Elezioni in Francia

Oltre il solito starnazzar di oche del Campidoglio…

Poco importa che, per lo strarnazzare del Premier “socialista” Valls (1), l’allarme di una possibile “guerra civile” nel Paese abbia – ma solo apparentemente – sortito l’effetto “benefico” di mobilitare il peraltro striminzito elettorato francese polarizzandolo attorno alla nuova stesura dell’Union Sacrée Repubblicana contro la … “dilagante avanzata dei fascisti” del Front National del duo tutto al femminile Marine-Marion Le Pen.

Dopo le rosee previsioni in seguito all’esorbitante avanzata numerica al primo turno, tutto ciò ne avrebbe impedito la vittoria al secondo turno, scongiurato lo “spettro” della possibile conquista di ben 6 dipartimenti sui 13 in ballo (5 dei quali sono andati invece ai socialisti di Hollande e 7 alla destra “moderata” di Sarkozy) e lasciato a bocca asciutta le due rampanti leader frontiste. Poco importa – intendiamo dire - nella analisi politica di classe che come comunisti ci accingiamo a delineare.

… c’è la solita solfa del fronte unico antifascista

La vecchia (2) ma sempre vintage tattica del “fronte unico repubblicano e antifascista” come argine di sbarramento all’avanzata della destra estrema, adottata oggi dai socialisti di Hollande non ha affatto scampato il pericolo di una futura vittoria frontista, né ha evitato che il PS perdesse ancora terreno specie a livello locale, arginandone solo il crollo.

Ma soprattutto non ha oscurato i due aspetti politicamente più rilevanti:

  1. la metà dell’elettorato francese ha disertato le urne: il partito dell’astensione (3) è il primo partito in Francia (e non solo…);
  2. l’impetuosa avanzata elettorale e il forte e progressivo radicamento sociale della estrema destra in aree sempre più vaste della Francia, Paese da sempre baluardo _storico_ dei valori cosiddetti “repubblicani”, parto dell’astratta impostazione ideologica borghese: liberté, egalité, fraternité per un mitologico Citoyen.

Riguardo al primo aspetto, si sa: la falsa democrazia borghese va avanti ugualmente a funzionare, anche se chi governa fosse legittimato da percentuali irrisorie di elettori votanti (negli USA sono decenni che ciò avviene), senza che ciò susciti alcuno “scandalo” (anzi!).

La tesi “attentati terroristici”non regge…

Riguardo al secondo aspetto, c’è da sottolineare come tale avanzata non sia affatto databile 2015 ma registri un costante consolidamento di consensi già dagli anni ‘80 e ’90. I recenti eventi terroristici di Parigi - attentati di Charlie Hebdo e di Parigi del 13 novembre scorso - hanno tutt’al più svolto un ruolo catalizzatore di voti, ma non sono stati certo determinanti per un’ascesa che il FN registra ormai da tempo (4): nello spazio dei soli ultimi 3 anni i voti all’estrema destra sono passati da poco più del 18% a poco meno del 28%.

Con questo dato storico-statistico ci si mette davvero poco a smontare dunque la tesi assai diffusa dell’effetto “attentati e paura del terrorismo” come di quello “retorica anti-flussi migratori” come principale _se non unico_ volano del ricco bottino conquistato al primo turno elettorale di dicembre: tra il 28% e il 30% su scala nazionale con punte del 40-50% per Marine nell’ex roccaforte della gauche (il Nord-Pas-de-Calais-Picardia, regione ex-mineraria e industriale molto colpita dalla crisi e già da anni nuova area di espansione del FN, specie a seguito della sua progressiva e socialmente dolorosa deindustrializzazione degli ultimi decenni) e per la nipote Marion nella ricca e più tradizionalista regione del sud, la Provenza-Costa Azzurra. (5)

A tutto questo hanno contribuito diversi fattori: dall’aggravarsi inesorabile della crisi, che ha messo a nudo il carattere ingannatore delle ricette sia della destra liberale “moderata” sia del riformismo “socialista”, fino alla nuova immagine (restyling) impressa al partito da Marine sin dal 2011, anno in cui il vecchio leader xenofobo, liberale e antistatalista Jean-Marie fu estromesso di fatto dal partito e sconfessato dalla figlia.

