La strana morte di Osama Bin Laden

Come sia veramente morto Bin Laden probabilmente non lo sapremo mai.

Il blitz delle forze speciali americane è stato veloce, determinato e senza lasciare tracce. In poche ore la villa bunker è stata violata, la preda uccisa, il suo corpo trasportato in elicottero su di una nave in attesa nel mezzo dell’oceano indiano. La cronaca vorrebbe che si fosse tenuto persino un improbabile funerale islamico. Perché non arrestarlo per poi esibirlo davanti ad un tribunale internazionale, perché tanta fretta, perché non è stato mostrato un solo fotogramma di tutta l’operazione ripresa dalle telecamere in presa diretta?

La risposta è semplice: perché la “primula verde” doveva scomparire senza lasciare tracce e perché un eventuale processo avrebbe aperto un armadio, quello dei servizi segreti americani e delle amministrazioni Clinton-Bush, pieno di scheletri che non avrebbero giovato all’immagine che la nuova amministrazione Obama vorrebbe dare di se stessa. Come è noto, Osama è stato usato dalla Cia per ben 12 anni, dal 1979 al 1991, come coordinatore e addestratore dell’integralismo internazionale (Al Qaeda nasce in Afghanistan nel 1988), contro l’Unione sovietica nel teatro afgano della guerra fredda. Gli stessi talebani sono stati inventati dai servizi segreti americani, aiutati da quelli pachistani (Isi), finanziati da Washington, dall’Arabia saudita e dalla compagnia petrolifera Unocal, che aveva grandi progetti nell’area centro asiatica per lo sfruttamento, il controllo e il trasporto de petrolio nonché del gas del Kazakistan e dei paesi confinanti.

L’Afghanistan sarebbe dovuto diventare il territorio di passaggio delle varie pipelines per evitare i territori concorrenti di Russia e Iran. In questa prospettiva, i vari governi americani, prima, hanno appoggiato i Mujaheddin di Rabbani e Massud, poi li hanno scaricati per puntare sui Talebani; fallita anche questa carta, sono ritornati ad appoggiare i Mujaheddin, rendendo il territorio afgano ancora più instabile di quello che era, nonostante l’invenzione del governo Karzai, attualmente ancora in carica.

Tutto come da programma, fatto salvo che gli Usa non ne hanno ricavato nulla, accetto due variabili “indipendenti”, quella del nazionalista Sha’ Massud, che è stato eliminato prima dell’offensiva contro i Talebani, perché reticente ad essere usato per la seconda volta, e quella “dell’internazionalista” petrolifero Bin Laden - che si era emancipato dal patrocinio americano dopo la prima guerra del Golfo - preso ed eliminato in un momento topico per la grave situazione economica interna e i futuri progetti imperialistici americani.

Comunque siano andate le cose in quel di Abbottabad, la coincidenza cronologica ha presentato su di un piatto d’argento un successo internazionale contro il terrorismo di cui l’amministrazione Obama aveva assoluto bisogno. L’attuale Presidenza, dopo aver fallito tutti gli obiettivi promessi in campagna elettorale, e dopo aver toccato il più basso indice di gradimento della sua breve storia, ha guadagnato in un sol colpo 10 punti dopo il fatidico due maggio, rilanciando al contempo la sua immagine presso l’opinione pubblica interna e le pretese imperialistiche americane sullo scenario asiatico, messe in seria difficoltà negli ultimi anni dell’Amministrazione Bush e dagli effetti devastanti della crisi economica.

Pur avendo eliminato il nemico numero uno, Obama si è affrettato a dichiarare che la lotta al terrorismo non è finita, che l'eliminazione di Osama è stata una significativa vittoria, ma che la guerra allo jihadismo integralista è ancora lunga e difficile. Per cui il ritiro dall’Afghanistan rimane, sì, come da programma, entro il 2014, ma a condizione che il governo di Kabul, non necessariamente guidato da Karzai, dimostri di essere in grado di governare il paese, altrimenti il Pentagono potrebbe pensare di rimanere e che, comunque vadano le cose, rimarrebbe un consistente contingente militare a salvaguardia degli interessi di Washington, sia sul versante nord che verso il Pakistan.

Quest’ultimo, pur rimanendo formalmente alleato degli Usa, e pedina strategica negli equilibri asiatici, punto di applicazione, per decenni, dei maneggi imperialistici americani nell’area, non ha dato sufficienti garanzie al munifico protettore. Era già successo con il precedente Governo di Musharraf e l’atteggiamento non è cambiato con l’attuale presidente Zardari. Le perplessità americane, sfociate in più di una occasione in aperte denunce, riguardavano l’ambiguità della dirigenza pachistana sulla lotta al terrorismo, ai Talebani e a tutte quelle forme di organizzazioni politico-militari che davano fastidio agli Usa. In termini semplici, l’accusa era che il Governo di Washington scuciva paccate di miliardi di dollari per Islamabad che ne faceva un uso improprio e, oltretutto, non lesinava accordi e protezioni con le stesse forze che avrebbe dovuto combattere.

