Tesi sul ruolo dei comunisti nella lotta economica della classe lavoratrice

La storia di tutte le precedenti società divise in classi è stata storia di lotta di classe. Ma mentre, storicamente, le classi emergenti hanno raggiunto il loro dominio economico e politico difendendo una qualche forma di diritto di proprietà, la classe lavoratrice, il proletariato, non ha alcuna proprietà da difendere. Pertanto le nostre lotte assumono un carattere differente rispetto a quelle di tutte le precedenti classi in lotta.

Nel sistema capitalistico la classe lavoratrice produce col suo lavoro tutta la ricchezza. Ma la maggior parte di questa ricchezza le è ogni giorno espropriata dalla classe capitalista. I capitalisti ottengono ciò pagando ai lavoratori solo la loro capacità di lavoro, o forza-lavoro, mentre si appropriano del prodotto del loro lavoro.

Il risultato è che i lavoratori producono il corrispettivo del loro salario con una parte del lavoro erogato e forniscono al capitalista lavoro non pagato per il resto della giornata lavorativa. Il capitalista tenta costantemente di ridurre il prezzo di questa foza-lavoro al minimo possibile, mentre i lavoratori combattono per difendere il valore dell'unica merce che possono offrire: la loro forza-lavoro.

Questo sfruttamento del lavoro della classe lavoratrice e il costante tentativo dei capitalisti di ridurre il valore della forza-lavoro è la forza motrice della lotta di classe in regime capitalistico.

Quando di nascosto, quando apertamente, la quotidiana lotta tra capitalista e lavoratore è il carattere fondamentale del sistema capitalistico. Ma poiché i lavoratori non possiedono proprietà, essi non possono definitivamente vincere la guerra di classe “senza averne coscienza”, ingaggiando semplicemente una “guerriglia” (Marx) per i loro bisogni immediati e di base.

In questa guerra di classe la classe lavoratrice può uscire vittoriosa solo se riconoscerà se stessa come classe “per se” e che i suoi reali bisogni possono essere soddisfatti solo adottando coscientemente un nuovo modo di produzione. Questo richiede un'autonoma azione della classe e il riconoscimento da parte sua della necessità di unirsi contro tutte le forze che il capitalismo globale ha a sua disposizione. In definitiva ciò richiede un programma e un'organizzazione politica anticapitaliste.

Sin dalle origini del modo di produzione capitalistico, i lavoratori si sono uniti per usare la loro forza collettiva astenendosi dal lavoro, per lottare contro gli attacchi alle loro condizioni di vita.

Ciò ha condotto alla nascita dei sindacati in vari mestieri, che furono immediatamente dichiarati illegali dagli Stati in cui il modo di produzione capitalista era in ascesa. In questa fase i lavoratori in sciopero mettevano in gioco molto di più che l'unica possibilità di procurarsi da vivere, rischiavano anche la perdita di quel poco di libertà di cui godevano: rischiavano la deportazione e persino la pena di morte per essersi organizzati tra di loro.

La guerra di classe era, a quel tempo, al suo stadio più primitivo e i sindacati erano piccoli e spesso avevano vita breve. Il denaro che veniva risparmiato per uno sciopero avrebbe dovuto essere utilizzato per lottare e se la battaglia falliva molto spesso anche il sindacato falliva (per es. i minatori di Durham, nel Regno Unito, non ebbero un sindacato fra il 1844 e il 1871, dopo il fallimento dello sciopero del 1844).

In questo periodo (la prima meta del XIX secolo) non c'era separazione tra lotta economica e politica della classe lavoratrice, un fatto sottolineato molto chiaramente dal sorgere del movimento cartista. Fu questo ad impressionare Marx nelle sue prime osservazioni sulla lotta di classe nella società capitalistica.

Nel corso di tutta la sua vita il suo intento fu quello di legare l'“unione dei lavoratori” (con il che egli intendeva più che un semplice sindacato di mestiere) con il movimento politico per l'emancipazione della classe lavoratrice.

