La caduta del saggio medio del profitto, la crisi e le sue conseguenze

La legge fondamentale su cui si basano i rapporti di produ­zione capitalistici è la creazio­ne di plusvalore per la realizzazione del profitto. L’ineguale rapporto tra capitale e lavoro non si limita a dare soltanto un profitto qualsiasi, ma il massimo profitto possibile. In questo rapporto la massimizzazione del pro­fitto è ottenibile soltanto attraverso la riproduzione allargata sulla base dell’aumento dello sfruttamento della forza lavoro, incrementando il saggio del plusvalore. Ne discende che il processo di accumulazione, la con­centrazione dei mezzi di produzio­ne e la centralizzazione del capitale finanziario ne siano le conseguenze naturali.

Nella fase iniziale dello sviluppo del capitalismo l’obiettivo lo si è rag­giunto prolungando, ai limiti delle possibilità umane, la giornata lavo­rativa. Il plusvalore assoluto è stato, prevalentemente, alla base della mas­simizzazione dl profitto. La giornata lavorativa ha raggiunto anche le 16 ore e più in Inghilterra e nei maggiori paesi industrializzati. In questo caso, oltretutto, il tipo di accumulazione che veniva determinato non andava a modificare significativamente la composizione organica del capitale, consentendo non solo un aumento della massa dei profitti, ma anche un aumento del saggio del profitto. Ma i limiti temporali della giornata lavo­rativa - pur nell’ipotesi estrema non si può andare oltre le 24 ore - e una forte lotta di classe per la riduzione dell’orario lavorativo, hanno impo­sto al capitale, nel solito tentativo di massimizzare i profitto, di imbocca­re la strada della riduzione del tempo di lavoro necessario, attraverso l’uso sempre più accentuato del plusvalore relativo. Il che ha consentito al capita­le di aumentare ulteriormente la pro­duttività sociale del lavoro, il tasso di sfruttamento, di aumentare la massa dei profitti ma, contemporaneamente, sostituendo la forza lavoro con mac­chinari tecnologicamente avanzati, è andato ad innalzarne la composizione organica ponendo in essere le con­dizione per la caduta del saggio del profitto.. L’aumento della produtti­vità sociale del lavoro, la creazione del plusvalore relativo, hanno dunque messo in atto la più importante del­le contraddizioni del capitalismo, la caduta tendenziale del saggio medio del profitto. L’aumento di capitale morto in rapporto a quello vivo, di capitale costante su quello variabile, in altri termini, il maggiore aumento di capitale in macchinari e materie prime rispetto all’aumento e/o dimi­nuzione di lavoratori nell’atto della produzione, ha fatto sì che aumen­tasse l’estrazione di plusvalore, che si ingigantisse la massa dei profitti, ma che ne diminuisse il saggio. Se il saggio del profitto è dato dal rapporto tra il plusvalore realizzato e la massa di capitale complessivo impiegata per ottenerlo, più si riduce il numero di lavoratori rispetto al capitale costan­te, più si contrae l’area da cui si rica­va plusvalore. Più precisamente, nel processo di accumulazione, la massa di capitale complessivo investita per unità di lavoratore produttivo aumen­ta, così come aumenta il plusvalore prodotto da ogni singolo lavoratore. La massa dei profitti aumenta, ma diminuisce il saggio del profitto sulla base dell’innalzamento del rapporto organico del capitale. Com’è noto, la formula pv/C rappresenta il saggio del profitto - dove pv è la quantità di plusvalore estorto, che si calcola mol­tiplicando il plusvalore ottenuto nella produzione da un singolo lavoratore per il numero dei lavoratori, e C è il capitale complessivo, la somma cioè del capitale costante e di quello va­riabile - ne discende che, aumentando il secondo in rapporto al primo, di­minuendo cioè il numero dei lavora­tori rispetto all’aumento del capitale impiegato si creano le condizioni per la caduta del saggio. In termini ma­tematici, se il numeratore diminuisce rispetto al denominatore, o se l’indice del numeratore cresce meno di quello del denominatore, il risultato numeri­co che si ottiene è più basso. La rela­zione tra pv e C è l’indice del rapporto organico del capitale che, aumentan­do, innesca la caduta del saggio del profitto. Il rapporto organico del capi­tale si calcola mettendo in relazione il capitale costante con quello variabile ed esprimendo in percentuale sul ca­pitale complessivo l’indice del loro reciproco rapporto. Ad esempio, se la relazione quantitativa tra capitale costante e variabile fosse di 80/20, avremmo che il rapporto organico sarebbe del 400%. Se si aumentasse il primo dato, quello relativo al capitale costante, e si diminuisse il secondo, quello relativo al capitale variabile, 90/10, avremmo che il rapporto or­ganico del capitale si innalzerebbe al 900%. Più il rapporto organico del capitale si alza, più la legge della ca­duta del saggio medio del profitto ha possibilità di esprimersi. Da questa legge, immanente ai rapporti di pro­duzione, il capitalismo non può uscir­ne, se non a tratti e per periodi brevi. Il percorso è segnato dalla specificità delle sue contraddizioni fondamenta­li, percorso che lo conduce al declino come forma produttiva e che pone in essere una serie devastante di conse­guenze economiche e sociali.

Più il saggio del profitto si abbassa e più i meccanismi di valorizzazio­ne del capitale trovano difficoltà ad esprimersi. Più il processo di valo­rizzazione rallenta e più il tasso di incremento della ricchezza social­mente prodotta proporzionalmente diminuisce, nonostante lo straordina­rio aumento della produttività e dello sfruttamento della forza lavoro. Anzi, di solito, è proprio l’aumento della produttività sociale del lavoro, l’in­cremento dello sfruttamento attraver­so il plusvalore relativo che sono alla base della legge. Come dice Marx nel terzo libro del Capitale, all’inizio del capitolo tredicesimo,

”La progressiva tendenza alla diminuzione del saggio generale del profitto è dunque solo un’espressione peculiare al modo di produzione capitalistico per lo svi­luppo progressivo della produttività sociale del lavoro. Ciò non vuol dire che il saggio del profitto non possa temporaneamente diminuire anche per altre ragioni, ma significa che, in conseguenza della natura stessa del­la produzione capitalistica, e come necessità storica del suo sviluppo, il saggio generale medio del plusvalore deve esprimersi in una diminuzione del saggio generale del profitto.”

