Elezioni: l'astensionismo non basta

Secondo la classica usanza borghese partitocratrica della Casta, alle elezioni, politiche o amministrative che sia, tutti hanno vinto, nel peggiore dei casi, nessuno ha perso.

Lo spettacolo da teatrino si è ripetuto anche questa volta. Il centro-destra ha gridato alla vittoria, Berlusconi ha ribadito di aver vinto il suo personale “referendum” contro tutti e tutto. Il centro-sinistra ha sommessamente dichiarato di non aver perso e Bersani di puntare alla riscossa della “sinistra”. In effetti, fin che il gioco perverso delle elezioni tiene, la giostra continua a girare e tutti, chi più e chi meno, possono dire di aver tratto qualche vantaggio, se non nei numeri, nell’aver contribuito a mantenere in piedi il sistema sociale nel suo complesso e in particolare quella “compagnia itinerante” che del voto fa la base del suo potere politico e del potere politico la base dei suoi vantaggi economici di Casta.

Ma le cose sono andate veramente così? Un attento esame del computo dei voti dice il contrario e passiamo ai numeri.

Per la cronaca va detto che il centro-destra ha vinto e il centro-sinistra ha perso. In termini quantitativi si ha questo elaborato che riguarda il Pdl-Lega da una parte e Pd-Idv dall’altra:

- Pdl Lega Pd Idv
Piemonte 474 317 440 131
Lombardia 1.355 1.117 976 268
Veneto 555 789 456 119
Liguria 218 76 212 63
Emilia-Romagna 518 289 858 136
Toscana 412 99 641 143
Umbria 134 18 149 34
Marche 225 46 225 66
Lazio 291 0 645 211
Campania 873 0 591 178
Puglia 615 0 410 128
Basilicata 62 0 87 32
Calabria 263 0 157 53
Complesso 13 regioni 5.996 2.750 5.846 1.562
Voti nel 2010 (in migliaia)

.

- Pdl Lega Pd Idv
Piemonte –178 +144 –184 +100
Lombardia –162 +424 –210 +207
Veneto –154 +451 –104 +90
Liguria –0 +38 –68 +52
Emilia-Romagna –99 +180 –239 +104
Toscana –95 +76 –240 +127
Umbria –2 +18 –59 +34
Marche –19 +39 –92 +54
Lazio –602 –103 +183
Campania +224 –335 +111
Puglia –25 –154 +90
Basilicata –4 –47 +23
Calabria +47 –169 +53
Complesso 13 regioni –1.069 +1.370 –2.004 +1.227
Differenza rispetto al 2005 (in migliaia)

.

- Pdl Lega Pd Idv
Piemonte –27 +83 –30 +322
Lombardia –11 +61 –18 +337
Veneto –22 +134 –19 +304
Liguria 0 +100 –24 +495
Emilia-Romagna –16 +165 –22 +325
Toscana –19 +330 –27 +804
Umbria –1 –28
Marche –8 +579 –29 +490
Lazio –67 –14 +639
Campania 35 –36 +163
Puglia –4 –27 +235
Basilicata –6 –35 +245
Calabria 21 –52
Differenza rispetto al 2005 (variazioni percentuali)

Scomponendo il dato macro numerico e confrontandolo con l’unico dato omogeneo che è quello delle amministrative del 2005, abbiamo che i maggiori partiti dei due schieramenti nelle regioni più importanti, fatta eccezione per Lega e Idv, hanno tutti perso.

- Pdl % Lega % Pd % Idv %
Piemonte -27 +83 -30 +322
Lombardia -11 +61 -10 +337
Veneto -22 +134 -19 +304
Liguria 0 +100 -24 +495
Emilia Romagna -16 +165 -22 +325
Toscana -19 +330 -27 +490

Scomponendo ulteriormente questi dati si possono fare due considerazioni. La prima è che la disaffezione nei confronti dei due partiti politici di maggioranza relativa si è palesemente espressa e che il Pdl e Pd sono stati pesantemente sconfitti. Il Pdl ha perso nei confronti della consultazione amministrativa del 2005 un milione e 69 mila voti. Ha perso voti in tutte le regioni, meno che in Campania e Calabria, solo per le note vicende e in collusione con la malavita organizzata locale. Il Pd ha perso la bellezza di due milioni di voti arrivando al suo minimo storico. La seconda osservazione riguarda il fatto che, all’interno delle due coalizioni hanno preso voti le componenti più radicali (Lega e Idv) in segno di protesta nei confronti dei due carrozzoni politici travolti dagli scandali e dalle pastette.