L’abile e vincente gioco propagandistico del duo Marine-Marion…

È stato l’esito vittorioso più significativo dell’abile gioco propagandistico del “fresco” duo Le Pen (6).

Prese in mano le redini del partito, Marine ha infatti operato un’abile svolta sia nei toni propagandistici che nel temi programmatici, e anche questo spiega l’incremento di consensi e simpatie verso il FN: un misto di nazionalismo, sì, ma ben condito con le... banalità del radical-riformismo che tanto spesso prosperano in bocca anche a certa … "sinistra antagonista” dei nostri giorni.

Il FN stesura 2.0 di Marine ha così in qualche modo accantonato la precedente impronta xenofoba e razzista del padre (7), puntando maggiormente ad un discorso politico più laico, improntato sia sulla tolleranza antifobica dell’immigrazione (purché “regolamentata”), sia sulla difesa della sacra sovranità nazionale (con l’auspicata uscita dall’eurozona) oltre che - udite udite! - dello stato sociale contro la pressione dell’ultraliberismo.

Ma è soprattutto l’adozione di parole d’ordine anche di sinistra sui temi economico-sociali, e in parte in politica estera, ad aver favorito l’aggregazione da parte della Le Pen di quelle fasce sociali da lei stessa definite “perdenti della globalizzazione”, un tempo elettorato socialista e comunista: disoccupati, operai, artigiani, commercianti. È il “popolo” di cui parla Marine .

E si sa, dalle belle e altisonanti promesse l’elettorato aduso a delegare sempre il proprio salvataggio alle istituzioni parlamentari borghesi e abbandonato a se stesso per la mancanza di una avanguardia rivoluzionaria, riesce a rimanere purtroppo costantemente attratto, abbindolato e persino affascinato.

Significative e chiare le dichiarazioni di Pierre Gattaz - presidente del MEDEF (la Confindustria d'Oltralpe):

... il Front National propone un programma economico di ispirazione social-comunista

paragonandolo al Programma Comune della Sinistra (PS e PCF) del 1981:

ritorno al Franco, aumento delle tasse sulle importazioni, ma soprattutto abbassamento dell'età pensionabile a 60 anni e aumento di 200 euro del salario minimo...

Bella ricetta, aggiungiamo noi, ma che se imprenditori e governo avessero potuto concedere, non avrebbero perso un attimo a farlo, non fosse che per mantenere il loro consenso con l’ennesima briciola di aumento salariale (come già fatto in passato, peraltro, quando gli alti livelli di profitto lo consentivano). Ma evidentemente ciò non è … possibile oggi, nel bel pieno di una crisi da asfissia di profitti a livello planetario.

Un nuovo inedito dosaggio, dunque, tra ricette di destra e di sinistra, un mix condito poi del sempreverde, e vincente, slogan anticasta, che riecheggia il populismo trasversale dei Cinque Stelle (per altri aspetti diverso da quello lepenista):

Il Front National ha battuto la casta! Una casta che credeva di sopravvivere di generazione in generazione è stata rigettata dagli elettori.

Marine Le Pen

Sembra di sentir pontificare un certo italico Grillo parlante, con ampio gregge al seguito…

La composizione sociale del voto frontista e le vere cause del suo successo…

Un voto estremamente stratificato quello che si orienta oggi alla destra estrema, in Francia come altrove in Europa.

Molto significativo è infatti analizzare la composizione sociale del voto frontista che si rafforza peraltro dove era già molto forte, quasi a capitalizzare i consensi già raccolti ben prima degli attentati.

Tale analisi dimostra come tale radicamento sociale riguardi non più solo i ceti sociali piccolo e medio borghesi, fortemente penalizzati e drammaticamente precipitati dalla crisi (o a rischio di) nel grande esercito “proletario”, progressivamente declassati, e che si percepiscono ormai estranei o espulsi dai processi decisionali reali. Elettorato, questo, abilmente catturato anche grazie alla riappropriazione di alcuni temi forti della tradizione repubblicana tanto cari ai ceti medi meno estremisti, più moderati e tradizionalisti, specie quelli di estrazione cattolica papafranceschista, ben poco propensi a radicalizzarsi su posizioni di stampo xenofobo e razzista.

