Per un’analisi di classe della questione abitativa

I termini del problema abitativo…

Il Corriere della Sera del 4/03/2011 riportava come, a Roma, le case sfitte fossero 245.000, 24 milioni in tutta Italia, un numero enormemente maggiore rispetto al fabbisogno abitativo reale. L’emergere del problema abitativo non ha quindi nulla a che fare con la scarsità di immobili. Il punto sta invece nel modo nel quale gli immobili vengono utilizzati all’interno di questo Sistema: non per soddisfare i bisogni abitativi della popolazione, ma per produrre profitti ed alimentare speculazioni.

Questi sono i termini del problema abitativo nel capitalismo: milioni di proletari sono costretti a pagare cifre esorbitatati per un alloggio, a vivere in case fatiscenti e/o sovraffollate, o a non averne alcuna e ad essere costretti ad occupare, con il sempre più pressante incubo di essere sgomberati e sbattuti in mezzo alla strada, perdendo le proprie cose.

Da un lato la soddisfazione di un bisogno primario che dovrebbe, in una società di liberi ed uguali, essere garantito per tutti, nelle migliori condizioni, senza eccezione alcuna; dall’altro l’incessante sete di profitto per pochi.

… E quelli della condizione proletaria.

Mentre i costi degli affitti sono esorbitanti, i palazzinari e i grandi proprietari immobiliari preferiscono tenere le case sfitte al fine di alimentare la speculazione edilizia.

Viviamo in una realtà economica e sociale nella quale la disoccupazione cresce, la precarietà è strutturale, i giovani lavorano per stipendi da fame ed, in generale, il potere di acquisto dei salari si riduce costantemente. La condizione proletaria, di chi cioè deve lavorare per vivere o è disoccupato, degrada costantemente. Un numero sempre maggiore di lavoratori e famiglie provenienti dalla periferia del capitale stanno fuggendo e cercano accoglienza: cercano rifugio in occidente per scappare dalle miserie e dalle guerre che il capitalismo internazionale ha imposto nei loro paesi di origine.

La questione delle abitazioni - come più in generale la condizione proletaria nel suo complesso, fatta di crescenti sfruttamento, precarietà, disoccupazione e miseria - si fa sempre più drammatica, e richiede risposte su di un piano di classe. Da questo punto di vista affrontare il tema dei bisogni è necessario ma non sufficiente, bisogna quindi avere il coraggio e la forza di inquadrare i problemi anche nel loro significato generale: iniziare cioè, con coscienza politica, a mettere in discussione il Sistema nel suo complesso.

Una breve storia della lotta per gli spazi sociali e abitativi

Alle grandi occupazioni realizzate da migliaia di proletari negli anni ‘70 (San Basilio ‘74 tra tutte), è seguito il reflusso degli anni ‘80 e la progressiva spoliticizzazione del Movimento.

Negli anni ’90 il movimento delle occupazioni ha ripreso nuova linfa con le occupazioni di nuovi spazi sociali, i CSOA, e abitativi. Mentre sul finire degli anni ‘90 l’edilizia popolare e l’equocanone (L.392/78) si riducevano sempre più fino praticamente a scomparire, nel medesimo periodo si facevano largo i molti spazi sociali conquistati con battaglie anche molto significative. Questo nuovo movimento di occupazioni aveva delle caratteristiche diverse dal precedente, non ci si riferiva più al comunismo come termine generale – sebbene spesso troppo generico – per risolvere definitivamente le contraddizioni del capitale. La parola d’ordine che si impose in maniera esclusiva nel corso degli anni ‘90 fu “riappropriazione e lotta per i bisogni”: ogni riferimento alla classe proletaria o all’istanza rivoluzionaria era scomparso. Queste occupazioni rappresentarono sia momenti di costruzione di nuova identità per un Movimento che sempre più ripudiava la politica di classe, sia un calmiere sociale per le moltissime situazioni di emergenza abitativa che il mercato e l’edilizia popolare, asfittica, non riuscivano a soddisfare.

Con il nuovo corso della crisi capitalista – apertasi negli anni ‘70 ma resasi quanto mai aspra a partire dal 2007 - gli spazi di mediazione e tolleranza si sono ridotti in maniera proporzionale tanto al dispiegarsi della crisi stessa, quanto all’incapacità della nostra classe, il proletariato, di esprimere conflittualità sul terreno di classe. Negli ultimi 10 anni, sempre più il movimento delle occupazioni ha incontrato i bisogni di migliaia di proletari italiani e, in larga parte, immigrati. La tematica della lotta per i bisogni e il “diritto all’abitare” è diventata preponderante. Ma nello Stato borghese il diritto è sempre e solo quello dei padroni, per gli sfruttati ciò che conta è invece difendere i propri interessi di classe e, al contempo, costruire le condizioni politiche per arrivare un domani a rovesciare per intero il Sistema, lo Stato e il Diritto della borghesia.