Egli comprese che i sindacati erano organizzazioni “difensive” dei lavoratori e che il loro ruolo sarebbe sempre stato quello di negoziare la vendita della forza lavoro, ma allo stesso tempo si augurava anche che essi andassero oltre l'aspetto economico e intraprendessero la lotta politica per il futuro non solo immediato, ma anche di lungo termine, della classe.

Ad ogni modo, al tempo della formazione della Prima Internazionale (1864) il crescente riconoscimento dei sindacati da parte dei capitalisti (essi furono, alla fine, legalizzati in Francia nello stesso anno della fondazione dell'Internazionale, e sette anni dopo in Inghilterra), il movimento sindacale fu dominato dal “nuovo modello di sindacato” tra le professioni più qualificate.

Questi erano più simili a società mutualistiche ed erano generalmente contrari agli scioperi. Marx sperò che portando i loro capi nell'Internazionale essi avrebbero potuto ricevere una formazione e che in questo modo i sindacati sarebbero diventati più “politici”.

Se i sindacati di mestiere sono necessari per la lotta di guerriglia fra capitale e lavoro, essi sono ancora più importanti come agenzie organizzate per il superamento dello stesso sistema del lavoro salariato e del dominio capitalista … Troppo concentrati esclusivamente sulle lotte locali e immediate contro il capitale, i sindacati di mestiere non hanno ancora pienamente compreso il loro potere contro il sistema stesso della schiavitù salariale. Essi perciò si sono tenuti troppo in disparte rispetto ai movimenti sociali e politici generali … Oltre ai loro scopi originari, essi devono ora imparare ad agire deliberatamente come centri organizzati della classe lavoratrice nell'interesse più ampio della sua completa emancipazione.

Salario, prezzo e profitto, 1865

L'esperienza della Comune di Parigi fu d'altronde un altro evento chiave nella lunga marcia del proletariato rivoluzionario. Essa convinse Marx che la sola strada per l'emancipazione consisteva non nella graduale conquista del potere all’interno dello stato capitalistico (“vincendo la battaglia per la democrazia”) ma doveva iniziare con il suo rovesciamento rivoluzionario.

Il proletariato «non può semplicemente prendere possesso della macchina statale così com'è e utilizzarla per i propri fini» (1872, Prefazione all'edizione tedesca del Manifesto del Partito Comunista). Esso deve distruggere l'apparato dello Stato e ricostituire la società di nuovo, a propria immagine.

La Comune, malgrado la sua breve vita, aveva dimostrato che la classe lavoratrice aveva la capacità di farlo. Ma mentre i membri dell'Internazionale avevano svolto un ruolo nella Comune e fatto un buon lavoro nel promuovere l'organizzazione di classe, inclusi i sindacati, l’Internazionale stessa non poteva sopravvivere alle sue divisioni interne.

Il suo collasso produsse quello che fu in molti sensi un passo indietro, con la fondazione in ciascun paese di partiti nazionali che alla fine sarebbero entrati nella Seconda Internazionale, dai legami politico-organizzativi molto più allentati.

La Seconda Internazionale fu dominata sin dall'inizio dai riformisti e da coloro i quali credevano che il percorso evolutivo verso il socialismo fosse del tutto compatibile con la loro posizione privilegiata all'interno del movimento.

Nonostante le frequenti critiche private di Marx ed Engels, nella Seconda Internazionale la tendenza alla collaborazione di classe si rafforzò. I sindacati che si svilupparono all'insegna della Socialdemocrazia della Seconda Internazionale erano ampiamente dominati da unioni di mestiere, malgrado in quel periodo si sviluppassero sia le grandi imprese capitalistiche che la sindacalizzazione della manodopera non qualificata e fino ad allora non organizzata.

I sindacati, che inizialmente erano organizzazioni di autodifesa, cominciavano a diventare più grandi, sempre più distanti dai loro membri e più occupati a negoziare coi capitalisti che ad usare l'arma dello sciopero per combatterli.

In risposta alla totale inadeguatezza dei partiti socialdemocratici e dei sindacati, sopraggiunse la reazione del tutto comprensibile del sindacalismo rivoluzionario o anarco-sindacalismo. Partendo dagli Stati di più recente sviluppo capitalistico (Spagna e Italia), il sindacalismo si diffuse anche e maggiormente in Francia, Inghilterra e Stati Uniti.

