La rivoluzione russa nell’interpretazione volontaristica e spiritualistica di Gramsci

Gramsci scrisse il suo famoso articolo La rivoluzione contro il “Capitale” (Avanti!, 24/ 11/1917) una ventina di giorni dopo gli accadimenti di Pietrogrado. (1) Premettiamo subito che l’articolo è stato in seguito ritenuto – anche da parte di alcuni estimatori delle “idee” di Gramsci – uno scritto impregnato di hegelianesimo e di crocianesimo (Fiori) e definito molto idealistico (Livorsi). L’esasperazione volontaristica, che traspare nell’articolo, veniva poi giustificata dalla polemica gramsciana contro il positivismo, con un confronto che rivalutava in parte l’idealismo tedesco e italiano.

Basti dire che Gramsci esaltava una «rivoluzione avvenuta nelle coscienze» e Lenin veniva presentato come «l’agitatore, il risvegliatore delle anime dormienti». Gramsci definiva poi la rivoluzione dei bolscevichi un insieme «di ideologie più che di fatti». Ma poiché l’idealismo guarderebbe ai “fatti compiuti”, Gramsci testualmente scriveva: «I fatti hanno superato le ideologie. I fatti hanno fatto scoppiare gli schemi critici entro i quali la storia della Russia avrebbe dovuto svolgersi secondo i canoni del materialismo storico. I bolscevichi rinnegano Carlo Marx, affermano con la testimonianza dell'azione esplicata, delle conquiste realizzate, che i canoni del materialismo storico non sono così ferrei come si potrebbe pensare e si è pensato». La volontà umana si affermava contro il materialismo storico e dialettico!

Qualcuno avrebbe poi accennato – cercando di minimizzare il significato dei termini usati nell’articolo – ad un “linguaggio convenzionale” che Gramsci usava per sfuggire alla censura. Forse anche per… accattivarsela, visto che poi quelli che Lenin guidava venivano da Gramsci giudicati «non marxisti»: anche se non rinnegavano «il pensiero immanente» di Marx, tuttavia «rinnegano alcune affermazioni del “Capitale”» rifiutando di farne «una dottrina esteriore, di affermazioni dogmatiche e indiscutibili». Dunque, per Gramsci, una «rivoluzione contro “Il Capitale”».

Il Marx di Gramsci

Le dichiarazioni di Gramsci, al momento della sua iniziale adesione a quello che lui riteneva essere il “marxismo”, erano chiare e inequivocabili: continuando il «pensiero idealistico italiano e tedesco» bisognava riportare in primo piano la volontà degli uomini, una forza capace di trainare con sé l’economia e forgiare la «realtà oggettiva». Questo si leggeva in La rivoluzione contro “il Capitale”.

Fatte queste premesse, Gramsci rafforzava la sua valutazione della rivoluzione di Ottobre in quanto essa gli appariva – nonostante l’arretrata struttura economica presente in Russia – come la rivelazione «di una nuova coscienza morale (…), l'inizio di un ordine nuovo». Ecco che per Gramsci si manifestava la «possibilità di realizzare il socialismo in qualsiasi momento» purché vi fosse la «volontà dei molti» al seguito di una «coscienza di questa volontà, che soltanto una minoranza detiene, e del modo in cui questa minoranza dirige tale volontà verso un fine comune, di modo che questa volontà di molti venga unificata nel campo dell'autorità statale». Siamo davanti ad un atteggiamento chiaramente teso a glorificare il “fattore soggettivo” contrapposto, con finalità determinanti, alla “base oggettiva” da esso modellabile. Seguendo una logica trapelante da un substrato di concezioni – lo ripetiamo – di natura idealistica e volontaristica, Gramsci scriveva: «i rivoluzionari creeranno essi stessi le condizioni necessarie per la realizzazione completa e piena del loro ideale». E nel luglio 1918 in un altro suo articolo, Gramsci negherà l’esistenza in Russia di concentrazioni operaie (si sarebbe trattato solo di «una piccola minoranza»), poiché quella russa altro non era che una società «patriarcale» dove grazie alla propaganda dei bolscevichi sarebbero sorti (per altro questo avvenne già nel 1905) i Soviet degli operai, contadini e soldati. A suo dire, il capitalismo in Russia non era ancora penetrato, né si erano già formate concentrazioni industriali come invece le analisi dei bolscevichi e il sorgere dei Soviet confermavano. Il comunismo, concludeva Gramsci, era quindi realizzabile (in un solo Paese: ecco un’anticipazione dello stalinismo…) nonostante uno scarso sviluppo delle forze produttive organizzate in modo capitalistico. Batti e ribatti, le conclusioni erano sempre le medesime, seguendo quella impostazione ideologica che partiva dal presupposto che «la libertà è la forza immanente della storia, che fa scoppiare ogni schema prestabilito», per cui la storia stessa andava concepita «come sviluppo libero di energie libere, che nascono e si integrano liberamente». Anche un Croce poteva benissimo applaudire queste affermazioni che – ripetiamo – pretendevano di rigettare il materialismo storico e dialettico accusandolo di essere stato inficiato da troppi residui di positivismo oltre che di un eccessivo determinismo ed economicismo.

Cascami idealistici

Di certo, il fascino dell’Ottobre spinse Gramsci ad interpretare subito la Rivoluzione scoppiata in Russia come il formarsi di una “sovrastruttura politica” di tipo socialista, la quale si realizzava nonostante la “base economica” fosse quella di un capitalismo estremamente arretrato, presente in poche zone del Paese. Le relazioni sociali di produzione avrebbero poi subito – era questo il pensiero di Gramsci – l’operare di una “realtà” nella quale si attivavano «forze soggettive volontaristiche»; ecco quindi avverarsi quel primato della politica sulla economia, del soggetto sull’oggetto, tanto caro a Gramsci. Il quale si liberava dal pericolo (in verità presente sempre in molti che si professano seguaci di Marx, anche ai giorni nostri) di una deriva positivista, oggettivista, rigidamente determinista e meccanicista. Ma con dichiarazioni di questo tipo:

Il vero pensiero immanente e vivificatore pone come massimo fattore non i fatti economici bruti, ma l’uomo, ma le società degli uomini che si accostano fra di loro, sviluppano attraverso questi contatti una volontà sociale, collettiva e comprendono i fatti economici e li giudicano e li adeguano alla loro volontà, finché questa diventa la motrice dell’economia, la plasmatrice della realtà oggettiva che vive, e si muove, e acquista carattere di materia tellurica in ebollizione che può essere incanalata dove alla volontà piace, come alla volontà piace.

