Il capitale contro il libero scambio delle idee

La questione del controllo del web continua ad essere all'ordine del giorno dei governi di tutto il mondo. Recentemente, Google ha attirato l'attenzione sui filtri applicati in Cina. È risaputo infatti che la popolazione cinese ha accesso ad uno spicchio del web abbastanza ridotto. (1) I contorni della diatriba tra Google e le autorità di Pechino non sono affatto chiari, anche se è facile presumere che alla base non ci sia tanto la difesa della “libertà degli utenti”, quanto piuttosto complesse relazioni internazionali che superano anche la dimensione di una grossa multinazionale come Google. Oggi che le relazioni tra Usa e Cina vivono una fase di tensione abbastanza acuta, visibile nell'incontro tra Obama e il Dalai Lama e ancor più nella vendita di armi a Taiwan, è abbastanza comprensibile che questa tensione si manifesti e faccia leva sul controllo governativo del web. Sia il presidente Obama, durante la sua visita in Cina, che il segretario di stato Clinton, in un recente discorso, hanno lanciato accuse al governo cinese e proclami a difesa della “libertà” e “democrazia” della rete.

Ma limitazioni e filtri alle comunicazioni in rete sono già applicati in molti paesi occidentali e/o cosiddetti democratici, mentre dovunque sono in discussione l'introduzione o l'inasprimento di tali controlli, spesso agitando lo spauracchio del terrorismo internazionale o della pedopornografia per avviare la definizione di liste nere di siti da bloccare e la possibilità di disconnettere gli utenti per via amministrativa. (2) In Italia abbiamo un sistema normativo tra i più restrittivi e retrogradi. (3) Ma in Italia - è noto - l'ultraconservatrice cricca di potere raccolta attorno a Berlusconi ha come primo obiettivo la difesa e il rafforzamento del sostanziale monopolio sui mezzi di comunicazione più tradizionali e dei diritti d'autore in mano alle case editrici, di produzione e distribuzione cinematografiche del capo.

Sulla difesa della presunta attuale “libertà” di Internet vale la pena spendere due parole di chiarificazione. Internet non è mai stata libera, dato che è sempre stata soggetta alle comuni normative dello Stato borghese, che impone con le leggi e con la forza gli interessi della classe dominante. (4) Allo stesso tempo, tutte le reti sociali e i principali servizi di Internet sono nelle mani di aziende, che hanno il totale controllo di tutti i dati degli utenti, potendo in questo modo decidere di sfruttarli per veicolare pubblicità mirata oppure di cestinarli qualora siano giudicati non adeguati; succede quotidianamente su ogni “libera” rete sociale. (5)

Ad un esame un po' più attento degli interventi normativi a riguardo di Internet, che in pratica tutti gli Stati stanno attuando, si delineano tre direttrici fondamentali.

  1. Difesa e controllo delle comunicazioni nell'ambito nazionale. Con la diffusione dell'organizzazione della produzione secondo il modello toyotista del just-in-time, con la frammentazione sul territorio e la delocalizzazione delle unità produttive, con la riduzione delle scorte di magazzino, l'accesso a dati aggiornati e determinate informazioni sensibili diventa sempre più importante per la corretta gestione della produzione. La concorrenza tra diverse biblioteche digitali e motori di ricerca promossi a livello locale (es. Google/Baidu) ha una motivazione principalmente nazionalistica e si svolge infatti nell'ambito della politica prima che in quello del mercato.
  2. Protezione della “proprietà intellettuale”. La faccenda non è limitata alla condivisione di musica e film ma si inserisce in una tendenza più generale. La difficoltà di generare profitti nell'apparato produttivo spinge una quota significativa del capitale verso la rendita e la speculazione, per cui acquisisce importanza crescente la difesa della cosiddetta “proprietà intellettuale”, che in sostanza spesso significa difesa di posizioni di piccolo o grande monopolio della conoscenza scientifica e tecnologica legata ai processi produttivi.
  3. Necessità di controllo sociale. L'accesso ai moderni sistemi di telecomunicazione, principalmente telefonia cellulare, web, reti sociali, ha aperto a molti lavoratori salariati e in parte anche alle fasce più povere della popolazione la possibilità di coordinarsi facilmente, scambiandosi e diffondendo informazioni, video, appuntamenti, resoconti con rapidità. Finora, mancando di un programma di radicale cambiamento sociale e di un partito organizzato a livello internazionale, i movimenti si sono mossi sul terreno nazionalista, della democrazia borghese, oppure su quello più immediatamente rivendicativo del salario e del sostentamento. (6) Pur non agendo su un terreno rivoluzionario, questi movimenti hanno creato non pochi grattacapo a certi settori locali della borghesia e alle autorità che li rappresentano. (7)

Tecnicamente, Internet è per sua natura un sistema distribuito, dove le comunicazioni si svolgono tra i vari nodi senza necessità di controllo di un apparato centralizzato o una struttura gerarchica. Ancora una volta, la necessità di controllo, di contenimento delle contraddizioni generate dal sistema di produzione capitalistico e dalla divisione in classi della società, cozza evidentemente contro il pieno sviluppo delle innovazioni scientifiche e tecnologiche. Solo in una società senza classi e senza Stato ci potrà essere vera libertà di comunicazione e condivisione delle idee, sviluppando al massimo le potenzialità che le tecnologie dell'informazione aprono.