Gli spazi di mediazione tendono a zero

Per anni i movimenti sociali si sono barricati nei centri sociali occupati, nelle occupazioni abitative, hanno fatto fronte agli sgomberi arroccandosi sulla “tematica dei bisogni e dei diritti”, cercando, spesso trovandoli, spazi di mediazione all’interno del sistema attraverso appoggi, consiglieri, sindacati... spazi di mediazione che hanno permesso loro di sopravvivere per decenni, perpetrando l’illusione che fosse possibile “Riappropriarsi progressivamente di ciò che ci spetta di diritto”. Come dicevamo, la crisi da un lato, l’incapacità di esprimere critica, conflitto e prospettiva di classe dall’altro, hanno eroso completamente tali spazi di mediazione. Oggi che l’avversario di classe è vincitore su quasi tutti i fronti, si fa strada sempre più la politica della “tolleranza zero”: i comuni, le municipalità, sono sempre più sottoposti ai dettami del Ministero dell’Interno. Nella crisi il sistema politico di gestione del capitalismo mostra sempre più la faccia arrogante, violenta e reazionaria che per decenni aveva cercato di celare dietro l’illusione democratica e partecipativa: ma è dalla democrazia borghese che, storicamente, è sempre nato il fascismo.

Ma che cos’è questa crisi? Come si esprime?

La crisi economica è strutturale nel capitalismo e segue sempre i momenti di espansione economica. La crisi è dovuta alla scarsezza dei profitti che i grandi capitalisti riescono a realizzare attraverso lo sfruttamento proletario. La crisi dei profitti produce maggiore sfruttamento e crescenti tensioni imperialiste, queste ultime si traducono nella depredazione sistematica di vaste aree del pianeta e in guerre sempre più vaste e sanguinose. È l’imperialismo, è la crisi economica, a produrre condizioni sociali talmente gravi da indurre le migrazioni di massa del nostro tempo, mentre la disoccupazione e lo sfruttamento continuano ad aumentare. Lo Stato borghese passa così progressivamente dai tentativi di gestione democratica e partecipativa delle problematiche sociali alla loro repressione violenta: lo Stato si ridefinisce sempre di più in chiave autoritaria (fascista). Togliendo ogni possibilità di mediazione, ricollocando, oggettivamente, le possibilità di conflitto su di un piano che è sempre più politico, sempre più di classe contro classe: loro o noi, dittatura del padronato o dittatura del proletariato, capitalismo o comunismo.

I media all’attacco

I giornali e i media in generale si fanno sempre più portavoce della “politica dell’emergenza”, nella quale non si discute ma si agisce, non di dialoga ma si reprime. Le continue campagne di panico contro gli immigrati (violenti, stupratori, prepotenti, spacciatori…), come anche, in misura minore e sperimentale, sulle malattie, per i vaccini, sulla pioggia, il caldo etc. Queste campagne, indipendentemente dalla (solitamente nulla) consistenza reale dei fenomeni che denunciano, non fanno altro che esasperare la popolazione, preparando l’opinione pubblica ad accettare ogni controllo sociale, ogni violenza da parte dello Stato. La stampa soffia sul fuoco della guerra tra poveri, italiani contro stranieri, per fomentare l’odio tra sfruttati. Vogliono così impedire che l’odio sociale che questo Sistema per sua natura produce si rivolga, invece, contro il suo obiettivo reale: il Sistema capitalista stesso e la classe dominante che in esso vive nel privilegio.

La politica dell’emergenza

La crisi economica impone a questo Stato – che è sempre e solo lo Stato dei padroni – di ridefinirsi continuamente al fine di conciliare le esigenze della classe dominante. La gestione formalmente democratica dei problemi sociali dimostra l’essenza sostanzialmente fascista ed autoritaria dello Stato borghese. La gestione autoritaria della questione sociale si nasconde dietro il paravento dell’“emergenza” come modello attraverso il quale gestire le situazioni più difficili. Nell’emergenza non si discute, si agisce; non si dialoga, si reprime; i problemi non vengono gestiti… devono scomparire. E chi si oppone va perseguito. Questo paradigma chiarisce meglio di ogni altro la sostanza politica del problema abitativo.

