Crisi delle politiche sociali e lotta di classe

Un contributo alle lotte dei lavoratori del sociale

Crisi del welfare state

Si intende per welfare state l’erogazione/garanzia da parte dello Stato di una serie di servizi/“diritti” attinenti l’assistenza sanitaria, il sistema scolastico pubblico, indennità di disoccupazione, sussidi alle famiglie in condizioni di povertà e bisogno, l’accesso alle risorse culturali (come biblioteche, musei, etc.), l’assistenza ad invalidi, disabili e anziani, la difesa dell’ambiente. Il welfare è salario indiretto, ossia è finanziato attraverso una quota del salario prelevata ai lavoratori per mezzo della fiscalità generale e a loro restituita indirettamente sotto forma di servizi. Il taglio di questi servizi si connota, quindi, immediatamente come taglio al salario del lavoro dipendente. Ma si proceda con ordine. (1)

Tra gli anni 1960 e gli anni 1970 (in Italia circa un decennio dopo), sotto la spinta di un crescente debito pubblico, si è iniziato a parlare di Stato assistenziale, ovvero di crisi del welfare state: nei fatti la spesa pubblica (vedi Tab. 1) lievitava ed il capitale aveva bisogno di ridimensionarla.

Le politiche di tagli che ne conseguirono fecero decrescere significativamente la spesa per l’assistenza sociale e sanitaria, anche se la spesa pubblica, nel complesso, si mantenne stabile. Questo avvenne perché si vennero a determinare costi crescenti per la burocrazia civile e militare, come per tante altre voci che, soprattutto in una situazione di crisi, concorrevano indirettamente a far crescere la spesa pubblica.

Mentre gli USA optavano per la drastica privatizzazione dei servizi che forniscono assistenza e per la diminuzione degli individui che ne hanno diritto, in Europa e in Italia si è scelta la via dell’affidamento di un numero sempre maggiore di compiti a organizzazioni private senza fine di lucro e ad associazioni di volontariato: il Terzo Settore o no-profit.

La dichiarazione n° 23 del 7 febbraio 1992, allegata al Trattato di Maastricht, sottolineava

l’importanza che riveste [...] una cooperazione tra quest’ultima [la Comunità Europea] e le associazioni e le fondazioni di solidarietà sociale, in quanto organismi responsabili di istituti e servizi sociali.

In Italia alla metà degli anni Settanta gli interventi sociali vennero regionalizzati, mancò, però, una legge quadro capace di riordinare organicamente il settore, essendo ancora in vigore la cosiddetta “Legge Crispi” n. 6972/1890. La materia venne affidata, seppure in maniera confusa e frammentaria, alle USL (Unità Sanitarie Locali).

A partire dagli anni 1990 lo smantellamento dello Stato Sociale ha avuto una grossa accelerazione. Trasformate le USL in Aziende Sanitarie Locali, le politiche di intervento socio-assistenziali vennero demandate alle Regioni e ai Comuni, i quali svolgono, a tutt’oggi, attraverso l’appalto a cooperative sociali ed associazioni, la fornitura di buona parte dei servizi socio-sanitari-assistenziali: la Legge 328/00, che vedremo, individuerà nel Terzo Settore (art.5) il soggetto al quale è demandato lo sviluppo del sistema integrato di interventi e servizi sociali nel territorio.

Nato dal volontariato, il Terzo Settore è andato progressivamente ad occupare quelle posizioni dalle quali lo Stato andava disimpegnandosi: il Terzo Settore nasceva quindi come risposta privatistica alle esigenze di risparmio dello Stato centrale nei settori dell’intervento sociale, assistenziale e socio-sanitario.

Il Terzo Settore o no-profit

Le organizzazioni no-profit si caratterizzano per:

  • assenza di scopo di lucro (gli eventuali utili o avanzi vengono reinvestiti per gli obiettivi sociali o capitalizzati, in ogni caso non vi è redistribuzione tra gli associati);
  • natura giuridica privata a forte valenza sociale.

Si tratta di un settore che si colloca a metà tra lo Stato e l’Impresa, costituito da un insieme complesso ed articolato di enti (organizzazioni del volontariato, cooperative sociali, associazioni di promozione sociale, fondazioni, organizzazioni non governative) - rigorosamente non a scopo di lucro - che erogano servizi rivolti alla persona, con particolare attenzione alle aree di intervento rivolte alle condizioni disagio economico e/o sociale.

Il nascere del no-profit dal volontariato ha dato spesso adito a motivi di confusione, molte volte utilizzati strumentalmente, tra i due ambiti: viene infatti comodo confondere l’operato dei professionisti dell’intervento sociale con quello dei volontari, di grande generosità, ma spesso non qualificati e, sopratutto, non retribuiti. La retorica sugli “angeli del sociale” ha avuto buon corso nell’alimentare il pietismo verso migliaia di operatori, deviando l’attenzione dal fatto che quelli stessi “angeli” erano di fatto costretti a lavorare in condizioni sempre peggiori, fino all’essere portati (dalla loro angelica, ma limitata pazienza) a lavorare gratuitamente, pur di garantire la continuità di servizi interrotti per mancanza di fondi, o... pur di avere una chance in più per aggiudicarsi il successivo appalto.

Negli anni il Terzo Settore si è prestato ad almeno tre principali interpretazioni:

  1. sistema caratterizzato da relazioni economiche “altre” e alternative rispetto a quelle del mercato profit e, quindi, caratterizzato spesso da prestazioni volontarie o con un riconoscimento economico minimo;
  2. produttore, attraverso gare di appalto e finanziamenti pubblici, di Servizi per la Pubblica Amministrazione e quindi sostitutore di mansioni e posti di lavoro che fino agli anni 1980 rientravano a pieno titolo nel settore pubblico;
  3. insieme di organizzazioni autonome che operano sul mercato in rapporto con consumatori privati e che si finanziano, quindi, facendosi impresa (no-profit) attraverso la vendita di servizi.

