La seconda invasione del Libano

Finita la guerra si contano i danni. Interi villaggi del sud del Libano sono stati rasi al suolo. 1500 i morti tra cui 1200 civili, 420 i morti nella striscia di Gaza che è stata in parte rioccupata militarmente. Sul terreno è rimasta anche la iustificatio belli che il tutto sarebbe successo a causa del sequestro di due militari israeliani. La seconda invasione del Libano, in realtà, è maturata all’interno di uno scenario ben più complesso, preparata con largo anticipo e orchestrata con la collaborazione strategica dall’imperialismo americano.

I principali obiettivi dell’ennesima operazione militare israeliana sono tre.

Sindrome da accerchiamento

Il governo Olmert si è trovato, suo malgrado, nella scomoda, e per certi versi pericolosa situazione, di assistere alla ascesa politica di Hamas nei territori occupati e degli Hezbollah in Libano. Che i due schieramenti politici siano arrivati al potere, o a ricoprire cariche politiche nei rispettivi governi attraverso il percorso elettorale, non solo non cambia il senso delle cose, ma le aggrava, perché le elezioni hanno espresso la rabbia dei palestinesi e di una parte dell’elettorato libanese che hanno visto in Hamas e nel partito di dio l’unica, anche se falsa, occasione di riscatto nei confronti dell’arroganza del governo di Tel Aviv.

Israele non ha avuto dubbi. Brandendo la solita giustificazione della lotta al terrorismo islamico, salsa buona per tutte le pietanze, occorreva far piazza pulita degli Hezbollah nel sud del Libano, costringere il governo Siniora a collaborare nell’opera di pulizia etnica, mettere in difficoltà in termini economici e politici il governo di Hamas, per non avere più ai propri confini forze di pericoloso disturbo che avrebbero dato filo da torcere agli obiettivi contingenti e strategici israeliani. Nei piani, certamente, c’era anche la necessità di costruire nel Libano del sud una nuova fascia di sicurezza, di fare del paese confinante una sorta di protettorato politico-militare da usare come argine all’accerchiamento di Siria e Palestina.

Contrariamente all’invasione della primavera dell’82, l’operazione aveva un respiro più ampio, una necessità ancora più impellente. Non si trattava soltanto di fare pulizia etnica nei confronti dei combattenti palestinesi ospiti, peraltro non graditi, del governo di Gemayel, creando una fascia di sicurezza profonda qualche decina di chilometri, ma di distruggere fisicamente tutte quelle forze politiche arabe che in Libano, Palestina, o in qualunque altro paese, potessero rappresentare un pericolo immediato o futuro. Doveva essere contemporaneamente un monito alla Siria e all’Iran a cessare ogni forma d’ostilità nei suoi confronti, a smettere tutte le forme d’aiuto finanziario e militare ai terroristi Hezbollah e di Hamas.

I territori occupati

La profonda crisi politica che la seconda invasione del Libano ha creato si sarebbe prestata al raggiungimento di obiettivi non secondari. In primo luogo, avrebbe messo in ombra la quasi rioccupazione militare della striscia di Gaza. Nell’accavallarsi degli eventi bellici è passato in secondo piano che un altro fronte si era aperto. Le operazioni militari israeliane si sono interessate anche all’eliminazione fisica di rappresentanti del governo palestinese. Si sono avute almeno 200 vittime civili nella striscia di Gaza, si sono bloccati tutti i finanziamenti alle strutture civili ed amministrative del nuovo governo, creando una situazione di tragica emergenza nella popolazione palestinese, e la stessa zona di Gaza e dintorni ha rivisto la presenza dei carri armati dell’esercito di Tel Aviv. L’obiettivo, peraltro dichiarato, era quello di annichilire economicamente il governo di Hamas per ridare fiato all’asfittico ruolo di Al Fatah e del suo più affidabile e accondiscendente rappresentante, Abu Mazen.