Gramsci, La rivoluzione contro “Il Capitale”

E con questa spinta idealistica, vi sarebbe poi stato anche il ritorno ad un fiducioso sviluppo gradualistico che faceva rientrare dalla finestra quell’evoluzionismo che Gramsci diceva di osteggiare e che ora ritornava cavalcando l’onda di un volontarismo (popolare) al quale si affidavano le speranze di un futuro migliore. Un “ordine nuovo” da costruirsi al di fuori da imposizioni dottrinarie. Sarebbe stato merito dei bolscevichi, i quali avevano saputo «suscitare in Russia la volontà collettiva popolare». Ancora: «Le volontà si sono messe all’unisono»…

La verità è che fin dai sui primi scritti (vedi la raccolta Scritti giovanili 1914/’18 – Torino 1958) Gramsci annunciava la entrata sulla scena storica del «ritmo della libertà» il quale «governa lo sviluppo». Definiva come «hegelismo marxista» la possibile (per lui) connessione tra economia e politica, ovvero guardava ad un capitalismo da sviluppare in una direzione “socialista”. Come poi avrebbero dovuto essere in pratica “trasformati” i rapporti di produzione fino ad allora dominanti, Gramsci non lo diceva e non lo dirà mai.

Secondo Gramsci la struttura economica subiva l’azione di uomini che «valgono specialmente in quanto sono spirito, in quanto soffrono, comprendono, gioiscono, vogliono o negano…». Si affermava quindi in Gramsci l’idea dei produttori (i lavoratori) che, andando a sostituire direttamente il dominio borghese nella società civile, finalmente esprimerebbero una loro libera coscienza. Evviva quindi la spontaneità, la volontà e la libertà! Che questi pensieri fossero molto chiaramente di marca idealista, nessuno lo può negare.

Affermazioni volontaristiche

Gramsci – che inizialmente aveva seguito anche i pensieri di un Sorel per il quale l’autoritarismo giacobino si accompagnava ad una «mentalità chiusa e gretta» – ora approvava la presa del potere da parte dei bolscevichi che «hanno stabilito la loro dittatura, e stanno elaborando le forme socialiste in cui la rivoluzione dovrà finalmente adagiarsi, per continuare a svilupparsi armonicamente, senza troppo grandi urti, partendo dalle grandi conquiste realizzate oramai». I bolscevichi – secondo Gramsci – sarebbero entrati sulla scena conquistando la maggioranza della popolazione mediamte una liberazione degli spiriti e non con la violenza che fu propria del peggiore giacobinismo, quello che Gramsci respingeva considerandolo una espressione politica esclusivamente borghese (anche in questo d’accordo con Croce). I bolscevichi non solo avevano ignorato le violenze del giacobinismo, ma svolgevano soprattutto una funzione democratica nazionale, conquistando «al nuovo Stato la maggioranza leale del popolo russo», costruendo «lo Stato di tutto il popolo russo». Saremmo stati di fronte ad una piena affermazione, dunque, della volontà degli uomini, che Gramsci considerava, come abbiamo letto, la «vera motrice dell’economia, la plasmatrice della realtà oggettiva». Si trattava – per lui – del muoversi di quel «ritmo della libertà» che «governa lo sviluppo» e consentirebbe un nesso tra economia e politica. Tutto il suo entusiasmo e interesse erano quindi rivolti a quella che riteneva l’accelerazione data dai bolscevichi alla storia, al di là di ogni passiva attesa meccanicistica finalmente travolta da una affermazione idealistiche aspirazioni. Ancora nel luglio del 1918 (su Utopia) per Gramsci la rivoluzione russa era «il dominio della libertà»; dove «lo spontaneismo stava alla base della organizzazione», con una «elevazione umana continua e sistematica…». Per lui, quella dei «massimalisti russi» (i bolscevichi) era diventata una «filosofia della rivoluzione» a seguito della entrata in scena di «una volontà collettiva popolare». (Gramsci, La città futura. 1917-1918, Einaudi 1982, p. 514). E i “massimalisti russi” avrebbero così salvato la nazione, l’«immenso popolo russo», la sua «coscienza collettiva».

Rimproveri di comodo

Quello che Gramsci vedeva nella rivoluzione di Ottobre era il realizzarsi della formula di «slancio vitale della nuova storia russa». E sosteneva l’“idea” che «non la struttura economica determina direttamente l’azione politica, ma l’interpretazione che si dà di essa e delle così dette leggi che ne governano lo svolgimento». Alle leggi economiche (quelle che Marx mise in luce nel loro movimento storico e dialettico, e che sono operanti nel capitalismo) Gramsci contrapponeva l’azione esercitata in «ogni fenomeno storico» dagli interventi dell’individuo e della sua volontà. Esempio: «i socialisti russi (…) sono ora la calamita che muta la disposizione caotica delle molecole umane, e chiarifica gli aggregati».