Il quadro legislativo

La legge che inquadra il settore nel suo complesso, prima ancora, fondamentalmente, disciplinato dalla legge “Crispi” 17 luglio 1890, n. 6972, è la L. 328/00. Si tratta della “Legge quadro per la realizzazione del sistema integrato di interventi e servizi sociali”, ovvero la legge più importante che inquadra i meccanismi di funzionamento e finanziamento delle politiche sociali in Italia.

Secondo la “Legge quadro” i Sindaci, riuniti nella Conferenza dei Sindaci, predispongono i Piani di Zona contenenti le azioni, gli obiettivi e le priorità degli interventi comunali, oltre alla Carta dei Servizi che illustra le opportunità sociali disponibili e le modalità per accedervi. La Regione, una volta recepito il Piano di Zona, ne verifica la compatibilità con gli obiettivi definiti nel Piano Sociale Regionale e ne vaglia il finanziamento sulla base della quota del FNPS stabilito per la Regione medesima e degli altri fondi eventualmente disponibili.

È evidente che questa “scollatura” tra chi detiene le risorse finanziarie (lo Stato), chi decide (le Regioni), chi amministra (i Comuni) e chi agisce sul territorio (il Terzo Settore), favorisce non solo una lievitazione dell’apparato burocratico/clientelare, ma ben si presta ad alimentare un indecente scarico di responsabilità tra i differenti livelli quando il meccanismo si inceppa.

Giova ricordare che l’intero impianto 328/00 è finanziato attraverso il FNPS, in misura minore attraverso altri fondi nazionali disponibili, il resto con l’integrazione di quanto le Regioni sono in grado di reperire per via autonoma (federalismo fiscale).

Sviluppo e occupazione nel Terzo Settore

Come già detto, il Terzo Settore nasce in un contesto di crisi, crisi del welfare, ma, sopratutto, crisi del terzo ciclo di accumulazione del capitale (ciclo avviato nel 1945) (2). Non è qui il luogo per affrontare dettagliatamente l’argomento, ma non si potrebbe capire il perché di tutte le trasformazioni in esame, se non ricollegandole ai cambiamenti economici e sociali indotti dalla crisi del capitalismo, la quale prende le mosse al principio degli anni 1970.

In ogni caso, lo sviluppo del Terzo Settore appare immediatamente non solo come un valido strumento per ridurre la spesa attraverso il meccanismo dell’appalto di tutta una serie di servizi al privato sociale, ma anche come una possibilità di crescita dell’occupazione in un contesto nel quale (anni 1980-1990-2000), a causa delle massicce ristrutturazioni industriali e delle delocalizzazioni, la disoccupazione aveva iniziato a galoppare (Tab.2).

Nel 1993 la pubblicazione “Libro bianco sulla crescita, la competitività e l’occupazione” di Delors indicava, infatti, nel Terzo Settore uno degli elementi fondamentali per fare crescere l’occupazione in Europa. Ancora Sacconi, nel suo libro bianco del 2009, “La vita buona nella società attiva”, affermava che

Il Terzo Settore costituisce un punto di forza del modello sociale italiano e ancor più rilevanti sono le sue potenzialità … enormi e, in parte non ancora esplorate nella rifondazione del nostro sistema sociale.

Il Terzo Settore come punta di diamante della riorganizzazione del welfare in Italia, e i numeri gli davano ragione, visto che negli ultimi venti anni si è assistito ad un suo impressionante sviluppo (Tab. 3).

Nel 1999 gli enti del no-profit erano 221.412 (4) ed impiegavano 630.000 lavoratori (dei quali 80.000 precari, ossia collaboratori a progetto e interinali) di questi 130.000 erano impiegati nelle cooperative sociali - non verranno considerati nel resto della ricerca i volontari non retribuiti che, comunque, erano 3,2 milioni.

Tra il 1996 e il 2004 il fatturato del Terzo Settore è cresciuto da 17,4 a 40 miliardi di euro: dal 1,8% al 3% del PIL (dato Ministero Welfare, 2005)

Cooperative sociali

Ci concentriamo sull’analisi delle cooperative sociali perché sono quelle che più si dedicano ai servizi di cura della persona, non è un caso che lo stesso Sacconi, nel documento già citato, affermasse il “ruolo strategico del mondo cooperativo … che si pone quale protagonista dinamico” dello sviluppo.

Secondo i dati Istat nel 2005, gli ultimi disponibili anche se in parte approssimativi, le cooperative sociali erano 7.363, occupavano 244.000 lavoratori, dei quali 90.000 part-time e 33.000 precari (contratto di collaborazione o interinale) e, in proporzione, la maggior parte di questi al Sud, 3/4 erano le donne. La media era di 33 operatori per cooperativa. Le entrate complessive erano pari a 7,4 miliardi di euro, la maggior parte di queste impegnata nel settore socio-sanitario ed educativo (60%), i servizi offerti erano in prevalenza di assistenza domiciliare, mentre l’utenza più comune era costituita dai minori, le cooperative di tipo B (1/3 del totale) si occupavano prevalentemente di inserimento di lavorativo di disabili. La stragrande maggioranza delle cooperative (70%) si erano costituite dopo il 1990.

