Il genocidio armeno del 1915

Da Prometeo #13, giugno 2015

L'articolo seguente è stato pubblicato in tedesco su Sozialismus oder Barbarei, la pubblicazione della nostra organizzazione sorella tedesca Gruppe Internationaler Sozialistinnen (GIS), nel 2010 e tradotto in inglese dai compagni britannici della CWO su Revolutionary Perspectives nello stesso anno. Ne pubblichiamo oggi una traduzione italiana, nel 100esimo anniversario dell'avvenimento.

Il genocidio e la cosiddetta “pulizia etnica” fanno parte della storia dell'imperialismo capitalista. I massacri degli armeni non solo sono ufficialmente negati dal moderno stato turco ma, come abbiamo visto, ogni menzione del genocidio è proibita. Ma più essi si ostinano a negare, più noi abbiamo il dovere di denunciare.

I nostri compagni tedeschi, tuttavia, non si sono limitati a raccontare una storia di brutalità da parte dei “barbari turchi”, ma hanno messo in luce – nel solco di Karl Liebknecht - il ruolo dello stato tedesco, ipoteticamente “civilizzato” (non c'è infatti un solo stato contemporaneo che possa sfuggire a un'accusa del genere): tutto ciò nella migliore tradizione del disfattismo rivoluzionario, motivo per cui sosteniamo il loro lavoro e gli diamo più ampia diffusione.

PCInt – Battaglia Comunista, maggio 2015

Il genocidio degli armeni e le responsabilità tedesche

“Qualcuno parla, oggi, dello sterminio degli armeni?” chiese Hitler qualche giorno prima dell'attacco tedesco alla Polonia, durante un discorso in cui, tra le altre cose, mise in chiaro il duro comportamento che avrebbe dovuto essere tenuto dalle squadre delle SS “Testa di Morto” nei confronti della popolazione civile. Una citazione interessante che dimostra come anche allora il genocidio armeno fosse largamente noto, e inoltre che esso servì - per nazionalisti fanatici quali Hitler - come esempio da seguire. Ciononostante, la verità storica riguardo agli eventi di 100 anni fa è stata e continua ad essere talvolta negata o, comunque, discussa come se fosse estremamente controversa: i libri di storia continuano ad essere falsificati e chiunque - da giornalista, per esempio - si limiti anche solo a menzionare il genocidio, va incontro a un duro sanzionamento, mentre molto spesso la stampa “progressista” va a rinforzare la negazione della storia con cadenza quotidiana.

In Germania, però, non si assiste tanto alla negazione del genocidio armeno, quanto al silenzio assoluto sul ruolo dell'esercito tedesco a riguardo – che ha ottime ragioni, come vedremo. In generale, qui, la tendenza dominante è di alzare le spalle a proposito di questo genocidio, così come con l'Olocausto, come si fa con un episodio storico increscioso.

La base più popolare per questo tipo di evasione dal fatto storico è stata fornita da Stephane Courtois nell'elenco delle sofferenze umane, consapevolmente “in ordine casuale”, che si trova nell'introduzione al suo Il libro nero del comunismo:

L'Impero Ottomano si permise di lasciarsi andare al genocidio degli armeni, la Germania a quello degli ebrei, dei rom e dei sinti. L'Italia di Mussolini massacrò gli etiopi. I cechi ebbero difficoltà ad ammettere che il loro comportamento verso i tedeschi dei Sudeti nel 1945 – 46 non fu al di sopra di ogni sospetto...

In questa maniera, invece di chiarire la connessione tra il massacro degli armeni e quello degli ebrei o di menzionare la partecipazione tedesca al primo, si diffonde ulteriormente - nel migliore dei casi - la pratica di mettere tutte le “catastrofi umane” sullo stesso piano.

La Germania e il genocidio del 1915

Nel gennaio 1916, stando a un'interrogazione al Reichstag tedesco di Karl Liebknecht,

nell'Impero turco, nostro alleato, la popolazione armena viene cacciata dalle sue case e massacrata a centinaia di migliaia.