Quanto alla radicalizzazione all'estrema destra di consistenti fette di elettorato ex moderato e persino proletario, mutatis mutandi, è quanto sta avvenendo anche in Italia con il ribaltamento della leadership nel centro destra, passata nell’arco degli ultimi 5 anni almeno, dal partito moderato di Berlusconi a quello leghista di Salvini.

Il voto frontista coinvolge infatti oggi anche intere fasce di giovani delle periferie (8), condannati a vivere sempre di più la frustrazione di non riuscire a raggiungere livelli di reddito paragonabili a quelli delle famiglie borghesi anzi, di non trovare nemmeno uno straccio di occupazione.

Ma anche e soprattutto tradizionali e consistenti fette di quell’elettorato “di sinistra” (9), operaio e non -- persino nelle storiche roccaforti socialiste del nord del Paese -- progressivamente eroso e sottratto ai socialisti già nel recente passato, e che si percepisce orfano di una gauche da cui si sente letteralmente dimenticato e abbandonato agli strali della crisi.

Le ragioni di fondo del progressivo radicamento territoriale del FN vanno dunque ricercate in un profondo malessere e sbandamento sociali e politici originati dalle profonde trasformazioni sociali, economiche e urbanistiche subite dal Paese negli ultimi 30 anni e aggravati dall’incedere incessante delle drammatiche conseguenze sociali della crisi economica mondiale, che proprio perché planetaria resta non superabile da qualsiasi prospettiva nazionale e sovranista. Malessere di quei settori sociali che più subiscono o percepiscono emarginazione, assenza di prospettive di ripresa e di quelle regioni in cui la crisi economica si fa sentire in modo più netto.

Il voto frontista non ha smesso infatti di spostarsi progressivamente dal centro delle grandi città, dove si concentra il ceto medio, verso territori sempre più lontani dalle metropoli: aree periferiche, piccoli centri e, più di recente, località rurali. Quelle insomma dove la popolazione se la passa peggio. Si pensi a quanto avviene nel Nord-Pas-de-Calais, epicentro dell’exploit elettorale attuale del FN (il 50% dei consensi) ed ex bastione comunista (cioè del PCF), dove un abitante su sei vive al di sotto della soglia di povertà.

A questo disagio sociale è “comprensibile” che si unisca oggi, a differenza che in passato (in Francia è presente da lungo tempo la più consistente comunità musulmana d’Europa), una profonda ostilità verso l’immigrazione più recente, che viene presentata ma soprattutto percepita da molti - falsamente, è ovvio - come una ulteriore minaccia di peggioramento della propria condizione già precaria, del proprio status acquisito ma ormai in bilico su un profondo precipizio; e che viene strumentalizzata con successo dalle destre estreme e dai populismi d’ogni ordine e grado.

Per tutti costoro l’alternativa - “obbligata” in assenza di vere alternative - restava: disertare le urne o scommettere sull’ultimo imbonitore di turno. E puntualmente è avvenuto l’uno e l’altro. Ci si orienta verso il FN, intravvedendolo come l’ultima spiaggia, l’unica possibilità rimasta sul cui successo “scommettere”.

Stabilire poi una relazione diretta tra la presenza di immigrati e il voto per il FN è non solo sbagliato ma brutalmente smentito dai dati: infatti il Pas de Calais, dove il FN ha registrato il 40% dei consensi, è quello tra i 95 dipartimenti francesi che vanta la proporzione più bassa di immigrati residenti, mentre nella vasta area metropolitana parigina proprio i quartieri in cui è più forte la proporzione di immigrati registrano i consensi più bassi al FN: a Parigi il FN si è fermato al 9,65% e nel quartiere dove hanno colpito i terroristi (11mo arrondissement) addirittura al 7,49%.

Ipotizzare poi l’escalation del voto al FN come mero “voto di protesta” legato ai più recenti avvenimenti è tesi che non regge altrettanto: un voto di protesta non dura 30 anni (10).