Sempre nel 2005 le cooperative sociali di tipo A, con i loro 200.000 lavoratori, avevano offerto servizi socio-sanitari ed educativi, attraverso la gestioni di residenze protette, asili nido, centri diurni, comunità, presidi sanitari o prestando assistenza domiciliare, a più di 3,3 milioni di utenti, con una crescita del 40% rispetto al 2003, la maggior parte di questi si trovava in situazione di disagio o fragilità sociale. Ogni operatore seguiva in media 16 utenti, nel 2003 ne seguiva 15 (Tab. 4).

Il 66% delle cooperative si finanziava prevalentemente con entrate provenienti dal pubblico e la quota saliva a 3/4 se si consideravano le sole cooperative sociali che operavano nel settore socio-sanitario ed educativo. Nel complesso il 72% del totale delle entrate delle cooperative sociali nel 2005 (era il 62% nel 1999) proveniva da finanziamenti pubblici, grande parte di questi dal FNPS.

Anno 1960 1973 1975 1980 1985 1990 1995 2000 2005 2009
SP/PIL 30,1% 41,8% 43,8% 46,6% 51,4% 53,6% 53,2% 46,5% 48,6% 51,9%
Tab. 1 - Rapporto percentuale tra la Spesa Pubblica e il PIL in Italia dal 1960 al 2009 - Fonti: The Economist (1997), F. Zaccaria (2005), Istat.

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Anno 1968 1969 1970 1971 1972 1973 1974 1975 1976 1977 1978 1979 1980 1981
Tasso disocc. 5,7 5,7 5,4 5,4 6,4 6,4 5,4 5,9 6,7 7,2 7,2 7,7 7,6 8,5
Anno 1982 1983 1984 1985 1986 9187 1988 1989 1990 1991 1992 1993* 1994* 1995*
Tasso disocc. 9,1 9,9 10,4 10,6 11,1 12 12 12 11,4 10,9 11,5 9,7 (10,2) 10,6 (11,3) 11,2 (12)
Anno 1996* 1997* 1998* 1999* 2000* 2001* 2002* 2003* 2004* 2005* 2006* 2007* 2008* 2009*
Tasso disocc. 11,2 (12,2) 11,3 11,3 10,9 10,1 9,1 8,6 8,4 8 7,7 6,8 6,1 6,7 7,8
Tab. 2 - Disoccupazione in Italia dal 1968 al 2009 - Dati Istat da “Demografia” di L.Petrioli (98), * per i dati dopo il 1992 vedi nota (3).

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anno 1990 1995 2000
Numero occupati 400.000 (1,8% del tot.) 580.000 (2,6% del tot.) 753.000 (3,6% del tot.)
Tab. 3 - Occupazione nel Terzo Settore e percentuale sul totale degli occupati in Italia - Rielaborazione vita.it su fonte Istat (2001), Bundesregierung (2001), Espace social européen (2000).

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Anno 1999 2003 2005
Numero coop. 4.651 6.159 7.363
Numero lav. 122.000 190.000 244.000
%dei precari. 7% 15% 14%
Fonte Istat, istituzioni nonprofit in Italia, 2001 Primo rapporto CNEL/Istat su economia sociale Primo rapporto CNEL/Istat su economia sociale
Tab. 4 - Rilevazione lavoratori impiegati nelle cooperative sociali

I tagli

Crisi significa tagli e i tagli vogliono dire: più soldi alle banche e agli imprenditori - per sostenere la loro economia - , meno soldi ai lavoratori dipendenti (taglio del salario diretto, dei posti di lavoro e del salario indiretto: scuola, sanità, servizi sociali - appunto! - , pensioni...). Nello specifico dei servizi alla persona, i dieci principali fondi di finanziamento del welfare hanno subito tra il 2008 e il 2010 un taglio del 77% (Tab. 5). Ad essere colpito violentemente è il FNPS che, come abbiamo visto, è il fondo specifico per il finanziamento degli interventi di assistenza alla persona e alla famiglia (Tab. 6).

Ma anche numerosi altri fondi, come il fondo per la violenza sulle donne, per il telefono azzurro, per le politiche migratorie etc., sono stati sottoposti ad un attacco durissimo, se non definitivamente azzerati.

Ugualmente è stato tagliato il finanziamento del 5 per mille a sostegno delle organizzazioni no-profit, già prima questo fondo non veniva distribuito interamente all’associazionismo: i fondi da ripartire erano, indipendentemente da quanti ne venissero raccolti, contenuti all’interno di un tetto massimo di 400 milioni di euro, che con il patto di stabilità 2011 è stato abbassato a 100 milioni.

Se, oggi, il federalismo fiscale prevede che le Regioni trovino in proprio i fondi per sostenere il settore, nei fatti è possibile prevedere come le Regioni più ricche del Nord si troveranno nella condizione di dover ridurre di molto i loro interventi, mentre quelle più povere, prevalentemente al Sud, saranno costrette ad azzerarli o quasi.

Siamo di fronte a una situazione drammatica che vede, già da ora, la sostanziale estinzione delle politiche sociali per mezzo dell’azzeramento dei fondi ad esse destinate, la conseguente riduzione di tutti i servizi territoriali e la loro sostituzione con politiche repressive, istituzionalizzazione (riduzione del soggetto ritenuto malato all’interno di strutture che lo escludono dalla società), crescente pratica della somministrazione di farmaci e psico-farmaci, aumento della povertà, dell’esclusione sociale e della devianza.

La condizione di gravità nella quale si muovono i lavoratori del sociale è pressante: un molto rapido deterioramento del settore è molto più che probabile.

Sarebbe qui necessaria un’analisi delle analoghe politiche governative anti-sociali di altri Stati che, dagli USA alla Germania, dalla Georgia all’Irlanda, dimostrano l’entità internazionale del fenomeno, ma si è costretti, per ragioni di spazio, a limitarsi alla semplice enunciazione del fatto.