Lo stesso Togliatti (Gramsci e il leninismo, Associazione di Cultura Marxista, Roma, 1958) scrisse di “errori” e di “affermazioni inaccettabili” a proposito dell’articolo La rivoluzione contro il “Capitale”. Imputava tali errori ad una “aggressività” particolare del pensiero gramsciano, continuando però ad osannarne il “metodo” consistente nella “attenta ricerca del positivo che in qualsiasi posizione avversaria può esistere”. E quando “distrugge” – concludeva Togliati – “lo fa nel modo più radicale…”. Sarebbe il caso di quella che definiva una “liberazione dal pesante e ingombrante involucro dell'interpretazione pedantesca, grettamente materialistica e positivistica che era stata data del pensiero di Marx in Italia”. E quindi, con una certa cautela, Togliatti in definitiva giustificava quegli “errori” del giovane Gramsci in quanto altro non sarebbero stati che una “reazione” alle altrettanto errate interpretazioni presenti in alcuni “agitatori del socialismo”. Finalmente – anche senza uno sviluppo pienamente capitalistico – Gramsci scriveva che si assisteva in Russia ad una «riscossa, una rivoluzione del proletariato con sue rivendicazioni di classe», con «fatti che hanno fatto scoppiare gli schemi critici» e il rispetto dei «canoni del materialismo storico». Si trattava di un errore sostenere questo, commentava Togliatti, ma però “non di sostanza”... Non si sarebbe fatto altro, da parte di Gramsci, che constatare un prevalere dei fatti su dei principi che non si dovevano considerare ferrei. E col classico colpo al cerchio e alla botte, Togliatti – anche se non accettava certe affermazioni di Gramsci – ne condivideva il richiamo al decisivo ruolo di una «volontà sociale, collettiva e popolare» che aveva spinto gli uomini «ad adeguare alla propria volontà i fatti economici». Ed erano proprio queste le conclusioni di Gramsci nell’articolo citato.

Una analisi più seria

La questione sollevata merita un approfondimento oltre le superficiali posizioni di un chiaro opportunismo ideologico e politico, come quello dietro il quale si destreggiava Togliatti. Ed ecco allora che quelli che il giovane Gramsci esternava erano in realtà gli spezzoni (successivamente torneranno a farsi valere) di una cultura quasi tutta coincidente con una rivalutazione del “soggettivismo” contro l’“oggettivismo” (epistemologico, storico, politico) di matrice positivistica (ma che Gramsci – e non solo lui – accomunava all’oggettivismo proprio del materialismo nella sua accezione più realistica). Una cultura che influenzava in quel periodo profondamente molte delle stesse correnti del movimento operaio e veniva attribuita come un contenuto rigidamente meccanico dello stesso marxismo.

Per Gramsci, il ruolo del pensiero e del soggetto erano da ritenersi al contrario fondamentali nella costruzione della storia tout court. Ne risultava un movimento storicistico dal carattere “antieconomicistico”: la concezione materialistica della storia, così come Marx ed Engels l’avevano sviluppata, subiva in Gramsci contaminazioni neoidealistiche che si concludevano respingendo influssi deterministici della struttura economica. Lasciando poi uno spazio privilegiato al ruolo degli intellettuali, nel terreno ideologico-culturale, in favore di questa o quella classe. L’ideologia, l’egemonia culturale, sopravvanzavano l’interesse economico delle classi e su questa strada Gramsci mosse i suoi primi passi di adesione a quella che lui riteneva essere una giusta interpretazione del marxismo, spinto da un convincimento assoluto nella importanza fondamentale della volontà umana, sostenendo appunto il valore del soggettivismo, dell’io e delle idee che da esso scaturivano.

Dava grande rilievo a «un intenso lavorio di critica, di penetrazione culturale, di permeazione di idee». Per questo additava l’illuminismo («periodo anteriore culturale alla rivoluzione francese») come una

magnifica rivoluzione esso stesso [... e grazie al quale] si era formata in tutta l’Europa come una coscienza unitaria, una internazionale spirituale borghese sensibile in ogni sua parte ai dolori e alle disgrazie comuni e che era la preparazione migliore per la rivolta sanguinosa poi verificatasi nella Francia.

Gramsci, Socialismo e cultura, Il Grido del Popolo, 29/1/1916

Era quindi più che evidente, fin dai primi anni, con quali presupposti Gramsci si avviasse verso una adesione al marxismo, la quale – anche dopo il momento giovanile – rimarrà del tutto superficiale: non riuscirà infatti mai a liberarsi da una formazione intellettuale dove, dopo il periodo universitario trascorso a Torino, si erano depositate influenze e residui di stampo idealistico; quelli che lo avevano attratto anche leggendo “riviste fiorentine” come Il Leonardo di Papini e La Voce di Prezzolini e di Salvemini, la Critica di Croce e Gentile, e guardando a filosofie come il neoidealismo e il pragmatismo.

L’attrazione per la filosofia fu inizialmente alimentata dalla scuola antipositivista di un Croce e di un Gentile; Gramsci si definiva anche un ammiratore (filosofico) di Sorel, mostrando pure un proprio avvicinamento ad alcuni aspetti della filosofia di Bergson, dove predominava il “soffio” dello spirito inseguito dalle problematiche dei rapporti con il lavoro e con la natura. Anche Barbusse e Pareto interessarono il giovane Gramsci e certamente contribuirono a quella miscellanea di influssi riscontrabili attraverso un attento esame delle sue concezioni.

Ed ecco, nuovamente, l’interpretazione di un Marx (sia inizialmente sia in seguito) che era ritenuto in fondo come l’elaboratore di una teoria di tipo evolutivo, ottimisticamente sviluppata con l’occhio fisso ad una inevitabile marcia del progresso, e trascurando quella singolarità e individualità (anche di valori etici…) tanto cara invece al giovane sardo. Il tutto trasparirà chiaramente dagli scritti gramsciani e dai “commenti” degli epigoni, soggettivamente impegnati – come “individui” e seguendo l’insegnamento del loro Maestro – a «sentirsi superiori all’esistente».

