Gli USA, il Qatar e i “nuovi” riposizionamenti imperialistici internazionali

Nella “vulgata” ufficiale, il regno saudita, con la solidarietà dell'Egitto degli Emirati, del Bahrain e di altri comprimari del Golfo, avrebbe punito il Qatar isolandolo dal resto del mondo arabo, perché traditore del mondo sunnita e perché finanziatore del terrorismo jihadista. Come tutte le menzogne, anche questa contiene briciole di verità che servono a nascondere ben altre situazioni che non devono apparire né, tanto meno, essere divulgate. Le briciole di verità consistono nel fatto che il Qatar avrebbe finanziato con 700 milioni di dollari gli Hezbollah libanesi e gli sciiti iracheni e con altri 300 milioni alcuni gruppi jihadisti siriani. Che abbia finanziato copiosamente l'Isis di al Baghdadi e al Nusra e che intrattenga rapporti commerciali ed economici con il nemico iraniano, tra i quali la gestione di un ingente giacimento di gas naturale nel Golfo persico. Che avrebbe fatto una telefonata con la quale l'emiro del Qatar avrebbe fatto i complimenti al presidente iraniano Hassan Rohani in occasione della sua rielezione, il che è suonato come una vera e propria provocazione alle orecchie della sospettosa monarchia saudita, che da sempre cerca di tenere il Qatar fuori dall'orbita del regime sciita e ben lontano dal perimetro dei propri interessi. Quello che non si deve sapere, anzi si deve nascondere, è che a finanziare le organizzazione jihadiste, a consentire la nascita e lo sviluppo dello Stato Islamico, a sostenere in tutti i modi al Nusra sono stati proprio tutti quei regimi arabi che oggi denunciano il Qatar. Ma questo ormai è un segreto di Pulcinella, gli scheletri negli armadi di questi paesi sono ben altri e riguardano i rapporti imperialistici che stanno per subire accelerazioni, modificazioni, interferenze interne ed internazionali. Ma andiamo con ordine. Intanto, se consideriamo che Riad guida una Opec in pesante affanno e Doha possiede il più grande e remunerativo giacimento di gas naturale, che i sauditi e gli al-Thani del Qatar sono state da sempre tribù rivali nella penisola arabica nonché in perenne conflitto sulla discendenza da Muhammad ibn Abd al-Wahhab, fondatore nel XVIII secolo del moderno fondamentalismo wahhabbita usato in chiave di giustificazione del potere economico e politico, e che continuano ad avere problemi territoriali di confine, è evidente che siamo in presenza di una serie di frizioni che vanno ben al di là di una disputa che investa solo gli aspetti controversi del mondo sunnita.