In successione, la crisi d’area, innescata dall’invasione del Libano, avrebbe allontanato nel tempo, o addirittura cancellato, gli accordi sottoscritti di restituzione dei territori occupati. Il governo Olmert, in più occasioni, prima, durante e subito dopo l’operazione militare, aveva dichiarato che nessuna restituzione dei territori, nessun negoziato sull’argomento sarebbe ripreso, perché con i terroristi non si tratta, men che meno con Hamas che non prende minimamente in considerazione il riconoscimento dell’esistenza di diritto dello stato d’Israele. Un’occasione da non perdere, da sfruttare sino in fondo. Indipendentemente dalla costruzione del muro, disegnato ad uso e consumo degli interessi economici dei coloni e di quelli strategici dello stato sionista, qualora si fosse dovuto restituire qualcosa ai palestinesi, l’allontanamento della restituzione della Cisgiordania a tempi biblici, o addirittura la non restituzione, lasciando la questione nel solito indeterminato status quo, sarebbe un grande capolavoro della solita diplomazia della forza.

Nel computo della non restituzione dei territori, ovviamente, rientrano anche le alture del Golan, sottratte alla Siria nel lontano ‘67. Territorio questo di vitale importanza nelle strategie difensive israeliane perché dal suo controllo dipende la sicurezza dei propri confini con la Siria, perché ricco di acque la cui amministrazione consente notevoli attività agricole in zona e nella parte più a valle, in territorio israeliano.

La questione petrolifera

Com’è noto, Israele non possiede nemmeno una goccia di petrolio nel suo sottosuolo. Dopo la necessitata restituzione della penisola del Sinai all’Egitto, in forzosa ottemperanza degli accordi di Camp David, gli unici pozzi petroliferi a sua disposizione in accomodato gratuito, sono ritornati al loro legittimo proprietario. Da allora Israele, dipendente al 100% dal petrolio estero per il suo fabbisogno energetico, sia per l’impiego nel campo civile che in quello miliare, si è arrovellata per cercare la migliore delle soluzioni al grave, e non più procrastinabile problema dell’approvvigionamento. Prima dell’invasione dell’Iraq, quando le aspettative americane di una rapida soluzione del conflitto facevano sperare all’imperialismo di Washington di gestire al meglio le risorse petrolifere in atto e quelle da scoprire, Israele aveva chiesto all’alleato d’oltre oceano la riapertura dell’oleodotto che dal nord dell’Iraq portava petrolio in Palestina e che fu chiuso proprio in occasione della nascita dello stato sionista nel 1948. Ciò avrebbe significato la soluzione di tutti i suoi problemi. Un Iraq sotto il controllo Usa, avrebbe rappresentato la certezza energetica, la possibilità di usufruirne ad un costo basso e la sicurezza degli approvvigionamenti perché sotto la tutela del potente alleato. Le aspettative, però, sono andate deluse. Gli Usa sono tuttora impantanati nelle sabbie mobili dell’opposizione irachena, il petrolio estratto è inferiore a quello che Saddam Hussein pompava dai suoi pozzi durante l’embargo, e per Israele l’opzione della riapertura della pipe line rimane sì ancora nel carnet dei desiderata, ma attualmente inoperante e di difficile praticabilità per l’immediato futuro. L’altra opzione, che in qualche modo attiene alla guerra in Libano, si riferisce all’entrata in funzione, nel luglio di quest’anno, della pipe line che da Baku porta il petrolio centroasiatico nel porto turco di Ceyan, al centro del basso Mediterraneo. È una pipe line multinazionale, a capo della cordata c’è la BP e a seguire tutte le più importanti compagnie petrolifere, tra le quali l’Eni, e un paio di americane. Il progetto israeliano sarebbe quello di costruire una bretella subacquea che da Ceyan arrivi in Israele, bypassando la Siria e il Libano. Se l’obiettivo fosse praticabile e operante in tempi brevi, la seconda operazione di pace in Galilea, suonerebbe come monito ai governi costieri di non interferire nei lavori di costruzione della bretella e di guardarsi dal pattugliare il braccio di mare interessato con le loro navi da guerra una volta compiuta l’opera. Sarebbe cioè una sorta di deterrente preventivo verso paesi ostili o non completamente affidabili, a non ostacolare gli interessi petroliferi del governo di Olmert.

Ovviamente le partite sono ancora tutte da giocare, ma Israele ha già scelto il tavolo e le carte che devono essere distribuite. Come al solito lo ha fatto con la forza delle armi, cercando di centrare contemporaneamente tre obiettivi con un solo colpo. L’alleato americano sta al gioco sia per compiacere all’unico vero alleato dell’area, sia perché la crisi generata dalla guerra libanese rilancia le ambizioni imperialistiche americane nell’area, soprattutto in funzione anti iraniana.