Anno 2008 2009 2010 2011 2012* 2013*
Fondo Nazionale Politiche Sociali (L.328/00) 698 579 435 273,8 70 44,6
Fondo per le politiche della famiglia (D.L.223/06) 346,5 186,6 185,3 51,5 52,5 31,4
Fondo per le politiche giovanili (D.L. 223/06) 137,4 79,8 94,1 12,8 13,4 10,6
Fondo per le pari opportunità 64,4 30,0 3,3 17,2 n.d. n.d.
Fondo per l’infanzia e l’adolescenza (L.285/97) 43,9 43,9 40 39,2 39,2 39,2
Fondo per la non autosufficienza (L.296/96) 300 400 400 0 0 0
Fondo per il servizio civile 299,6 171,4 170,3 110,9 113 113
Fondo per l’inclusione degli immigrati (L.296/06) 100 0 0 0 0 0
Fondo per il sostegno agli affitti 205,6 161,8 143,8 32,9 n.d. n.d.
Fondo per i servizi all’infanzia 100 100 0 0 0 0
Totale 2.295,4 1.752,5 1.471,8 538,3 n.d. n.d.
Tab. 5 - Andamento dei principali 10 fondi di finanziamento della spesa sociale in Italia in milioni di euro - Fonte dati ministero economia, elaborazione “La Repubblica” 22/02/’11, * previsioni di spesa tratte dalla legge di stabilità 2011.

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Anno 2002 2003 2004 2005 2006 2007 2008 2009 2010 2011 2012* 2013*
FNPS (L.328/00) 801 992 1031 556 825 788,4 698 579 435 273,8 70 44,6
Tab. 6 - Andamento del Fondo Nazionale per le Politiche Sociali in milioni di euro - Fonte: Leggi finanziarie e decreti di riparto FNPS, *previsioni di spesa stabilite dalla legge di stabilità 2011.

Le lotte dei lavoratori del sociale

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Sono anni che i lavoratori del sociale cercano di mobilitarsi ed, in alcuni momenti, il loro movimento ha vissuto delle punte significative, per quanto brevi e frammentarie. Sta di fatto che la situazione vive un rapido inasprirsi e la minaccia della perdita del lavoro per centinaia di migliaia di operatori, con la conseguente perdita di quel poco di assistenza della quale potevano usufruire milioni di utenti in condizioni di disagio, sta diventando una realtà.

A decine e decine si contano le case-famiglia, comunità-protette e case-alloggio in chiusura e, se da anni il privato sociale è riuscito a far fronte alla scarsità e discontinuità degli stanziamenti erogati attraverso l’indebitamento, oggi la situazione non è più sostenibile. Da ogni parte d’Italia si leva il grido di lavoratori del sociale che denunciano tagli ai fondi, chiusura di servizi e progetti, tagli all’assistenza: sono centinaia le cooperative sociali che rischiano di chiudere i battenti.

Nell’autunno 2010 gli operatori sociali napoletani sono scesi più volte in piazza, con una serie di occupazioni, dall’ex-ospedale psichiatrico Bianchi al Comune, dal Museo Nazionale al Maschio Angioino, facendo emergere la drammatica realtà del settore. Nella sola Campania le organizzazioni del Terzo Settore denunciano un credito di 500 milioni di euro verso la Regione e di 30 milioni nei confronti del Comune per servizi già erogati, ma mai pagati.

E’ questo uno dei primi settori, in particolare al Sud, ad aver sperimentato gli effetti nefasti della precarietà contrattuale introdotti dal “Pacchetto Treu” prima, dalla legge 30/03 poi ed, infine, dal Collegato Lavoro che, di fatto, rende estremamente difficile al lavoratore fare ricorso al Giudice del Lavoro nei confronti del datore di lavoro (prevedendo addirittura una clausola di rinuncia ad eventuali e futuri ricorsi all’atto stesso della stipula del contratto).

In Campania, ad esempio, la grande parte dei lavoratori del sociale ha un contratto precario e percepisce stipendi - con ritardi che a volte superano i due anni - di norma al di sotto dei 1000 euro al mese. Il Collettivo Operatori Sociali di Napoli denuncia - ed è probabile che il dato sia più veritiero di quello Istat - che su “650.000 operatori, in scala nazionale, solo 200.000 hanno applicato il CCNL, ma il 70% vive di contratti precari” e questo avviene principalmente perché il costo orario offerto in gare d’appalto costantemente al ribasso, è inferiore a quanto sarebbe necessario per applicare il CCNL (che pure è uno dei peggiori a livello nazionale, per ora). Sono questi lavoratori che da anni si muovono rivendicando, almeno, il minimo della continuità di servizi spesso interrotti per assenza di fondi (soprassediamo sull’importanza che ha la continuità in servizi rivolti alla persona in condizione di disagio). I meccanismi di controllo, valutazione e programmazione della L. 328/00 sono, di fatto, rimasti lettera morta.

Punti di forza e di debolezza

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La crisi da anni erode le condizioni di questi lavoratori, ma, nonostante questo, il settore ha avuto una impressionante dilatazione, andando significativamente ad incidere, in termini di occupazione, sul numero complessivo degli occupati in Italia. Rispetto a questo dato numerico, il tracollo al quale le politiche sociali stanno andando incontro, prevedibilmente e salvo improbabili svolte, nel giro dei prossimi due-tre anni, ha una potenzialità di sviluppo del conflitto non indifferente. A Napoli, città “all’avanguardia” per le difficoltà delle politiche sociali, il movimento nell’autunno passato è riuscito ad unire gli operatori sociali e sanitari, anch’essi duramente colpiti, superando la storica frattura in una estensione del fronte di lotta che ha sicuramente un valore significativo.