Ne è testimonianza il fatto che il tasso di incremento del prodotto mondiale lordo è andato progressivamente di­minuendo trascinato dalle economie ad alto rapporto organico del capitale. Nel decennio 1970-80 la capacità pro­duttiva internazionale si esprimeva a tassi di incremento del 5,51%. Nel decennio successivo,1980/90, è sce­sa al 2,27%. Nel decennio 1990-2000 si arriva a un misero 1,09%. Poi la crisi dei subprime ha fatto il resto, imponendo la recessione internazio­nale dove il Pil mondiale è abbon­dantemente andato sotto la crescita zero. Se si considera, per i medesimi periodi, il decremento del prodotto mondiale pro capite, le cose vanno ancora peggio. Al 3,76% nel decen­nio 1970-80, risponde lo 0,69% nel periodo 1980/90, per finire con un -0,19 nel decennio 1990-2000. La dimi­nuzione dell’incremento del prodotto lordo mondiale non è dovuto al fatto che i bisogni siano stati soddisfatti al meglio e che la domanda di beni e ser­vizi si sia autonomamente contratta, bensì alle difficoltà di valorizzazione dei capitali che si investono sempre meno nella produzione reale, disin­centivati dai margini di profitto de­crescenti, per rincorrere le sirene del­la speculazione. Nel medesimo arco di tempo, sia pure con differenze tra aree e aree, l’utilizzazione degli im­pianti non ha mai superato il 76% e la speculazione ha sempre di più attratto quote di capitale che prima andava­no all’investimento produttivo. Che i due fenomeni siano in relazione tra di loro si evince anche dal fatto che, là dove il processo di massimizzazione dei profitti trova difficoltà, il capitale si orienta verso la ricerca di extra e sovrapprofitti nonché di plusvalenze, che nulla aggiungono alla quantità di merci e servizi prodotti, ma che sono un vantaggio per il grande capitale sul piano del trasferimento di plusvalore da altre parti prodotto. Analogamente favorisce la nascita dei grandi mo­nopoli nel settore della produzione reale, dove il prezzo monopolistico deve compensare la perdita dovuta alla caduta del saggio del profitto, e di holding finanziarie dedite alla spe­culazione, finché la bolla non scoppia azzerando profitti e plusvalenze. Pri­ma si è iniziato con i casi della Enron, della Cirio e della Parmalat poi, con l’esplodere della crisi finanziaria le­gata ai mutui subprime, l’intero capi­talismo è entrato nella più profonda e devastante delle sue crisi, dopo quella degli anni trenta. Va aggiunto, peral­tro, che l’esplosione della bolla finan­ziaria ha trovato un’economia reale già abbondantemente in crisi che ne è stata la causa e la molla che ha fatto scattare il tutto. Un caso esemplare è fornito dalla General Eletrics e dalla GM. Le due più grandi corporation del mondo, che nell’arco di quarant’anni sono passate da un saggio del profitto del 20% al 5%, e di questo 5%, negli ultimi anni, il 40% è frutto di attività speculative, hanno dovuto ricorrere alla finanziarizzazione delle loro at­tività economiche, per cercare di far fronte alla loro crisi di profitti. Su di un piano macroeconomico il fenome­no è stato lo stesso. La finanziarizza­zione si è sviluppata (parallelamente, appunto, alla crisi dei profitti), perdu­rando anche nelle fasi di parziale recu­pero. Tra il 1950 e il 1980 solo il 15% del capitale complessivo era destinato alle attività speculative, tra il 1980 e il 2003 la quota di capitale speculativo è salita al 25%, ma non oltre. Il che indica tre circostanze: la prima è che il ricorso alla finanziarizzazione della crisi da parte dell’economia reale è una necessità imposta dalla crescente difficoltà di valorizzazione del capita­le, in altre parole si cerca di sopperire alla carenza di profitti derivanti dalla produzione con extra-profitti e plu­svalenze che ne corroborino il saggio e che possano essere, in parte, produttivamente reinvestite. La seconda è che oltre un certo limite non è pos­sibile andare. Il plusvalore, e quindi la relativa quota di profitto, si ottiene nell’ambito della produzione, mentre le plusvalenze, il ricorso alla borsa e alla speculazione altro non sono che un meccanismo di trasferimento di plusvalore già creato. La terza, che rappresenta la sintesi delle prime due, è che la finanziarizzazione della crisi attraverso la speculazione, la creazio­ne di capitale fittizio e il parassitismo, hanno un limite obiettivo che non può essere superato se non attraverso la distruzione di quel capitale fittizio che essa stessa ha contribuito a gene­rare. In tempi recenti, dalla fine degli anni 1990 ad oggi, le crisi borsistiche si sono succedute con un ritmo straor­dinario. Dopo lo scoppio della bolla speculativa in Russia e nei mercati asiatici, anche la Borsa americana ha prodotto la più grande distruzione di capitale fittizio della storia del capita­lismo, superiore persino alla crisi del 1929. Tra il gennaio del 2000 e l’otto­bre del 2002, il Dow Jones precipita da quota 11722 a quota 7286, perden­do il 38% della sua capitalizzazione azionaria. Ancora peggio è andato il Nasdaq, settore borsistico dove ven­gono quotati i titoli delle imprese tecnologiche, che si è prodotto in un calo dell’80%. Se si prende in consi­derazione lo stesso arco di tempo e si sommano le conseguenze delle due esplosioni borsistiche, tra il marzo 2000 sino al terzo trimestre del 2002, la perdita secca di valore è stata di 8400 miliardi di dollari. L’attuale crisi ha fatto il resto mettendo sul lastrico i maggiori istituti di credito americani, e non solo, imponendo l’intervento dello Stato, pena il fallimento globa­le di tutto il sistema creditizio e della stessa economia reale. In ultima ana­lisi, la finanziarizzazione della crisi attraverso le plusvalenze e la ricerca di extra-profitti, a cui il capitale ricor­re sempre più sovente nel tentativo di recuperare i saggi del profitto che va progressivamente perdendo, se nel breve periodo può, per alcune unità produttive, risolvere la contingenza economica, nel lungo periodo favori­sce la bolla speculativa e il suo im­mancabile scoppio, ed è costretta a ri­presentare le medesime situazioni ad un livello più alto e più grave, senza uscire dal circolo vizioso che è tipico del capitalismo in tutti i suoi periodi di vita, ma devastante nella sua fase di declino. L’esempio più evidente è quello attuale che ha messo in crisi il mondo finanziario ed economico come mai era successo precedente­mente, facendo impallidire non solo le crisi degli inizi degli anni 2000, ma la stessa crisi degli anni trenta.

Un basso saggio del profitto non solo rallenta il processo di valorizzazione, ma, al contempo, rende difficoltosa la creazione di nuovi capitali. Un capi­tale ad alto rapporto organico e con ridotti saggi del profitto è costretto ad accumulare più velocemente. L’au­mentata velocità di accumulazione è confacente alla realizzazione di una massa di profitti crescente ma, al contempo, diminuisce il saggio del profitto e il suo tasso di valoriz­zazione. Per la medesima dinamica, nei periodi di accentuata crisi, si de­termina con maggiore intensità la so­vrapproduzione di capitali che, non trovando margini di profitto adeguati nell’ambito della produzione, cerca­no nella concentrazione economica, nella centralizzazione finanziaria e nella speculazione le varie via d’usci­ta. Sempre come dice Marx a propo­sito dello sviluppo delle contraddizio­ni intrinseche alla legge, all’inizio del capitolo quindicesimo:

“D’altro lato in quanto il saggio di valorizzazione del capitale complessivo, il saggio del profitto, è lo stimolo della produzione capitalistica (come la valorizzazio­ne del capitale ne costituisce l’unico scopo), la sua caduta rallenta la for­mazione di nuovi capitali indipenden­ti ed appare come una minaccia per lo sviluppo del processo capitalisti­co di produzione; favorisce infatti la sovrapproduzione, la speculazione, le crisi, un eccesso di capitale con­temporaneamente ad un eccesso di popolazione.”

Ne è testimonianza il ruolo sempre più centrale assunto dal capitale finanziario, dalle Borse, dal­le Banche, dai Fondi d’investimento e dalle holding. Mai, come nella fase storica della caduta del saggio medio del profitto, il capitale finanziario ha assunto un ruolo dominante all’inter­no dei rapporti di produzione capi­talistici, e come non mai è stata così violenta la lotta tra le maggiori divise internazionali per la supremazia nei mercati monetari quale strumento di reperimento di capitale.

Un altro effetto della crisi dei profitti è l’accentuazione della concorrenza commerciale sui mercati interni e su quello internazionale. Più manca l’os­sigeno ai meccanismi di accumula­zione e di valorizzazione del capitale, più lo scontro tra capitali si fa duro. La corsa alla maggiore produttività del lavoro, l’aumento dello sfruttamento sulla base dell’incremento del plu­svalore relativo, esasperano i termini della concorrenza tra i capitali - con­correnza che, a sua volta, è il prodotto dalla crisi dei profitti - hanno avuto, come prima conseguenza, lo storico attacco nei confronti delle condizioni di vita, di lavoro e dei livelli salariali del proletariato. L’evidenza crono­logica è palese. Se si mettono in re­lazione i tempi dell’aggressione con la fase acuta della caduta dei profitti, appare chiaramente come la dinami­ca del fenomeno economico e sociale sia riconducibile al restringimento dei margini di profitto. Il tutto è partito nella metà degli anni settanta, quando i livelli del saggio del profitto aveva­no toccato il minimo storico del meno 53%. L’attacco si è articolato su tutti i fronti. Su quello del salario diretto e indiretto, caratterizzato dal conteni­mento del costo del lavoro e dal pro­gressivo smantellamento dello stato sociale. Negli ultimi anni, in tutti i paesi a capitalismo avanzato, il pote­re d’acquisto dei salari è ritornato a quello degli anni settanta, mentre i li­velli dei sistemi assistenziali e previ­denziali si sono sensibilmente abbas­sati. Nel rapporto tra capitale e forza lavoro si è messa in atto una serie di forme di contrattuali basate sulla fles­sibilità e sulla precarietà del posto di lavoro che non hanno riscontro nella recente storia del capitalismo moder­no. Con un capitalismo in crisi di pro­fitti è necessario non solo che il costo del lavoro diminuisca, ma che la forza lavoro sia impiegata nei meccanismi produttivi solamente quando è neces­saria alla valorizzazione del capitale, ed automaticamente espulsa, quando non lo è più, o non lo è nei termini desiderati. Il capitale, cioè, non può più permettersi il lusso di mantenere la forza lavoro quando non è sfrutta­bile a tassi compatibili con le proprie necessità di valorizzazione.

Lo stesso neoliberismo e la globaliz­zazione, che oggi i santoni borghesi dell’economia si sono affrettati a scaricare come nocivi per un buon sviluppo del capitalismo invocando l’intervento dello Stato, quando pri­ma ne incensavano gli straordina­ri vantaggi, sono i degni figli della crisi dei profitti. Gli angusti limiti del processo di valorizzazione all’interno dei segmenti nazionali, hanno impo­sto al grande capitale la necessità di abbattere tutte le barriere possibili in termini di circolazione dei capitali, di merci e di reperimento a basso prez­zo delle materie prime strategiche e di forza lavoro. L’esportazione di ca­pitale finanziario, il decentramento produttivo, lo sfruttamento intensivo di mano d’opera a costi bassissimi, ne sono i corollari inevitabili in quanto funzionali ai bassi ritmi di valorizza­zione, tipici dei paesi a capitalismo avanzato, caratterizzati da un alto rapporto organico del capitale. Se tutti questi obiettivi sono realizzabili sul piano della “normale” competi­zione imperialistica bene, altrimenti il fattore forza interviene a risolvere le cose. La guerra è diventata il mez­zo quotidiano con cui l’imperialismo cerca di ottenere i vantaggi economi­ci e finanziari di cui ha assolutamente bisogno. Nulla di nuovo sotto il cielo del capitalismo? No certo, ma nel­la fase storica attuale l’aggressività bellica, come qualsiasi fenomeno di comportamento imperialistico, è di­rettamente proporzionale alla gravità delle condizioni economiche di cri­si. La caduta tendenziale del saggio medio del profitto non genera nuove contraddizioni o inusitate forme di comportamento sui mercati mondiali, ma le esaspera, le porta ai suoi limi­ti estremi, come grave ed estrema è la crisi che le sottende. Dalla caduta dell’impero sovietico ad oggi, pro­prio quando le borghesie occidentali gridavano alla vittoria e inneggiavano ad una fase futura di pace e prosperi­tà, si è aperto il baratro della crisi in­ternazionale e delle guerre imperiali­stiche con un’intensità e una violenza che non hanno riscontri nella recente storia del capitalismo. Tutti i fattori economici, le dinamiche di politica interna e internazionale, il rappor­to tra capitale e forza lavoro e l’uso della forza, si esprimono con toni esasperati, moltiplicando ed inten­sificando gli attriti interborghesi, in un’orgia di decadenza in cui il mag­giore sfruttamento del proletariato, l’aumentata miseria generale, sono le uniche costanti su cui il capitalismo sta costruendo le condizioni della propria sopravvivenza.