Critiche a Marx

Gramsci guardò sempre con un certo distacco la critica dell’economia politica condotta da Marx (una analisi, quella di Marx, forse troppo legata a situazioni Ottocentesche: questo uno dei leit motiv che ripetono di solito i “critici” di Marx…). Inoltre in tutta l’opera di Marx rilevava presenti alcuni ambigui elementi, ritenuti propri ad una concezione (quella di Marx…) a tratti finalistica ed eccessivamente profetica del processo storico. Marx era quindi per Gramsci un «pensatore non sistematico», che nei suoi scritti ci aveva lasciato alcuni «passi contraddittori». Lo erano certamente per le idee che Gramsci sviluppava, dal momento che quei “passi” finivano proprio col demolire quella che era, per il pensatore sardo (siamo nel 1917 quando lo scrive in La rivoluzione contro il “Capitale”), una “sua” interpretazione del marxismo:

Il pensiero marxista, quello che non muore mai, è la continuazione del pensiero idealistico italiano e tedesco, e che in Marx si era contaminato di incrostazioni positivistiche e naturalistiche.

Una personale valutazione “filosofica”, quella di Gramsci, completata e confermata quando più tardi, nel carcere, integrerà la sua “filosofia della prassi” e della quale già si avevano tracce nei pensieri di un Gentile. Altri ancora saranno i “rimproveri” indirizzati a Marx, colpevole – sempre secondo Gramsci – di essere ricorso a «metafore tal volta “grossolane e violente” nella loro popolarità»; giudizi negativi che si univano a quelli di un Gentile (ancora) il quale stimava la “filosofia” di Marx “un eclettismo di elementi contraddittori”. La conclusione di Gramsci era piuttosto chiara:

Che Marx abbia introdotto nella sua opera elementi positivistici non meraviglia e si spiega: Marx non era un filosofo di professione e qualche volta dormicchiava anch’egli.

Con in più la premessa che

il marxismo si fonda sull’idealismo filosofico […]. L’idealismo filosofico è una dottrina dell’essere e della conoscenza, secondo la quale questi due concetti si identificano e la realtà è ciò che si conosce teoricamente, il nostro io stesso. (…) Il certo è che l’essenziale della sua dottrina_ (il marxismo – ndr) _è in dipendenza dell’idealismo filosofico e che nello sviluppo ulteriore di questa filosofia è la corrente ideale in cui il movimento proletario e socialista confluisce in aderenza storica.

Misteri della cultura e della poesia, in Scritti giovanili. 1914-1918, Einaudi 1958, pag. 327-328

Un marxismo definito poi filosofia della prassi, dunque, che avrebbe avuto «la mediazione compiuta dalla filosofia idealista» (Gramsci, Quaderni del carcere. Edizione critica dell’Istituto Gramsci a cura di V. Gerratana, Torino, Einaudi, p. 421). In una successiva correzione scriverà di una «combinazione filosofica avvenuta tra la filosofia della praxis e diverse tendenze idealistiche». (Quaderni, pag. 1854)

Precedenti spiritualistici in nome dell’antieconomicismo

L’anno prima della Rivoluzione russa, nel 1916, Gramsci aveva scritto:

"L'uomo è soprattutto spirito, cioè creazione storica, e non natura. (…) Questa coscienza si è formata non sotto il pungolo brutale delle necessità fisiologiche, ma per la riflessione intelligente, prima di alcuni e poi di tutta una classe, sulle ragioni di certi fatti e sui mezzi migliori per convertirli da occasioni di vassallaggio in segnacolo di ribellione e di costruzione sociale." (Gramsci, Socialismo e cultura, in Il Grido del Popolo; 29 gennaio 1916, ora in Scritti giovanili (1914-1918). Einaudi 1958 – pagg. 22-26)

Pagina dopo pagina, non vi sono dubbi sulla presenza in Gramsci di una “formazione spirituale” che tendeva al recupero di residui idealistici e volontaristici sia in campo filosofico sia in quella che di volta in volta sarà poi la sua personale condotta politica. Con la pretesa di correggere alcune delle teorie formulate da Marx, il cui pensiero veniva sempre riletto da Gramsci dandogli una prevalente interpretazione di stampo filosofico, soprattutto per quanto riguardava accadimenti e prospettive sociali ed economiche. Proprio perché in Gramsci, dichiaratamente, non si andava oltre una visione nazionale, il compito del proletariato russo si riduceva, secondo il suo pensiero, a quello di sviluppare – razionalmente – il capitalismo, le forze produttive. Ed il capitalismo, privato o statale, era al momento il modo di produzione che – spinto dalle assolute esigenze di raccolta del massimo profitto e della accumulazione di capitale – meglio e più di ogni altro riusciva a soddisfare quell’obbiettivo (fino ad un certo limite…). Il che spiega, e avremo modo di approfondirlo in altra occasione, le “simpatie” che Gramsci esternerà verso l’americanismo, dopo aver messo in soffitta alcuni principi fondamentali del marxismo. Nei Quaderni del carcere, infatti, Gramsci guarderà all’americanismo e al fordismo addirittura come elementi in funzione positiva adattabili anche in un paese etichettato come socialista (la Russia) e necessariamente (?) costretto a produrre merci per l’esportazione. L’ordine nuovo di Gramsci era certamente un processo complesso il quale esigeva per la sua costruzione una attenta organizzazione del sistema capitalistico di sfruttamento. In effetti, il capitalismo – per Gramsci – risultava essere una “civiltà” più che un modo di produzione: andava quindi “razionalizzato e moralizzato”.

Il collettivismo della miseria

Tornando alla Rivoluzione russa, Gramsci scriveva:

Sarà in principio il collettivismo della miseria, della sofferenza. Ma le stesse condizioni di miseria e di sofferenza sarebbero ereditate da un regime borghese. Il capitalismo non potrebbe subito fare in Russia più di quanto potrà fare il collettivismo. Farebbe oggi molto meno, perché avrebbe subito di contro un proletariato scontento, frenetico, incapace ormai di sopportare per altri i dolori e le amarezze che il disagio economico porterebbe […]. La sofferenza che terrà dietro alla pace potrà essere solo sopportata in quanto i proletari sentiranno che sta nella loro volontà, nella loro tenacia al lavoro di sopprimerla nel minor tempo possibile.