Le amministrazioni politiche di sinistra è già da tempo che hanno dimostrato di non essere meglio dei loro compari di destra, venendo meno a tutti gli impegni presi con i lavoratori del sociale e dimostrando l’inutilità dei “Tavoli tecnici” più volte convocati nell’intento di ammortizzare la carica conflittuale dei lavoratori e di sviarli dai loro obiettivi. E’ inoltre evidente come i politici di destra e di sinistra si collochino in piena continuità quando si tratta di gestire i bilanci pubblici sulla pelle di lavoratori e utenti. Dalla riforma del Titolo V della Costituzione, al “Pacchetto Treu”, ai tagli già operati dai governi di centro-sinistra, c’è un’evidente linea di continuità con le politiche che oggi sta portando il governo di destra, anche se, certo, passare dall’evidenza alla presa di coscienza del significato reale di questi fatti non è cosa immediata.

Nel settore è poi praticamente assente il Sindacato confederale, mentre limitata è la presenza del sindacalismo di base. Ecco che, quindi, l’iniziativa di lotta è stata praticamente sempre presa da comitati, collettivi, coordinamenti autorganizzati (specie al Sud dove inferiore è l’incidenza dei CCNL e quindi minore l’interesse del sindacalismo ad intervenire), anche se spesso questi organismi sono animati da esponenti legati all’area politico-ideologica del radical-riformismo (5).

Infine la retorica del Terzo Settore come creatore di relazioni sociali ed economiche altre, alternative al sistema del profitto, che per tutti gli anni 1990 e primi 2000 è stata predominante, sta segnando il passo: la crisi del sistema si è infatti incaricata di dimostrare sempre più come il problema del Terzo Settore non sia quello di “creare un’alternativa al capitalismo dal suo interno”, bensì, quella di sopravvivere e, almeno, mantenere un livello di occupazione, reddito e servizio adeguati alla dignità di lavoratori e utenti. Inoltre, l’avanzare della crisi accresce le disparità sociali e, quindi, anche l’area di popolazione proletaria che necessita di interventi socio-assistenziali rendendo, se possibile, la situazione ancora più, potenzialmente, esplosiva.

I punti di debolezza sono invece, primariamente, riconducibili alla mistificazione propria della cooperazione sociale, per la quale il dirigente e il presidente, sono soci al pari degli altri lavoratori. Se questo può essere vero in alcune piccole cooperative, dove i presidenti sono essi stessi lavoratori, l’assemblea dei soci ha reale potere decisionale, i presidenti fanno valere la loro parola al pari, o meno, degli altri lavoratori etc., nella stragrande maggioranza dei casi questa visione cela una realtà nella quale vivono stridenti e contrapposti interessi di classe, legati al ruolo ricoperto nei confronti della struttura. Da un lato vi è chi ha redditi più elevati, prestigio, accesso alle “stanze del potere”, e interesse a mantenere la struttura per garantirsi questa condizione, dall’altra vi è chi lavora, non ha un reale potere decisionale ed è costretto a “stringere la cinghia” se la cooperativa “attraversa un momento di difficoltà” e, in generale, il suo interesse verte a mantenere il posto di lavoro, unica garanzia di sopravvivenza (oltre che, spesso, scelta di vita).

L’elevata incidenza di contratti di tipo precario e part-time tra questi lavoratori fa si che sovente, nell’economia familiare, l’entrata del lavoratore sociale non sia la principale fonte di reddito o che il lavoro sociale venga vissuto come un lavoro di passaggio in attesa di qualcosa di meglio, con conseguenze fisiologiche negative sulla tensione alla lotta nel caso di perdita o riduzione delle ore-lavoro.

Gli interventi sociali avvengono, poi, spesso, attraverso enti di dimensione medio piccola (le cooperative hanno in media 30 operatori), l’equìpe o il gruppo di lavoro ne raccoglie anche meno. Limitate sono quindi le possibilità di comunicare all’interno di un gruppo ampio, che viva condizioni omogenee.

Infine c’è un riflesso ideologico legato alla tipologia stessa del lavoro sociale, troppo spesso intrisa di senso filantropico-caritatevole-missionario (assistenzialismo), sentimenti legati alla tipologia stessa del lavoro, volto al mitigare e ammortizzare le condizioni di disagio vissute dell’utenza. L’operatore svolge, di fatto, la funzione dell’ammortizzatore sociale: trasformare la sua propria condizione di disagio in conflitto non è quindi automatico. Raramente, poi, i lavoratori del sociale sono riusciti a coinvolgere l’utenza e le famiglie nelle mobilitazioni.

Legato a questo c’è l’ultimo punto di criticità che riguarda le forme stessa della lotta: lo sciopero infatti, se è legittimo quando accompagnato da dimostrazioni pubbliche, non ha nessun valore in termini di danno economico perché, là dove è possibile farlo, va a danneggiare prevalentemente un utenza spesso già svantaggiata di suo. Questo, se esclude la possibilità di forme di sciopero tese a creare danno ai profitti, non esclude lo sciopero come momento di mobilitazione collettiva, coinvolgimento dell’utenza, solidarietà e apertura agli altri settori proletari colpiti dalla crisi e dai tagli.