Osservando il collaborazionismo di classe all'insegna del “cretinismo parlamentare” (Marx) dei partiti socialdemocratici e laburisti, esso giunse alla conclusione che la strada da percorrere era l'azione diretta.

Il suo strumento sarebbe stato lo sciopero generale, allo scopo di realizzare il trasferimento della proprietà delle fabbriche, delle miniere, ecc. ai lavoratori che vi erano impiegati, così che esse potessero diventare le unità produttive autogestite di una società senza Stato.

Il sindacalismo rivoluzionario ebbe una grande influenza nel periodo immediatamente precedente alla Prima Guerra Mondiale (influenzando persino sindacati tradizionali come il MFGB e quello dei lavoratori del trasporto) e suscitarono grave preoccupazione tra le fila della classe dominante.

Tuttavia il sindacalismo fallì la prova politica della prima guerra mondiale. Lo scivolamento del capitalismo nella guerra imperialista rivelò il fallimento totale di questo approccio.

La risposta della classe lavoratrice avrebbe dovuto essere ovunque una battaglia per abbattere lo Stato borghese, ma da ogni parte, dalla grande maggioranza dei socialdemocratici ai sindacalisti (come la CGT francese), tutti i grandi “battaglioni del lavoro” trovarono ogni pretesto per schierarsi al fianco del “proprio” stato capitalista.

Questo fu uno spartiacque nella storia della lotta di classe. Da un lato coloro che sostenevano, con Lenin, che la “guerra imperialista” doveva essere trasformata in guerra “civile” o di classe, gli internazionalisti che avrebbero poi sostenuto la Rivoluzione d'Ottobre e la creazione di una Terza Internazionale (comunista); dall'altro lato il vecchio movimento operaio socialdemocratico, che avrebbe fatto la pace con il capitale.

Anche se, dopo una scissione nel 1924, negli Stati Uniti l'IWW praticamente crollò, il sindacalismo rivoluzionario godeva ancora di qualche considerazione in Europa dopo la prima guerra mondiale. Esso subì però un'enorme disfatta quando la spagnola CNT entrò nel governo borghese repubblicano durante la Guerra Civile Spagnola.

Questo fu un colpo devastante per il sindacalismo rivoluzionario e dimostrò che la sua forza presunta era stata la sua più grande debolezza. Il “Sindacalismo industriale rivoluzionario” si era trasformato in una mera ricerca di nuovi modi per gestire il luogo di lavoro. Ma aggirare il problema dello Stato, cercando di costruire un nuovo modo di produzione al suo interno, non funziona.

Non c'è niente di rivoluzionario in questo. L’idea dell’autogestione delle proprie unità produttive da parte dei lavoratori semplicemente non affrontava la questione della necessità di abbattere lo Stato borghese, primo passo per porre le fondamenta di un modo di produzione non fondato sullo sfruttamento, in cui il controllo dei lavoratori sulla produzione avrebbe allora avuto senso.

La pacificazione della socialdemocrazia con il capitale assunse la forma di accordi sindacali volti a evitare o impedire lo sciopero per tutta la durata della guerra e di un incremento del controllo del governo su tutti gli aspetti dell'economia, cooptando i sindacati all’interno dell'apparato di pianificazione economica della guerra.

A questa idea però si oppose buona parte della base sindacale, guidata dai delegati di fabbrica (shop stewards). In strutture come il Clyde Workers Committee (Comitato dei Lavoratori del Clyde, che fu copiato in tutto il Paese), la resistenza al DORA (Defence of the Realm Act, Decreto per la difesa del regno) e al Munitions Act divenne più forte man mano che la guerra diventava più sanguinosa.

Questa resistenza dimostrò effettivamente la rabbia della classe proletaria sia contro lo Stato che contro i sindacati, ma il processo di integrazione di questi ultimi negli apparati statali della pianificazione aveva ormai avuto inizio. Esso non procedette però ovunque in maniera lineare: fu più evidente in Germania, dove la Socialdemocrazia (SPD), dopo essersi schierata con l'esercito per assassinare i comunisti (inclusi Liebknecht e la Luxemburg) nel 1919, diede forma a nuovo assetto capitalista della Germania.