Liebknecht domandò di risponderne. La replica del capo del Dipartimento Politico del Ministero degli Esteri e Delegato del Kaiser, von Stumm, fu:

La Cancelleria del Reich è a conoscenza del fatto che attività sediziose dei nostri nemici hanno costretto il Tribunale turco a ricollocare la popolazione armena di alcune aree dell'Impero turco, trasferendola in nuovi quartieri abitativi. A causa di alcune ripercussioni provocate da questa misura, c'è stato uno scambio di vedute tra i governi tedesco e turco. Ulteriori dettagli non possono essere comunicati.

Nella Prima Guerra Mondiale la Germania e la Turchia furono alleate. All'epoca del genocidio vi erano in Turchia molti tedeschi che ne furono testimoni oculari o ne sentirono parlare. Alcuni, anche, vi presero parte: qui ne diamo solo alcuni esempi. I piani di deportazione per gli armeni ebbero origine con Colmar Freiherr von der Goltz, che lavorava sin dal 1883 come istruttore e organizzatore militare nell'Impero ottomano, dove veniva trattato come un Ufficiale di Campo turco, con la qualifica esclusiva di “Golz-Pasha”. Nel 1913, poi, il commentatore tedesco Paul Rohrbach propose la deportazione come soluzione della “questione armena”.

Nel 1913 circa 800 ufficiali tedeschi, al comando del generale Liman, giunsero a Istanbul per preparare militarmente il loro futuro alleato. Alcuni di questi ufficiali presero parte alla pianificazione e all'esecuzione delle deportazioni.

Il generale tedesco Fritz Bronsart von Schellendorf, Maggiore Generale dell'Impero ottomano, giustificò le sue azioni criminali anche dopo la guerra. Scrisse nel 1919:

L'armeno è come l'ebreo: una volta trovatosi al di fuori della sua patria, diventa un parassita che succhia la ricchezza del paese in cui si stanzia. Da ciò deriva l'odio che venne scaricato su di loro in forme medievali e che ha condotto al loro massacro (1).

I Giovani Turchi

La rivoluzione dei Giovani Turchi del 1908 portò alle dimissioni di Abdul Hamid II e restrinse fortemente i poteri del Sultanato, senza abolirlo in via di principio. Sotto Abdul Hamid la popolazione armena soffrì dei pogrom ferocissimi: tra il 1894 e il 1896 migliaia di armeni vi trovarono la morte. A quell'epoca l'Impero ottomano era formato in larga parte da contadini e da un grosso esercito: il proletariato era estremamente circoscritto, ma la Rivoluzione vide l'affacciarsi sulla scena pubblica dei primi scioperi significativi. Questa “rivoluzione”, in ogni caso, fu portata avanti principalmente da gruppi di ufficiali. Il Comitato per l'Unità e il Progresso (ITC), formato nell'ultimo decennio del XIX secolo, ne fu politicamente coinvolto. L'insoddisfazione e l'opposizione dei Giovani Turchi nei confronti di Abdul Hamid si alimentò in prima battuta delle sconfitte militari e della perdita di territori, soprattutto nei Balcani ma anche vis-à-vis con la Russia. L'Impero ottomano aveva dichiarato bancarotta già nel 1875; la guerra russo-turca del 1877–78 causò perdite territoriali in Armenia e nei Balcani: con la decadenza dell'Impero e il collasso economico, la dipendenza della Turchia dall'aiuto straniero aumentò, soprattutto nei confronti della Germania. Nel gennaio del 1908 la ITC prevalse sugli altri partiti di opposizione e, in concomitanza con una pesante sconfitta nella Guerra Balcanica, prese il potere in maniera esclusiva tramite un colpo di stato. Talaat divenne Ministro dell'Interno, Enver Ministro della Guerra e Kemal Ministro della Marina: essi costituirono un triumvirato e rimasero ai vertici dello stato fino al 1918. L'ingresso nella guerra mondiale della Turchia a fianco della Germania e dell'Austria-Ungheria fu praticamente provocato dal triumvirato per fornire una base al suo dominio sulla popolazione, già risicato e ulteriormente eroso da un'incipiente carestia. La popolazione cristiana dell'Impero, in ogni caso, non poteva aspettarsi altro che persecuzione e massacri. Le loro originarie speranze verso la rivoluzione dei Giovani Turchi furono rapidamente spazzate via dai pogrom che infuriarono da ben prima del 1915. Dentro l'ITC, il panturchismo prevaleva sempre più sul tradizionale ottomanismo, che riteneva l'Islam la religione dominante nell'Impero, mentre le altre religioni erano esposte a una legislazione repressiva, come ad esempio a una tassa eccezionale. I non-musulmani, fino a poco prima del genocidio del 1915, non potevano svolgere il servizio militare, venendo perciò esclusi da posizioni-chiave nell'apparato statale ad esso collegate. Così, essi rimasero in buona misura isolati e, poiché non si erano armati e organizzati per un'autodifesa, furono esposti ai pogrom senza protezione alcuna.