L’ennesimo default della sinistra riformista: sul terreno riformista la battaglia è persa in partenza

Ma a tutto ciò - ed è ciò che maggiormente ci preme sottolineare - si unisce soprattutto la totale assenza di credibili e affidabili sponde politiche anticapitaliste rispetto alla cosiddetta “sinistra” – anche “radicale” - dello schieramento istituzionale borghese.

Se è vero – come è vero – che persino i socialisti di Hollande si sono rimessi in carreggiata elettorale svoltando a destra e arginando, seppur in parte, il progressivo calo di consensi solo in seguito all’adozione, sull’onda dei recenti fatti di Parigi, di politiche di forte restringimento delle libertà democratiche in nome della lotta allo spettro terroristico e a salvaguardia della sicurezza e incolumità sociale.

I due eserciti contrapposti in eguale rapida avanzata – quello frontista e quello astensionista – si fanno interpreti il primo di un estremo tentativo di reazione che si accompagna al disgusto per le tante promesse non mantenute, il secondo di una disillusione, di un disorientamento derivante dalla assoluta mancanza da un lato di alternative che propongano una radicalmente diversa forma di organizzazione economica della società, dall'altro di un soggetto politico che se ne faccia portatore.

Destra e sinistra borghesi predicano riformismo, ciascuno a suo modo, alimentano il sempre più disgustoso mercato dell’ideologia e della politica delle false soluzioni, impugnando insieme la bandiera comune dell’anticasta e della sovranità nazionale perduta, e razzolano provvisorio consenso tra la rabbia e la disillusione. Entrambe incapaci di governarle se non a colpi di “nemici” esterni sempre in agguato (l’immigrato, il terrorista, l’Islam oppure l’euro e la sovranità nazionale perduta), tutti abilmente confezionati per offuscare agli occhi degli sfruttati il loro vero nemico: il dominio sociale di classe del capitale.

E laddove anche la cosiddetta “sinistra radicale” – di cui noi comunisti rivoluzioni ci pregiamo di non far parte – fa, come fa, proprie le compatibilità del capitalismo limitandosi alla mera denuncia e/o ostentata indignazione per le politiche di austerità, queste ultime avanzano senza sosta, imposte ai governi dal sistema economico per fronteggiare la sua crisi strutturale. Al tempo stesso e così essa lascia spazio alla destra e alle sue strumentalizzazioni razziste e xenofobe, condite di altisonanti promesse di miglioramento in salsa, se vogliamo, persino ancora più radicale (vedi la La Pen).

È quanto già avvenuto nella Grecia della “sinistra radicale” di Tsipras, è quanto avverrà presto nella Spagna della “sinistra radical-indignata” di Podemos.

Una sinistra alla quale – abbracciata la bandiera nazionalista - sembra non rimanere ormai altra carta da giocare – come già altre volte in passato – se non quella dell’allarme fascismo dilagante, che si traduce in un antifascismo… militante sterile perché non anticapitalista: inseguire lo spettro di un pericoloso fascismo (interno e internazionale) che avanzerebbe, e da contrastare inneggiando ancora una volta alla … unità nazionale e patriottica, da sempre cavallo di battaglia di una destra che dunque, su questo terreno, resta ben più credibile.

L’effetto finale è evidente e devastante: la destra trionfa, la sinistra le annaspa dietro, nel patetico e grottesco tentativo di far proprie le parole d’ordine tradizionali della prima, pur di far breccia nel cuore amareggiato di un elettorato del tutto passivo e disarmato politicamente.

Finché la sinistra, moderata o sedicente radicale che sia, si pone e resta sull’insulso e perdente terreno delle promesse di una impossibile umanizzazione del capitalismo, essa troverà persino nella destra più estrema (dalla Le Pen ai Salvini ad Alba Dorata) pane per i suoi denti, ossia concorrenti agguerritissimi che, fra l’altro, risultano spesso molto più credibili e convincenti di lei quanto a… radicalità rivendicativa.

Sul carro delle facili e gratuite promesse è infatti facile salire in tanti, innumerevoli concorrenti, per i quali è davvero sempre molto facile far promesse o avanzare rivendicazioni radicali poi impossibili da realizzare: che ciascuno proponga la sua balla migliore, insomma!

