Parmalat, tanti attori per la stessa commedia delle falsità

Truffe e scandali finanziari sono la regola del capitalismo moderno.

Dopo il caso Enron negli Usa, il caso dell'Argentina e quello della Cirio, ora tocca alla Parmalat, uno dei più importanti gruppi industriali e finanziari mondiali. Al di là delle questioni specifiche, quella che emerge è una situazione diffusa di truffe, di complicità, di connivenze che attanaglia il mondo finanziario. Ogni volta emergono le stesse storie: imprenditori e amministratori che falsificano i bilanci, organi di controllo che non si accorgono di nulla e che nulla controllano, società di revisione e di certificazione dei bilanci che nulla certificano se non i bilanci falsi ammantandoli di veridicità e legalità, governi che al posto di punire questi comportamenti li incoraggiano con provvedimenti legislativi che attenuano la punibilità dei reati connessi alle frodi finanziarie.

I casi esplosi, la dimensione dei debiti contratti dalle società oggetto degli scandali, sono di dimensioni e frequenza tale che è lecito chiedersi se si tratta di una anomalia del mondo finanziario o piuttosto di qualcosa di strutturale, frutto di una tendenza che ha eletto a sistema la progressiva finanziarizzazione dell'attività economica delle imprese. Per noi si tratta di questa seconda ipotesi, per le ribadite ragioni che il capitalismo vive una crisi ormai profonda dalla quale non riesce a uscire. I fatturati delle attività industriali sono ormai la componente meno importante dei bilanci aziendali, ormai sempre più inclini a registrare attività speculative e finanziarie che rappresentano la componente più rilevante di tutti i conti. In parole povere, le imprese sopravvivono sempre meno attraverso le loro attività produttive, basate sullo sfruttamento diretto del lavoro ma creatrici di ricchezza reale, e sempre più per mezzo dei guadagni ottenuti con la rendita finanziaria che invece é sottrattiva della ricchezza creata nella produzione di merci. Una tale situazione, già di per sé sintomo della grave malattia in cui versa il capitalismo, favorisce poi le pericolose macchinazioni finanziarie che portano, ormai sempre più frequentemente, a far quadrare i conti con trucchi di bilancio miranti a occultare i debiti colossali contratti da uomini che con l'imprenditorialità tipica della prima fase del capitalismo non hanno più nulla a che vedere. Perché parliamo di un sistema e non di incidente di percorso? Non solo per la frequenza con cui oggi stanno emergendo gli scandali di aziende iperindebitate che si trasformano in insolvenze di dimensioni mai viste ma perché la stessa teoria economica borghese ha fondato sul debito (da Keynes in poi) la possibilità di sviluppo dell'economia. I risultati oggi sono spaventosi: le imprese, gli stati, tutta l'economia mondiale si regge sui debiti, su debiti che non potranno mai essere onorati date le loro dimensioni e la loro tendenza all'inarrestabile crescita. In questo contesto, dove alla creazione di valore reale, fatto di lavoro, di pluslavoro e di produzione di merci reali, si è sostituita una economia fatta di carta, cioè di valori dichiarati ma non prodotti, di valori garantiti solo dal potere divinatorio dell'autorità degli stati o degli altisonanti nomi della finanza mondiale, le truffe e gli scandali finanziari non possono che diventare, a fronte delle difficoltà crescenti dell'economia, la regola, la manifestazione sintomatica del male profondo che attanaglia il capitalismo. Insieme ai meccanismi economici e finanziari, la situazione ha prodotto poi le speculari situazioni sociali: intorno agli scandali ruotano tali e tante "autorevoli" persone che non si può non constatare che il "rentier", lo speculatore, il parassita sono le figure che dominano la società e che impongono ad essa, in nome del loro privilegio, i più grandi sacrifici.

La vicenda Parmalat, come le precedenti, fa emergere con ancora più chiarezza questo fenomeno. Gli imprenditori e i manager coinvolti hanno architettato una truffa colossale fondata sulla falsificazione dei bilanci e su spericolate operazioni finanziarie internazionali che, mentre raccoglievano ingenti somme di denaro con l'emissione di obbligazioni, trasferivano nei cosiddetti paradisi fiscali, in una inestricabile ragnatela di società finanziarie, il frutto di tanto impegno. Il tutto si fondava sulla credibilità dell'azienda sui mercati che consentiva, nonostante l'esistenza di uno spaventoso indebitamento, di emettere ripetuti e corposi prestiti obbligazionari; a questo hanno pensato le società di revisione contabile che ancora una volta non hanno fatto gli adeguati controlli per smascherare la truffa. Non si è trattato di noccioline ma di un debito occulto di 14 mila miliardi di vecchie lire (è proprio necessario usare le vecchie lire per comprendere l'entità del debito!). E le banche? Quelle stesse banche che quando un proletario chiede loro un mutuo per comprare la casa di abitazione passano ai raggi x il suo bilancio familiare e si garantiscono poi con l'ipoteca dell'abitazione? Esse non si sono accorte di nulla limitandosi a negoziare i titoli dell'azienda. Oggi viene alla luce una contabilità falsificata, così dicono i giornali, fin dal 1990. Tredici anni di malefatte passate sotto il naso degli organismi ufficiali di controllo che hanno autorizzato fino a pochi mesi fa l'emissione delle obbligazioni e delle società di revisione, società di grandissimo prestigio internazionale, che hanno messo il loro bollino di qualità sui bilanci della Parmalat. Cosa rischiano i manager dell'azienda coinvolti a piene mani nella truffa? Un autorevole quotidiano italiano ci spiega che essi, dopo le recenti leggi sul diritto societario, rischiano al massimo una sanzione di circa 10.000 euro per aver occultato ai revisori i buchi di bilancio. Inoltre, per le nuove norme miranti alla depenalizzazione del reato di falso in bilancio, possono essere condannati ad una pena detentiva, non superiore comunque a un anno di reclusione (prima era di cinque), solo in seguito ad una querela di parte! Negli Usa, tanto per far capire come si comporta la borghesia di altri paesi, dopo lo scandalo Enron, è stata varata una legge che per gli stessi reati prevede fino a 20 anni di carcere... Vale la pena sottolineare che la legge ora prevede una "soglia di tolleranza" del 5%, rispetto al profitto lordo, sotto la quale il reato non è neanche perseguibile. Inoltre le false comunicazioni, per essere considerate dal giudice, devono essere associate alla "intenzione di ingannare i soci o il pubblico" e alla volontà di ottenere "un ingiusto profitto"; una manna per gli avvocati difensori che si sbizzarriranno nel trovare cavilli ed eccezioni al lavoro dei pubblici ministeri che dovranno dimostrare l'intenzionalità dei reati. In pratica si tratta di un intreccio di norme che portano alla impunibilità dei malfattori! Ma ciò che è più odioso che gli stessi ministri e uomini politici che tanto si sono spesi per assicurare l'impunità ai capitalisti sfruttatori e truffatori sono anche quelli che in questi giorni più hanno alzato la voce nell'accusare di criminalità i tranvieri milanesi, rei di aver creato disagi alla cittadinanza con i loro scioperi. In realtà cosa hanno fatto? Hanno chiesto il rispetto di un accordo contrattuale, sottoscritto e non mantenuto due anni fa dai manager della loro azienda, che doveva dare alla loro busta paga una manciata di euro, una manciata di soldi già divorata, ancor prima di essere ricevuta, dai recenti forti aumenti del costo della vita!

Battaglia Comunista

Mensile del Partito Comunista Internazionalista, fondato nel 1945.

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