La caduta del saggio medio del profitto in cifre

Nella letteratura economica borghese è con difficoltà che si possono repe­rire dati sufficientemente rappresen­tativi della caduta del saggio medio del profitto. La spiegazione è ovvia, nessun economista borghese, pur co­noscendo e paventando la legge e le sue disastrose conseguenze, dichiara apertamente di considerare il rapporto tra la massa del plusvalore ottenuto e il capitale complessivo impiegato per ottenerlo. Non tanto perché non vuole fare uso delle categorie economiche marxiste, peraltro sempre negate, più semplicemente perché, esorcizzando il problema, pone al centro delle ana­lisi la massa dei profitti e non il suo saggio. Anche se, sulla base della co­noscenza dei fatti, ne escono dichia­razioni allarmate, quali la diminuita redditività degli impianti e la scarsa valorizzazione dei capitali investiti. Nel pubblico dibattito si preferisce fingere che le cause del fenomeno risiedano all’esterno dei rapporti di produzione, come se fosse soltanto una mera questione di mercato, di commercializzazione delle merci o, al massimo, di una disfunzione della produzione e, quindi, che una miglio­re composizione dei suoi fattori risol­verebbe il problema. Ciò nonostante, quando i gestori del capitale tentano di arginare le preoccupanti conse­guenze della caduta del saggio del profitto, sono costretti ad agire sulle cause del problema e non sui suoi ef­fetti economici, mettendo in essere una vasta serie di contromisure. Nel campo marxista le analisi sono molto più semplici ed efficaci, perché prive di qualsiasi reticenza e mistificazione, impostate sulla dinamica dei fatti re­ali, centrate sugli aspetti antagonistici e contraddittori del capitalismo.

L’esempio che prendiamo in consi­derazione, sia per quanto riguarda la legge della caduta del saggio del profitto, sia per le controtendenze messe in atto, è quello dell’economia americana dal secondo dopoguerra ad oggi. La scelta è obbligata, perché i dati relativi all’andamento dei profit­ti nell’economia Usa sono quelli più studiati e conosciuti. Secondo le ri­cerche dell’Istituto francese di Com­ptabilitè nationale (INSEE), il saggio medio del profitto nell’economia Usa, dal 1955 al 2002, ha perso più del 30%, e nel solo periodo 2002- 2005, oltre il 35%.

Scorporando questo dato statistico, si ha che, nel periodo che va dal 1954 al 1979, il saggio del profitto è calato di oltre il 50%. Nel periodo 1985 - 97 si è avuto uno straordinario recupero del 20% circa, per finire con gli anni 1997-2002 caratterizzati da una per­dita del 21% rispetto al picco del 1997, per poi proseguire la discesa dal 2002 al 2007. In termini percentuali, si è avuto che nel primo periodo si è pas­sati da un saggio medio del profitto del 22-23% all’11-12%. Nel secondo si è ritornati al 18%, per poi ricade­re nel terzo al 14%. I dati ci dicono che, sulla base della modificazione del rapporto organico del capitale, nel lungo periodo, il saggio del profitto è destinato a calare, ma che nel breve periodo, per circostanze eccezionali, dovute all’operatività di alcune con­trotendenze, destinate a non durare a lungo nel tempo, il saggio del profitto può anche crescere o rallentare sensi­bilmente la sua discesa.

L’aspetto apparentemente contraddit­torio è fornito dal fatto che nel primo periodo (golden age), in cui si passa da un saggio del 22% al 12%, l’eco­nomia americana registra una fase di sviluppo enorme, mai più raggiun­ta nei decenni successivi. Il tasso di incremento medio annuo del Pil si è espresso mediamente attorno al 5%, la disoccupazione non è mai salita al di sopra del suo limite fisiologico, il 2% circa, e l’inflazione non ha mai superato il 2,5%. L’economia ameri­cana dominava i mercati commercia­li, registrava un surplus enorme nella Bilancia dei pagamenti con l’estero ed era esportatrice netta di capitale fi­nanziario con un surplus valutario del 17%. L’unica spiegazione alla caduta dei profitti risiede nell’innalzamento della composizione organica dal ca­pitale, sotto la spinta del plusvalore relativo, che nell’arco di trent’anni è aumentata del 41%, passando dal 3,58% al 5,03%. Dato impressionante per intensità e velocità di manifesta­zione pur manifestandosi in un arco di tempo sufficientemente lungo. Il che significa che, nella fase di espan­sione economica, apertasi con la fine della seconda guerra mondiale, la necessità di ridurre sempre di più il tempo di lavoro necessario attraver­so l’impiego del plusvalore relativo, gli investimenti in capitale costante sono stati enormemente superiori a quelli in capitale variabile, in modo che il capitale morto ha drasticamen­te sostituito quello vivo, restringendo enormemente l’area di reperimento di plusvalore pur elevandone il tasso. Questo spiega come mai l’economia americana si sia trovata “improvvi­samente”, tra la fine degli anni ses­santa e gli inizi degli anni settanta, nel mezzo della sua prima grave cri­si economica dopo quella del 1929-33 e di quella attuale. In quegli anni i settori trainanti dell’economia si sono visti superare in competitività dal Giappone e della Germania. Perso il dominio sul mercato commerciale, l’economia made in Usa si è trovata, per la prima volta, dopo la chiusura della seconda guerra mondiale, con un deficit nella bilancia dei pagamen­ti delle partite correnti e ad importare capitali dall’estero, con una capacità competitiva in declino a fronte di sag­gi del profitto letteralmente dimezza­ti. La ripresa del saggio del profitto o, sarebbe meglio dire, il rallentamento della sua discesa, che si colloca cro­nologicamente tra gli inizi del 1985 e la fine del 1997, si compone di tre fattori. Una prima ragione di questa ripresa risiede nella pressione Usa, perfettamente riuscita, ai danni di Giappone e Germania, nello storico vertice del Plaza (1985). In quell’oc­casione gli Usa hanno imposto ai due maggiori concorrenti commerciali e finanziari di rivalutare le loro divise, consentendo all’economia americana un margine di ripresa nella competi­zione dei prezzi delle merci, e quindi del bilancio delle partite correnti. La seconda è consistita nella politica de­gli alti tassi di interesse, imposti dalla Federal Reserve, con lo scopo di rici­clare quella enorme massa di petro­dollari che si era spostata dai paesi in­dustrializzati verso i paesi produttori di petrolio dopo il primo, straordina­rio, aumento del prezzo del greggio. Le due operazioni combinate hanno fatto sì che il dollaro continuasse ad essere la divisa di scambio sui tutti i mercati commerciali internazionali (il 92% degli scambi avveniva in $), e che affluissero verso l’asfittica eco­nomia americana capitali freschi da investire, in parte in patria, ma preva­lentemente all’estero. Con un dollaro meno quotato rispetto alle divise con­correnti, ma sempre dominante come divisa internazionale, l’economia Usa era in grado di rilanciare la competi­tività delle sue imprese grazie alla conseguente relativa diminuzione dei prezzi delle merci americane. La ter­za condizione, quella certamente più importante, è dovuta alla diminuzione del costo del lavoro. Meno tasse per le imprese, minore costo del denaro e, soprattutto, i salari reali dei lavo­ratori hanno registrato, in quel lungo periodo, una crescita molto vicina allo zero o sono addirittura arretrati, contribuendo in maniera determinan­te al recupero del saggio del profitto nell’industria e nel settore manifattu­riero di un buon 20%. Nell’edilizia le cose sono andate ancora meglio per il capitale. Tra il 1978 e il 1993, in questo settore, i salari reali sono di­minuiti in media del 1,1% all’anno, consentendo al capitale investito un recupero del saggio del profitto del 50%. Il che inserisce anche un ele­mento politico tra i dati statistici che rappresentano i processi economici: un basso livello della lotta di classe consente più facilmente al capitale di riguadagnare margini di profitto. Là dove la risposta di settori del prole­tariato all’attacco del capitalismo in crisi è debole o addirittura inesisten­te, al capitale risulta più praticabile imporre le politiche economiche di controtendenza al fine di riguadagna­re significativi margini di profitto. Sono state le famigerate politiche dei sacrifici, ancora oggi vigenti, che da­gli Usa si sono poi trasferite in tutto il mondo occidentale, con il beneplaci­to dei sindacati e delle forze politiche di sinistra. L’esportazione di capitale finanziario e la delocalizzazione pro­duttiva hanno fatto il resto.