Un'occasione da non perdere per l'imperialismo americano

È dal 1979, ininterrottamente, che l’Iran della rivoluzione Khomeinista è sul libro nero dell’imperialismo americano. Come oggi la questione dell’integralismo non c’entrava per nulla. Perdendo l’Iran, il governo di Washington perdeva un alleato affidabile nell’area centroasiatica in chiave anti Unione sovietica, un mezzo comodo, sicuro e poco dispendioso di approvvigionamento petrolifero. Per simili ragioni economiche e di interesse strategico, erano finiti sul libro nero e sotto il ferro dell’imperialismo americano, governi laici, democratici e progressisti che con i famigerati fondamentalismi e integralismi non avevano nulla a che vedere. Due esempi su tutti, Quando nel 1953, proprio in Iran, Mossadeq arriva al potere ed inizia una politica di distanza dagli Usa, nazionalizza le attività petrolifere dichiarando che le sette sorelle americane avrebbero, in termini di prezzi e di rifornimenti, ricevuto lo stesso trattamento delle altre compagnie petrolifere internazionali, la Cia gli organizzò contro un colpo di stato con cui rimise al potere la monarchia assoluta della famiglia Phalavi.

Venti anni dopo in Cile, non complice il petrolio, ma gli interessi economici della ITT e contro la nazionalizzazione delle miniere di rame, la stessa sorte toccò al governo Alliende reo, oltretutto, di essere potenzialmente un partner commerciale con l’Urss. Anche oggi, per l’Iran di Ahmadinejad, essere nel mirino del governo Bush non dipende dal regime integralista che lo caratterizza, e nemmeno dalla determinazione con la quale l’attuale presidente iraniano rincorre la via nucleare. L’Iran è nel mirino dell’imperialismo americano per una serie complessa di motivi che vanno dai fallimenti delle recenti campagne in Afghanistan e in Iraq, al sempre più precario ruolo del dollaro, quale coefficiente universale di scambio nelle transazioni internazionali, petrolio compreso, alle dinamiche della ricomposizione imperialistica internazionale, che hanno nel centroasia il loro maggiore, ma non unico, punto di applicazione. L’Iran è geograficamente, economicamente al centro di questo quadrante internazionale che gli analisti borghesi hanno definito eufemisticamente il big game. Che cosa c’entra tutto questo con la guerra in Libano? C’entra, anche se apparentemente i fili che lo legano al più complesso scenario internazionale sembrano tenui, quasi invisibili.

L’invasione del Libano non è stata programmata da Washington e Tel Aviv soltanto per soddisfare le necessità mini imperialistiche dello stato sionista. L’avallo americano non è stato concesso solo per compiacere all’alleato medio orientale. Il governo Bush ha valutato che l’operazione militare israeliana, condotta in nome dell’anti integralismo e dell’anti terrorismo islamico, avrebbe fornito una opportunità in più agli Usa di riproporre la loro politica aggressiva nei confronti dell’integralista atomico Ahmadinejad. Nel gioco delle parti, la medesima crisi libanese avrebbe dovuto fungere da supporto alle prospettive israeliane in Medio oriente e all’affannosa rincorsa degli obiettivi americani nell’area centroasiatica.