Infatti l'iniziativa saudita parte subito dopo la visita di Trump a Riad. Il presidente americano - il peggio della diplomazia e non solo, che l'imperialismo di Washington ha espresso negli ultimi decenni, ma che in questo caso l'ha azzeccata in pieno - ha inteso ricucire un rapporto che si era pesantemente incrinato per questioni energetiche e non unicamente per queste, concedendo al re Salman crediti pari a 110 miliardi di dollari per il riarmo e 200 per infrastrutture in un momento di crisi economica e sociale della monarchia saudita. La boccata d'ossigeno ha spinto il governo di Riad a tamponare le ambizioni del Qatar in termini di concorrenza all'interno del mondo sunnita sostenuta da una disponibilità finanziaria che il regno saudita non ha più, o che non ha più come prima, dopo tre anni di diminuzione del prezzo del greggio. E' pur vero che a cominciare le ostilità contro il petrolio americano, giocando al ribasso del prezzo del greggio, sono stati proprio i sauditi, ma è altrettanto vero che la manovra si è rivelata essere un boomerang contro gli interessi di Riad, mentre il Qatar, primo produttore di gas naturale al mondo, ha potuto continuare a sviluppare le sue rendite energetiche e con esse l'ambizione di giocare un ruolo imperialistico più forte sui vari mercati internazionali e all'interno del mondo arabo. L'acredine saudita sta proprio in questo, la paura che il piccolo, ma finanziariamente potentissimo, Qatar possa ricavarsi spazi economici, politici e religiosi sempre più larghi, mettendo in ulteriore difficoltà la supremazia saudita all'interno del mondo sunnita e più in generale nello scenario arabo. Preoccupazione non infondata se andiamo a scorrere l'ampiezza del raggio d'azione finanziario di Doha. Il Qatar è una piccola penisola, ma ricchissima di gas naturale, che lo rende il primo produttore al mondo. L’ex protettorato britannico, che peraltro ospita una importante base navale americana, il che ha fatto fare una parziale, non l'unica, marcia indietro al presidente Trump, possiede oggi quasi più beni a Londra della monarchia inglese, inclusi i grandi magazzini Harrods, il sofisticato grattacielo Shard costruito da Renzo Piano, parte di Canary Wharf e della Borsa di Londra e poi terreni e alberghi in Costa Smeralda, l'avveniristica Porta Nuova a Milano e il marchio Valentino. L’interventismo della piccola ma rampante monarchia di al Thani non si limita ovviamente allo shopping globale, ma investe anche produttivamente come ha fatto in Germania, comprando quote della Porsche e della Volkswagen. Forte di questa enorme disponibilità di capitali, il Qatar cerca di sfruttare le debolezze e le contraddizioni della regione per innalzare la propria leadership anche a costo di concedere spazi e riconoscimenti politici allo sciismo di marca iraniana, libanese o irachena, ma questo l’ha inevitabilmente portato in rotta di collisione con l’Arabia Saudita e altri Paesi del Golfo.

Accantonata dunque la strumentale scusa del finanziamento al terrorismo sul terreno, rimangono i rispettivi giochi di forza a livello di pressione imperialistica.

Per l'Arabia Saudita lo scopo principale è mantenere la leadership sunnita, il che significa continuare ad avere un ruolo fondamentale all'interno dell'OPEC sia per il controllo sulle quantità di petrolio da produrre in tutta l'area, sia per la determinazione del suo prezzo di vendita sia; infine, per il controllo egemonico da un punto di vista militare di tutto il Golfo persico. Da queste necessità imperialistiche nasce la lotta senza quartiere all'atavico nemico e concorrente Iran e l'intervento militare nello Yemen contro i ribelli houthi, sciiti, sostenuti dal governo di Teheran. Per cui l' Arabia Saudita supportata dagli Usa non ha esitato un minuto a tagliare ogni collegamento terrestre, aereo e marittimo con Doha, creando una sorta di cintura di sicurezza attorno alle ambizioni dell'emiro al Thani, dando vita ad una coalizione anti Qatar a cui ha “imposto” l'adesione degli Emirati Arabi Uniti, Bahrein, Egitto, Giordania e Yemen. Ma a riprova della dilatazione dei giochi d'area nasce immediatamente un fronte opposto a sostegno di al Thani composto dall'Iran del neo presidente Rohani, che gli ha offerto tre porti sul Golfo per rompere l'isolamento e per continuare a commerciare con il resto del mondo, e della Turchia di Erdogan, altro perno imperialistico d'area, che si propone di essere egemone all'interno del mondo sunnita in contrapposizione all'Arabia dei Saud e a sostegno del proprio ruolo di hub energetico – distributivo, che ha promesso l'invio di contingenti militari a difesa dell'Emiro qualora fosse necessario.

Per l'Egitto l'adesione alla Coalizione anti Qatar ha essenzialmente due aspetti. Il primo risiede nella vendetta dell'attuale governo di al Sisi, che non ha mai gradito l'appoggio ai membri della Fratellanza musulmana fornito da Doha nei recenti fatti della guerra civile (colpo di stato) del 2014. Il secondo risiede nel tentativo egiziano di riprendere un ruolo di primo piano nell'area del Medio oriente e del nord Africa, in un momento di ridefinizione dei ruoli interni ed esterni alla grave crisi economica e sociale delle “primavere arabe”. L'esempio più evidente è quello libico in cui l'Egitto sostiene una delle fazioni, quella del generale Haftar contro il governo di Tripoli riconosciuto dalle potenze occidentali. Generale Haftar che a sua volta riceve l'appoggio politico, diplomatico e probabilmente anche militare da parte della Russia.