Nonostante il consistente recupero dei saggi di profitto negli anni Ottan­ta-Novanta, l’economia americana si presenta sul finire degli stessi in condizioni così precarie da produr­si nell’ennesima crisi che ha avuto come conseguenza quella di riportare la situazione quasi nei termini prece­denti al periodo di lunga espansione. A partire dal 1997 vengono al pettine una serie di problemi che la drogata ripresa degli anni novanta aveva ce­lato. Lo schema, partito negli anni ottanta con la reaganomics, che pre­vedeva il drenaggio del risparmio mondiale sulla base degli alti tassi di interesse, del ruolo dominante del dollaro, che ha imposto il relativo ab­bandono, al proprio destino, di alcuni settori tradizionali dell’economia e la conseguente diminuzione della loro competitività, è entrato in crisi. Come sono, in parte, entrati in crisi gli in­vestimenti all’estero, il decentramen­to produttivo e la stessa high tech, la nuova frontiera produttiva, sulla qua­le molto si era puntato. Il progressivo indebitamento delle imprese, dello Stato e delle famiglie per l’acquisto della casa e per il vivere quotidiano hanno simulato una tragica realtà, mentre il saggio del profitto ripren­deva la sua inesorabile corsa verso il basso. Più i profitti ruotavano verso il basso, più il ricorso al parassitismo e alla finanziarizzazione della crisi aumentava e più la bolla speculativa andava montando esponenzialmente, creando le condizioni della sua defla­grazione che puntualmente si è verifi­cata a partire dall’agosto 2007 e che ce la ritroviamo ancora tra i piedi con tutti i riflessi negativi sul proletariato internazionale che, ancora una volta, è chiamato a pagarne il conto...

Scoppiata la bolla speculativa che fun­geva da tessuto connettore del facile indebitamento delle imprese e delle famiglie, come di tutto il sistema eco­nomico, bruciati in pochi giorni mi­gliaia di miliardi di dollari nel fittizio ambiente borsistico, mettendo in crisi i meccanismi del ricorso alla finanza, l’intero impianto capitalistico ha mo­strato i suoi limiti e anche l’economia reale, già pesantemente indebolita, è ulteriormente precipitata nel tunnel della crisi. E’ crollato come un castel­lo di carte il mercato immobiliare, poi tutti i più importanti settori produttivi, compreso quello dell’alta tecnologia, hanno cominciato a segnare pesante­mente il passo. I precedenti investi­menti in capitale costante e software hanno visto diminuire ancora di più la loro capacità produttiva. Mediamente gli impianti funzionavano al 60% con un ulteriore calo della produttività. In aggiunta, gli incrementi salariali del 3,5%, che sono stati possibili nella fase terminale del boom economico, hanno fatto il resto, diventando un fardello insostenibile per il capitale in crisi. L’indebitamento dello Stato attraverso il debito pubblico, quello delle imprese, che avevano fatto del­la finanziarizzazione il loro modello di sviluppo, e quello delle famiglie, su cui avevano costruito l’illusoria base del facile consumo, sono stati ridimensionati nello spazio di poco tempo, gettando i saggi del profitto e l’intera economia americana nel più nero baratro della crisi economica.

Come conseguenza, tra il 2000 e gli inizi del 2003, l’occupazione è scesa del 6%, i salari reali dell’1,6%. La produttività è calata del 40%, l’utiliz­zo degli impianti del 30%, mentre il Pil, che nel 1997 aveva avuto un incre­mento del 4,7%, nel triennio 2000-03 si è mediamente espresso attorno all’1,3% per poi arrivare al meno 6 di oggi. Nel suo complesso la crisi ha prodotto una riduzione dei profit­ti, al netto degli interessi, di propor­zioni colossali. La massa dei profitti nelle imprese elettroniche è caduta da una soglia di 59,5 miliardi di dolla­ri del 1997 a 12,2 miliardi di dollari nel 2001, mentre oggi la contabilità è letteralmente saltata. Nel settore dei semiconduttori da 13,3 a 2,9 miliar­di di dollari. Nelle telecomunicazio­ni da 24,2 del 1996 a 6,8, mentre nei servizi il calo è stato da 76,2 a 33,5. In conclusione, nel periodo conside­rato, la caduta del saggio del profitto nelle attività non finanziarie è stato mediamente del 20%, con punte del 27% rispetto al picco del 1997. Con l’esplosione della crisi dei subprime tutti questi dati sono ulteriormente precipitati gettando la finanza e l’eco­nomia reale nel caos più totale.

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Ritornando al grafico (1) e alla scom­posizione del periodo 1945-2003, si ha che la caduta tendenziale del sag­gio del profitto si è espressa in ma­niera altalenante. Il periodo dal 1947 al 1977 ha prodotto una diminuzione pari al 53%. Nel periodo tra il 1985 e il 1997 si è registrato un recupero del 30%, ed infine una ricaduta del 20% nell’ul­tima fase, sino al 2003. Successiva­mente la ricaduta è proseguita sino al crack di questi ultimi due anni . Il risultato è che l’economia america­na, nel corso di 56 anni, ha visto una caduta del saggio medio del profitto di oltre il trenta per cento, con tutte le conseguenze del caso sul terreno economico e della vita sociale del suo proletariato e di quello internaziona­le, su quello dell’esasperazione della concorrenza su tutti i mercati inter­nazionali di interesse strategico, e il prodursi del tragico fenomeno della guerra, quale “soluzione” da giocare sui terreni di maggiore interesse eco­nomico e strategico.

La legge della caduta del saggio del profitto negli Usa e, parallelamen­te, anche se con piccoli spostamenti cronologici e picchi differenziati, nei maggiori paesi europei (Inghilterra, Francia e Germania), ha aperto una fase storica caratterizzata da sei ordi­ni di fattori.

  1. L’attacco economico alla forza la­voro che, in termini di tempi e di in­tensità, non ha riscontro nella recente storia del capitalismo internazionale. L’intensificazione dello sfruttamento della forza lavoro attraverso l’aumen­to della produttività, se da un lato ha diminuito i costi e i tempi di produ­zione delle merci, non ha prodotto più ricchezza e minori orari di lavoro per il proletariato, anzi ha favorito il suo contrario. In un capitalismo ad alto rapporto organico del capitale e a bas­si saggi di profitto, la maggiore pro­duttività del lavoro si risolve in salari più bassi, nel prolungamento della giornata lavorativa, nello smantella­mento dello stato sociale e nella pre­carietà del posto di lavoro, in funzio­ne della aumentata competizione tra i vari capitali, spinti nel vortice della concorrenza dalla crisi dei profitti.
  2. L’esportazione del capitale finan­ziario, il decentramento produttivo, la ricerca affannosa di mercati in cui il costo della forza lavoro sia di molte volte inferiore a quello domestico, sono diventati una delle condizioni di sopravvivenza del capitalismo in cri­si. Intere aree sono state prese d’as­salto dei capitali in cerca di una più alta remunerazione basata sulla ricer­ca di mercati del lavoro a basso costo. L’Europa dell’est è stata una di queste aree dove Francia, Germania e Italia hanno esportato buona parte delle loro economia manifatturiera. Il sud-est asiatico ha svolto la medesima funzione per il Giappone e, ultima­mente, anche per la Cina. Il colosso americano, pur con i piedi sempre più argillosi, si è delocalizzato in Asia, in Africa in concorrenza con la Cina e nelle residue aree del sub continente americano che ancora subiscono il ruolo imperialistico di Washington.
  3. Il ricorso alla finanziarizzazione della crisi economica per mezzo di sovra e extra-profitti, il ricorso siste­matico alla speculazione e alle attivi­tà parassitarie, la creazione di capi­tale fittizio, danno il senso non solo delle difficoltà di valorizzazione del capitale ma anche della decadenza di tutto il sistema economico capitalisti­co internazionale.
  4. L’attuale crisi ha inoltre messo in evidenza che non si tratta di una crisi del neoliberismo ma dell’intero siste­ma economico giunto alla fase finale del suo terzo ciclo di accumulazione. Gli stessi economisti borghesi che ieri paventavano la presenza dello Stato nell’economia come il peggiore dei mali, oggi lo invocano come l’unica via di salvezza, dimenticandosi, pe­raltro, che non sono le forme di ge­stione dei rapporti di produzione che possono eliminare le contraddizioni del sistema, ma al contrario sono le crisi del sistema che, di volta in vol­ta, fanno emergere i limiti di qualsiasi tipo di gestione: liberista, neo liberi­sta, statalista o mista a seconda del percorso storico intrapreso preceden­temente dal capitale.
  5. La necessità di lavorare con tut­ti i mezzi possibili alla ricerca dei mercati delle materie prime, petrolio e gas naturale su tutte. Dopo il crol­lo dell’Urss abbiamo assistito a un processo di ricomposizione impe­rialistico, ancora in atto, dove interi continenti, aree e zone strategiche al reperimento delle fonti energetiche, sono diventati i centri nevralgici del­lo scontro tra i grandi predatori inter­nazionali. Dal Centrasia al subconti­nente americano, dal Medio Oriente all’Afghanistan, dal delta del Niger all’Iraq si sviluppa, senza soluzione di continuità, il percorso energetico di questa ricomposizione imperialisti­ca. Percorso che vede parallelamente una strenua lotta anche sul terreno del ruolo egemone delle divise interna­zionali. Prima degli anni 2000 il dol­laro dominava incontrastato su tutti i mercati finanziari e commerciali. Il petrolio veniva quotato e venduto in dollari. Oggi la Russia vende preva­lentemente in rubli. L’Iran e il Vene­zuela accettano anche euro e molti pa­esi produttori del Golfo hanno messo in cantiere un piano di messa a punto di un carniere di divise che progres­sivamente sostituisca il dollaro quale unica divisa con la quale vendere il loro petrolio Da qualche anno a que­sta parte il suo “signoraggio” ha in­contrato l’opposizione di altre divise anche sul piano commerciale. Sino al 1999 il 92% degli scambi internazio­nali avvenivano in dollari, oggi solo il 40%. Un altro 40% è caduto sotto la gestione dell’euro e il restante 20% allo yen e alla divisa cinese.
  6. Il fattore guerra, sempre presente nella vita dell’imperialismo, è andato assumendo un carattere di particola­re acutezza. Non c’è mercato, finan­ziario, commerciale, delle divise, delle materie prime, che non venga attraversato da tensioni inquietan­ti se non dai boati della guerra. Di­struzione, morte, barbarie sono le costanti economiche e sociali della crisi del capitalismo. Non sorpren­da il “soft power” del neopresidente americano. Obama chiuderà Guanta­namo, ma quante altre carceri simili rimangono negli Usa e in altre parti del mondo sotto la gestione della Cia e dell’esercito americano? Tende la mano all’Iran, ma ripropone la po­litica delle sanzioni se il regime di Teheran non rinuncerà alla scelta nu­cleare e se non si renderà disponibile ad accordi petroliferi con le Company Usa. Dall’Iraq se ne andranno solo se il governo di Baghdad sarà in grado di controllare la situazione interna, di produrre ed esportare petrolio come prima della guerra, considerando gli Usa un partner privilegiato sia sotto il profilo degli approvvigionamenti che sotto quello dei prezzi. Altrimenti le truppe americane resteranno in loco e, nel migliore dei casi, è prevista la permanenza di un contingente di 40 mila uomini. Per l’asse Afghanistan-Pakistan le cose sono ancora più chiare. La nuova amministrazione non solo non ha alcuna intenzione di mollare l’osso, ma ha stanziato altre decine di miliardi di dollari per la co­siddetta lotta al terrorismo, in perfetta sintonia con l’amministrazione Bush, nel tentativo di non perdere l’ultimo treno per le risorse energetiche del Centroasia in aperta competizione con Russia e Cina su quella, che per il momento, è solo la guerra dei tubi, ma che potrebbe, anche se solo regio­nalmente, trasformarsi in guerra guer­reggiata, come in Georgia, Ossezia del Nord, Cecenia ecc. A questo va aggiunto il rinnovato impegno, sem­pre in prosecuzione della linea Bush, in Africa ( Sudan, Ciad e Nigeria) per contrastare, sul solito terreno energe­tico, la profonda intrusione cinese. Quanto sta avvenendo in questi paesi in termini di crisi di governi, guerre civili, scontri tra bande armate (dagli imperialismi di riferimento) sono la riprova della operatività del governo americano che, pur cambiando pel­le, è costretto a perseguire le stesse politiche imperiali precedenti, forse con minore evidenza, certamente mo­strandosi all’apparenza meno brutale nei modi, ma pur sempre operante sui medesimi contenuti.