Con la SPD al governo, la Repubblica di Weimar cominciò ad organizzare la cooperazione tra imprese e le organizzazioni sindacali. La Costituzione di Weimar (1919), presumibilmente l'apice della democrazia capitalista, invitò

Lavoratori e impiegati... a collaborare con gli imprenditori su un piano di parità nella regolamentazione delle condizioni di lavoro e dei salari, così come per lo sviluppo generale delle forze produttive.

Questo documento di ispirazione socialdemocratica non fu un fenomeno isolato. L'ex socialista Mussolini ne riconobbe il carattere corporativo.

Noi abbiamo incorporato tutte le forze di produzione nello Stato. Lavoro e capitale hanno uguali diritti e doveri.

Il nuovo capitalismo di Stato che si stava sviluppando in veste stalinista, fascista o democratica rispondeva alle reali esigenze del capitale nell'epoca dell'imperialismo.

In Inghilterra le vicende furono più complesse, ma dopo l’aberrazione dello sciopero generale del 1926, di cui il TUC [la centrale sindacale britannica, ndr] garantì il fallimento, lo stesso TUC espulse dal sindacato tutti i “provocatori” (sindacalisti e comunisti) ed entrò in trattative col padronato su come evitare scioperi (colloqui Mond-Turner del 1928).

La cosa andò anche oltre quando il leader del TGWU Ernest Bevin fu nominato Ministro del Lavoro nel gabinetto di guerra di Churchill [seconda guerra mondiale, ndr]. Durante il boom economico del dopoguerra, lo Stato sempre più presentava se stesso come il difensore dei “settori chiave” di ciascuna economia nazionale, fino al punto di prenderne esso stesso in mano la gestione quando non erano più profittevoli per i privati.

In questa fase i sindacati giocarono un ruolo decisivo nel paralizzare i lavoratori e nel sostenere quel processo di ristrutturazione dell'industria che causò la perdita di migliaia di posti di lavoro. Durante il boom postbellico la carenza di manodopera spinse i lavoratori a lottare per migliori salari, e così il ruolo dei sindacati nella miriade di scioperi che ebbero poi luogo, contrariamente alla credenza popolare del tempo, fu quello di cercare di contenere queste lotte.

Il processo di integrazione del sindacato nello Stato, specialmente nei principali paesi capitalisti, nell'epoca dell'imperialismo significa che il sindacato non può più essere considerato un'organizzazione indipendente della classe, nonostante raggruppi milioni di lavoratori.

L'idea - centrale nella strategia della Terza Internazionale - del sindacato come palestra di socialismo o come cinghia di trasmissione di politiche rivoluzionarie non ha mai realmente funzionato. I sindacati non sono mai stati rivoluzionari e il loro sviluppo è andato nella sola direzione di spalleggiare il sistema di sfruttamento.

Oggi non possiamo spostare all'indietro le lancette dell'orologio per cercare di riportare in vita istituti la cui funzione è il mantenimento del sistema così com'è. Tuttavia, ciò non significa che i comunisti dovrebbero boicottare la partecipazione nei sindacati (benché istituzionalmente reazionari).

L'unico principio valido è che i comunisti sono con la classe lavoratrice. L'adesione al sindacato [intesa come tesseramento e non come militanza attiva nel sindacato, ndr] può essere necessaria per stare in contatto con altri lavoratori quando inizia una lotta, anche se il nostro intento è sempre quello di portare avanti una linea anticapitalista e perciò anti-sindacale.

Si tratta di una questione di valutazione tattica e non comprende il “lavorare nei sindacati” con lo scopo di conquistare al loro interno cariche elettive o di scalare l'albero della cuccagna della gerarchia sindacale. Ecco perché i nostri membri rifiutano le frequenti richieste da parte dei colleghi di lavoro di diventare delegati o di assumere qualsiasi funzione rappresentativa a livello sindacale.

Il mito stalinista e trotskista secondo cui i sindacati possono essere trasformati se hanno alla loro direzione “i giusti capi” è smentito dall'intera storia della loro evoluzione. Nella pratica, i leader scelti dai lavoratori, perché considerati radicali, vengono poi addomesticati per il ruolo che essi sono costretti a svolgere all'interno del sistema.