Quindi, in un paese arretrato e stremato dalla guerra (imperialista, prima, e civile, poi), anche il “collettivismo” sarebbe stato – secondo Gramsci – quello «della miseria e della sofferenza» affinché si sviluppassero (a livello nazionale) le forze produttive. Un sviluppo conseguibile solo – e qui Gramsci taglia corto – sacrificando ogni interesse particolare e im­mediato delle masse proletarie a quelli che etichettava come gli «interessi generali e permanenti della classe». E senza un minimo accenno alla esigenza di un quadro internazionale di sviluppo rivoluzionario anticapitalista, ovvero relegando la Russia e la sua economia – in teoria e in pratica – all’interno delle leggi che movimentano il capitalismo nel suo dominio globale. In una “dinamica storica” che avrebbe presto mostrato i suoi catastrofici limiti.

E’ vero – Gramsci si vedeva costretto ad ammetterlo – che si sarebbe formato in Russia un ceto economicamente privilegiato, ma esso non sarebbe stato “identificabile” con la classe politicamente dominante, grazie alle virtù soggettivamente da essa espresse e propagandate dal nuovo Stato. Un compito, questo, che sarà svolto dallo stalinismo, con il proletariato debitamente sfruttato per far grande e potente l’economia nazionale e i dominanti rapporti di produzione!

Nazionalismo e internazionalismo

Ciò che a Gramsci interessava era soprattutto la prospettiva idealistica di un nuovo «clima spirituale» favorevole in Russia alla «edificazione di un nuovo Stato», al di là di ogni «vuota gonfiezza della retorica» (specie quella che per lui era presente in molti punti essenziali della critica della economia politica marxista…).

Da rimarcare, al contrario, che nel medesimo tempo la Sinistra italiana (con a capo Bordiga) era in perfetta sintonia con Lenin il quale annunciava le dimensioni internazionali (sicuramente non nazionali) della rivoluzione proletaria. Con l’Ottobre, in Russia si colpiva l’“anello più debole” del capitalismo mondiale e si inaugurava una nuova epoca. Lenin lo annuncerà chiaramente: «Viva la rivoluzione socialista mondiale!». E su L’Ordine Nuovo (La rivoluzione russa, 11 gennaio 1922) la Sinistra italiana scriveva che il processo rivoluzionario era attuabile in una scala non nazionale ma mondiale:

Lo slancio decisivo verso l’edificazione del comunismo economico sarà possibile solo quando sarà in piedi la grande Repubblica Internazionale dei Soviet, quando sarà un fatto la dittatura almeno dei più progrediti proletariati dell’Europa e dell’America.

Forse anche per queste affermazioni chiaramente non allineate a quella che sarà la ufficiale presentazione del “socialismo in un solo paese”, Bordiga fu poi definito “l’aiutante mascherato del fascismo”. Lo scriveva – su Rassegna sovietica n. 10, 1951, pag. 27 – E. Ja Egerman che era ritenuto il primo autorevole e persino “appassionato” studioso e divulgatore delle “idee” gramsciane in Russia.

Proprio quel Gramsci che al Congresso di Lione del Pcd’I (1926) respingeva la «concezione di estrema sinistra» perché debole di «spirito internazionalista» e con tesi che si sarebbero «collegate a quelle dei partiti controrivoluzionari». Conclusioni gramsciane:

Quelle tesi devono venir combattute con estremo vigore, con una propaganda che dimostri come storicamente spetti al partito russo una funzione predominante e direttiva nella costruzione di una Internazionale comunista e quale è la posizione dello Stato operaio russo – prima ed unica reale conquista della classe operaia nella lotta al potere – nei confronti del movimento operaio internazionale.

Tesi sulla situazione internazionale presentate da Gramsci

E nella nuova linea del Partito si daranno chiare disposizioni:

L'estremismo di sinistra (…) deve essere combattuto come tale, non solo con la propaganda, ma con una azione politica ed eventualmente con misure organizzative.

“Edificazione” dello Stato

Quella che Gramsci andava confermando era la sua particolare visione (il lui rafforzatasi negli anni successivi) riguardante sia la conquista dello Stato borghese sia la stessa «edificazione dello Stato», quello “nuovo”. Guardando agli accadimenti russi, su L’Ordine Nuovo del 7 giugno 1919, completava il suo pensiero scrivendo infatti che

la rivoluzione è tale e non una vuota gonfiezza della retorica, quando si incarna in un tipo di Stato, quando diventa un sistema organizzato del potere.

L’Ordine Nuovo 1919-1920, Einaudi 1987, pag. 57

E addirittura omaggiava Lenin come il «più grande statista dell’Europa contemporanea» e i bolscevichi come «una aristocrazia di statisti che nessun’altra nazione possiede». A loro il merito di riuscire a «conquistare al nuovo Stato la maggioranza leale del popolo russo».

Ancora, nell’articolo Due rivoluzioni (L’Ordine Nuovo, 3 luglio 1920) Gramsci indicava come un «elemento universale» il fatto che la classe operaia russa «si dimostra capace di costruire uno Stato» convincendo e trascinando con sé «la maggioranza della popolazione». Un esempio – per Gramsci – di «azione egemonica» a seguito dell’alleanza tra operai e contadini, fino al «governo operaio e contadino».