Le controtendenze e la loro temporanea efficacia

Dall’analisi dell’andamento dell’eco­nomia americana dal secondo dopo­guerra ad oggi si deducono due aspet­ti: il primo è che la legge della caduta tendenziale del saggio del profitto si esprime con continuità nel lungo pe­riodo. Il secondo è che la tendenzia­lità della legge dipende da una serie di fattori di controtendenza, dalla loro efficacia che, anche nei casi più po­sitivi, finisce per avere un risultato solo nel breve e nel medio periodo, interrompendo momentaneamente il processo di manifestazione della ca­duta del saggio che è insito nei mec­canismi di valorizzazione del capita­le, ritardandone la velocità di caduta, senza mai poter invertire il senso di marcia della legge stessa.

Mentre da un lato il capitale pone in essere le condizioni della caduta del saggio medio del profitto, dall’altro cerca di contenerne le conseguenze con una serie di iniziative tese a deva­lorizzare il capitale costante e quello variabile, andando, quindi, ad incre­mentare la produttività senza incide­re, o poco incidendo, sulla modifica­zione verso l’alto della composizione organica del capitale che è alla base della caduta del saggio del profitto. In condizioni normali la produttivi­tà aumenta in rapporto all’aumento del capitale costante nei confronti di quello variabile. Ma più tecnologia significa più investimenti in capitale costante che va a sostituire una quota più o meno consistente di forza lavo­ro. In altri termini il capitale variabile diminuisce più velocemente di quan­to non aumenti il capitale costante. In questo quadro la produttività aumenta se il costo della merce prodotta è in­feriore a quello della fase economica precedente, se nel computo generale (nella somma cioè di capitale costan­te e variabile) si ha una diminuzione di entrambi. Così facendo, però, au­menta sì la produttività, il saggio di sfruttamento, la massa del profitto, ma si innalza il rapporto organico del capitale e si creano le condizioni del­la caduta del saggio del profitto. Ecco perché il capitale ha la necessità di operare un aumento della produttivi­tà senza incidere molto sull’aumento della composizione organica, per ral­lentare o frenare, nel breve periodo, la crisi dei profitti. Se un contenuto aumento di capitale costante consente un innalzamento del saggio di sfrut­tamento, con un numero inalterato di lavoratori, a salari più bassi, è possi­bile un recupero del saggio del profit­to. Va da sé che se simili operazioni rimangono all’interno di una singola impresa poco hanno a che vedere con i gradi di recupero del saggio medio del profitto, ma se interessano grandi imprese, in più settori di produzione, allora l’incidenza può essere più si­gnificativa, anche se di breve durata, in quanto il loro modo di riorganizza­zione della produzione verrà, prima o poi, generalizzato dalla concorrenza interna ed internazionale, che ne az­zererà i temporanei vantaggi.

La devalorizzazione del capitale variabile e di quello costante

La controtendenza per eccellenza è quella relativa al contenimento del costo del lavoro agendo sul salario diretto e indiretto. La pratica è sem­pre stata molto usata, ma la sua in­tensificazione è stata enormemente accelerata negli ultimi tempi a causa dei bassi saggi del profitto in tutti i paesi a capitalismo avanzato, carat­terizzati da una composizione orga­nica del capitale molto alta. Da venti anni a questa parte lo smantellamento dello stato sociale, in altre parole la diminuzione del salario indiretto e differito, pur con diverse modalità e tempi di applicazione, è una costan­te che si è abbattuta sul proletariato internazionale. Nel mirino le voci più importanti, quali la sanità, le pensioni e i finanziamenti per la scuola pubbli­ca e l’università. I minori costi per la previdenza e l’assistenza, a maggior contributo statale, ma in carico anche alle imprese, l’allungamento della vita lavorativa sui medesimi posti di lavoro, hanno prodotto qualche ef­fetto benefico per il capitale. Per le imprese, il concedere sempre meno permessi per malattia, il ridurre i tempi di assenza per motivi di cure e profilassi e la eliminazione di alcune patologie dalla rubrica della malattie ufficiali, si configura come un rispar­mio sul salario indiretto a vantaggio sempre del capitale. In Italia il mondo imprenditoriale sta tentando di non ri­conoscere i primi tre giorni di malattia come franchigia per il lavoratore. Tra le pratiche più odiose c’è il ricatto nei confronti dei lavoratori con contratti a termine e degli immigrati. La non tanto velata politica delle minacce al fine di impedire la denuncia degli infortuni sul lavoro, di marcare visi­ta, o di non denunciare la mancanza delle norme di sicurezza, pena il non rinnovo del contratto, è sempre più praticata. Sul terreno pensionistico il tentativo, in gran parte già riuscito, è quello di allungare l’età pensionabi­le per mantenere sul posto di lavoro i vecchi proletari, di chiudere il turn over, di non fare nuovi contratti a tempo indeterminato, perché coste­rebbero troppo, e di farne di nuovi sulla base di una maggiore precarietà, flessibilità e a costi salariali inferiori. Per non parlare dei tagli al riposo, fi­nalizzati a non interrompere i ritmi di sfruttamento, come la pausa pranzo, in alcuni casi letteralmente dimezza­ta, e i permessi per i bisogni fisiolo­gici drasticamente ridotti. L’aumento dell’intensità del lavoro (più pezzi, più semilavorati, più merci nella me­desima unità di tempo), pratica usata nel settore metalmeccanico (automo­bilistico) e manifatturiero, senza, ov­viamente, adeguati aumenti salariali. Un esempio di uso del plusvalore relativo che non va a modificare la composizione organica del capitale e che, quindi, funge da efficace contro­tendenza. Ma il maggiore contributo alla devalorizzazione del capitale va­riabile è l’attacco al salario diretto, alla massa complessiva dei salari in rapporto al numero dei lavoratori. Diminuire cioè la massa dei salari reali lasciando inalterato il numero dei lavoratori o, che l’aumento della massa salariale, sia meno consistente dell’aumento del numero degli impie­gati nel sistema produttivo, qualora si verificasse questa eventualità, perché di solito avviene il contrario, ovvero che il numero degli operai diminuisce in assoluto grazie ai necessari proces­si di ristrutturazione che, nei periodi di crisi come questo, impongono esu­beri e licenziamenti.