Per gli Usa il presidente Trump, che è dietro l'iniziativa anti Qatar e pro Arabia Saudita, sta giocando una partita a tutto campo. Oltre all'impegno siriano che sembra essere moltiplicato per non lasciare campo libero alla Russia e all'Iran nella finta lotta all'Isis, (finta perché il vero obiettivo non è quello di impedire al “califfo nero”, sempre che sia ancora vivo, di proseguire nel suo impossibile progetto di Stato islamico, ma quello di contrastare l'imperialismo russo nel Mediterraneo sia sulla sponda siriana che su quella libica ), Trump è altresì impegnato sul fronte anti Iran, per cui le aperture del Qatar alla repubblica degli Ayatollah non sono di suo gradimento. Come non vede di buon occhio che al Thani investa decine di milioni di dollari in Europa e in Germania in particolare, che viene ritenuta una delle primarie responsabili del “buco” da 500 miliardi di dollari nella bilancia dei pagamento con l'estero degli Usa. Ma la campagna contro il Qatar deve tenere conto del non secondario fatto che nel suo porto di ad Udeir ospita la più grande base militare Usa di tutto il Medio Oriente. Non a caso Trump, dopo aver dato il via all'ostracismo di Doha, ha dovuto parzialmente fare marcia indietro aprendo una vertenza negoziale tesa ad ammorbidire i toni e le conseguenze dell'isolamento del Qatar che per molti versi non piace all'Europa, alla Germania in prima istanza, tant'è che la Merkel si è espressa negativamente nei confronti del rozzo protagonismo di Trump, definendo gli Usa “non più affidabili” sotto la gestione del nuovo presidente. Solo un parziale dietrofront, perché tutte le ragioni che lo hanno preceduto continuano a far sentire il loro peso e avranno la precedenza nei confronti delle priorità strategiche dell'imperialismo americano. Non inganni la “furia iconoclasta” con cui tenta di distruggere, impeachment permettendo, l'operato diplomatico di Obama (accordi di Parigi sul clima, accordi di distensione con Cuba, ripresa dei rapporti diplomatici con l'Iran, che sono stati cancellati ), come se il suo scopo principale fosse quello di competere con il suo predecessore. Trump sta riempiendo di contenuti la parola d'ordine “first America”. Lo fa a suo modo e lo sta facendo pensando al ruolo imperialistico di Washington nel troppo presto dichiarato “dopo crisi”. La situazione economica e finanziaria americana è drammaticamente appesantita da una serie di montagne di debiti che vanno da quello federale (20 mila miliardi di dollari) a quello della bilancia dei pagamenti con l'estero pari a 500 miliardi. Sommandoli tutti, compresi quelli degli Stati federali, delle famiglie e delle imprese, si arriva al 350% del Pil, il che fa degli Stati Uniti uno dei paesi più indebitati al mondo, con un apparato industriale in declino e con una massa di capitali speculativi sempre maggiore, in condizione di scoppiare da un momento all'altro ripercorrendo al rialzo la devastante esperienza della crisi dei “sub prime”. E' un imperialismo parassitario che vive sul dominio del dollaro, sugli armamenti che lo difendono, per cui le mosse di Trump, per rozze e contraddittorie che appaiano, altro non sono che una delle strade che portano ai tentativi di rafforzamento di un impero che altrimenti avrebbe più difficoltà a giocare il suo ruolo egemonico su scala planetaria. Per cui, se a scatenare l'ira funesta di Trump è stata formalmente la crisi, peraltro indotta, tra Riad e Doha sulla base di presunte dichiarazioni dell'emiro del Qatar, al secolo Tamim bin Hamad Al Thani, la vere ragioni si trovano altrove. L'Agenzia ufficiale del Qatar, QNA, ha pubblicato alcune dichiarazioni dello sceicco che sottolineavano la eccessiva e crescente opposizione nei confronti di Teheran. Nelle suddette dichiarazioni Al Thani esprimeva il suo sostegno e la sua solidarietà all'Iran, oltre ad Hamas, agli Hezbollah, auspicando che Trump, l'artefice primo di tutto questo, non duri a lungo alla Casa Bianca perché travolto dalle sue incapacità politiche. Le vere ragioni stanno nel ruolo imperialistico a 360 gradi che gli Usa devono avere a tutti i costi secondo le direttive del “nuovo vate” dello scontro contro tutto e tutti, Teheran, Mosca compresi, di cui “l'affaire Qatar” è solo un piccolo anello di una lunga catena.

