Verso la grande bellezza... dice il governo

Il paese può guardare con soddisfazione al presente e anticipare con ottimismo il futuro (1).

No, anche se si assomigliano come due gocce d'acqua, queste parole non sono uscite dalla bocca del primo ministro Conte, ma dal presidente degli Stati Uniti Coolidge, solo alcuni mesi prima che scoppiasse la più grave crisi – finora – del capitalismo. Per ignoranza, malafede o tutte e due le cose insieme, evidentemente il personale politico della borghesia fatica a leggere la realtà che ha davanti agli occhi, anche perché – non da ultimo – potrebbe correre il rischio di dover alzare il suo nobile fondoschiena dalle poltrone a cui è saldamente attaccato, e passare la mano ad altri personaggi del mondo borghese, a torto o a ragione ritenuti più idonei all'amministrazione del sistema. Il governo giallo-verde o, per usare un'espressione del fondatore di Emergency, il governo di “fascisti e c...”, buttato a palazzo Chigi da un'ondata di rabbia e di speranze popolari – confuse e ancor più mal riposte – ha promesso mari e monti, contando sul fatto che la crescita dell'economia italiana permettesse di trovare quei miliardi con cui almeno fingere di tradurre in pratica le promesse mirabolanti sparse a piene mani in campagna elettorale. Che fossero sbruffonate degne dei personaggi che le partorivano, era chiaro non solo alle sparute forze comuniste in circolazione o a quelle meno ingenue del riformismo, ma anche – naturalmente – alle teste pensanti della borghesia che, per non dover campare col cadreghino, possono permettersi il lusso di prendere atto dell'andamento economico così com'è – anzi, sono pagate per farlo – e non come gli avventurieri del politicantismo vorrebbero che fosse. Conte, illustrando l'azione di politica economica del governo per il 2019, aveva affermato che questo «sarà un anno bellissimo»; il suo “vice” Di Maio prospettava un nuovo boom economico da anni '60: l'eco della fanfara (o fanfaronate) non si era ancora spento, che le bandiere dell'ottimismo governativo sono state sbrindellate da una raffica di previsioni, prima, di dati, poi, ridimensionanti di molto il radioso avvenire che ci aspetterebbe. Anche se, come ipotizzano alcuni, le previsioni sono interessate, venendo da quei “poteri forti” che hanno scarsa simpatia per il governo, possono però essere indicative di una direzione, coerente con le tendenze dell'economia italiana e di quella internazionale. I dati, arrivati successivamente, hanno confermato i timori contenuti nelle previsioni stesse. Ma andiamo con ordine.

Il governo, per strappare all'Unione Europea alcune modestissime concessioni sulla cosiddetta “Quota 100” e sul non meno cosiddetto “Reddito di Cittadinanza” - scarsi risultati spacciati per grandi vittorie – aveva presentato previsioni di crescita economica dell'1,2% nel 2018 e dell'1,5% nel 2019. Senza quella “crescita” (per altro molto lontana dalle “performances” degli anni '60 del secolo scorso), il rospo ingoiato a Bruxelles, cioè il deficit al 2,04% del Pil, si gonfierebbe, costringendo il governo a prendere interventi economico-finanziari che metterebbero le mani ben in fondo alle “tasche degli italiani”, come e forse anche di più dei governi precedenti. Naturalmente, sappiamo bene a quali classi e a quali strati sociali appartengono “gli italiani” in questione: il mondo del lavoro salariato-dipendente, il proletariato autoctono e immigrato, settori – in aumento – di piccola borghesia impoverita dalla crisi e sempre più vicina, dal punto di vista economico-sociale, al proletariato stesso. Che poi una parte di tutta questa “gente” abbia votato per i partiti al governo può sembrare un paradosso, ma dimostra una volta di più come la democrazia borghese sia un eccellente strumento truffaldino – il migliore, in certe fasi storiche – perché opprime con il consenso degli oppressi. Ma per tornare alla questione, la Banca d'Italia ha previsto, per il 2019, una crescita dello 0,6% e la UE addirittura dello 0,2%. È ovvio che con uno scostamento simile, tutta la politica economica del governo andrebbe rivista e si riaprirebbe alla grande la stagione – per altro mai chiusa – di lacrime e sangue per la classe lavoratrice, parte largamente maggioritaria di quel “popolo” che i “fasci-c...” di cui sopra pretendono di rappresentare. Per questo, il premier e i suoi “vice” hanno nuovamente ostentato ottimismo rassicurante mentre Tria, invece, ha recitato la parte del duro, qualificando come sabotaggio dello sforzo nazionale la diffusione di quelle previsioni.