Da allora in poi, sarà con questa sua concezione che Gramsci guarderà alla classe operaia come una delle “forze motrici” che avrebbe dovuto «organizzare politicamente tutte le classi oppresse» diventando «il partito di governo in senso democratico». Svolgendo, cioè, una funzione egemonica. (Gramsci, Due rivoluzioni). E’ lo stesso indirizzo politico che tornerà a sostenere più tardi nelle Tesi di Lione (gennaio 1926) a proposito della questione meridionale, affermando che si doveva ai Consigli operai di Torino il merito di aver posto in concreto la questione dell’«egemonia del proletariato». E intendeva la creazione di un sistema di alleanze di classi compreso il consenso delle larghe masse contadine nonché di quelle cattoliche. A condizione che, con «una frattura di carattere organico», si formasse una «tendenza di sinistra nella massa degli intellettuali, orientata verso il proletariato rivoluzionario…». (2)

Egemonie civili

Gramsci arrivò a definire Lenin nei Quaderni (pag. 1235)

il più grande teorico moderno della filosofia della praxis», avendo «rivalutato il fronte di lotta culturale e costruito la dottrina dell’egemonia come complemento della teoria dello Stato forza e come forma attuale della dottrina quarantottesca della ‘rivoluzione permanente’.

Una “formula”, quest’ultima, considerata da Gramsci

propria d’un periodo storico in cui non esistevano ancora i grandi partiti politici di massa e i grandi sindacati economici e la società era ancora, per dir così, allo stato di fluidità sotto molti aspetti.

Quaderni, pag. 1566

Ora per Gramsci (siamo al periodo del carcere) i tempi erano cambiati e a sostegno delle sue costruzioni idealistiche indicava la presenza di una «maggiore autonomia delle economie nazionali dai rapporti economici del mercato mondiale» (in realtà proprio il contrario!) con legami organizzativi interni e internazionali dello Stato meno complessi. Si sarebbe entrati in un periodo storico nel quale prendeva corpo la elaborazione – da parte della scienza politica patrocinata da Gramsci – della nuova formula di “egemonia civile”. (Quaderni, pag. 1566), là dove gli “intellettuali organici” col loro partito (il moderno Principe) si impegnavano nella guida (a nome del proletariato ma soprattutto del popolo…) di strati sociali particolari (in primis i contadini). Si sarebbe formata una «maggioranza nazionale» poiché per il modellarsi delle «condizioni di una economia secondo un piano mondiale, è necessario attraversare fasi molteplici in cui le combinazioni regionali (di gruppi di nazioni) possono essere varie». Nell’attesa, il compito di un nuovo “blocco storico” sarebbe stato quello di modernizzare e “razionalizzare” quanto più possibile la economia del proprio paese.

L’involuzione controrivoluzionaria

Col passar del tempo, soprattutto dall’inizio degli anni Venti, si affievolirà la “speranza” di una possibile radicalizzazione e accelerazione dei processi rivoluzionari, sia per quello al momento circoscritto alla Russia sia per quelli in campo europeo. Contemporaneamente si andava snaturando una coerente politica di classe basata sull’intervento della indispensabile guida politica: i Partiti della classe operaia e in testa a loro l’Internazionale comunista. Per Gramsci, anche se la gioventù era passata, si sarebbe trattato, specie nei tempi diventati sempre più negativi per un attacco frontale contro il capitalismo internazionale, del momento adatto per il passaggio graduale al socialismo attraverso una «guerra di posizione» da condursi in campo politico-culturale-educativo, quale superamento di un’altra formula, quella della “rivoluzione permanente”.

Durante la rivoluzione russa del 1905, fu Trotzky a introdurre il concetto di “rivoluzione permanente” riferendosi ad una continuità temporale che avrebbe dovuto avere come prima istanza il passaggio in Russia dalla rivoluzione democratica a quella socialista. Un compito che spettava al proletariato non solo russo ma a quello europeo:

Senza il diretto appoggio statale del proletariato europeo la classe lavoratrice russa non riuscirà a mantenersi al governo e a trasformare la sua momentanea supremazia in una durevole dittatura socialista.

Trotzky, Bilanci e prospettive

La prospettiva d’avanguardia occupata dalla classe operaia, il legame diretto che la unisce alle campagne rivoluzionarie, l’influenza che ha nell’esercito, tutto ciò la spinge irresistibilmente al potere. Vittoria completa della rivoluzione significa vittoria del proletariato. Il che significa a sua volta carattere ininterrotto della rivoluzione.

Trotzky, La rivoluzione permanente – Einaudi 1967, pagg. 51/52

Anche Lenin, pur polemizzando con Trotzky e ritenendolo troppo categorico nelle sue valutazioni, valutava come indispensabile il concretizzarsi di un movimento rivoluzionario nei paesi europei più avanzati. La Germania in particolare. Solo così si sarebbe consentito alla Russia di avviare le prime misure del programma comunista. Sarà dopo la morte di Lenin (1924) che nelle discussione all’interno del gruppo dirigente russo, a proposito della blasfema prospettiva di “costruzione del socialismo in un solo paese”, prevalsero tematiche ideologico-politiche legate alla conservazione di un potere strettamente nazionale, in una Russia che ormai aveva rotto con ogni tendenza di sinistra internazionalista, là dove ancora era presente in alcuni dei partiti comunisti della Terza Internazionale, quello italiano innanzitutto. Partiti che lo stalinismo (anziché impegnarli e indirizzarli, con il Comintern, nel favorire lo sviluppo della rivoluzione in Occidente) devierà autoritariamente ad una condotta teorico-politica funzionale alla salvaguardia del nascente capitalismo di Stato russo e dei suoi interessi imperialistici.

Va pure detto che se in seguito, nei Quaderni scritti da Gramsci in carcere, troveremo qualche accenno critico verso l’imperante statalismo in Russia, tuttavia Gramsci non andrà oltre (contrariamente a Trotsky e al Bucharin di “Stato totale onnipotente”) ad un rimprovero a Stalin (che difendeva però nella sostanza politica) per il suo eccesso di cesarismo, comunque da ritenersi «progressivo» e distinto da quello «regressivo» di un Mussolini e di un Hitler. (_Quadern_i, p. 1194).