Dunque, il primo dato certo è che gli elettori che hanno partecipato a quest'ultimo “spettacolo” borghese hanno punito i due maggiori interpreti politici dello squallore che la società italiana ha messo in scena negli ultimi anni, aggravato dalle devastanti conseguenze della più grave crisi economica dal secondo dopoguerra ad oggi, contornate da episodi “bipartisan” di malcostume e malaffare. Non a caso sono state premiate quelle forze politiche che, nell’immaginario collettivo, sia a destra che a sinistra, sono riuscite a farsi passare come meno compromesse, o meno colpite, dai putridi fanghi che sommergono la politica italiota. Il secondo dato è fornito dal fatto che la sinistra borghese, perché di questo stiamo parlando, di quella sinistra che è tutta all’interno degli schieramenti borghesi, funzionale alle necessità di conservazione dei meccanismi economici capitalistici, corre il rischio di uscire di scena, nonostante i suoi funambolismi elettorali, le sue capriole tattiche nelle alleanze, la sua dichiarata fede nei confronti del dio profitto e delle infinite vie per raggiungerlo, a scapito sempre della forza lavoro sempre più politicamente sola, disorientata, e per questo, facile boccone della conservazione più becera sia nel campo della destra (Lega) che della finta sinistra dipietrista e grillista che tanto entusiasmo ha prodotto in Liguria, in Piemonte, tra il popolo della No Tav, e soprattutto in Emilia Romagna, dove la lista di Grillo ha raggiunto il 7%. Se il discorso vale per il Pd, a maggior ragione vale per gli ex stalinisti di Rifondazione e Comunisti italiani che, pur alleandosi in un comune cartello elettorale, hanno racimolato soltanto un misero 2,9%.

Ma il dato più rilevante e più sottaciuto, in una sorta di oblio consensuale da parte di tutti, è che l’astensione ha raggiunto livelli impressionanti per la tradizione schedaiola italiana. Su di un corpo elettorale di 40,8 milioni di aventi diritto, 14,6 milioni sono rimasti a casa. Certamente non per una ponderata scelta politica, ma semplicemente perché allontanati dalle urne dal nauseabondo odore che emanavano. Se a queste cifre si sommano i due milioni e mezzo di elettori che alle urne ci sono andati ma solo per annullare le schede, con creative e molto spesso pesanti espressioni di scherno, si arriva ad un 41% di non votanti che la dice lunga sulla reale preoccupazione della borghesia sullo stato delle cose, consolandosi soltanto con la considerazione che, sino a quando il malcontento di esprime nelle urne o fuori da esse ma non nelle piazze, tutto va ancora bene.

Se con due milioni di disoccupati, 750 mila cassa integrati, con il 53% delle famiglie sopravvivono attorno alla soglia della povertà. Se con l’incremento dello sfruttamento, la chiusura/delocalizzazione di molte fabbriche, l’aumento della precarietà danno come risultato soltanto la disaffezione nei confronti della mala politica, è una benedizione per la borghesia e per il capitalismo italiani. Perché la disaffezione verso la politica diventi momento di critica al capitalismo, perché si inizi a vedere il cosiddetto salto della quaglia, occorre la ripresa della lotta di classe, fuori dalle urne, dentro le fabbriche e nelle piazze. Occorre la presenza e il rafforzamento del partito di classe per una lotta frontale ai meccanismi di sfruttamento del proletariato, per una nuova società dove il pendolo non oscilli più tra profitto e sfruttamento, tra le necessità di valorizzazione del capitale e schiavizzazione del lavoro salariato, tra crisi economiche e guerre imperialistiche, ma che consenta l’equilibrio tra i bisogni sociali e i mezzi per soddisfarli.

FD - 2010-04-01

Battaglia Comunista

Mensile del Partito Comunista Internazionalista, fondato nel 1945.

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