Insufficenza della lotta per i bisogni

È illusorio fare propria la retorica sui “diritti”: il diritto è sempre e solo quello sancito dallo Stato, lo Stato borghese sancisce dei diritti unicamente nella misura in cui sono funzionali allo sfruttamento e quindi al profitto.

È necessario, ma non sufficiente, partire dalla lotta per i “bisogni”: i bisogni sono sicuramente il primo livello dal quale iniziano le lotte e il conflitto, ma limitarsi a questi significa prepararsi alla sconfitta nel momento in cui non si creano strumenti politici più generali di lettura e prospettiva. Sappiamo che lottare per soddisfare i bisogni è necessario, ma al contempo sappiamo che i nostri bisogni, fermo restando il capitalismo, saranno sempre frustrati. Questa è la contraddizione nella quale ci muoviamo, prendere coscienza di questa contraddizione, significa iniziare a sviluppare un ragionamento politico, l’unico che può costruire delle prospettive, oltre l’immediato.

I comunisti internazionalisti e la lotta per la casa. Necessità di radicare coscienza e organizzazione politica rivoluzionaria.

Sviluppare un ragionamento politico proletario, comunista, rivoluzionario, significa avere la capacità di tenere strettamente collegati i due piani della lotta per gli interessi immediati di classe (i bisogni) e della lotta per gli interessi generali di classe (l’affermazione di un nuovo ordine sociale fondato sull’uguaglianza economica e sociale).

Se un errore diffuso è quello di collocarsi su di un piano intermedio e illusorio di risoluzione delle problematiche sociali all’interno e fermo restando il capitalismo, i comunisti internazionalisti intervengono al contrario, con la massima energia, per sostenere e supportare le situazioni nelle quali settori della nostra classe lottano per difendere i propri interessi immediati - l’abitare in questo caso - ma denunciano al contempo ogni illusione democratica, sindacale, denunciano il ruolo dell’Istituzione nazionale o locale, dei falsi amici che siedono nelle stanze del potere. Incitano alla lotta più determinata, mentre invitano ad allargare costantemente il fronte di lotta, a collegare la questione dell’abitare a quella del lavoro, nei suoi vari spezzoni. Il nostro obiettivo è di ricompattare l’intero fronte di classe, a partire dai differenti interessi (bisogni) immediati, verso ciò che è l’interesse comune a tutti gli sfruttati: opporsi al Sistema dello sfruttamento e rovesciarlo.

È alla luce di questa parola d’ordine, e di nessun’altra, che sarà possibile ricompattare la nostra classe e guidarla all’assalto rivoluzionario, la sola azione che potrà soddisfare tutti i nostri bisogni materiali una volta e per sempre.

Questa semplice strategia fa perno sulla necessità di organizzare attorno alla piattaforma politica internazionalista gli elementi migliori e più sensibili che le lotte stesse esprimono. Costruire il partito di classe, un autentico partito proletario e rivoluzionario, significa costruire lo strumento politico della lotta di classe e della sua direzione in chiave rivoluzionaria, naturalmente tutto questo non ha nulla a che vedere con il partecipare alle elezioni o ai vari teatrini democratici: il nostro obiettivo è rovesciare l’intera società da cima a fondo.

Affermiamo chiaramente la nostra identità politica, i nostri intenti ed il nostro programma, perché senza partito rivoluzionario ogni rivolta sarà condannata ad esaurirsi nel Sistema.

Ci impegniamo a pieno affinché un autentica organizzazione rivoluzionaria cresca, a partire dall’intervento nelle lotte della nostra classe, per dare loro maggiore profondità e prospettiva, per far si che i singoli episodi diventino parti di una battaglia più generale, complessiva, mondiale, di tutti gli sfruttati, di tutti i proletari del mondo: per farla finita una volta e per tutte con questa società capitalista che quotidianamente ci calpesta, ci umilia, ci opprime.

Non ci fermeremo mai, almeno fino a che l’unica legge che governerà il mondo intero sarà:

Da ognuno secono le proprie capacità ad ognuno secondo i propri bisogni.

Le compagne e i compagni del Partito Comunista Internazionalista.

Apriamo un confronto franco e aperto, il mondo sarà nostro, se avremo la capacità di conquistarlo. Dipende anche da te. Dipende da noi.

Martedì, November 21, 2017

Battaglia Comunista

Mensile del Partito Comunista Internazionalista, fondato nel 1945.

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