Prospettive di sviluppo e possibilità di intervento

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Nel trarre le conclusioni di questa ricerca è necessario partire dall’affermazione di un vecchio, ma incrollabile, principio del movimento rivoluzionario: l’emancipazione della classe proletaria sarà opera della classe proletaria stessa. È per questo motivo che i comunisti devono trovare, nel dispiegarsi concreto della lotta di classe, i motivi e gli strumenti per l’affermazione del proletariato come classe dirigente rivoluzionaria. E’ compito dei comunisti individuare le modalità nelle quali l’organizzazione dell’avanguardia proletaria possano interagire con le esperienze vitali di lotta della classe - e dei suoi vari settori - , per indirizzarle verso l’obiettivo della distruzione dello Stato e della società borghesi, nella prospettiva dell’affermazione del potere proletario e della costruzione della società comunista (va da sé che l’esperienza dell’edificazione della Russia stalinista e degli altri “socialismi reali” nulla hanno a che fare con questo programma).

Le forme che la lotta ha fin qui assunto e il problema delle piattaforme

Va salutata con piacere la nascita di decine di comitati e coordinamenti di lotta di operatori sociali un po’ in tutto lo stivale, segnali di ripresa di una vitalità di classe da troppo tempo sopita. Questi organismi sorgono da un bisogno reale, legato alla necessità di contrastare il taglio e la chiusura di molti servizi e strutture, il taglio di ore/lavoro, l’irregolarità e la miseria delle paghe, la precarietà dei contratti.

Deve essere però criticata una impostazione delle piattaforme di lotta imperniata sulla visione delle esperienze storiche del Terzo Settore come

un differente modello sociale_ [… da contrapporre a chi] usa la crisi come pretesto per tagliare, avendo scelto di non trovare le risorse, che invece ci sono per la Tav, il ponte sullo Stretto, per i mig da mandare in guerra, [… perché] _i soldi ci sono, ma hanno deciso di spenderli male.

cit. da dichiarazioni del comitato “Il welfare non è un lusso

Una tale impostazione del ragionamento è totalmente fuori da ogni possibilità di realizzazione concreta in questa società e, quindi, orienta le lotte dei lavoratori verso obiettivi irraggiungibili, esponendoli all’inevitabilità di cocenti delusioni e al riflusso dell’entusiasmo e della determinazione che potrebbero, invece, essere state messe in campo nel frattempo.

Questa piattaforma chiede, nelle sue rivendicazioni, rivendica che le Istituzioni scelgano la strada di “una programmazione delle politiche sociali seria, alla quale partecipino veramente i lavoratori del settore e i cittadini destinatari”. Ma rivendicare al movimento dei lavoratori il compito della reale attuazione dei meccanismi di programmazione e controllo previsti dalla L.328/00, significa piegarne la mobilitazione alle esigenze proprie dei dispositivi messi in essere dall’istituzione. Il Legislatore ha progettato tali meccanismi proprio al fine di riassorbire potenziali conflittualità all’interno di logiche e dispositivi interni al Sistema, col chiaro intento di disinnescarne il potenziale sovversivo.

L’illusione della possibilità di riorganizzare in maniera virtuosa le politiche sociali si fonda sull’assunto, esplicito o implicito poco importa, che una corretta allocazione delle risorse permetterebbe all’economia di tornare a crescere, al Sistema Italia di rialzarsi ed ai lavoratori di tornare alle condizioni di “quando si stava meglio”. Il punto debole di questa visione è che non prende in considerazione che il Sistema non può uscire dalla crisi, perché la crisi si genera dalla sua stessa essenza e, dal punto di vista del Sistema, la crisi ha possibilità di soluzione unicamente nell’imbarbarimento sociale e nella guerra (6).

Il significato delle lotte nella crisi

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Il punto centrale è questo: il sistema capitalista è in crisi e la crisi evolverà di male in peggio, per i lavoratori, indipendentemente dalla volontà di questi. I margini di mediazione, se ancora esistenti, sono ridotti all’osso.

La crisi si trascina dai primi anni 1970 ed è proprio dalle politiche poste in essere per contrastare la crisi che il Terzo Settore è nato. L’obiettivo che i potere borghese si è posto con la nascita del Terzo Settore è stato quello della esternalizzazione di tutta una serie di servizi che, gestiti direttamente, portavano ad una spesa insostenibile per il bilancio economico dello Stato. Insostenibile non da un punto di vista universale, che non esiste, ma dal punto di vista della contabilità del sistema capitalista, sistema che può sopravvivere a sé stesso solo generando sempre crescenti profitti. Ecco perché, per quanto assurdo, è più “conveniente” investire su un improbabile ponte sullo Stretto (tutti profitti facili regalati al capitale mafioso) che nel socio-assistenziale (capitali assorbiti da servizi che danno luogo a profitti economici scarsi o nulli, anzi, che danno luogo a... no-profit).

L’esternalizzazione dei servizi ha permesso, nell’immediato, di ridurre di molto i costi dell’assistenza sociale e sanitaria attraverso una gestione flessibile e sempre più precaria della forza lavoro, grazie agli enti del privato sociale (cooperative, fondazioni, associazioni...), attraverso la possibilità di licenziare indiscriminatamente i lavoratori in esubero (sussiste infatti Giusta Causa laddove i fondi di cui usufruisce la cooperativa non sono più sufficienti a mantenere l’intero organico dei lavoratori), attraverso la valorizzazione e l’impiego di una vasta schiera di volontari che sostituissero i lavoratori retribuiti (abbiamo visto i volontari in Italia essere più di tre milioni) e attraverso il reperimento di fondi alternativi a quelli stanziati dallo Stato (principio di sussidiarietà orizzontale).