Popolo, Patria e Nazione sono solo inganni per dividerci ed indebolirci.

"È la rivolta del popolo contro le élite… Il popolo si è espresso e la Francia ha sollevato la testa! ... Siamo il primo partito di Francia. Siamo l’unico fronte veramente repubblicano perché l’unico che difende la nazione e la sua sovranità." (Marine Le Pen)_

«Tutti uniti contro la casta disonesta!»: ecco lo squallido vecchio slogan al quale da sempre i potenti ricorrono (per bocca dei loro demagoghi) per mobilitare i lavoratori al fianco dei loro padroni e sfruttatori. Ecco il mantra ideologico che accomuna ancora una volta la destra populista (dalla Le Pen, ai Salvini agli Orban…) alla “nuova sinistra” indignata degli Tsipras e dei Podemos, senza dimenticare, naturalmente, “l'anfibio” Grillo.

Noi diciamo: non sono le élites economico-finanziarie o le caste politiche in sé stesse il vero nemico dei lavoratori, ma ciò che le origina e le rende tali, che le crea per autoconservarsi e difendere i propri interessi: il potere del denaro-capitale, tolto loro il quale, esse si disintegreranno come neve al sole.

Noi diciamo: la “rivolta” non basta, e soprattutto non si fa con le matite ai seggi! Gli sfruttati non hanno Patria di cui “andar fieri”, perché è la loro pessima condizione sociale ad accomunarli oltre ogni frontiera.

Noi diciamo: il “popolo” non esiste se non come falso e ipocrita contenitore-minestrone che al suo interno racchiude tutti, ricchi e poveri, lavoratori e padroni, speculatori e risparmiatori, bianco e nero, tutto e il contrario di tutto. Esiste piuttosto un’intera umanità negata perché organizzata, divisa e contrapposta in classi sociali dagli interessi inconciliabili: quello al profitto contro quello alla soddisfazione di bisogni.

Noi diciamo: I lavoratori non hanno patria né nazione, e la tanto sbandierata sovranità nazionale non è mai appartenuta loro se non sulla carta, cioè in astratto: è dunque un inganno!

Le frontiere nazionali esistono solo per dividere i lavoratori e farli lottare l’uno contro l’altro e non contro i loro sfruttatori, di modo che anziché rafforzarsi unendosi, essi si scannino a vicenda mentre i loro grassi padroni si spartiscono la ricchezza prodotta dal sacrificio del loro lavoro, aggravano le tasse e impongono austerità, tolgono loro ogni “diritto”, ogni “garanzia”, persino ogni risparmio, e tutti quei servizi sociali che pure sono essi a pagare con le tasse e le trattenute sul salario-stipendio.

Conclusioni…

Al tempo stesso però, laddove la reazione si limita all’astensione o laddove si traduce ancora nell’illusione democraticistica di poter cambiare il proprio destino di sfruttato con un segno di matita, nessuna prospettiva (comunismo) si apre al cambiamento e all’abbattimento definitivo del dominio di classe borghese.

Rinasca piuttosto nei lavoratori – affermiamo noi con forza - la consapevolezza della necessità reagire su di un terreno di classe e, per questo scopo, di dar vita a loro organismi autonomi di decisione e di lotta intransigente al capitalismo, alle sue leggi e alle sue politiche, per riprendere nelle loro mani la loro decisiva battaglia per l’abolizione definitiva di ogni dominio di classe, attraverso l’inesorabile distruzione dei meccanismi che quel dominio generano, garantiscono e reiterano:

la proprietà (o il controllo) privatistica dei mezzi di produzione, la produzione per il profitto, il denaro e lo scambio mercantile, la finanza e il debito come leve di accumulazione del capitale in mano ai capitalisti e al loro Stato, le guerre come strumento di dominio, di conquista e di spartizione dei mercati tra giganti imperialisti per il controllo delle fonti energetiche e delle materie prime, il razzismo come strumento di divisione e di guerra tra poveri.