Ciò significa anche che i sindacati devono controllare e disciplinare i propri membri perché mantengano il loro ruolo all'interno del sistema. Essi entrano, infatti, a far parte del quadro istituzionale capitalista.

Non è semplicemente una questione di debolezza individuale, è un dato di fatto che ogni organizzazione economica permanente della classe, anche con le migliori intenzioni, prima o poi finisce per negoziare con i capitalisti e il loro sistema.

Questo è il motivo per cui anche il sindacalismo dal basso (o di base) ha prodotto risultati così deludenti, visto che nel lungo periodo la sua esistenza stessa implica il dover iniziare ad operare come i sindacati dai quali i suoi militanti si sono originariamente staccati.

Da nessuna parte ciò è più evidente che in Italia, dove il sindacalismo di base è frammentato in una miriade di organizzazioni sin dagli anni Settanta. Sebbene partiti con intenzioni promettenti e come organizzazioni di lotta, in tutti i casi questi COBAS hanno finito per scimmiottare le pratiche dei sindacati per contrastare i quali essi si erano costituiti.

Questo significa che essi rispetteranno sempre più la legge, utilizzeranno gli stessi metodi di sempre lasciando che solo i rappresentanti sindacali abbiano voce in capitolo e possano avviare negoziati senza il coinvolgimento della massa dei membri.

Oggi la lotta economica e immensamente più complessa di quanto non lo fosse agli albori del capitalismo, ma i comunisti non possono rifuggire da essa o sedersi con le braccia conserte in attesa di tempi migliori.

Non avrebbe alcun senso per un'organizzazione che si definisce comunista considerare l'azione tra i lavoratori come attività da svolgere solo in determinati periodi storici o in un futuro in cui si disporranno di maggiori forze numeriche: essere nella lotta quotidiana della classe operaia è parte integrante del lavoro rivoluzionario.

Come sottolineava Onorario Damen: “Attestare le forze, pur se modeste, della istanza rivoluzionaria sulle trincee, in parte distrutte, sbrecciate, malsicure, della lotta operaia; attestarle ad una militanza politica attiva e non esclusivamente ad una macchina da scrivere e ad una saggistica che per essere personale è sempre discutibilissima negli intenti come nei risultati.”. Oggi non è il sindacato ad essere scuola di socialismo, ma la lotta di classe stessa.

In termini generali, per i rivoluzionari la “questione sindacale” non è scomparsa, nonostante il fatto che i sindacati siano in declino con l'inizio della crisi del capitalismo. Dopo 30 anni di ritirata ci sono segnali che la resistenza di classe agli attacchi del capitale è in aumento (1). In queste circostanze l'ala sinistra del capitale ancora una volta afferma che “abbiamo bisogno di sindacati” o che dobbiamo riporre in essi la nostra fiducia.

Per lavoratori che hanno sofferto per decenni la diminuzione del loro salario reale, questa è una opzione plausibile, ma si tratta in realtà di una favola: la forza o la debolezza dei sindacati, infatti, riflette solo gli alti e bassi della classe nel ciclo economico capitalistico.

Quando c'è bisogno di forza lavoro e i lavoratori sono in movimento, i sindacati agiscono come se stessero difendendo la classe e reclutano membri nelle loro fila. In realtà essi stanno cercando di riportare la lotta su un terreno che sia del tutto compatibile con il capitalismo.

Quando c'è una crisi più profonda del profitto capitalistico che porta alla disoccupazione, i sindacati negoziano la gestione degli esuberi. Infatti, in molte industrie dei paesi capitalisti avanzati essi si mostrano per essere nient'altro che un ulteriore livello di gestione della “ristrutturazione”.

Essi hanno persino le proprie liste nere di militanti (che hanno spesso incluso nostri militanti) che si affiancano a quelle dei padroni. A livello globale, dobbiamo però riconoscere che non tutti i sindacati o i tentativi di formarne dei nuovi sono integrati nello Stato capitalista.

