La dequalificazione e la crisi economica all’origine del lavoro precario

Siamo in piena campagna elettorale e nessun raggruppamento politico ha minimamente prestato la propria attenzione al drammatico problema della precarietà del lavoro.

Se dovessimo dare ascolto ai bombardamenti mediatici di queste settimane sembrerebbe che l’unico problema che il paese deve risolvere è quella della stabilità politica. Destra e sinistra concordano sul fatto che per ridare fiducia all’azienda Italia occorre fare una nuova legge elettorale per dare al paese un governo stabile e capace di prendere delle decisioni, ovviamente in difesa degli interessi della borghesia e sempre contro il proletariato.

L’assordante silenzio sui problemi della precarietà ci ha fatto sorgere un dubbio: non è che siamo stati disattenti noi e negli ultimi due anni il governo Prodi ha finalmente risolto le angosce e i drammi di milioni di lavoratori? Forse sono state varate delle nuove norme che hanno abolito tutti i contratti a tempo determinato, part time, interinale, a progetto, in affitto e chi più ne ha più ne metta?

No, non ci siamo distratti e la precarietà del lavoro, la sempre più totale sussunzione dei lavoratori agli interessi del capitale è cresciuta in questi ultimi anni in termini esponenziali. I rappresentanti della borghesia ignorando il problema, non trattandolo pubblicamente, sperano che possa non emergere nella campagna elettorale in corso. Come potrebbe, d’altra parte, lo schieramento di centrodestra inserire nel proprio programma il tema della precarietà se sono stati loro a varare molti dei provvedimenti, tra gli altri la famigerata legge Biagi, che hanno favorito la precarizzazione del lavoro? E nello stesso tempo i rappresentanti del centrosinistra con quale faccia tosta potrebbero sfruttare tale argomento per accaparrarsi qualche pugno di voti, se per due anni non hanno mosso un dito per modificare il quadro normativo? Inoltre non dimentichiamo che sono stati gli attuali rappresentanti del Partito democratico e della Sinistra Arcobaleno ad introdurre in Italia, agli inizi degli anni novanta del secolo scorso, i primi provvedimenti di precarizzazione del lavoro, Treu docet! Tanto meglio glissare, sperando che dal mondo del lavoro non parta una vera opposizione sociale a tale stato di cose.

Il fenomeno della precarietà del lavoro ovviamente non interessa soltanto il Belpaese, ma il capitalismo a livello planetario. Il fenomeno si è così diffuso che in Italia il numero di lavoratori precari, secondo i dati contenuti nell’ultimo libro di Luciano Gallino “Il lavoro non è una merce” - Laterza, superai gli undici milioni. Una cifra enorme che deve far riflettere anche sulle conseguenze di natura sociale e psicologica che tale fenomeno determina.

Se allarghiamo i nostri orizzonti d’indagine all’intero sistema capitalistico, possiamo osservare che i lavoratori precari sono ormai centinaia di milioni.

Parallelamente alla precarizzazione del lavoro in questi ultimi decenni è cresciuto a dismisura il fenomeno della schiavitù. Milioni di lavoratori vivono condizioni di lavoro coatto, in condizioni che il capitalismo sembrava aver definitivamente superato, ma che la fame di profitto sta drammaticamente riportando alla ribalta della cronaca. Precarizzazione e nuove forme di schiavitù solo in apparenza possono sembrare due fenomeni tra di loro in antitesi, in realtà rappresentano una risposta del capitale alla sua crisi. Infatti, se la precarizzazione del rapporto di lavoro in apparenza rende il lavoratore più libero subordinandolo solo per un breve e saltuario periodo di tempo, nella realtà la sua sussunzione al dominio del capitale lo rende identico alle nuove figure di schiavi salariati.

Se è vero che sono stati i meccanismi della crisi capitalistica a determinare nuove strade per lo sfruttamento della forza lavoro, modificando profondamente sia gli ambienti di lavoro sia gli stessi rapporti giuridici, nella precarizzazione ha giocato un ruolo fondamentale la dequalificazione del lavoro. In un contesto in cui il lavoro è altamente professionalizzato non è minimamente ipotizzabile introdurre quei rapporti giuridici che rendono il lavoro precario. Pochi esempi possono chiarire questo concetto, sul quale pensiamo di ritornare in modo più organico in un’altra occasione. Prendiamo un processo produttivo che richiede un lavoro particolarmente qualificato, come può essere stato il macchinista delle ferrovie. Per formare un lavoratore con queste caratteristiche erano necesari, ma in parte lo sono anche ora, anni d’apprendistato e d’accompagnamento con personale più esperto. La normativa prevedeva che un macchinista per poter condurre un treno in completa autonoma doveva aver svolto il proprio lavoro per alcuni anni. Quello del macchinista è solo un esempio, tutto il mondo della fabbrica richiedeva una qualificazione del lavoro operaio; lo stesso lavoro nel terziario richiedeva conoscenze tecni che e/o giuridiche acquisibili solo dopo anni di lavoro. In un simile contesto per il capitale rendere precario il lavoro non era conveniente. Se per formare un lavoratore, infatti, era richiesto un periodo di tempo abbastanza lungo è evidente che il capitalista aveva tutta la convenienza a rendere stabile il rapporto di lavoro. Il contratto a tempo indeterminato ha svolto storicamente tale funzione, ossia di vincolare il lavoratore per un periodo tanto lungo da consentire al capitalista l’ammortamento dei costi sostenuti per la qualificazione e formazione della forza-lavoro.

La dequalificazione del lavoro ha creato i presupposti tecnici affinché il rapporto lavorativo fosse sempre più precarizzato. Non è un caso che le nuove forme di lavoro precario si siano affermate prima nell’ambito del terziario avanzato dove la qualificazione del lavoro è veramente bassa, per poi estendersi a tutto il mondo del lavoro. Un lavoratore con pochissima professionalità può essere facilmente sostituito con un suo pari, tant’é che bastano poche giornate di formazione per qualificarlo ed inserirlo nel ciclo produttivo. Se è vero che è stata la crisi del capitale a favorire l’affermarsi di nuove forme nel rapporto tra capitale e lavoro è con la dequalificazione che si sono creati ulteriori presupposti per rendere precario il lavoro, aprendo pertanto le porte a nuove e sempre più violente forme di sfruttamento.

pl

Battaglia Comunista

Mensile del Partito Comunista Internazionalista, fondato nel 1945.

Abbonamento annuale: € 15,00 (10 numeri)