Le modalità messe in campo dal ca­pitale per ottenere questo risultato sono molto semplici: tagliare dra­sticamente i salari reali, con il so­lito aiuto sindacale, in nome della ristrette compatibilità del sistema e della necessità di competere con la concorrenza internazionale. La vasta pletora dei contratti a termine, del la­voro in affitto, di contratti a progetto e/o a chiamata, che hanno come de­nominatore comune la precarietà di chi lavora, oltre che consegnare al capitale la forza lavoro solo quando è profittevolmente sfruttabile nei mo­menti economicamente positivi e, di converso, di sbarazzarsene nelle fasi economicamente critiche, è un ottimo metodo di abbassamento dei costi di produzione attraverso il contenimen­to del monte salari. Tutti i nuovi con­tratti a termine, per legge, qualunque sia la loro specificità, prevedono una riduzione del salario che arriva sino al 40% rispetto a quelli precedentemen­te percepiti nella stessa impresa per analoghi lavori. Il perverso circolo vizioso, in cui cade progressivamente il proletariato, segue dei ritmi scienti­ficamente calcolati. I vecchi lavorato­ri, a tempo indeterminato (garantiti), lavorano sino al conseguimento della pensione, si chiude il turn over dei vecchi contratti, e quasi tutti i giovani lavoratori che vengono immessi nella produzione sono assunti a tempo de­terminato (precari), con salari inferio­ri, ben inferiori a quelli precedenti. Il nuovo modo di gestire il rapporto tra capitale e lavoro, imposto dai sempre minori margini di profitto realizzati dalle imprese, ha come effetto imme­diato la devalorizzazione del capitale variabile senza incidere sull’innalza­mento del rapporto organico del ca­pitale. Simili pratiche sono in atto da due decenni, prima in Giappone, Usa e Inghilterra, negli anni ottanta, poi anche in Europa, a partire dagli ini­zi degli anni novanta, in tutti i settori trainanti della produzione reale e dei principali settori dei servizi. Tra gli innumerevoli esempi, uno che riguar­da il settore automobilistico, quello della GM. La più grande fabbrica au­tomobilistica del mondo, che in qua­rant’anni è passata da un saggio del profitto del 20% al 5%, per poi crol­lare all’1,5% e oggi, nel bel mezzo della crisi economica, nonostante gli interventi statali, non ha potuto evita­re di finire in fallimento controllato. Per anni è sopravvissuta sul mercato mondiale, imponendo ai propri lavo­ratori solo contratti a termine, esigen­do la più assoluta mobilità interna ed esterna, con salari inferiori sino al 40% rispetto a quelli precedenti. La più importante fabbrica americana di automobili che ha dominato per de­cenni il mercato mondiale, sino ad arrivare ad essere considerata uno dei simboli del capitalismo americano e internazionale, è il paradigma di que­sta crisi.

Per tutti gli anni sessanta e settanta la casa di Detroit ha costruito il suo potenziale produttivo su di una com­posizione organica del capitale molto alta ( più investimenti in capitale co­stante che in quello variabile, più in macchinari che in forza lavoro) depri­mendo la profittabilità del suo capita­le. Il suo saggio del profitto, come si è visto. Il che ha convinto la Dirigenza a stornare quote di capitale verso la speculazione togliendolo dalla produ­zione con il risultato, a breve termine, di recuperare sul terreno della finan­ziarizzazione quanto andava perden­do su quello della produzione reale. Finché il gioco della creazione di capitale fittizio ha funzionato le cose sono andate bene, ma nel momento in cui la bolla speculativa è scoppiata tutto è crollato, sommando le perdite in Borsa a quelle produttive, ponen­do il colosso dell’industria americana sull’orlo del baratro e persino oltre. Le vendite si sono ridotte del 56%. Le azioni della Gm si sono deprezzate in termini impressionanti. Dal valore di 46 dollari l’una sono arrivate a 3 nel dicembre 2008. A febbraio 2009 c’è stato un ulteriore deprezzamen­to del 23% che ha portato le azioni all’1,54%, record storico negativo degli ultimi 71 anni, cioè dai tempi della grande depressione. La Finan­ziaria della Casa automobilistica (Gm Ac) ha perso in Borsa quasi tutta la sua capitalizzazione. I dati ufficiali parlano di un debito pari a 28 miliardi di dollari che la Gm non è in grado di restituire. Da qui la richiesta di finan­ziamenti da parte dello Stato per 16,5 miliardi di dollari, dopo averne già ricevuti 13,5, in una sorta di voragine senza fondo che tutto fagocita in fun­zione della ripresa produttiva, ovvero del rimettere in piedi quel processo di sfruttamento della forza lavoro che la crisi ha messo in discussione.

Ma le crisi non sono rappresentate soltanto da dati statistici. Dentro ci sono i destini di milioni di lavoratori, delle loro famiglie e del loro tremen­do destino di rimanere senza lavoro, senza indennità di disoccupazione, senza casa e con una prospettiva di perdurante povertà. Le prime misure prese dalla Gm sono state quelle di chiudere immediatamente cinque im­pianti negli Usa e quattro in Europa. Gli stessi analisti americani paventa­no che se la Gm dovesse fallire com­pletamente, trascinando nel dramma l’enorme indotto economico che af­ferisce alla sua attività produttiva, sarebbero più di un milione i posti di lavoro persi. E se la stessa fine toc­casse alle altre due majors del settore automobilistico, la Crysler e la Ford, si arriverebbe a quasi tre milioni di disoccupati. Nell’ultimo anno si sono prodotti sette milioni di disoccupati, due soltanto nei primi mesi del 2009. Complessivamente si calcola che, compreso il cosiddetto sommerso, siano già 16 milioni i disoccupati. I lavoratori (in parte ex) che sono senza assistenza sanitaria sono passati da 40 milioni a 47. Un disastro sociale che è destinato ad aumentare entro la fine dell’anno. Non è stato un ciclone, un funesto evento naturale a causare una simile ecatombe, ma il capitalismo spinto nel baratro dalle sue insanabili contraddizioni. Lo stesso scenario si presenta negli altri settori economici americani e internazionali, dalla Cina alla Russia, dal Giappone all’Euro­pa. In Italia i numeri sono inferiori solo perché la crisi ha avuto come epicentro l‘oltre oceano e perché le proporzioni sono differenti, ma an­che qui le cause e i meccanismi della depressione sono gli stessi. Le ven­dite della Fiat sono crollate del 40%, la sua Finanziaria ha perso in borsa tutto quello che poteva perdere e il valore delle sue azioni si è depresso ai minimi storici. Senza l’interven­to dello Stato (almeno 5/6 miliardi di euro) sotto forma di incentivi e finanziamenti agevolati, sarebbero 600 mila i lavoratori perdenti posto calcolando anche l’indotto. I recenti accordi di Marchionne con la Crysler e i tentativi per entrare nell’orbita Opel, con alle spalle un fardello di 10 miliardi di debiti in euro, altro non è che il tentativo di superare la crisi attraverso processi di concentrazione, in funzione anche della prospettiva che l’attuale mercato automobilistico mondiale, già ad alta competizione, venga ulteriormente “intasato” dagli ingressi, in grande stile, di Cina e In­dia. Tutto ciò non è l’ingloriosa fine del neoliberismo, ma è la bancarot­ta del capitalismo, del suo modo di produrre e distribuire ricchezza, della perversa esaltazione delle sue insana­bili contraddizioni.

All’interno di questo scenario si col­loca anche il perseguimento di politi­che restrittive nei confronti dei rinno­vi contrattuali di categoria e della loro importante appendice economica. Il capitale, con la responsabile collabo­razione dei sindacati, cerca innanzi­tutto di imporre al rinnovo dei con­tratti la dilazione temporale più lunga possibile. A volte non è una questio­ne di mesi, ma di anni, prima che le parti riescano a trovare un accordo. Successivamente, ma solo in termini temporali, il capitale tenta di imporre l’ennesima politica dei sacrifici che si fonda sulla rinuncia di aumenti sala­riali, o sull’assunto che gli eventuali aumenti siano all’interno, ovvero ben al disotto, dell’inflazione programma­ta, e comunque ben lontani dall’incre­mento della produttività.

