In Italia si prepara una stagione di lacrime e sangue per il mondo del lavoro

La crisi ha distrutto migliaia di miliardi di capitale fittizio, ora distruggerà le condizioni di vita di milioni di proletari

Gli stessi analisti borghesi ci hanno spiegato per filo e per segno la dinamica dell’attuale crisi finanziaria.

Molti di questi si sono convinti a tornare sui loro passi neoliberisti invocando a gran voce l’intervento dello Stato per salvare baracca e burattini. Non potevano però constatare la cosa più importante: che questa crisi non rappresenta soltanto il fallimento del neo liberismo, ma che è la crisi del capitalismo giunto al culmine del suo processo di accumulazione. Si stanno invece accorgendo, eccome, di quanto le devastanti conseguenze della crisi finanziaria si abbatteranno sull’economia reale, già in apnea da alcuni anni e che, quindi, bisogna correre immediatamente ai ripari presentando il conto alla forza lavoro.

Draghi e Tremonti si sono affrettati a convincere i risparmiatori a non ritirare i loro depositi per non mettere in ulteriori difficoltà il sistema creditizio italiano, in crisi di liquidità, meno disposto a finanziare le imprese, se non con grande parsimonia, e con tassi interbancari alti, troppo alti per la concessioni di mutui e prestiti in generale alle piccole e medie imprese.

Proprio per questo le imprese si trovano nella condizione di dover affrontare la concorrenza interna e internazionale giocando prevalentemente su di un solo fattore: il contenimento del costo del lavoro, il che è come dire, meno soldi a disposizione e più sfruttamento per i lavoratori, altrimenti la macchina dell’estorsione del plusvalore, già in crisi, si deprimerebbe ulteriormente. E i primi effetti già si notano. Da luglio 2008 alla fine di ottobre c’è stato un aumento della Cassa Integrazione del 30%. Il settore metalmeccanico minaccia il licenziamento di 300 mila precari che rappresentano il 15% della forza lavoro impiegata nel settore. Il gruppo Riva ha già chiesto la C.I. per duemila addetti per 13 settimane a partire dal primo dicembre. Situazione analoga a Taranto e in Piemonte dove sono a rischio nell’indotto metalmeccanico 35 mila posti di lavoro. La disoccupazione, sempre quella ufficiale si è incrementata sino ad arrivare al 6,7%, con una proiezione all’8,4% nel 2009.. Dato sbagliato per difetto perché considera occupati a tutti gli effetti i lavoratori saltuari, a part time e quelli che entrano nei meccanismi della produzione o della distribuzione saltuariamente e per brevi periodi.

Negli ultimi mesi è aumentato il numero delle famiglie che vive attorno alla soglie di povertà.

Come viatico all’ennesima politica dei sacrifici non c’è male, in futuro le cose sono destinate ad andare peggio e in tutti i settori della produzione reale e dei servizi.

Intanto il presidente della Confindustria Marcegaglia ha colto appieno il problema invitando il Governo a costituire un Comitato di crisi che confezioni immediatamente un pacchetto di sostegni fiscali per tutte le imprese che investono in ricerca e innovazione e che aumentino i propri investimenti. Poi è scesa sul terreno del rapporto con la forza lavoro. Nel recente Forum della piccola industria tenutosi a Bologna la Marcegaglia ha piantato una serie di paletti in termini economici e di riorganizzazione del lavoro che perentoriamente prevedono:

  1. Di ripristino della scala mobile o di qualsiasi forma di recupero salariale sull’inflazione non si deve nemmeno parlare. L’inflazione è quella programmata all’1,7% e sterilizzata, cioè non considerando l’aumento del costo del petrolio, della benzina, gasolio ecc.. e di tutte le materie prime d’importazione. Non importa che quella reale, fornita dai dati Istat, sia oltre il 4% e che quella che subiscono i salari dei lavoratori sia ben oltre il 10%, così deve essere, punto e basta.
  2. I salari e i loro eventuali aumenti contrattuali devono essere al di sotto dell’aumento della produttività, ovvero dell’ulteriore aumento dello sfruttamento che subiscono.
  3. I futuri contratti dovranno privilegiare la contrattazione aziendale e locale a scapito di quella nazionale con l’evidente obiettivo di mettere i singoli lavoratori in condizioni di inferiorità rispetto al capitale e di contenere così le rivendicazioni economiche dei lavoratori.
  4. Il presidente della Confindustria ha completato il suo programma dando un’enfasi particolare alla precarietà.

Non solo questa non si tocca ma deve essere considerata come la colonna portante della ripresa economica italiana. Perché precarietà non significa soltanto avere, per il capitale, la possibilità di sfruttare la forza lavoro solo nel momento in cui ne ha bisogno, significa anche erogare salari che rimangono al minimo livello e avere l’infame arma del ricatto del licenziamento o del non rinnovo del contratto sempre a portata di mano.

A contorno, il ministro Brunetta, con la moralistica scusa di dare battaglia agli assenteisti e ai fannulloni, minaccia licenziamenti per chi non segue i ritmi della nuova fase in cui va a inserirsi l’intero mondo del lavoro.

Una sorta di monito per il mondo del lavoro, lavorare di più, con più intensità e in silenzio, altrimenti sono guai. Il ministro Sacconi va ancora più sul concreto. Prevedendo una stagione di lacrime e sangue da far ingoiare alla classe operaia, ha proposto la sterilizzazione degli scioperi, che per essere indetti hanno bisogno di un largo preavviso, più di quanto non avvenga adesso, non dovrebbero essere organizzati se ostacolano le attività sociali e se arrecano disturbo alla popolazione (sempre) e, soprattutto, devono essere indetti sulla base di un referendum.

L’invenzione del non-sciopero non è la fantasiosa invenzione di un ministro creativo, ma la calcolata determinazione dei servitori del capitale in funzione anti-proletaria nel momento in cui si prospettano possibili alzate di testa da parte dei lavoratori.

A chiusura del cerchio sono arrivate anche le esternazione di (K) Cossiga.

L’ex presidente, in occasione delle recenti manifestazioni studentesche, dall’alto della sua esperienza, ha suggerito di infiltrare uomini dei Sevizi, di fomentare scontri e disordini per meglio picchiare gli studenti e liberare le piazze da questa pericolosa infezione sociale.

La ricetta, ovviamente, deve essere applicata anche per occasioni più importanti per la pax sociale del capitale, quando cioè in piazza scenderanno i proletari affamati, senza lavoro e che faticano ad arrivare alla fine del mese. Ora tocca ai lavoratori organizzarsi, contro le manfrine della falsa sinistra, contro l’ingabbiamento sindacale contro le necessità di sopravvivenza del capitale in crisi, le cui devastanti conseguenze cadono come macigni sulle già cariche spalle dei proletari.

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Battaglia Comunista

Mensile del Partito Comunista Internazionalista, fondato nel 1945.

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