Boicottaggio o meno, fatto sta che uno dopo l'altro sono arrivati i dati (non le ipotesi), i quali certificano che il Pil negli ultimi due trimestri del 2018 è calato rispettivamente dello 0,1% e dello 0,2%: poca roba, forse, ma sufficiente per parlare di recessione, sia pure “tecnica”. A questo quadro poco brillante, diciamo così, si aggiungono i numeri sulla produzione industriale, scesa in dicembre del 7,3%, una caduta come quella del 2009, considerata la peggiore degli anni della crisi scoppiata nel 2007-2008. Ma è tutto il 2018, non solo dicembre, a segnare un pesante arretramento per quasi tutta l'industria manifatturiera; infine, classica, e non sorprendente, ciliegia sulla torta, anche il debito pubblico è salito, al 132,1% del Pil. Se questi numeri non verranno corretti al rialzo nei prossimi mesi, il governo, come s'è appena detto, farà molta fatica a distribuire le briciole avvelenate che dovrebbero cadere dalla tovaglia di “Quota 100” e del “Reddito di Cittadinanza”. L'attuale “gang” alla guida delle istituzioni borghesi, condividendo i pregiudizi del pensiero economico dominante (2), sperava e spera che attraverso il rilancio – deboluccio (3)... - dei consumi, l'economia si rimetta in moto, incapace di comprendere che nel capitalismo la distribuzione, quindi il consumo, è subordinata alla produzione, di plusvalore per la precisione, non genericamente di cose o servizi utili (e meno utili). Se il plusvalore estorto nella produzione – lo sfruttamento della forza lavoro – non è sufficiente rispetto alla composizione organica del capitale, ai capitali investiti, per quanto grande possa essere e per quanto dure siano le forme dello sfruttamento, allora l'economia rallenta e si inceppa: è la crisi. Questo è il quadro in cui da mezzo secolo circa si muove, con alti e bassi, l'economia internazionale, un quadro che noi, in piccolissima compagnia, abbiamo visto fin dal suo primo manifestarsi e che oggi viene indicato anche da voci che non appartengono certo al campo comunista internazionalista:

"L'economia italiana è in rallentamento da oltre 50 anni. Questa caratteristica è comune a quasi tutte [noi togliamo il “quasi”, ndr] le economie avanzate. Ma ciò che distingue l'Italia è che dopo il 1992 cresce sistematicamente di meno (4).

Tra i “perché” cresca di meno c'è anche quello del nanismo ossia delle dimensioni troppo piccole delle imprese industriali (la gran parte di esse), che non sono in grado di effettuare investimenti tali da poter affrontare la concorrenza internazionale. Il tanto decantato “piccolo è bello” di trent'anni fa, vale a dire l'elogio della piccola impresa, perché – si diceva – più agile nell'adattarsi agli imprevisti del mercato, prima o poi doveva mostrarsi per quello che è: una “bufala” ideologica buona solo per mascherare le modalità poco “sofisticate” di supersfruttamento su cui si reggono tante piccole aziende. Certo è, però, che eventuali investimenti massicci in tecnologia provocherebbero un'ondata di licenziamenti e, in ogni caso, la spietatezza nell'estorsione del plusvalore non sarebbe attenuata dall'installazione di robot e catene di montaggio più moderne. L'esperienza di chi lavora nelle fabbriche medio-grandi, dal macchinario tecnologicamente più avanzato, lo prova indiscutibilmente. In ogni caso, il capitale, ovunque, è letteralmente ossessionato dal problema di estorcere quanto più plusvalore possibile, premessa indispensabile di una possibile ripresa del mercato e da questa strada non intende derogare. Se la soluzione dei problemi fosse la crescita dei consumi, basterebbe aumentare, sul serio, salari e pensioni, estendere l'occupazione mandando a casa gli anziani e assumendo i giovani, accorciare il tempo di lavoro e abolire la precarietà, sinonimo di redditi scarsi e intermittenti. Invece, il capitale sta facendo, da decenni, il contrario, in Italia e nel resto del mondo, col risultato che la ricchezza si concentra in poche mani e la gran massa del “popolo lavoratore” (disoccupati inclusi) diventa sempre più povero. Nonostante lo sconcertante ottimismo di un “uomo qualunque” sbalzato ai vertici dello stato dalle circostanze della vita (borghese), non crediamo affatto che questo o un altro governo borghese abolirà la povertà: è decisamente più probabile, per usare un eufemismo, il contrario. Lasciamo a Di Maio i suoi balocchi ideologici, certi che la realtà, purtroppo per il proletariato, si incaricherà di romperglieli, com'era già capitato a suoi illustri predecessori (5). Nessun politico borghese potrà mai abolire le contraddizioni insanabili del modo di produzione capitalistico.

Uno dei problemi che le avanguardie comuniste si trovano ad affrontare, soprattutto in periodi di crisi, consiste nel come fare a impedire che settori piccoli o grandi della nostra classe, una volta svegliati bruscamente da un'illusione borghese, non ricadano in un'altra, magari dai connotati più apertamente carogneschi o, per ricominciare il giro, “democratico-progressisti”. E' un compito enorme che, per i numeri di cui dispongono, le sparute organizzazioni rivoluzionarie da sole non possono assolvere efficacemente: non sarebbe il caso di tirarsi su le maniche, di stare un po' meno alla finestra e di “scendere sul campo di battaglia”?

CB

(1) Discorso tenuto il 4 dicembre 1928 dal presidente americano Coolidge, in Boyer-Morais, Storia del movimento operaio negli Stati Uniti, Bari, De Donato, 1974, pag. 360.

(2) Pregiudizi condivisi anche dalla tendenza “eterodossa” riformista-keynesiana.

(3) La Conferesercenti ha previsto, per il 2019, poco più di tre miliardi in meno di consumi, in linea con l'andamento degli anni precedenti.

(4) Mauro Gallegati, il manifesto, 20 febbraio 2019.

(5) Giusto per fare un esempio di ottimismo, o irresponsabilità, borghese, il presidente americano Hoover, nel 1929, a un passo dalla Grande Crisi!, non aveva nessuno pudore a dire che «Oggi in America noi siamo più vicini al trionfo finale sulla povertà di quanto non si sia mai verificato nella storia di alcun paese. Gli ospizi dei poveri stanno svanendo dalla nostra società», in Boyer-Morais, cit., pag. 368.

Sabato, March 9, 2019

Battaglia Comunista

Mensile del Partito Comunista Internazionalista, fondato nel 1945.

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