Per quanto il privato sociale, nella sua trentennale esistenza, abbia dato vita ad esperienze e buone pratiche assolutamente significative ed efficaci e per quanto queste esperienze forniranno dei termini di riferimento per l’organizzazione dei servizi alla persona nella futura società socialista, non dobbiamo scordarci che il Terzo Settore nasce come una risposta del capitale all’insorgere della sua crisi nei primi anni 1970, così come, oggi, il Terzo Settore si configura come vittima sacrificale per la sete di profitto resa più ardente dall’erompere della nuova fase della crisi nel 2007.

La crisi esiste e i lavoratori che ne sono colpiti si illudono se pensano di poter tornare indietro di dieci, venti o trenta anni, a quando “le cose andavano meglio”. Quei tempi sono passati, è bene prenderne coscienza il prima possibile, onde non ritrovarsi impreparati al prossimo aggravarsi della situazione.

In ogni piattaforma, comunicato, intervento, presa di posizione, si dovrebbe partire dall’assunzione di questo dato di realtà: il sistema sta fallendo e la crisi - che non è fatto teorico ma concreto - non è altro che il palesarsi del suo fallimento. Il fallimento del sistema sta trascinando nel baratro le politiche sociali, e i lavoratori con esse.

Verso le nuove forme di lotta del proletariato

Per i lavoratori del sociale e per i loro utenti, da oggi, l’unica realtà possibile è la lotta e questa deve essere condotta nel modo più chiaro possibile: il primo nemico di ogni lotta è, infatti, il disorientamento.

La lotta dei lavoratori del Terzo Settore potrà svilupparsi positivamente innanzi tutto se saprà trovare nei motivi dell’opposizione ai tagli e alle politiche della crisi, il mezzo attraverso il quale generalizzare il conflitto.

L’allargamento del fronte di lotta agli altri settori di classe sfruttata, a partire dai più prossimi, è il primo passo. Per fare questo occorre che i lavoratori prendano in mano, in prima persona, attraverso le loro assemblee decisionali, la mobilitazione. Il meccanismo della delega è infatti in agguato come dispositivo volto a sedare, controllare, dividere, i lavoratori, in una parola a sostituire al conflitto reale la sua rappresentazione.

Non vi è altro luogo decisionale che non siano le assemblee di lotta. I sindacalisti, i dirigenti e i mediatori si attribuiscono oggi, per tutelare il loro ruolo sociale, il compito di contrattare le condizioni dei lavoratori, ma i lavoratori non hanno nulla da contrattare, visto che la dignità del lavoratore (salario, condizioni di lavoro e quindi di vita, etc.) non si contratta, e se proprio qualcuno dovrà mediare questi saranno i delegati scelti dalle loro assemblee di lotta e che alle loro assemblee di lotta rimetteranno il loro mandato.

Il primo conflitto che i lavoratori vivono, infatti, è all’interno dell’ente nel quale lavorano ed è quello tra i dirigenti (spesso avvezzi a ricatti morali o materiali, a intimidazioni e violazioni contrattuali e retributive) i quali, forse, hanno interesse a mobilitarsi, ma, in ogni caso, lo fanno unicamente per mantenere in piedi le loro strutture, per conservare i loro privilegi, il loro prestigio, il loro potere, mentre i lavoratori hanno un solo interesse, quello di vivere dignitosamente.

I lavoratori, quindi, dovrebbero arrivare ad impedire anche la sola presenza dei dirigenti, così come dei rappresentanti sindacali e dei partiti parlamentari, nelle loro assemblee di lotta in quanto sono tutti ruoli interni al sistema, funzionali alla sua amministrazione. Allo stesso modo, i lavoratori, dovrebbero stare attenti ai rappresentanti dei vari coordinamenti, gruppi, collettivi, etc., laddove questi ponessero l’interesse della propria sigla di appartenenza al di sopra dell’interesse dei lavoratori: il soggetto politico che deve dare vita alla lotta, se questa vuole avere una prospettiva, non deve né può essere questo o quel gruppo ma, solo ed unicamente, i lavoratori.

Insomma, è certamente utile e necessario dare vita a comitati di agitazione - aldilà delle denominazioni che possono assumere - ma questi non devono avere la pretesa poi di rappresentare essi stessi il movimento di lotta. I comitati di agitazione sono utili per svolgere un lavoro di stimolo tra gli altri lavoratori, per rompere la cappa di isolamento e rassegnazione, ma devono essere gli organismi assembleari a condurre la lotta. È dalle assemblee di lotta dei lavoratori che devono venire fuori le modalità di lotta e gli obiettivi immediati da portare avanti.

Per questo è centrale che le forme di protesta non si connotino come espressioni fini a se stesse, proprie di un singolo settore o categoria, ma cerchino piuttosto l’apertura e la partecipazione dei proletari in genere, al fine di avviare un circolo virtuoso di estensione e organizzazione comune della forza proletaria. I lavoratori del sociale incarnano molteplici motivazioni per le quali la lotta debba estendersi: non solo la lotta contro i tagli e la crisi è lotta che accomuna nel medesimo interesse materiale tutti i proletari, non solo la necessità di superare il sistema capitalista è l’unica prospettiva praticabile tanto per i lavoratori del sociale quanto per gli altri proletari, ma, anche, il taglio delle politiche sociali si configura come taglio del salario indiretto, ossia taglio al salario di tutti i lavoratori.

La lotta deve essere condotta chiaramente ed esplicitamente contro i tagli che colpiscono i proletari e, a seconda delle situazioni specifiche, per il miglioramento delle loro condizioni particolari. Non ha senso, in quest’ottica, proporre punti di rivendicazione (tipicamente sindacali) che si vorrebbero unificanti come

il riconoscimento della parità di trattamento economico e normativo degli enti committenti gli appalti, l’abolizione della Legge 30/2003, l’allargamento a tutti lavoratori del sociale del CCNL aumentando i compensi orari nei bandi, l’aumento salariale proporzionato all’aumento del costo della vita negli ultimi dieci anni, la modifica del decreto Mancino e l’abolizione del cronologico con attribuzione di priorità alla spesa sociale (7).