A rimorchio della incipiente controrivoluzione

Nelle condizioni che si formarono in Russia e che contribuirono a gettare il movimento comunista nella confusione tattico-strategica più pericolosa, le concezioni prevalentemente “soggettivistiche” di cui era impregnato il pensiero di Gramsci si rafforzarono. Esse già lo avevano spinto in un primo momento alla esaltazione di un «passaggio a una nuova forma di società» persino attraverso un «suffragio universale» che avrebbe dovuto avere come fine quello di ottenere il “consenso” del proletariato russo attraverso il voto (finalmente una libera espressione della propria volontà!) col quale si sarebbero aperto le porte al socialismo. Gramsci lo scriveva su Il Grido del Popolo, 29 aprile 1917 (Note sulla rivoluzione russa), all’indomani della rivoluzione di febbraio in Russia.

Mai e poi mai una “dittatura di classe” Bensì il trionfo di una “spiritualità democratica” che aveva (sempre secondo Gramsci) conquistato in Russia quella «libertà che fa gli uomini liberi e allarga l’orizzonte morale». Tutti gli uominsarebbero «artefici del loro destino». E definirà poi, dopo l’Ottobre, quello stabilitosi in Russia un «regime di libertà organizzata e controllata dalla maggioranza dei cittadini…». E nel pieno della propria… maturazione politica, si accoderà poi al processo di identificazione del movimento comunista con lo Stato “sovietico”: la Rivoluzione d’Ottobre si era istituzionalizzata e, restringendosi a livello nazionalistico, aveva definitivamente incontrato quelli che erano diventati i suoi limiti storici.

Le rivoluzioni ottocentesche

Siamo nel 1930 (solo 13 anni dopo l’Ottobre) quando Gramsci considererà storicamente finite le «rivoluzioni di stampo ottocentesco»; quella russa era da considerarsi come l’ultima rivoluzione-insurrezione, almeno in Europa e nel mondo “civilizzato”. Il pensiero di Gramsci in proposito lo troviamo formulato nel Quaderno 7 (nota Guerra di movimento e guerra di posizione).

E’ nota l’impostazione che lui dava alla questione:

In Oriente lo Stato era tutto, la società civile era primordiale e gelatinosa; nell'Occidente tra Stato e società civile c'era un giusto rapporto e nel tremolio dello Stato si scorgeva subito una robusta struttura della società civile. Lo Stato era solo una trincea avanzata, dietro cui stava una robusta catena di fortezze e di casematte; piú o meno, da Stato a Stato, si capisce, ma questo appunto domandava un'accurata ricognizione di carattere nazionale.

Quaderni, Note su Machiavelli, Guerra di posizione e guerra manovrata o frontale

Per Gramsci lo Stato era da considerarsi soltanto una trincea avanzata, dietro cui stava una robusta catena di fortezze e di casematte. Se lo immaginava addirittura come una struttura imparziale e non al diretto servizio (con tutte le sue infrastrutture) del capitale, del mercato e degli interessi generali del dominio borghese; diffondeva quindi l’illusione di poterlo usare (altro che distruggerlo!) per l’emancipazione popolare e per ottenere una consensuale collaborazione fra tutti i membri della società civile.

La moderna struttura della società di massa nell’Occidente, la compenetrazione tra Stato e società civile, il peso e l’importanza degli apparati della formazione del consenso: sono questi i principali fattori che portavano il “comunista” sardo a modificare profondamente il concetto di rivoluzione, non solo rispetto alla visione soggettivistica e idealistica formatasi in lui nel periodo giovanile, ma anche rispetto alla concezione classica, anche se a volte convenzionale, della tradizione marxista e leninista.

Uno dei “punti forti” del pensiero di Gramsci era quello riguardante l’insieme degli strumenti “sovrastrutturali” (sia nei loro aspetti sia nei loro contenuti). Li giudicava sulla base di una loro presunta “autonomia relativa” la quale consentiva la opportunità di una «riforma intellettuale e morale» stimolante la volontà collettiva.

Gramsci riteneva di aver scoperto l’esistenza di un “senso comune” diffuso ovunque e tale da richiedere necessarie, e possibili, trasformazioni di tipo molecolare. Per lui occorreva il “consenso” da ottenersi con la elaborazione culturale e ideologica di una nuova «concezione del mondo», un nuovo senso comune di massa, senza (ma qui la contraddizione si faceva evidente) rinnegare apertamente e prioritariamente la divisione della società in classi e facendo ricorso ad iniziative politiche che tendevano alla più alla ricerca di un necessario (per l’interesse popolare e nazionale…) “accomodamento” sociale. Anche questo con rimembranze ideologiche di tipo hegeliano.

Si trattava in definitiva di un insieme di concetti i quali – col mettere in rilievo l’importanza decisiva del consenso, della elaborazione culturale, del senso comune diffuso, del «progresso intellettuale di massa» – ponevano le premesse per una lotta politica esclusivamente democratica, compatibile con la strategia della conquista dell’egemonia e della costituzione di un nuovo “blocco storico”. Sempre a livello di società civile dove, sullo sfondo (non certamente… secondario!) prosperavano invariati rapporti di produzione. Quelli propri del capitalismo. (3)

Società civile

Un ultimo accenno alla società civile. E’ nota la definizione data da Gramsci della società civile: un «insieme di organismi volgarmente detti ‘privati’» (sindacati, partiti politici, chiese, editori, giornali, ecc.), egemonizzati dal «gruppo dominante su tutta la società» attraverso una «direzione intellettuale e morale» tale da ottenere il consenso e la adesione delle classi subalterne. Queste assorbirebbero – lo abbiamo visto sopra – una particolare «concezione del mondo», una «struttura ideologica» che va a sostenere gli interessi specificatamente borghesi. La società civile borghese si anteponeva così allo Stato e da Gramsci era considerata non più come la sfera politica dei diritti-doveri del cittadino sulla base dei rapporti economici-sociali in vigore. Ai suoi occhi essa era – nell’Occidente sviluppato – l’insieme di tutte quelle istituzioni dove si elaborava e diffondeva l’ideologia dominante. Ergo diventava necessaria, prima dello Stato, la conquista – graduale e tramite l’opera degli intellettuali organici – di quelle che Gramsci definiva “fortezze e casematte” della egemonia borghese. Ed era proprio sulla base di queste sue interpretazioni che si spiegava lo stretto rapporto organico di interdipendenza fra struttura e sovrastruttura; un rapporto il quale negava la evidente opposizione (dialettica) esistente fra società e Stato, culminante nella lotta di classe. Gramsci, al contrario di Marx, non guardava all'insieme dei rapporti socio-economici (la struttura), bensì si concentrava sulle sovrastrutture “ideologiche” che – nelle mani e nelle menti degli “intellettuali organici” – avrebbero formato la «volontà collettiva» necessaria alla classe operaia per rendersi “autonoma”. Diventavano così evanescenti i principi che contraddistinguono il marxismo, per il quale la struttura economica va considerata come la base di ogni società civile e sulla quale la società civile si conforma e con essa si relaziona.