Il panturchismo differiva dall'ottomanismo perché univa l'egemonia islamica alla nazione: la causa di tutti mali, della miseria e delle sconfitte andava cercata tra i cristiani, i greci, gli armeni e gli aramei; la “turchità” doveva imporsi nel mondo. Enver si espresse così nel 1915 al presidente della missione tedesca in oriente, il Dr. Lepsius:

Consideri che i turchi sono 40 milioni. Se fossero uniti sotto un unico Impero, essi avrebbero la stessa importanza in Asia che la Germania ha in Europa (2).

A quel tempo, circa 9 milioni di turchi vivevano nell'Impero ottomano. Per costituire questo impero panturco, gli armeni dovevano essere spazzati via, poiché rappresentavano un ostacolo strategico a questo progetto di espansione nazionalista. È vero che i pogrom contro i cristiani non erano rari nell'Impero ottomano, ma nel 1915 fu superato tutto ciò che era successo prima. Anche nel 1914 in Anatolia occidentale furono perpetrati dei pogrom, principalmente contro i greci, per la maggior parte eseguiti dai Teskalit-i Mahsura, unità speciali organizzate dal Ministero della Guerra. Fino al 1916 circa 500.000 persone furono assassinate soltanto in quest'area, e altre migliaia deportate. Il “successo” in Anatolia occidentale incoraggiò gli assassini della classe al potere a commettere genocidio anche nei confronti degli armeni. L'ingresso nella guerra mondiale significava che si poteva uccidere la gente “in pace”: perlomeno, non era necessario prestare deferenza ad alcuno, visto che tutti potevano essere fatti passare per “vittime di guerra”. Dapprima, il 25 febbraio 1915, Enver Pasha ordinò il disarmo dei soldati armeni, che vennero organizzati in battaglioni di lavoro: molti di essi morirono, dozzine dei quali ammazzati. Il 24 aprile 600 intellettuali armeni furono deportati da Istanbul e uccisi. Fu allora che iniziò la vera “deportazione”. Prima furono costretti a lasciare i loro paesi gli uomini, poi le donne e i bambini; era proibito portare con sé alcunché. Gli armeni venivano raggruppati in lunghe colonne e fatti incamminare per lunghe marce, alla fine delle quali li attendeva quasi sempre la morte: i turchi, i curdi e i circassi che incontravano queste colonne le assaltavano, uccidendo e stuprando. Chi invece tentava di aiutare, veniva giustiziato. Le marce finivano nel deserto siriano o iracheno, dove i deportati venivano uccisi dalla sete, la fame e le malattie.

Presso la gola di Kemach, vicino alla città di Erzurum, dove il fiume Eufrate taglia verso il territorio montuoso, la gente veniva legata a gruppi di cinque e gettata giù. In primavera, le acque di scioglimento portarono i corpi sin nella pianura, dove divennero preda dei malandati e sempre affamati cani dei villaggi. A Trabzon fu deportata solo una parte degli armeni, gli altri furono affogati, assieme ad alcuni greci: vennero caricati su dei barconi che venivano sospinti in mare, dove poi furono semplicemente affondati. Terre, animali, case, negozi e tutti i beni rimasti abbandonati dagli armeni furono assegnati ai loro vicini musulmani e agli ufficiali (3).