L’altro versante, su cui il capitale si è incamminato per riguadagnare margini di profitto, è quello dell’al­lungamento della giornata lavorati­va. Pur continuando a percorrere la strada dell’incremento del plusvalore relativo, quello ottenuto dall’aumen­to della produttività del lavoro sulla base delle innovazioni tecnologiche, che aumentano sì la massa dei profitti ma ne diminuiscono però il saggio, il capitale si è visto costretto a ripercor­rere anche quella del plusvalore asso­luto, quello che si ottiene attraverso l’allungamento della giornata lavora­tiva. Sembrerebbe un paradosso stori­co, come se si fosse ritornati indietro di due secoli, invece è la realtà del capitalismo moderno che lo impone. Nella fase attuale, al capitale non è più sufficiente sopperire alla caduta del saggio del profitto aumentandone la massa, occorre tentare di sommare al plusvalore relativo quello assolu­to, in una sorta di rincorsa senza fine alle insanabili contraddizioni che il suo processo di valorizzazione pone continuamente in essere. Avendo a di­sposizione un proletariato sempre più debole, diviso sul piano economico come su quello politico, facilmente ricattabile sul terreno della precarietà occupazionale, l’imposizione dell’al­lungamento della giornata lavorati­va a parità di salario, si sta facendo strada un po’ ovunque. Siamo solo agli inizi, ma simili pratiche, anche se non ufficiali o presentate a livello sperimentale in particolari situazioni di crisi, sono già diventate operati­ve. L’esperimento francese delle 35 ore settimanali, peraltro solo nomi­nale, perché nei fatti non si è quasi mai praticato, e ottenuto in cambio di una maggiore precarietà, è rientrato nei ranghi prima ancora di decolla­re. Sul terreno, in compenso, si sono presentate le esperienze tedesche del sindacato metalmeccanico (IG me­tal) che ha preso in considerazione la possibilità, in particolari situazioni congiunturali, di allungare la gior­nata lavorativa sino alle 10/12 ore in cambio di una politica di conteni­mento dei licenziamenti. In Giappone questa pratica, pur non essendo mai stata ufficializzata, né dai sindacati né dalla classe imprenditoriale, è in atto da circa tre decenni, Nelle fabbriche giapponesi, soprattutto quelle più esposte alla concorrenza internazio­nale, si può lavorare sino alle 10/12 ore al giorno, con soli due sabati li­beri al mese e con aumenti salariali vicini allo zero o con incrementi risi­bili. Negli Usa, nel settore dell’infor­mazione, il 31% degli addetti lavora più di 50 ore settimanali con un au­mento della produzione del 70%. Nel 1980 i lavoratori del settore che lavo­ravano più di 50 ore settimanali era­no soltanto il 21%. Lo stesso avviene nel commercio, nella ristorazione, nel settore metalmeccanico e nel mani­fatturiero in genere. Tutte queste si­tuazioni sono soltanto agli esordi, in futuro ci si dovrà aspettare soltanto un rafforzamento dell’attacco del ca­pitale nei confronti della forza lavoro. Un esempio è fornito dalla proposta fatta dal premier australiano di di­chiarare gli scioperi illegali, in tutti i settori trainanti dell’economia, servi­zi compresi, e di rendere autorizzati, per legge, i licenziamenti in qualsiasi momento e per qualsiasi ragione. In Italia la “legge Sacconi” proposta dal governo e fortemente voluta dal­la Confindustria, oltre a prevedere la possibilità di un aumento delle ore la­vorative settimanale (42-45 a seconda dei casi e delle necessità), ha confe­zionato la sterilizzazione degli scio­peri, in pratica della loro inibizione, per necessità di salvaguardia degli in­teressi complessivi della società, con­cludendo con la formulazione dello sciopero virtuale, in basa alla quale i lavoratori possono dichiarare lo scio­pero, senza però astenersi dal lavoro ma rinunciando alla paga della gior­nata lavorativa come se l’astensione dal lavoro l’avessero fatta realmente. Paradossale? Si certo, ma il capitale in crisi non ha limiti alla sua fantasia.

Anche sul deprezzamento del capi­tale costante la caduta del saggio del profitto impone dei tentativi di conte­nimento. La più significativa è quel­la relativa al rapporto tra il capitale costante e il suo volume materiale, pur rimanendo inalterato il saggio di sfruttamento. In condizioni normali l’aumento del capitale costante ri­spetto al variabile è più veloce, deter­minando la caduta del saggio, ma se, grazie ad un’elevata produttività del lavoro, il valore del capitale costan­te, pur in continua espansione, cresce proporzionalmente meno della massa complessiva dei mezzi di produzione messi in opera dalla stessa quantità di forza lavoro, la caduta del saggio può essere rallentata e, in alcuni casi e per periodi limitati, annullata. E’ il caso della straordinaria rivoluzione del mi­croprocessore, dove l’elevato aumen­to della produttività, ha fatto sì che l’aumento del capitale costante fosse proporzionalmente inferiore alla mas­sa dei mezzi di produzione operanti nel sistema produttivo. La possibilità, inoltre, fornita da questa rivoluzione tecnologica, di diversificare la produ­zione usufruendo in pratica del mede­simo capitale costante, consente un suo deprezzamento che si ripercuote sui livelli del saggio del profitto. Un esempio che risale a pochi anni fa è fornito dalla collaborazione, in campo automobilistico, tra la Fiat e la Ford. Le due Case hanno deciso di produr­re in Polonia la Ka e la Panda. Un solo stabilimento, salari nettamente inferiori a quelli domestici e, grazie alla diversificazione produttiva, con gli stessi macchinari si producono le intelaiature base delle due macchine, con un risparmio di almeno il 40% dei costi sull’impiantistica.

Sempre nel campo del deprezzamento del capitale costante, si assiste al ten­tativo di riorganizzazione delle scorte delle materie prime e dei semilavora­ti. Dopo aver impostato nei confronti del capitale variabile la prassi della precarietà, sulla base del lavoro usa e getta, ovvero dell’utilizzo della forza lavoro solo nei momenti topici della produzione, si è passati all’analogo sistema per i costi di una parte del capitale costante. L’introduzione del Just in time, cioè degli ordinativi del­le materie prime necessarie alla pro­duzione solo nel momento del loro utilizzo, ha comportato un ridimen­sionamento dei costi di stoccaggio, di manutenzione e ha ridotto al minimo il rischio di deperimento e di dete­rioramento delle stesse. Innovazioni certamente razionali e funzionali al risparmio nella produzione, ma figlie di una necessità impellente, quella di contenere i danni della caduta dei profitti agendo là, dove è possibile, sul deprezzamento di una quota del capitale costante, quello circolante. Una simile riorganizzazione di uno dei fattori della produzione fa il paio con la precarietà del posto di lavoro. Per il capitale, le materie prime e la forza lavoro sono delle merci che de­vono essere impiegate nel processo produttivo al minimo costo possibile e solo nel momento in cui fungono da momenti di valorizzazione, pena la diminuzione della sua competitività e dei livelli di profittabilità.

Tra gli elementi che concorrono all’abbassamento del valore del capi­tale costante c’è anche la diminuzio­ne del costo delle materie prime. In epoca contemporanea, dove il domi­nio del capitale finanziario è arrivato al suo apice, il rapporto di forza tra i grandi centri imperialistici e la cosid­detta periferia è tale da consentire ai primi di imporre alla seconda condi­zioni d’acquisto e di pagamento delle forniture di materie prime in termini di assoluta disparità. Un esempio è rappresentato dalla politica del debito. Ben lontani dalle sbandierate teorie neoliberiste, della libera concorrenza nel libero marcato, gli imperialismi, quanto più sono più forti e aggres­sivi, tanto più riescono ad ottenere i loro obiettivi di rapina, imponendo ai paesi debitori il ricatto commerciale. In primo luogo il ricatto consiste nel fatto che questi paesi, ricchi di mate­rie prime ma indebitati sino al collo, possono ottenere una rinegoziazione del debito e/o il dilazionamento del­la restituzione a chi di dovere, se ot­temperano a una serie di condizioni. La prima è quella della virtuosità dei conti pubblici, che immancabilmente prevede la privatizzazione delle ric­chezze nazionali. La privatizzazione è la condizione attraverso la quale le grandi compagnie internazionali pos­sono avere il possesso, o la gestione, e quindi avere l’accesso all’estrazione, alla commercializzazione delle mate­rie prime strategiche a prezzi di sven­dita e sotto il loro controllo assoluto, senza dipendere da vincoli governa­tivi. In secondo luogo l’asservimen­to del debito consente ai creditori di ottenere una sorta di prelazione nelle forniture e un congruo risparmio sui prezzi d’acquisto. In altri casi, quando l’imperialismo si muove sul terreno del monopsomio, cioè del monopolio della domanda, l’effetto è lo stesso. Là dove la pressione e il ricatto non arrivano è l’uso della forza che deter­mina l’accesso al mercato delle ma­terie prime e al suo livello di prezzi. Non a caso l’imperialismo americano, con la famelica rete delle sue impre­se nazionali e transnazionali, con o senza le direttive del Fmi e dell’Onu, ha fatto man bassa nei mercati delle materie prime nel centro e sud Ame­rica. Ha inanellato una serie continua di guerre per il petrolio, e tutto lascia pensare che la prassi dell’aggressione debba continuare, in diretta connes­sione dell’aggravarsi della crisi inter­na e internazionale, anche se, come detto più su, l’amministrazione Oba­ma vuole presentarsi con un volto di­verso da quello dell’amministrazione precedente, senza per questo rinun­ciare ai suoi obiettivi “imperiali”