In sintesi: per Marx la società civile è la sfera dei rapporti economico-sociali; lo Stato è la sfera della politica e dei diritti-doveri del “cittadino”. La prima è determinante (base reale) nel condizionare la seconda che la sostiene e difende in qualità di una sovrastruttura che non è “costruibile” di per sé, al di fuori o contro quello che è stato il suo “processo genetico”, il suo reale, materiale fondamento. Contrariamente ad ogni tipo di idealismo, il materialismo storico considera la produzione della vita immediata, e la forma delle relazioni che si connettono ad uno specifico modo di produzione, come il fondamento di tutta la storia umana. Quindi – il chiodo va ribattuto – la società civile ci spiega «tutte le varie creazioni teoriche e le forme della coscienza» (Marx-Engels). Nell’ammettere una possibile “evoluzione dello Stato”, esso tuttavia – in quanto lo Stato «è il primo potere ideologico» (Engels) – non avrà mai (con tutte le sue organizzazioni legislative, poliziesche e militari, che ne fanno parte) una propria indipendenza (autonomia) poiché si collega pur sempre alle «condizioni della vita economica della società» e quindi rispecchia «in forma condensata i bisogni economici della classe che domina la produzione». (Engels, Ludwig Feuerbach). La società poggia su uno specifico e storico modo di produzione, fino a costituire con esso una totalità nella quale – come spiegano Marx ed Engels – avviene «anche la reciproca influenza di questi lati diversi l’uno sull’altro». Ma nulla a che vedere con una idealistica “circolarità” (Croce) o con il “blocco storico” di Gramsci. Niente di rigidamente meccanico, sì, ma sempre con determinanti rapporti di natura economica che condizionano la «gigantesca sovrastruttura».

L’insieme dei rapporti di produzione costituisce la struttura economica della società, ossia la base la base reale sulla quale si eleva una sovrastruttura giuridica e politica e alla quale corrispondono forme determinate della coscienza sociale.

Marx, Per la critica dell’economia politica – Editori Riuniti, pag. 5

Più chiari di così!

Davide Casartelli

(1) Al VI Congresso del partito bolscevico (luglio 1917) il Comitato Centrale aveva già deciso l’azione rivoluzionaria (insurrezione armata) che avvenne tra il 6/7 novembre del calendario gregoriano (24/25 ottobre del calendario giuliano). Contrari erano stati Kamenev e Zinoviev, mentre la maggioranza era convinta della probabile estensione a livello europeo della stessa rivoluzione. Il 24 ottobre, con l’arrivo dei delegati del II Congresso dei Soviet, soldati e operai armati costituirono le “guardie rosse”; il giorno successivo furono occupati i punti chiave della città. Alle ore 10 del 25 ottobre Lenin proclamava la fine del Governo Kerenskij e il trasferimento dei poteri al Comitato militare-rivoluzionario, già costituito dal Soviet di Pietrogrado. In serata fu occupato il Palazzo d’Inverno e arrestati i ministri del Governo. Al Congresso dei Soviet (338 delegati bolscevichi su un totale di 648), presso l’Istituto Smol’nyj, fu consegnato il potere conquistato e con la maggioranza dei tre quarti dei voti fu proclamato il nuovo Stato sovietico. Fu subito promulgato il decreto sulla terra e quello sulla pace. Il controllo rivoluzionario si estese in tutta la Russia europea e solo in alcune zone (fra cui Mosca) si verificarono scontri violenti con gli oppositori.

(2) E Lenin nel 1918 aveva detto:

È assolutamente vero che senza una rivoluzione in Germania noi moriremo... Il fatto che siamo arretrati ci ha spinti in avanti e siamo destinati a perire se non potremo reggere sino al momento in cui potremo valerci del possente appoggio degli operai insorti degli altri paesi.

Al III Congresso della Internazionale:

Si è creato un equilibrio estremamente fragile, estremamente instabile... in virtù del quale la Repubblica Socialista può esistere, certo non a lungo, circondata dal capitalismo…

(3) In verità non si trattava d una “idea” del tutto nuova. Persino se andiamo a fondo nei pensieri del socialdemocratico Kautsky, in essi era presente ii formarsi del disegno di una alternativa politica che la classe operaia tedesca avrebbe dovuto adottare per combattere la borghesia e il capitale: si trattava di una “Ermattungstrategie” (strategia del logoramento incentrata sul convincimento ideologico, culturale, delle masse) la quale rifiutava la tentazione… pericolosa di ricorrere ad una “strategia del rovesciamento” (“Niederwerfungstrategie”). E tale era ritenuta dalla maggioranza dei socialdemocratici di allora (ma nulla cambierà poi…) la posizione teorico-politica della Luxemburg, rigettando le sue critiche che definivano la teoria di Kautsky “Nichtalsparliamentarismus” (nient’altro che ‘parlamentarismo’). Non parliamo poi delle varie teorizzazioni del “contropotere” operaio in tempi a noi più vicini!

Sabato, January 13, 2018

Prometeo

Prometeo - Ricerche e battaglie della rivoluzione socialista. Rivista semestrale (giugno e dicembre) fondata nel 1946.

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