Dopo i disastrosi fallimenti in Iraq e in Afghanistan, la centralità strategica dell’Iran è ritornata ad essere prioritaria. Per l’imperialismo americano le cose stanno andando male anche su tutti gli altri versanti. Il suo indebitamento complessivo (35 mila miliardi di dollari) continua ad aumentare. Non c’è una voce del suo apparato economico che sia in attivo. La sua dipendenza energetica (petrolio e gas naturale) sta arrivano alla soglia del 70%. Russia e Cina concludono accordi petroliferi, militari e commerciali con i paesi centroasiatici, scalzando progressivamente dall’area la presenza degli Usa. Il Venezuela, l’Iran, la Libia, la Cina e la stessa Russia, scambiano preferibilmente i prodotti petroliferi e militari in euro e non più in dollari. L’Iran e il Venezuela, con una dichiarazione congiunta hanno annunciato, nel marzo del 2006, di quotare in euro, nelle rispettive Borse, il prezzo del petrolio. Swen Arild Andersen responsabile della Borsa norvegese ha proposto uno studio di fattibilità per fare la stessa cosa in terra di Norvegia. I due colossi asiatici, inoltre, hanno incominciato a diversificare le loro scorte valutarie da dollari in euro. La stessa cosa ha fatto l’Arabia Saudita. Gli stessi stati del Golfo vendono dollari per acquistare in euro le merci europee. Il Governatore della Banca centrale degli Emirati arabi uniti, Sultan al Suweidi, ha annunciato nel marzo scorso, di iniziare a diversificare le scorte monetarie convertendo in euro il 10% delle riserve in dollari. Per finire la Banca asiatica per lo sviluppo ha ritenuto opportuno avvertire i suoi clienti che ci sarebbe il pericolo di un imminente crollo del dollaro e che la diversificazione monetaria dei depositi si impone in attesa di dare il via ad una moneta locale, l’Acu, sulla scorta dell’esperienza europea dell’euro. Il tutto sta mettendo in seria difficoltà il signoraggio del dollaro, su cui gli Usa hanno basato da decenni quella appropriazione parassitaria che consentiva loro di finanziare i loro immensi deficit, e di continuare a giocare un ruolo egemone da un punto di vista imperialistico. La ricomposizione imperialistica di Europa, Russia e Cina, pur con tutte le contraddizioni del caso, avanza e passa dai mercati valutari (ruolo dell’euro in chiave anti dollaro), dal mercato petrolifero (la Russia è diventata, sommando i giacimenti petroliferi e quelli di gas naturale il primo paese energetico al mondo) e da quello commerciale (la Cina si sta proponendo sul mercato mondiale come il primo polo di riferimento). Nel 1999, prima dell’ingresso dell’Euro sui mercati valutari gli scambi commerciali vedevano il ruolo del dollaro al 92%, oggi e sceso a circa il 60%. In altri momenti l’Iran sarebbe stato oggetto di attenzioni militari consistenti da parte dell’esercito Usa (attenzioni già programmate e solo per il momento rinviate) se questo non fosse impantanato in Afghanistan e Iraq, e se l’opposizione degli altri poli imperialistici non fosse così determinata. Russia e Cina non hanno minimamente preso in considerazione la possibilità di sanzioni economiche e militari contro l’Iran, avanzate all’Onu a più riprese dal governo Bush. In compenso hanno intensificato i rapporti commerciali e quelli strategici di grande respiro. Per il momento gli Usa sono costretti a giocare di rimessa. La loro richiesta di embargo ha lo scopo di mettere in difficoltà l’attuale regime iraniano, di favorire le forze politiche di opposizione filo occidentali per creare le condizioni di un collasso interno. Sempre nel breve periodo, e in attesa di colpire direttamente l’obiettivo, il governo Bush si muove nella prospettiva di non rendere praticabili i rapporti tra l’Iran e i suoi avversari asiatici. In una sorta di delirio di impotenza, se l’oggetto del desiderio è lontano dall’essere raggiunto, la stessa cosa deve valere anche per gli altri poli imperialistici, poi si vedrà.