Solo questa salda consapevolezza - guidata dalla indispensabile presenza, diffusa e radicata fra i lavoratori, di un’avanguardia politica di classe sul terreno interno ed internazionale (il partito rivoluzionario) - potrà far ripartire un reale processo di cambiamento rivoluzionario che finalmente metta fine a disoccupazione, insicurezza, precarietà, assenza di prospettive, violenza, povertà, fame, inquinamento e distruzione ambientale, malattie, intolleranza razziale e guerre.

Solo abbattendo il sistema capitalista che li genera, si potrà dar vita ad un'organizzazione sociale radicalmente nuova e possibile, improntata alla solidarietà, alla collaborazione e alla cooperazione tra lavoratori, in cui si lavori tutti solo poche ore al giorno e in cui si produca solo per soddisfare bisogni, non per il profitto che va ad ingrassare i conti in banca di pochi parassiti della società.

Questa è un'organizzazione sociale veramente comunista, che nulla ha a che spartire coi falsi sedicenti socialismi “reali” di Russia, Cina, Corea del Nord ecc., né coi falsi sedicenti socialismi “in itinere” di Cuba, Venezuela, ecc, nei quali la divisione in classi persiste al pari dello sfruttamento di lavoro salariato, del dominio del denaro, della produzione finalizzata allo scambio mercantile e al profitto, non invece alla distribuzione e alla piena soddisfazione dei bisogni reali della collettività e di ciascuno dei suoi componenti.

Il capitalismo è irriformabile, come dimostrano secoli di insulse ricette riformiste.

Popolo, Patria e Nazione sono solo inganni per dividerci ed indebolirci.

Le classi dominanti sono unite contro le classi subalterne, per controllarle attraverso il potere della paura e dell’ostilità reciproche. Evvai allora con le innumerevoli false crociate: residenti contro immigrati, vecchi contro giovani, nord contro sud, cicale contro formiche, onesti contro disonesti e corrotti, buoni contro cattivi, valori occidentali contro valori orientali, civiltà contro inciviltà.

Affinché i proletari di tutto il mondo non si uniscano, bisogna che si combattano.

Ai lavoratori di tutto il mondo, accomunati dal medesimo destino di sfruttamento, precarietà, miseria, spetta il solo, grande, difficile compito di spezzare una volta per tutte la catena con cui il capitalismo li soffoca e, unendosi al di là di ogni falsa frontiera nazionale, dar vita alla “comunità umana” di cui la società del capitale, del profitto, del danaro e del mercato li priva.

Essi non hanno patria, ma sono e restano la classe il cui compito, oggi e da sempre, è eliminare tutte le classi.

PF

(1)

Ci sono due visioni per il nostro Paese. Una, quella dell’estrema destra, in fondo, predica la divisione. Questa divisione può condurre alla guerra civile,

ha affermato Valls secondo cui il programma del FN è una «fregatura che inganna la gente». Da quale pulpito, verrebbe da esclamare, ma – a proposito di “fregature” - lo lasciamo decidere all’ex elettorato socialista francese “migrato” al consenso alla Le Pen…

(2) Tattica similare fu già adottata a suo tempo dai socialisti francesi, all’epoca in cui, nelle elezioni presidenziali dell’anno 2002, contro il candidato Chirac giunse al ballottaggio il vecchio Jean-Marie Le Pen.

(3) Più di 20 milioni di francesi non si sono recati alle urne. Il dato ufficiale è del 50% di non votanti, ma si riferisce soltanto agli “iscritti sulle liste elettorali” e non invece al totale degli aventi diritto al voto.

Appare dunque, presumibilmente, un dato taroccato se si considera che in Francia, per poter esercitare il diritto di voto, bisogna iscriversi alle liste elettorali, contrariamente all’Italia dove la cosa è automatica e legata alla residenza. È quindi chiaro che qualora – come sembra - il dato ufficiale dell’astensione non prendesse in considerazione anche coloro i quali sono in età di voto ma hanno scelto di non iscriversi alle liste elettorali, la percentuale riportata sarebbe di certo sottostimata, e il numero reale degli astenuti ancora più alto perchè conteggerebbe effettivamente tutti gli aventi diritto, iscritti o meno alle liste suddette.

