Crisi in Indonesia - Il grande capitale scarica Suharto

La crisi economica che ha colpito tutta l’area del sud-est asiatico ha fatto la sua prima vittima politica. Dopo trent’anni di dominio assoluto, il generale Suharto, abbandonato da quelle stesse forze che lo hanno fin qui sorretto, è stato costretto ad abbandonare la guida del più grande paese islamico del mondo. Salito al potere nel 1967, Suharto, grazie all’incondizionato appoggio della diplomazia americana, ha trasformato l’Indonesia in una sorta di affare di famiglia dando vita, in tre decenni di dittatura, insieme al proprio entourage, a quello che eufemisticamente viene definito il perfetto “capitalismo familiare”.

Le recenti manifestazioni studentesche e la drammatica condizione economica del paese, hanno spinto gli Stati Uniti e il Fondo Monetario Internazionale ad abbandonare al proprio destino quello che sin da quando all’inizio della sua ascesa politica, non aveva esitato a eliminare con atroci esecuzioni circa un milione di proletari, era stato il loro uomo di fiducia negli affari indonesiani. Ma ora lui e la sua famiglia rischiavano, con la loro solo presenza, di far diventare incandescente una situazione già esplosiva. Si è così optato per un’uscita di scena del vecchio dittatore soffice, non epocale come vorrebbe far credere la stampa borghese; infatti il nuovo capo di stato Habibie, è uomo legato mani e piedi al regime.

Ma per una migliore comprensione degli ultimi eventi che hanno scosso la vita politica indonesiana è necessario ripercorrere, sia pure brevemente, le varie tappe che hanno portato il paese sull’orlo della catastrofe economico-finanziaria.

L’Indonesia, con i suoi 200 milioni di abitanti, ha svolto nei decenni passati un ruolo importante nell’ambito degli equilibri economici tra le cosiddette tigri asiatiche. La sua economia, integralmente legata a quella degli altri paesi dell’area asiatica, negli ultimi 25 anni e fino alla crisi dell’inizio di questo decennio ha conosciuto un periodo di rapido quanto tumultuoso sviluppo economico. La propaganda borghese, sempre pronta a esaltare le virtù del mercato, ha individuato nelle tigri asiatiche l’esempio migliore degli attuali processi di globalizzazione dell’economia. Aggressivi sul piano della concorrenza internazionale, capaci di competere con i giganti dell’economia, i paesi del sud-est asiatico spesso sono stati indicati come il maggior pericolo commerciale dal quale difendersi nel prossimo futuro. Nel corso degli ultimi trenta anni i paesi del sud-est asiatico hanno fatto registrare una spettacolare crescita del prodotto interno lordo. Ma la crisi finanziaria che ha colpito i paesi dell’area ha smentito clamorosamente le previsioni della borghesia internazionale; le tigri asiatiche hanno “tradito” le attese precipitando in una drammatica crisi economica-finanziaria i cui effetti rischiano di travolgere l’intero sistema capitalistico.

La crisi finanziaria che ha colpito i paesi del sud-est asiatico è la conseguenza delle contraddizioni accumulate in questi decenni nell’ambito dei rapporti economici internazionali. In questi ultimi anni è andato in crisi un modello di sviluppo che aveva consentito all’intera regione di industrializzarsi e diventare competitiva sui mercati mondiali. Un meccanismo economico molto semplice che si è basato sull’equilibrio di due movimenti tra di loro contraddittori. Infatti da un lato le tigri asiatiche, grazie all’attrattiva dei bassi salari, potevano contare sull’afflusso costante di capitali stranieri che garantivano il finanziamento delle economie, dall’altro, le esportazioni delle merci sul mercato mondiale garantivano un equilibrio nei conti con l’estero. Questo meccanismo ha determinato che i paesi del sud-est asiatico orientassero le loro economie esclusivamente verso il mercato estero. Per le tigri, esportare i propri prodotti era un imperativo categorico per due ordini di motivi: primo, perché le merci prodotte, a causa di una domanda interna blanda, non potevano che essere vendute sui mercati internazionali; secondo, perché i proventi delle esportazioni servivano a controbilanciare il passivo derivante dall’importazione di capitali.