La centralità strategica iraniana è ulteriormente aumentata dopo le prospezioni energetiche in Afghanistan. In marzo la US Geological Survey e il ministero afgano per le miniere e l’industria hanno scoperto che le risorse energetiche dell’Afghanistan sarebbe molto interessanti. Secondo i loro risultati, le nuove risorse del nord oscillerebbero da 3,6 a 36,5 mila miliardi di metri cubi di gas naturale, con una media di 15.7 mila miliardi di metri cubi. Le stime per il petrolio oscillano tra 0,4 e 3,6 miliardi di barili, con una media di 1,6. Le stime per il gas naturale oscillano tra 126 e 1325 milioni di barili, con una media di 562. Queste stime rappresentano un incremento di quasi 20 volte nelle riserve potenziali di petrolio, e triplicano le risorse di gas naturale. Se si tiene conto del fatto che, precedentemente, l’Afghanistan era vitale per le strategie energetiche americane solo come territorio di passaggio delle pipe line che dal kazakistan avrebbero dovuto portare petrolio e gas naturale sino in Pakistan, sull’oceano indiano, oggi la sua importanza economica si somma a quella strategica, aumentando enormemente il suo ruolo nell’area. Ciò giustifica come il governo Bush, pur in difficoltà militari, ritenga prioritario rimanere in prima persona (ventimila uomini a sostegno del governo Garzai) in quel territorio e, indirettamente, con la presenza di truppe della Nato, ovviamente sotto comando americano. Ciò che lega l’Iran alle recenti scoperte energetiche in Afghanistan risiede nella lotta tra gli Usa e gli imperialismi asiatici sulla costruzione e sul controllo delle maggiori vie di approvvigionamento e commercializzazione del petrolio e del gas naturale dell’Asia centrale. Tra i vari progetti c’è quello iraniano che prevede la costruzione di una pipeline (IPI) che dal suo territorio arrivi in India passando dal Pakistan. Se così fosse l’Iran si proporrebbe come uno dei poli centrali nell’esportazione di petrolio e di gas naturale. In più il regime di Ahmadinejad non ha del tutto accantonato il vecchio progetto, che risale agli inizi degli anni novanta, di proporsi, magari in un cartello con la Russia, come territorio di passaggio di una pipeline che dal Kazakistan arrivi nel Golfo persico. Il progetto IPI (Iran-Pakistan-India) piace a tal punto alla Russia che la Gazprom si è proposta di finanziarne la costruzione. Anche la Cina ha dato il suo assenso. Dopo aver firmato un accordo con il governo kazako per la costruzione di una pipeline che dalla zona di Tengiz porterebbe il petrolio sin sulle coste del mar cinese, il progetto IPI prevede una bretella che porterebbe il gas naturale sino a Pechino. Il che farebbe dell’Iran, non solo un perno asiatico del controllo e della esportazione di risorse energetiche, ma un alleato fondamentale di Russia e Cina. Inoltre escluderebbe completamente dalla partita l’imperialismo americano e, questione non secondaria, l’Iran, come i suoi partner asiatici, commercerebbe in euro e non in dollari, minando alle fondamenta il parassitismo di Washington.

L’altro progetto, su cui si fonda la risposta americana, è la costruzione di una pipeline che dal Turkmenistan poterebbe il gas naturale in India, passando dall’Afghanistan e dal Pakistan (TAP). Il percorso, come si vede, passa da paesi alleati degli Usa (Turkmenistan a parte), tenterebbe di togliere il monopolio asiatico delle risorse energetiche alla Russia, isolerebbe il nemico iraniano, costringendolo ad una attività limitata, quasi domestica.

La ricomposizione imperialista marcia a passi da gigante. Le profonde faglie che la deriva degli imperialismi aprono, attraversano tutti i mercati internazionali. Una di queste faglie è nel centrasia, dove in palio c’è il dominio per il controllo e l’utilizzo delle materie prime energetiche, per il ruolo delle divise, per il controllo dei mercati commerciali ecc.. dove si ricorre alle pressioni nei confronti dei governi dell’area, alla corruzione quando occorre, alle guerre, se necessario.

Dal Medio oriente ai confini con la Cina il teatro dello scontro è pressoché continuo. Libano, Siria, Iran, sono contemporaneamente l’oggetto dell’aggressione americana e i baluardi di difesa degli interessi russi. Russia e Cina da una parte e Usa dall’altra si contendono i favori dell’India. Le due potenze asiatiche si coalizzano nell’area in chiave anti americana (prove militari congiunte in Asia centrale nell’agosto 2005. Pressione con le altre Repubbliche ex sovietiche perché le basi militari americane, create dopo l’11 settembre 2001 vengano smantellate). Il sud america che prende una deriva anti americana e, con il Venezuela in testa, tratta forniture militari con la Russia in euro. Gli Usa, che attraverso i servizi segreti e la Nato, sottraggono influenza alla Russia in Georgia e in Ucraina favorendo guerre civili e colpi di stato più o meno bene organizzati.

Dall’invasione israeliana del Libano alle pressioni americane sull’Iran il filo è diretto. Lo scenario imperialistico è lo stesso, gli obiettivi da perseguire ad ogni costo sono palesi e chiari sino all’evidenza, le giustificazioni false e strumentali sono ripetitive sino alla noia. Le guerre fanno da tragica cornice al contorcersi del vecchio predone occidentale e ai tentativi di ricomposizione dei nuovi imperialismi. Al centro una crisi capitalistica internazionale che esaspera la concorrenza, impone sempre maggiori sacrifici al proletariato, crea morte e barbarie nelle aree di maggiore tensione con una continuità inquietante.