(4) Il salto in avanti più spettacolare si è registrato infatti tra le elezioni presidenziali del 2012, le municipali del 2014 (ben 11 città con più di 1000 abitanti andarono a sindaci frontisti) e le europee del 2014 (in cui il FN divenne per la prima volta il primo partito di Francia in termini di voti) nonché le dipartimentali della scorsa primavera.

(5) Al primo turno il FN risultava primo partito anche in Alzazia-Lorena-Champagne, Borgogna, Valle della Loira e Linguadoca-Pirenei.

(6) Il duo Marine-Marion, peraltro, per molti aspetti divergenti su parecchie questioni, si è dimostrato assai vincente giocando ulteriormente a favore di un maggior radicamento nell’elettorato anche più tradizionalista e moderato, così come in quello cattolico anche più reazionario da un punto di vista dottrinale. Laica e moderata Marine (che si dichiara cattolica ma non praticante), supercattolica e tradizionalista Marion, tanto che qualcuno azzarda persino l’ipotesi di un’abile messa in scena orchestrata ad arte per trasformarsi in un vantaggio competitivo in termini di consenso elettorale.

Marion è esplicitamente contro l’aborto, e promette di eliminare per questo i sussidi regionali ai consultori familiari ,perché “banalizzano l’aborto”, manifesta addirittura simpatie monarchiche, è contro i matrimoni gay e la pena di morte.

Marine al contrario promuove una maggiore laicità secondo i principi repubblicani, sostiene la pena di morte come cardine di un efficiente sistema penale, si tiene alla larga dalle manifestazioni anti matrimonio gay svoltasi nel 2013 e si avvale persino, per la sua campagna elettorale, di un direttore che, oltre che omosessuale dichiarato, in passato era un attivista per i diritti gay.

(7) L’ennesima provocazione del vecchio leader Jean-Marie è giunta puntuale, proprio nel giorno del trionfo elettorale della figlia al primo turno, il 6 dicembre, con la pubblicazione su Twitter di un video di provocazione anti-semita.

(8) Secondo una stima della radio pubblica “France Info” il FN è stato il partito più votato dai giovani tra i 18 e i 24 anni. Al tempo stesso si è registrato anche un forte astensionismo giovanile nelle periferie: detestano Sarkozy ma si sentono traditi dal discorso politico di Hollande e del premier Valls.

(9) La corte all’ex elettorato di sinistra deluso da Hollande, per certi versi le è stata resa persino più agevole ed efficace dallo stesso ordine di scuderia lanciato dal Partito socialista ai propri candidati, arrivati in terza posizione, di ritirarsi nelle regioni in cui il FN ha ottenuto le percentuali più alte, facendo “fronte comune contro il Front National” per evitare che vincesse grazie alla dispersione dei voti, e invitando quindi i suoi elettori a votare il candidato “repubblicano” di Sarkozy. Ordine che ha lasciato insomma l’elettore di sinistra dinanzi al bivio-dilemma: astenersi per restare fedele alle proprie convinzioni, o votare un partito di destra moderata per evitare che ne vincesse uno di destra estrema.

10)

La protesta è un sintomo immediato di scontentezza. Trent’anni di “voto di protesta” visto che la crescita elettorale del FN si sviluppa a partire dagli anni Ottanta? Non regge. Al contrario, vanno analizzati le forze profonde e i motivi di lungo corso che sono all’opera. (…) Al FN non si avvicinano più soltanto i meno garantiti, ma sempre più spesso anche chi non riesce a vedere un futuro davanti a sé o lo vede bloccato dalle caste, dal “sistema”, dalla politica tradizionale: quelli per cui l’ascensore sociale è in panne e non sanno più come farlo ripartire. (…) Anche se in questo caso c’è la forte probabilità che il risultato sarà peggiore delle attese e che comunque l’esito non migliori le loro vite…

Hervé Le Bras, storico e demografo francese, uno dei maggiori studiosi della storia sociale del Paese
Mercoledì, January 13, 2016

Battaglia Comunista

Mensile del Partito Comunista Internazionalista, fondato nel 1945.

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