Questo, non perché simili rivendicazioni non possano essere giuste in astratto, ma perché, nel concreto, in tal modo si pongono le questioni entrando nei meccanismi di gestione del capitale, per volgerli a vantaggio dei lavoratori: sono i meccanismi del capitale ed entrarvi significa proporsi come co-gestori della crisi, mettersi all’interno di ingranaggi dai quali i lavoratori uscirebbero inevitabilmente stritolati.

No, il terreno sul quale le rivendicazioni immediate devono essere poste è quello dell’individuazione degli opposti ed incompatibili interessi in campo, della difesa degli interessi specifici di lavoratori e utenti, come per esempio la difesa del posto di lavoro, la continuità del servizio/progetto, un livello salariale e normativo dignitoso... Porre rivendicazioni immediate e concrete, senza preoccuparsi di proporre il modo nel quale l’istituzione potrebbe esaudirle è, quindi, il mezzo attraverso cui i lavoratori possono organizzarsi, estendere il fronte di classe, sviluppare lotte vere, evitando al contempo scivolamenti in territori a loro estranei, nei quali resterebbero inevitabilmente invischiati. Sarà poi la controparte istituzionale/borghese ad essere costretta, nel tentativo di anestetizzare il movimento, a fare delle offerte laddove la lotta si fosse radicalizzata, diventando un vero problema per l’ordine pubblico o per il pacifico sviluppo del normale ciclo di produzione del profitto.

Sul piano particolare gli interessi immediati, sul piano generale l’abolizione del sistema capitalista che ha generato tutto questo, per arrivare ad affermare la soluzione proletaria alla crisi del sistema e del welfare: la nascita di una società nella quale il profitto non abbia più senso di esistere e l’unico metro di valutazione siano i bisogni umani e le risorse necessari a soddisfarli.

Conclusione

I comunisti internazionalisti sono impegnati nell’organizzare gruppi di lavoratori internazionalisti, nel Terzo Settore come altrove, al fine di creare, anche se in mezzo ad enormi difficoltà, una rete di nuclei capaci di intervenire nelle lotte.

Gli obiettivi dei lavoratori internazionalisti sono:

  • affermare la contrapposizione e l’inconciliabilità degli interessi di classe tra borghesia (dirigenti, burocrati, amministratori, capitalisti, padroni, politicanti...) da un lato e proletariato (lavoratori “stabili” e precari, occupati e non, di entrambi i sessi e di ogni nazionalità) dall’altro;
  • affermare la sovranità delle assemblee dei lavoratori per ciò che concerne obiettivi immediati e modalità di lotta, nonché la necessità di estendere e collegare quanto più è possibile queste esperienze;
  • stimolare la nascita ed la generalizzazione di lotte vere, che mirino ad arrecare danno ai padroni e ad estendere la forza organizzata della classe, che non si disperdano seguendo piattaforme mirate a ricondurre le conflittualità nell’alveo istituzionale, dove viene inevitabilmente soffocata;
  • la puntuale denuncia del ruolo collaborazionista dei sindacati e dei loro tatticismi - dannosi o, comunque, non utili ai fini di una vera difesa delle nostre condizioni di vita e di lavoro - come la denuncia della politica di tutti quegli organismi riformisti e radical-riformisti che neghino il carattere reale della crisi, la necessità di superare il sistema capitalista;
  • il costante collegamento tra le rivendicazioni immediate ed il programma del superamento della società di classe.

Se i comunisti avranno la capacità di rafforzare tale tipo di coscienza tra i lavoratori, fino al punto in cui la classe stessa la riconoscerà come propria coscienza di classe, allora, i figli dei lavoratori di oggi potranno realmente avere la possibilità di vivere una condizione socialmente migliore di quella misera che stanno oggi vivendo i loro genitori.

Loto V. Montina

(1) Vedi anche l’opuscolo omonimo, più esteso, disponibile sul sito.

(2) Per approfondimenti vedi l’articolo “Sulla teoria della crisi in generale”, in internazionalisti.it.

(3) I dati tra parentesi e precedenti il 1992 sono rilevati dall’Istat con la vecchia metodologia, dal 1992 la Rilevazione Trimestrali sulla Forza Lavoro (RTFL) cambia metodo. I nuovi criteri hanno abbassato il dato della disoccupazione di circa un punto percentuale. Nel 2004 l’Istat è passato dalle RTFL alle Rilevazioni Continue sulla Forza Lavoro e questo ha contribuito ad abbassare ulteriormente la disoccupazione.

(4) Per questo dato e i seguenti la fonte è il “Primo rapporto CNEL/ISTAT sull’economia sociale”, giugno 2008.

(5) Definiamo come radical-riformismo l’area politica che va dall’estrema sinistra che si presenta alle elezioni, al sindacalismo di base alle variegate esperienze nate dalla vecchia “autonomia”, più o meno di classe. Per un primo approfondimento vedi “Considerazioni di classe sul movimento no global”. In internazionalisti.it.

(6) Questo tipo di impostazione politica delle piattaforme è tipico dell’area radical-riformista.

(7) Punti presi da una proposta di piattaforma degli operatori sociali campani.

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Prometeo - Ricerche e battaglie della rivoluzione socialista. Rivista semestrale (giugno e dicembre) fondata nel 1946.