Recensione a “Maximum City, Bombay città degli eccessi”

Secondo l’Organizzazione delle Nazioni Unite alla fine del 2006 il numero degli abitanti delle città ha superato quello delle campagna. Per la prima volta nella storia dell’umanità i “cittadini” rappresentano la maggioranza della popolazione mondiale. Da comunisti sappiamo che nell’ambito del modo di produzione capitalistico il rapporto tra città e campagna è stato sempre di natura contraddittoria e che la tendenza di lungo periodo vede la forma dell’organizzazione cittadina dominare sul mondo rurale, considerato dai più un mero retaggio del passato.

Non si tratta di prendere atto del dato statistico che segna simbolicamente la definitiva vittoria della città sulla campagna, ma considerare come tutto questo abbia delle inevitabili conseguenze sul piano della composizione di classe del moderno proletariato su scala mondiale. Sono le città i luoghi dove la stragrande maggioranza dei proletari vivono, producono, lottano e subiscono sempre più intensamente lo sfruttamento capitalistico. Cercare di comprendere le dinamiche urbanistiche e sociali che alimentano la vita all’interno di queste grandi concentrazioni umane e di fondamentale importanza per comprendere la composizione del moderno proletariato. Non possiamo pensare che il processo di formazione della coscienza di classe possa essere un dato di fatto acquisito per sempre dai proletari e quindi riproporre meccanicamente gli stessi schemi politici. Vivere negli slums non è la stessa cosa che vivere nelle grandi città industriali del secolo scorso. Cambiano le modalità con le quali gli individui si rapportano tra di loro e tutto ciò si riflette inevitabilmente sul modo in cui quegli stessi individui percepiscono il loro essere proletari.

Nella letteratura che si sta formando sull’argomento delle grandi concentrazioni urbane, le megalopoli, merita la nostra attenzione l’ultimo lavoro dello studioso indiano Suketu Mehta che recentemente ha scritto il libro “Maximum City. Bombay, la città degli eccessi”, pubblicato in Italia da Einaudi. Il quadro che esce fuori dalla lettura del corposo reportage sulla megalopoli indiana, che recentemente ha cambiato il proprio nome in Mumbai, contraddice clamorosamente le iperbole che sono state costruire dalla propaganda borghese sullo sviluppo economico dell’India. Mehta conduce un’indagine in perfetto stile dickensiano, andando a scovare la realtà quotidiana e le gesta di molti personaggi che alimentano la vita nei bassifondi della città. Fogne a cielo aperto, milioni di ratti che contendono lo spazio vitale ad altri milioni di essere umani, lotte fra bande musulmane e indù, una polizia sempre di più corrotta, questo è il quadro che lo Suketu Mehta dipinge della grande megalopoli del sub continente indiano. Una città soffocante dove nello slum più popoloso dell’intera India vivono in un solo chilometro quadrato ben quattrocento mila individui.

Mehta ci aiuta a non commettere l’errore di considerare questi individui dei parassiti che vivono di accattonaggio ed altri espedienti vari, in breve una sorta di sottoproletariato moderno. Anzi sono descritte in maniera minuziosa i meccanismi economici dello sfruttamento capitalistico in cui sono stati catapultati in questi ultimi decenni i milioni di proletari che animano la grande città di Mumbai. Mano d’opera a basso costo disposta a subire le condizione più bieche pur di sfuggire ai morsi della fame. Nel libro sono inoltre descritte, con la consueta arte letteraria, le diverse forme di solidarietà che si creano all’interno degli slums e che difficilmente sono riscontrabili nelle città industriali della vecchia Europa o nord americane; solidarietà che in un certo qual modo necessarie per fronteggiare le disastrose condizioni d’esistenza in cui sono costretti a vivere dal capitale. Un libro sicuramente da leggere, anche per capire la realtà del capitale nella periferia del mondo.

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Battaglia Comunista

Mensile del Partito Comunista Internazionalista, fondato nel 1945.

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