Proprio nell'ottica della organizzazione e presa di coscienza della necessità di una società diversa da parte della classe proletaria, ci dobbiamo opporre con forza ad ogni limitazione ulteriore delle possibilità di collegamento e coordinamento tra lavoratori in lotta, contro l'imposizione di controlli autoritari nei luoghi di lavoro, nelle piazze, e anche nei forum sul web. Ma dobbiamo avere ben presente che questi ultimi possono servire al massimo come strumento preliminare e parallelo, in vista di azioni di presa di coscienza (e di potere) da parte dei lavoratori che possono svolgersi appieno solo nei luoghi in cui il potere attuale concretamente si concentra, quindi al di fuori della sfera “virtuale”.

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(1) I motori di ricerca sono tenuti ad oscurare molti risultati riguardanti temi scomodi per il governo (una dittatura militare sedicente “comunista”, che protegge una delle più repressive formazioni sociali capitalistiche della storia). A quanto ci è dato sapere, in risposta ad attacchi di hacker cinesi che tentavano di accedere alle caselle di posta di oppositori del regime ospitate sui suoi server, Google ha deciso di rimuovere i filtri per gli utenti cinesi (anche se solo dalla sua versione inglese, pare). Il risultato del braccio di ferro e delle trattative col governo non è ancora noto. Censure sui motori di ricerca a parte, in Cina è al lavoro una specie di esercito di 30 mila poliziotti che pattugliano il web e aggiornano i filtri del cosiddetto Great Firewall, in modo da oscurare ogni fonte di informazione scomoda. Un ulteriore passo verso il controllo del web sarebbe costituito dal Green Dam, un software da installare obbligatoriamente su tutti i computer presenti sul territorio nazionale. Ma l'operazione, prevista per l'anno scorso, è stata rimandata a causa di malfunzionamenti e bug del sistema stesso che avrebbero potuto mettere in ginocchio l'intera infrastruttura telematica cinese.

(2) In Australia ad esempio i fornitori di accesso alla rete sono obbligati a bloccare i siti di una lista nera definita a livello nazionale, su cui è in corso una accesa discussione. In Francia - dove è allo studio un progetto analogo - è stata istituita l'agenzia Hadopi; questa mantiene un elenco di utenti che diffondono illegalmente materiale protetto da “diritto d'autore” e, al terzo avviso, si occupa della disconnessione di tali utenti con un iter quasi interamente tecnico e un procedimento giudiziario abbreviato. È un sistema che alcuni vorrebbero introdurre anche altrove, ad esempio in Nuova Zelanda, Gran Bretagna e Belgio, tra gli altri.

(3) Il Decreto Pisanu del 2005 obbliga tutti i fornitori d'accesso, compresi laboratori universitari, biblioteche, internet point e perfino alberghi e bar, ad identificare e tenere traccia di tutti gli utenti. Proprio nei giorni scorsi il Decreto Romani - applicazione poco chiara e un po' sui generis di una direttiva europea - ha introdotto pesanti vincoli burocratici alla diffusione di contenuti audiovisivi sul web. La sentenza di colpevolezza per i dirigenti di YouTube, in relazione alla diffusione di un video in cui un ragazzo down veniva malmenato, chiarisce il quadro generale di controllo e repressione, rivolto strumentalmente contro i fornitori di servizi, ai responsabili delle piattaforme di pubblicazione di contenuti prodotti dagli utenti, affinché si dimostrino docili ed efficienti implementatori delle politiche di censura imposte dalle autorità. Per non parlare del Decreto Carlucci, arenato in qualche anfratto della macchina burocratica, che vorrebbe vietare ogni forma di anonimato in rete, denotando peraltro una completa ignoranza delle dinamiche sociali sul web e perfino l'uso che ne fanno le aziende (tra l'altro, in Internet l'anonimato per le autorità è in sostanza inesistente, essendo esso quasi sempre reversibile).

(4) Quello che è successo, negli anni scorsi, è che l'apparato poliziesco si è trovato a gestire strumenti di comunicazione nuovi e di dimensione internazionale in condizioni di ignoranza e impreparazione, e ha faticato un po' ad intervenire fino a quando ciò non si è dimostrato essenziale, con la trasformazione di Internet da uno strumento usato da pochi ricercatori e “smanettoni” in uno strumento disponibile alle masse, compresa una consistente fetta di proletariato. Ora gli Stati stanno provvedendo in vario modo all'introduzione di soluzioni tecnologiche e normative che permettano loro di intervenire con celerità nella gestione dei flussi di informazione, ottenendo un aggiornamento quasi immediato dei filtri necessari.

(5) Come Facebook, che ad esempio qualche mese fa ha cancellato l'account di Battaglia Comunista senza preoccuparsi minimamente di addurre giustificazioni.

(6) Una delle prime rivolte in cui pare aver ricoperto un ruolo importante la rete è stata quella del 2008 in Egitto, contro il rincaro dei prodotti alimentari, cui seguì l'arresto di diversi blogger.

(7) Non è un caso che sia in Cina, durante la rivolta etnica nello Xinjiang nel 2009, che in Iran, durante le recenti manifestazioni di piazza, siano stati bloccati gli accessi a molti sistemi di comunicazione, impedendo il collegamento a Twitter e Facebook e persino l'invio di sms.

Battaglia Comunista

Mensile del Partito Comunista Internazionalista, fondato nel 1945.

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