Sull'altro fronte imperialistico, la Russia prosegue la “sua” guerra in Siria, intensifica il suo appoggio al generale Haftar in Libia, sorregge diplomaticamente l'Egitto, “sponsor” ufficiale del generale di Tobruk, e sembra, per il momento, disinteressarsi della questione “Qatar”, anche se non ha nascosto le sue simpatie per il regime di Doha, che si pone in antitesi alla “pax saudita” e al fronte legato agli Stati Uniti. In compenso Putin sta tessendo un legame energetico, economico, finanziario e, in prospettiva, anche militare con le repubbliche asiatiche ex sovietiche. L'8/9 giugno ad Astana si è tenuto un Expo in cui Russia e Cina - con il contorno di Kazakistan, Tagikistan, Uzbekistan, Turkmenistan e l'adesione esterna di India e Pakistan - hanno gettato le basi per una sorta di mercato comune asiatico basato sulla cooperazione tra le nazioni produttrici di gas e petrolio (Russia e Kazakistan) che si possa contrapporre all'OPEC. Si è deciso di dare l'avallo all'idea cinese di costruire la “nuova via della seta”, ovvero di una rotta commerciale che da Pechino dovrebbe arrivare in Europa invadendola di merci “made in China”, passando dai territori delle ex Repubbliche sovietiche che, a loro volta, ne trarrebbero dei vantaggi economici e commerciali. Non da ultimo, c'è l'obiettivo non dichiarato di dare vita ad una sorta di “intesa militare” che impedisca agli Usa di avere punti di riferimento (utilizzo di aeroporti, presidi di truppe o presenza di tecnici militari) nello scacchiere asiatico continentale, dopo che l'imperialismo di Washington si è assicurato il monopolio navale nell'Oceano indiano. L'Expo ha avuto altresì l'obiettivo di allargare lo SCO (organizzazione per la cooperazione di Shanghai, di cui fanno parte come soci fondatori anche la Bielorussia e l'Afghanistan) al Pakistan e all'India, mentre l'Iran ha dichiarato di porre la propria candidatura.

In pratica siamo in presenza della costituzione di un fronte, certamente non omogeneo perché gli interessi economici e strategici non sono sempre univoci e coincidenti, ma pur sempre tatticamente rilevante nello scenario internazionale, in grado di opporsi a quello occidentale capeggiato dagli Usa, in parte dall'Europa occidentale, dal Giappone e dall'Australia. Scenari preoccupanti, perché in gioco non ci sono soltanto il controllo delle vie di commercializzazione “dell'oro nero”, la sfida sui mercati internazionali, lo scontro tra le divise sui mercati monetari. C'è soprattutto il tentativo di uscire dai disastri economici e sociali prodotti dall'ultima crisi. Le escalations militari da una parte e dall'altra, le tante guerre guerreggiate, le crisi politiche e diplomatiche di cui quella del Qatar è solo un piccolo esempio, non preannunciano nulla di buono. Il recente “incidente” relativo all'abbattimento di un caccia siriano da parte americana nei cieli della Siria la dice lunga sul vero senso di queste guerre e tensioni. L'Isis ormai non c'entra più nulla o quasi, la sua fine è imminente, per cui le vere ragioni dello scontro e i veri volti degli attori di questa guerra emergono più chiaramente. Il capitalismo può superare le sue sempre più profonde crisi solo attraverso la distruzione di valore capitale e la sottrazione di spazi vitali all'avversario e le guerre, più o meno generalizzate, ne sono lo strumento più efficace. E allora guerra alle guerre. Guerra di classe alle guerre che la classe borghese prepara per risolvere i suoi problemi di sopravvivenza economica e politica.

19 giugno 2017, FD
Mercoledì, June 21, 2017