Le stesse modalità con cui si è proceduto all’operazione di Abbottabad per la cattura e uccisione di Bin Laden lo stanno a dimostrare. L’enorme, sproporzionato dispiegamento di forze impiegato (quattro elicotteri, almeno due droni, decine di uomini appartenenti alle forze speciali, collegamenti con forze navali alla fonda nell’Oceano indiano) era giustificato non tanto dalla possibile reazione del ricercato che, tra l’altro, non ho opposto resistenza, bensì dalla preoccupazione che reparti dell’Isi e dell’esercito pachistano potessero rendere più difficile la cattura o favorire la fuga del ricercato. Era evidente a tutti che Bin Laden non sarebbe potuto rimanere nella sua villa per otto anni, a settanta metri da una caserma dell’esercito pachistano, senza che i vertici dei servizi segreti e dei politici di Islamabad nulla sapessero della presenza dell’ospite in questione.

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Terrorismo a parte, le preoccupazioni di Obama si concentrano sulla penetrazione cinese proprio in questi territori. Da qualche anno Pechino si è introdotta in Afghanistan nella zona di Kunduz, ricca, anche se moderatamente, di gas e di petrolio, e nelle miniere di rame e di ferro del centro-nord. Mentre l’imperialismo americano spendeva soldi per le operazioni militari e per sostenere il corrotto regime di Karzai, quello cinese avanzava nello sfruttamento delle risorse minerarie ed energetiche di Kabul con il beneplacito del governo afgano, grazie ad investimenti per 3,5 miliardi di dollari. Lo stesso in Pakistan, nella zona più ricca da un punto di vista minerario del paese, in Balukistan, dove ha contribuito con un investimento di 200 miliardi di yen alla costruzione del porto di Gwadar, destinato a diventare un importante snodo delle principali rotte petrolifere dell’Oceano indiano.

Senza contare il dichiarato appoggio al Pakistan in chiave anti-India, e quello, meno dichiarato, ai Talebani dell’area confinante tra i due stati. Non a caso, come si legge nel Wall Street Journal di qualche mese fa, il presidente Zardari avrebbe tentato di convincere il suo omologo Karzai ad abbandonare l’alleanza con gli Usa per quella più munifica e sicura della Cina. Lo stesso Zardari, dal 2008, anno del suo insediamento, ha fatto ben cinque viaggi a Pechino, non certo per visitare la “città proibita”. L’asse strategico Kabul-Islamabad, che vedeva l’assoluta preminenza dell’imperialismo americano, oggi consente una profonda penetrazione di quello cinese. In ballo le solite materie prime energetiche e non, il passaggio di oleodotti e gasdotti, la valenza strategica dei due paesi anche sul piano geografico e, non ultima, l’opportunità di investimenti produttivi a costi salariali irrisori.

Se l’attuale confronto/scontro inter-imperialistico vede le sorti di quello americano in progressivo arretramento, proprio per questo la nuova “linea Obama” tenta in tutti i modi di riguadagnare il terreno perduto con un approccio, quello del soft power, in aperta antitesi con quello del suo predecessore, ma con gli stessi obiettivi. Non più, o meglio non solo, con guerre guerreggiate, sin qui disastrose ed economicamente dispendiose, ma anche con accoglimenti politici delle “rivoluzioni” medio orientali, con il ritornare alla carica sulla questione palestinese, con l’esborso di due miliardi di dollari a favore di chi sia disposto ad accettare il patrocinio di Washington. Cambia in parte la musica, ma i direttori d’orchestra sono sempre gli stessi.

Con o senza Bin Laden, i maneggi imperialistici non cessano di esprimersi. Il capitalismo, sempre, ma in modo particolare quando è devastato dagli effetti di una profonda crisi economica, non può permettersi di restare a guardare l’esplodere delle sue contraddizioni. Le deve scaricare sul suo proletariato, su quello internazionale, ed è costretto a fare tutti quei passi necessari sul teatro imperialistico internazionale che gli consentano di sopravvivere, anche se la sua sopravvivenza è la condizione della miseria e della sudditanza di altri.

FD

Battaglia Comunista

Mensile del Partito Comunista Internazionalista, fondato nel 1945.

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