Con una facile sintesi, potremmo concludere che l’aggressività dell’im­perialismo sui mercati internazionali è direttamente proporzionale ai guasti provocati dalla caduta del saggio del profitto. Minori sono i profitti e mag­giore è la necessità di ricorrere, con il ricatto o con la forza, ad una serie di contromisure che consentano ai capi­talismi ad alto rapporto organico del capitale di continuare a sopravvivere alle proprie contraddizioni, facendone pagare il prezzo ai capitalismi della periferia e ai concorrenti più deboli, ai rispettivi proletariati e a quello inter­nazionale. Gli esempi sono infiniti e sotto gli occhi di tutti, anche degli os­servatori più disattenti. Non c’è area ad interesse strategico, Golfo, Medio Oriente, Centrasia, che non veda la presenza militare e bellica degli Usa e, anche se per il momento in termini di minore evidenza, di Europa, Rus­sia e Cina. Le guerre per il petrolio e il controllo di altre materie prime strategiche si inanellano da anni sen­za soluzione di continuità. L’attuale crisi non fa altro che esasperare tutti i fattori contraddittori presenti all’in­terno dei meccanismi produttivi e so­ciali del capitalismo. La produzione sociale diminuisce, i dati relativi al Pil di Usa, Europa e Giappone sono abbondantemente sotto lo zero. In­teri settori produttivi sono sull’orlo del fallimento. Il sistema creditizio è agonizzante. Si contrae l’accesso ai consumi da parte delle classi subal­terne. Il proletariato internazionale è sottoposto agli attacchi del capitale su tutti i fronti possibili - occupazio­ne, maggiore sfruttamento, crescente pauperizzazione - mentre la specula­zione e il parassitismo non cessano di crescere in parallelo, nonostante gli appelli alla moralizzazione del mon­do finanziario ed economico, come se la devastante crisi che ha attraversato il capitalismo contemporaneo fosse riconducibile alla mancanza di con­trolli e ad una mancanza di “eticità” comportamentale.. Questa crisi è la dimostrazione di come il capitalismo sia entrato nella sua fase di decadenza e di come il sistema produttivo gene­ri, all’interno dei suoi meccanismi di valorizzazione, la maturazione delle sue contraddizioni che più si ingigan­tiscono, a causa della diminuzione del saggio del profitto, più rendono ag­gressivo, sino alla ferocia, il sistema sociale e politico che li rappresenta.

Delocalizzazione della produzione ed esportazione del capitale finanziario

Da sempre, i bassi saggi del profitto hanno imposto al sistema produtti­vo una relativa sovrapproduzione di capitali. A sua volta, la sovrappro­duzione di capitali presuppone un eccesso di merci e di beni strumen­tali. Il che non significa assolutamen­te che si siano prodotte troppe merci e che ci sia una capacità produttiva eccessiva in relazione ai bisogni so­ciali, o che sia stata prodotta troppa ricchezza sotto forma di capitali, si­gnifica soltanto che, negli angusti e contraddittori rapporti di produzione capitalistici, i bassi saggi del profitto rendono masse crescenti di capitale non investibili produttivamente, au­mentano lo stock di merci invendute a causa dell’impossibilità della do­manda di consumarle a quel prezzo, e i beni strumentali, le fabbriche, ri­ducono la produzione o sono costret­te a chiudere i battenti. Ne consegue che una via d’uscita alla crisi genera­ta dalla caduta del saggio del profitto, oltre al ricorso alla speculazione, sia quella di spostare la produzione fuo­ri dal mercato domestico, su mercati esteri, dove il costo delle materie pri­me, delle infrastrutture, ma soprattut­to della forza lavoro, sia nettamente inferiore. In epoca contemporanea il fenomeno dell’esportazione di capi­tali, con la relativa delocalizzazione della produzione, si è sviluppato in progressione geometrica. Dalla grave crisi degli anni settanta ad oggi, tutti i paesi ad alta industrializzazione si sono letteralmente gettati alla ricer­ca di aree economiche in cui il costo della forza lavoro fosse il più basso possibile, dove la garanzie sindacali fossero al minimo o inesistenti. Più la delocalizzazione riesce a trovare que­ste condizioni, più l’antidoto alla ca­duta del saggio del profitto è efficace. Ogni capitalismo avanzato, a seconda del suo peso imperialistico, cerca la sua zona, la sua area d’influenza, alla ricerca di un proletariato disere­dato, poverissimo e disposto ad ac­cettare un lavoro qualsiasi a qualun­que salario, fornitogli dalle imprese straniere. Questo è uno degli aspetti della globalizzazione. Per un capitale in asfissia da profitti, l’abbattimento delle barriere doganali, la libera cir­colazione dei capitali e delle merci, la possibilità di decentrare la produ­zione a suo piacimento e l’avere a disposizione, senza vincoli sindacali, un proletariato internazionale il cui costo può arrivare ad essere di 10-15 volte inferiore (e anche oltre) a quel­lo interno, è una manna a cui non si può rinunciare. A parte i grandi esem­pi imperialistici degli Usa, che han­no colonizzato il sud del continente americano, in parte quello asiatico, Cina compresa, o quello giapponese, che si è preso il resto dell’Asia e della Cina, (a tutt’oggi il 40% delle espor­tazioni cinesi hanno il marchio pro­duttivo degli Usa e del Giappone), la vecchia Europa non è stata da meno. La Francia continua a usufruire della sue ex colonie maghrebine e dei paesi africani centro-occidentali, la Ger­mania si è imposta nelle repubbliche ex-sovietiche e l’Italietta ha operato il decentramento produttivo al di là dell’Adriatico, in Romania, Bulgaria e Polonia, ma anche in Brasile e Ar­gentina. Come al solito, il fenomeno non è nuovo, da più di un secolo il de­centramento produttivo ha operato ai quattro angoli del mondo, ma dal se­condo dopoguerra ad oggi, con parti­colare intensità negli ultimi vent’anni, la necessità di riguadagnare sufficien­ti margini di profitto ha reso la corsa verso i mercati a basso costo del lavo­ro una questione di vita o di morte per le economie ad alto rapporto organico del capitale. A chi negasse che la ca­duta tendenziale del saggio del profit­to non rappresenta un problema per il moderno capitalismo, che tutte queste manifestazioni di controtendenza non sono assolutamente nulla di nuovo e che saremmo, al contrario, in presen­za di una fase economica espansiva, vedi Cina, andrebbe ricordato che il fenomeno economico asiatico è in parte figlio di questa contraddizione capitalistica. Lo straordinario svilup­po economico cinese, che ha consen­tito al capitalismo di Pechino di espri­mersi negli ultimi quindici anni ad un tasso medio di incremento del 10%, si basa su tre fattori. Un consistente de­centramento produttivo, con relativa presenza di nuove tecnologie, da par­te di paesi in crisi di saggi del profitto come Usa, Giappone, Corea del sud ed in parte Europa occidentale. Un enorme ingresso di capitali finanziari dai medesimi paesi, per il semplice motivo che avevano e hanno tuttora in Cina a disposizione un proletariato dai costi salariali bassissimi, sino al 80-90% in meno, giornate lavorati­ve che possono arrivare alle 14 ore, e nessuna copertura sindacale, né in materia retributiva e sanitaria, che di sicurezza sul lavoro. Va da sé che nel lungo periodo in Cina, come prece­dentemente per i Nic (paesi di nuova industrializzazione) degli anni sessan­ta/settanta, lo sviluppo, a questi livel­li, è destinato a bloccarsi, non perché il progresso capitalistico in quell’area del capitale abbia raggiunto il suo apice, ma perché il capitalismo cinese sarà costretto a subire le stesse con­seguenze che oggi travagliano i paesi ad alta industrializzazione. Lo svilup­po in questi paesi non è sinonimo di un capitalismo che ha a disposizione aree di sviluppo e di progresso eco­nomico tali da considerarlo ancora in fase espansiva, al contrario, queste esperienze in controtendenza, sono interamente collocabili all’interno della fase di decadenza che affligge il capitalismo internazionale sulla base della legge della caduta tendenziale del saggio medio del profitto.

Come uscirne? Solo con la ripre­sa della lotta di classe sotto la guida del partito rivoluzionario, che non si limiti all’aspetto meramente rivendi­cativo e/o difensivo, anche se questo è il punto di partenza, ma che inizi a porre anche lo scontro sul terreno dei meccanismi che il capitale pone in es­sere a salvaguardia dei suoi interessi economici e politici. Che si muova contro il capitale quale condizione prima dell’esistenza dei rapporti di produzione capitalistici, responsabile di uno sfruttamento sempre più inten­so, della mortificante disoccupazione per milioni di lavoratori, portatore di devastanti crisi economiche che accompagnano il suo modo di crea­re ricchezza, interprete di guerre che segnano lo strumento per continuare quel processo di accumulazione e di estorsione del plusvalore che sono alla base della sua esistenza. Altri­menti si rimane sempre sull’incon­cludente terreno delle compatibilità del capitale che è inconciliabilmente contrapposto agli interessi presenti e futuri del proletariato.

Lo stesso vale per gli scenari bellici internazionali. Non c’è guerra, lotta civile, nazionalismo di ogni matrice e ideologia che non siano figli delle tensioni imperialistiche. Ma non c’è episodio imperialistico che non pre­veda il coinvolgimento del proleta­riato internazionale chiamato, come al solito, a svolgere il ruolo di carne da cannone per gli interessi di questa o quella borghesia, dei vari fronti che l’imperialismo interpreta a seconda degli interessi economici, strategici e finanziari che gli sono propri.

Mentre la crisi del capitalismo deva­sta le condizioni di vita di centinaia di milioni di lavoratori, accelera i processi di pauperizzazione, innesca pericolose tensioni belliche, il prole­tariato, prima vittima di questo scena­rio, non ha che una via da imboccare, quella che passa dalle ripresa della lotta contro le crisi del capitale, nelle fabbriche e in tutti i posti di lavoro, quella del disfattismo rivoluzionario, sotto qualsiasi latitudine, bandie­ra o ideologia si esprima la barbarie dell’arroganza imperialista.

Fabio Damen

Prometeo

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