I danni collaterali

Nel perseguire i suoi interessi, la devastante ferocia dell’imperialismo lascia sul campo macerie, bombe a grappolo, scorie radioattive e centinaia di migliaia di vittime civili. Gli analisti borghesi definiscono eufemisticamente queste vittime come gli effetti collaterali delle guerre. Tra gli effetti collaterali ci sono tutti quei proletari che, direttamente o indirettamente sono coinvolti dalle barbarie belliche, e che quotidianamente ne riempiono le tragiche statistiche. Allo stato attuale delle cose, la condizione politica dei proletari che vivono all’interno di quell’area musulmana che oggi è interessata dall’azione dell’imperialismo, è completamente chiusa all’interno della gabbia conservatrice, se non reazionaria, delle forze politiche nazionali.

Se la borghesia non è direttamente coinvolta in episodi di guerra, il ferreo controllo sul proletariato viene esercitato in nome di un falso laicismo o di una vera teocrazia. In alcuni casi le cose si mischiano nella forma lasciando inalterato il contenuto repressivo. In Siria, la laica repubblica presidenziale di Bashar el Assad si ispira alla confessione alawita e tiene sotto il tallone di ferro il suo proletariato che, decapitato a suo tempo di qualsiasi forma di avanguardia organizzata, giace politicamente inerme. In Libano, prima della invasione israeliana, il proletariato, come il resto della popolazione, viveva all’interno della varie componenti religioso-politiche dei tronconi della borghesia nazionale. Durante l’invasione i proletari sciiti, sunniti, drusi e in parte anche cristiani, sono stati convogliati verso il nazionalismo integralista degli Hezbollah. In Iraq la componente proletaria, peraltro combattiva in settori trainanti dell’economia, quali quello petrolifero, chimico e manifatturiero, è stata coinvolta dalla guerra e nella guerra, secondo le istanze dei tronconi della sua borghesia. I sunniti in chiave nazionalistica e partigiana contro la presenza dell’esercito di occupazione. Gli sciiti sono divisi tra una parte della borghesia collaborazionista e l’altra agente sul terreno dello scontro nazionalistico contro l’invasore, ma in contrapposizione con i sunniti. In Iran le cose vanno meglio ma solo perché, per il momento, l’imperialismo americano non ha deciso l’intervento armato e agisce solo con pressioni politiche ed economiche. Nonostante ciò il regime di Ahmadinejad è riuscito a far fare quadrato al suo proletariato, in nome della difesa nazionale, quale bene supremo da difendere ad ogni costo, anche con il sacrificio della morte.

In tutti questi casi la trasversalità proletaria rimane ingabbiata nelle ferree maglie delle strategie borghesi. In nome della religione, indipendentemente dall’aspetto confessionale, in nome del laicismo o della difesa della nazione, è sempre il quadro borghese a dominare. A giustificazione delle sempre imperanti necessità delle borghesie nazionali si invoca, di volta in volta, il solito abusato nazionalismo, la lotta anti imperialista, distinguendo tra un capitalismo buono e uno cattivo, tra un capitalismo che attacca e uno che ha tutti i diritti di difendersi. All’interno di questo schema mai si pone il problema della lotta di classe e della emancipazione proletaria, quale risposta al barbaro clima creato dalle guerre. La lotta all’imperialismo è sacrosanta, non però in nome degli interessi della propria borghesia che va sempre e comunque combattuta. Né il percorso che porta ad imboccare la ripresa della lotta di classe può avere come scenario favorevole l’appoggio tattico a qualsivoglia fazione borghese, che in quanto tale, è conservatrice per necessità, reazionaria quando la situazione lo impone, e sempre anti proletaria. A maggior ragione se le fazioni borghesi si ispirano al fondamentalismo e all’integralismo. Se è vero che solo la lotta di classe può essere l’antitesi al nazionalismo borghese e alle barbarie delle guerre imperialiste, è anche vero che la lotta di classe, o tenta di rompere il circolo vizioso delle contraddizioni capitalistiche, che sono alla base degli egoismi nazionalistici e delle guerre imperialistiche di aggressione, oppure i primi e le seconde saranno destinati a scandire i ritmi di nuovi massacri in uno scenario di imbarbarimento senza fine.

Fabio Damen

Prometeo

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