Per evitare che l’afflusso di capitali si traducesse in importazione d’inflazione, tutte le monete dell’area del sud-est asiatiche si sono ancorate al dollaro statunitense. La parità fissa delle monete nazionali con il biglietto verde ha dato nel corso degli anni ottanta e primi anni novanta degli indubbi vantaggi alle economie delle tigri asiatiche. Infatti l’ancoraggio al dollaro non solo ha permesso loro di avere capitali a tassi d’interesse più bassi rispetto a quelli che si avrebbero avuti senza la parità fissa e in più, grazie al costante deprezzamento del dollaro rispetto alla moneta giapponese, le tigri asiatiche hanno potuto incrementare le esportazioni verso il Giappone e il resto del mondo.

La situazione economica per molti paesi asiatici precipita quando nel 1995 gli Stati Uniti decidono di rivalutare il dollaro rispetto alla moneta nipponica. Con la repentina impennata del dollaro e la conseguente svalutazione dello yen le economie delle tigri asiatiche hanno visto paurosamente restringersi i mercati nei quali esportavano. A questo punto, i meccanismi della crisi economica sono esplosi in tutta la loro violenza, aggravati dal fatto che le banche centrali dei paesi del sud-est asiatico, per mantenere la parità fissa della propria moneta rispetto al dollaro, hanno giocato la carta dell’aumento dei tassi d’interesse. Tale aumento, incentivando lo spostamento dei capitali dal mercato azionario a quello dei titoli sul debito pubblico, ha determinato un’inversione di tendenza nella crescita degli indici azionari. Nella scorsa estate è finito miseramente il boom delle borse e il grande capitale finanziario è scappato verso mercati ritenuti più sicuri e soprattutto più remunerativi.

L’Indonesia è tra i paesi dell’area che maggiormente ha risentito degli effetti della crisi economico-finanziaria. Già la scorsa estate, immediatamente dopo il crollo degli indici azionari e la svalutazione della Rupia, il paese è stato interessato da scioperi e manifestazioni di protesta di lavoratori che si opponevano alla politica dei sacrifici imposta dal governo Suharto. Nella prima fase della crisi, l’Indonesia ha cercato di dare un’autonoma risoluzione ai problemi posti dallo scoppio della bolla speculativa e Suharto, per stabilizzare le Rupia ha cercato di dar vita al cosiddetto Currency Board, un sistema monetario in base al quale l’emissione di moneta è meccanicamente dipendente dalle entrate di riserve monetarie estere. L’intento del governo indonesiano era chiaramente indirizzato a riconquistare la fiducia dei mercati internazionali per rilanciare l’economia del paese; ma il tentativo è abortito sul nascere ed anche Suharto si è dovuto affidare alle cure da cavallo imposte dal Fondo Monetario Internazionale che ha subordinato l’erogazione di oltre 40 miliardi di dollari all’applicazione di radicali riforme. Le linee guida del piano di riforma elaborato da FMI sono essenzialmente tre: completa liberalizzazione del mercato finanziario indonesiano, avvio di una politica antimonopolistica ed infine blocco dei sussidi e degli aiuti alla popolazione.

L’applicazione di tali provvedimenti ha comportato un aumento vertiginoso del livello dei prezzi dei beni di prima necessità e lo scoppio della protesta. Alle iniziali manifestazioni di rabbia e di protesta di ampi settori del proletariato, hanno fatto seguito le recenti manifestazioni studentesche che hanno portato alle dimissioni di Suharto. Come sempre accade in assenza di una guida politica di classe capace di indirizzare le lotte spontanee della classe operaia, le manifestazioni di protesta sono state rapidamente ricondotte nel pantano delle compatibilità capitalistiche. La scena politica è stata occupata da soggetti sociali appartenenti alla piccola e media borghesia, quali sono gli studenti universitari indonesiani, che nella loro miope azione di protesta hanno esclusivamente facilitato il ricambio nella gestione del potere. Al posto di Suharto, scaricato dal Fondo Monetario e soprattutto dagli Stati Uniti, sarà Habibie a portare fino in fondo i programmi di riforma imposti dal FMI. Possono cambiare i governi ma non le politiche dei sacrifici finché il proletariato non si ricompatta intorno al programma di classe per abbattere definitivamente l’intera struttura capitalistica.

L.P.

Battaglia Comunista

Mensile del Partito Comunista Internazionalista, fondato nel 1945.