Val di Susa: un treno chiamato capitale

Il testo che segue è stato scritto prima delle cariche della polizia che, al solito, si sono accanite bestialmente contro gente inerme e del tutto pacifica.

Ancora una volta, la borghesia, il suo stato, le sue forze dell’ordine hanno gettato la maschera, dimostrando che il sistema del profitto è più che disposto a schiacciare brutalmente chiunque osi anche solo ostacolarlo. L’alta velocità non solo è inutile: di più, è semplicemente nociva per la salute delle persone, per i già fragilissimi equilibri ambientali, per le tasche dei proletari, chiamati a finanziare una torta di miliardi di euro da spartirsi tra imprenditori (cooperative “rosse” comprese), finanzieri e politici di ogni colore.

Ancora una volta, la pur generosissima determinazione dei valligiani mostra in maniera lampante i limiti politici di una lotta di tipo “gandhiano”: qualsiasi movimento della “società civile” è destinato, per forza di cose, ad essere riassorbito dal sistema o a naufragare sugli scogli dell’impotenza, se non si innesta - e si alimenta - sulla lotta di classe proletaria. Ma che sia una lotta vera, fuori e contro i falsi amici “di sinistra” (che si barcamenano ipocritamente tra gli equilibrismi elettorali) e i sindacati, sempre pronti a intercettare i segnali di rabbia operaia per soffocarli immediatamente sul terreno della concertazione e degli scioperi addomesticati. E che la rabbia - più che legittima! - serpeggi tra i lavoratori della Val di Susa, lo dimostrano gli scioperi, anche spontanei, scoppiati in questi giorni.

L’inarrestabilità della crisi capitalista, il conseguente deterioramento delle condizioni di vita del proletariato e il sempre più ricorrente uso del manganello, quale risposta al profondo malessere sociale,sono i motivi più sufficienti che rendono necessario la ricostruzione del partito di classe. Infatti solo il partito rivoluzionario del proletariato è in grado di fornire le giuste indicazioni politiche ed offrire alle lotte prospettive di ampio respiro, allargandole agli altri settori del proletariato e dissolvendo le ingenue - e pagate a caro prezzo - illusioni sulla falsa democrazia borghese, anticamera sicura delle mattanze e della sconfitta.

Il 16 novembre scorso l’intera Val di Susa si è fermata: l’adesione allo sciopero generale indetto contro la realizzazione del nuovo tracciato ferroviario TAV (Treni ad Alta Velocità) che dovrebbe collegare Torino a Lione, è stata massiccia.

Un grande corteo di 70-80.000 persone socialmente e politicamente variegato ha così espresso il forte dissenso di tutta la comunità valligiana - che fa 60.000 abitanti in tutto! - nei confronti di un’opera giudicata inutile per la società, devastante per l’ambiente e, soprattutto, accertata la presenza di amianto e uranio nel sottosuolo (i lavori prevedono la realizzazione di un maxi tunnel di 52 chilometri), molto pericolosa per la salute di chi abita nella valle.

La situazione in Val di Susa è emblematica sotto vari aspetti. Innanzitutto dimostra che la mobilitazione sociale di massa è possibile anche quando i principali referenti politici e sindacali non si muovono e, anzi, si trovano dall’altra parte della barricata. Se infatti è vero che c’è stata l’adesione di tutti i sindaci valligiani, è anche vero che solo i partiti minori dell’opposizione (Rifondazione, PdCI e Verdi) si sono schierati col fronte anti-TAV, e se è vero che si è mossa la FIOM, è anche vero che la CGIL è rimasta - come sempre - fedele ai DS e non ha preso parte né allo sciopero né alla contestazione.

È una protesta che si pone schiettamente sul terreno interclassista, che dimostra però come lo scollamento fra società civile e mondo politico borghese alla prova dei fatti, ossia degli interessi concreti, sia lampante e irreversibile. Ma la situazione è emblematica anche perché dimostra che gli interessi del capitale, in questo caso la rapida circolazione delle merci e gli affari miliardari legati agli appalti della grande opera, passano come un rullo compressore su tutto e tutti, indipendentemente dalle proteste, anche unitarie, della cittadinanza.

Davvero stomachevole l’arroganza con cui la presidente diessina della regione Piemonte Mercedes Bresso ha ribadito questo concetto: “I cittadini e gli amministratori della valle mettono in discussione l’utilità dell’opera”, le fa notare una giornalista sul Manifesto del 18 novembre. “Mi scusi”, risponde la Bresso, “ma non tocca agli abitanti della Val di Susa metterla in discussione. L’unione europea, lo stato italiano, lo stato francese, la regione Piemonte la pensano diversamente. (...) L’economia va sempre più avanti sulla logistica.” Leggi: i valligiani possono manifestare quanto vogliono, tanto ce ne sbattiamo. Oltre al fatto che l’economia capitalista se ne fotte di loro e dei loro problemi “logistici” di salute e d’ambiente.

Qualcuno ha giustamente notato che la Val di Susa, terra di transito fra grandi regioni e paesi, ha sempre avuto a che fare con nemici di passaggio molto più potenti... Cesare, Napoleone, Hitler... senza dimenticare le infami crociate savoiarde contro le comunità valdesi.

Ma la cocciutaggine dei montanari è proverbiale, e così, nonostante la militarizzazione della valle e gli appelli di Ciampi, la resistenza anti-TAV continua. L’importante è riuscire a essere più cocciuti del capitale, questo treno impazzito che, fino a quando la lotta di classe non intreccerà i binari su cui viaggia, continuerà ad accelerare sulla via del disastro.

GS

Battaglia Comunista

Mensile del Partito Comunista Internazionalista, fondato nel 1945.

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