Le vittime del genocidio furono probabilmente un milione e mezzo, o forse anche due milioni. La maggior parte degli assassini circolava liberamente dopo i processi tenutisi subito dopo la guerra ad Istanbul “su pressione” britannica. Anche in questa circostanza la Germania si distinse per aver dato rifugio ad assassini ricercati: ad esempio, Talaat Pasha nel 1921 viveva a Berlino da cittadino rispettato; venne ucciso successivamente dallo studente armeno Salomon Teilirian, la cui famiglia era stata vittima del genocidio.

Miti kemalisti e interessi imperialistici

Ma nemmeno le potenze dell'Intesa avevano un reale interesse nel portare alla luce il genocidio. Gli imperialisti britannici erano interessati soltanto a prendersi il pezzo più grande possibile della torta del disfatto Impero ottomano, e avevano bisogno di giustificazioni per farlo; lo stesso era per gli altri stati imperialisti: i loro interessi liberarono i governanti turchi dal fardello del genocidio. Dopo la proclamazione della Repubblica Turca nel 1923, al più tardi, si smise di parlare di quei fatti: le potenze vincitrici erano più interessate a una Turchia forte, “baluardo contro il comunismo”. Infatti, la “lotta di liberazione” sotto la leadership di Ataturk contro le potenze occupanti dipese in buona parte dalle unità Tesiklat-i Mahusa, le stesse che ebbero un ruolo decisivo nel genocidio: Ataturk stesso si interessò del rilascio dalle prigioni di quei pochi che vi erano finiti. Molti di quelli che si erano impadroniti di proprietà degli armeni temevano che i sopravvissuti potessero ritornare, perciò appoggiarono Ataturk e la “lotta di liberazione” con veemenza.

La classe al potere in Turchia reagisce con estrema suscettibilità ad accuse connesse al genocidio, poiché il suo dominio si basa esattamente sul mito della “lotta di liberazione”: far riferimento al genocidio significa mettere in discussione Ataturk e la sua Repubblica - costruita sull'espulsione o lo sterminio di altri popoli - e opporsi al kemalismo, dominante in vaste frange della sinistra turca.Come abbiamo detto, la storiografia turca non riconosce alcun genocidio verso gli armeni: la stragrande maggioranza degli autori e dei commentatori turchi ha sviluppato diverse “linee argomentative”. Una delle più popolari segue questo filo: fu una guerra e infatti vi furono vittime da entrambe le parti; altre asseriscono che gli armeni vennero deportati perché collaborarono con i russi durante la guerra; altre ancora calcolano quanti turchi persero la vita sui vari fronti e comparano le cifre; la leggenda più diffusa, addirittura, trasforma le vittime in carnefici.

Anche il dibattito diplomatico sul genocidio degli armeni serve più agli stati nazionali in competizione tra loro per conquistare posizioni politiche che per fare chiarezza. In questo cinico gioco di potere i rappresentanti delle classi dominanti tentano di interpretare e sfruttare gli eventi di un secolo fa nel senso dei propri interessi imperialistici.

Il genocidio degli armeni fu il risultato di una spinta nazionalistica all'espansione tipica dell'età dell'imperialismo: soltanto quando l'ordine imperialista sarà rotto in tutto il pianeta e la dittatura del capitale sarà finalmente tolta le vittime di questo assassinio di massa si vedranno riconosciuta giustizia.

(1) F. Alsan e K. Bozay, Die Grauen Wölfe heulen wieder [Il lupo grigio ulula ancora], 1997, p.30

(2) E. Seidel-Pielen, Unsere Türken [I nostri turchi], 1995, p.51

(3) F. Alsan e K. Bozay, cit., p.32

Martedì, February 9, 2016

Prometeo

Prometeo - Ricerche e battaglie della rivoluzione socialista. Rivista semestrale (giugno e dicembre) fondata nel 1946.

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