campagne ideologiche, quale condizione, fra altre, per il loro rafforzamento e il loro iniziale radicamento nella classe.

Abbiamo tempi che si stanno riducendo per riuscire a gettare le basi politiche dell’alternativa a un terzo macello mondiale, che sarebbe di gran lunga più mostruoso dei due precedenti.

Non dipende solo da noi che ci si riesca, perché il premio agli sforzi della volontà può venire solo se la materialità dei rapporti sociali inizia a mutare. Ma dipenderebbe da noi se non facessimo tutto ciò che ci compete.

M.jr.

(1) Vedi per es. su Prometeo V Serie n.2 “Finita la guerra fredda si rimescolano le carte”, ma vedi anche le Tesi del Bureau Internazionale sulla Tattica nella periferia capitalista.

(2) Vedi a questo proposito “L’Euro della discordia” su Prometeo V serie n.15

(3) E mentre scriviamo e l’Euro sale, le borse europee perdono, e molto, ma questa è un'altra questione, strettamente legata agli andamenti di questa crisi di chiusura del ciclo di accumulazione.

(4) La citazione è da Impero di Antonio Negri e Michael Hardt, ma l’impostazione accomuna questi a molti altri, compresi i disobbedienti.

(5) Noam Chomsky - Sovereignty and World Order - Intervento del settembre 1999 all’Università Statale del Kansas vedi zmag.org .

(6) Dati estratti dalle tavole ufficiali disponibili on line china.org.cn .

(7) cfr. J. Rifkin, Economia all’idrogeno - Mondadori, pag 42.

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