Solidarietà al proletariato greco

Crisi greca: padroni uniti, lavoratori divisi. Fino a quando?

Per i greci che stanno pagando la catastrofe economica del proprio paese, i nemici hanno un nome e un cognome: si chiamano Unione Europea, Banca Centrale Europea e Fondo Monetario Internazionale, e insieme formano la cosiddetta troika, centrale capitalistica del Vecchio Continente che d’ora in poi non lascerà più alcuna “autonomia” né al parlamento né al governo ellenico.

Il 21 febbraio scorso, infatti, la troika ha sbloccato 130 miliardi di euro che andranno alla Grecia da qui al 2014. L’accordo prevede che il governo greco continui a fare la guerra alla classe lavoratrice attraverso:

  • una ulteriore, radicale “deregulation” del mercato del lavoro, che faciliterà i maxi piani di licenziamento;
  • la riduzione del 22% del salario minimo garantito;
  • ulteriori tagli alle pensioni e alla spesa sanitaria;
  • riduzione degli investimenti pubblici per 400 milioni di euro;
  • privatizzazione delle società petrolifere, del gas e dell’acqua;
  • 15 mila licenziamenti nel settore pubblico, da realizzare entro il 2015.

Tutto questo su un proletariato già allo stremo: salari da fame, altissima disoccupazione, lunghissime file al collocamento e alle mense dei poveri. Si aggiungano le armi che la Grecia è costretta a comprare da Francia e Germania in cambio dell’aiuto europeo, “per importi annui che arrivano al 3% del Pil” (vedi il manifesto del 17 febbraio).

In questi due anni di forsennati attacchi alle proprie condizioni di vita e di lavoro, i proletari greci non sono rimasti a guardare: scioperi, anche prolungati, durissimi scontri con la polizia antisommossa, nascita di comitati e assemblee locali che decidono dal basso le forme di lotta da adottare, sono in Grecia all’ordine del giorno. La guerriglia che ha incendiato Atene il 12 febbraio, quando 100 mila manifestanti hanno assediato il parlamento mentre approvava le misure richieste dalla troika, ha dimostrato come il settore più combattivo del movimento di piazza (che i giornali borghesi continuano in mala fede a definire black bloc) non sia affatto isolato e anzi acquisti sempre più l’appoggio di chi si mobilita nelle strade.

Ma quanto potranno resistere, da soli, i proletari greci? Da un lato, infatti, la borghesia avanza unita: la classe dominante europea fa quadrato per salvare le banche e i capitalisti greci, continuando l’aggressione verso il mondo del lavoro. Dall’altra, invece, i proletari d’Europa sono divisi, si mobilitano - oltre che in modo del tutto insufficiente rispetto alla gravità della situazione - sempre in una prospettiva nazionale e dunque perdente in partenza, essendo chiaro che le politiche economiche vengono da tempo stabilite dalla borghesia almeno su scala continentale.

L’attacco ai proletari ellenici dovrebbe essere visto come una tappa del furioso assalto che ogni governo nazionale, per conto dei padroni, sta portando a tutto il proletariato europeo. Perché in Italia non si sciopera contro gli attacchi alla classe lavoratrice greca? La risposta è fin troppo semplice: qui non si sciopera nemmeno contro il governo Monti, figuriamoci se si va in piazza per gli operai greci!

Per inciso, dal variegato mondo della sinistra, da quella istituzionale a quella cosiddetta antagonista, finora non è venuta nemmeno la proposta di promuovere iniziative nazionali in sostegno del proletariato greco: giustamente, negli anni scorsi ci sono state grandi manifestazioni contro la guerra, ma per contrastare questa vera e propria guerra contro la classe proletaria - e, in parte, piccolo borghese - laboratorio politico sociale della borghesia, non si è mossa una foglia: chi se ne importa dell'internazionalismo proletario?!

Ma gli internazionalisti devono denunciare che è questo il grande punto debole del proletariato mondiale, e, in questo caso specifico, europeo: la mancanza di unità. Mobilitarsi come classe significa lottare in una prospettiva internazionale, cioè andare nella direzione opposta rispetto a quei sindacati - confederali e non - che invece chiedono “il rilancio dell’economia del paese”: il massimo dell’interclassismo e del servilismo nazionalistico!

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Anche perché il grave rischio che si corre è che queste “ingerenze” sovranazionali esasperino proprio il nazionalismo, favorendo la falsa contrapposizione fra l’infido capitale bancario e straniero da una parte, e il sano capitalismo produttivo e nazionale dall’altra. Veleno fascistoide sempre pronto a riemergere, per evitare che il malcontento proletario proceda su un terreno di classe.

La lettera di uno dei principali sindacati della polizia greca, il Poasy, circolata in rete nei giorni scorsi, in cui si afferma che “in nessun caso accetteremo di essere comandati per uccidere i nostri fratelli”, e ci si dichiara pronti a emettere un mandato di arresto per i rappresentanti della troikaper il segreto tentativo di eliminazione o riduzione del nostro sistema politico democratico e della sovranità nazionale”, è il segno che in Grecia la crisi è arrivata a un punto di non ritorno: o la lotta di classe riesce a superare il pantano sindacale, a rompere i confini nazionali e a coinvolgere gli altri settori del proletariato almeno su scala continentale, oppure la deriva nazionalistica “anti-europeista” potrebbe diventare una minaccia concreta.

Ai comunisti il compito di accelerare la formazione e il radicamento del partito rivoluzionario, senza il quale ogni rivolta, per quanto grande, non riuscirà mai a indicare la via d’uscita dal capitalismo.

Gek

Battaglia Comunista

Mensile del Partito Comunista Internazionalista, fondato nel 1945.

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