In alcune parti dell'Asia e dell'America Latina la situazione si presenta come una sorta di ancora più tragica ripetizione dei primi tempi del capitalismo, dove i lavoratori cercano di unirsi per difendersi dalle forme più brutali di sfruttamento.

In queste situazioni i capi o gli organizzatori non sono solo al di fuori della protezione della legge, ma sono preda delle forze para-militari dello Stato sotto forma di squadroni della morte. All'altra estremità della scala troviamo anche sindacati che portano all’estremo il loro settorialismo perché il loro motivo principale di esistenza è quello di mantenere la maggior parte dei lavoratori fuori dalla loro branca privilegiata.

Questi ultimi si possono anche vedere in tutta l'America Latina (e in una certa misura nel Nord America, così come in alcune parti dell'Asia), dove in paesi come l'Argentina esiste una mafia virtuale e i sindacati sono legati al partito peronista.

Dobbiamo essere consapevoli del fatto che l'uso del termine generico di “sindacato” può significare cose diverse in momenti differenti del suo sviluppo. Ciò che può nascere come vera organizzazione di lotta si evolverà inevitabilmente nel corso del tempo: o essa sarà distrutta dalla reazione capitalista, o il fatto stesso della sua esistenza permanente esigerà la sua integrazione nei meccanismi dello Stato e l'accettazione del ruolo permanente di negoziatrice del lavoro salariato (un processo che nel lungo termine favorisce sempre i capitalisti). In queste circostanze, essa diventerà “sindacato” sia di nome che di fatto, proprio come tutti gli altri sindacati sotto il dominio del capitalismo moderno.

Per i comunisti, la partecipazione alla vita di tutti i giorni della classe significa anche immergerci nella realtà, non solo per fare propaganda per il comunismo, ma anche per conquistare credibilità agli occhi della classe medesima ed acquisire esperienza (2).

Negli ultimi decenni - ma non solo - i momenti più significativi di lotta sono stati portati avanti non dai sindacati ma direttamente dai lavoratori. La macchina sindacale è intervenuta dopo, con l'obiettivo di controllarli, e alla fine è riuscita a calmare la situazione. Ci sono stati parecchi esempi di organizzazioni di lotta dal basso e di comitati di agitazione: in Francia nel Maggio '68; forme assembleari presero corpo anche in Italia durante l'autunno del 1969, nelle quali i sindacati furono spesso scavalcati; assemblee in Polonia nel mese di agosto del 1980, in grado di organizzare scioperi di massa senza i sindacati (Solidarnosc, sindacato fortemente dominato dalla Chiesa cattolica, finanziata dagli Stati Uniti, ha poi soffocato la lotta e ha aperto uno spazio per l'intervento dello Stato, prima di trasformarsi in un organismo completamente borghese a tutti gli effetti); e poi l'aspra lotta dei minatori inglesi negli anni '80, lo sciopero dei portuali in Danimarca e Belgio, le assemblee e i comitati di lotta durante la rivolta in Argentina (comitati dei piqueteros), la protesta contro la legge CPE in Francia nel 2006, e allo stesso modo le recenti proteste contro la riforma francese delle pensioni: tutti movimenti animati non dai sindacati ma dal basso, tramite assemblee e comitati di agitazione.

E ancora: gli “scioperi selvaggi” dei lavoratori dei trasporti in Italia (2003-2004), la lotta dei lavoratori della Fiat di Melfi (2004: anche in questo caso la FIOM si fece trascinare dai lavoratori e svolse il consueto ruolo di moderatore della lotta), i picchetti degli operai a Pomigliano (NA) che hanno tenuto assemblee quotidiane al di fuori della fabbrica (2008), le lotte combattute in Cina negli ultimi anni, ecc ecc ecc.

Le situazioni possono essere differenti, ma ciò che tutte hanno sempre più in comune è un processo che tende verso una maggiore auto-organizzazione della lotta. Uno dei nostri compiti è quello di sostenere e difendere ogni misura e ogni forma di organizzazione che aumenti questa capacità di auto-organizzazione e la fiducia che da essa deriva.

Si sente sostenere talvolta che nel mondo post-fordista di industrie più piccole e frammentate, un'epoca in cui non c'è più la prospettiva di un lavoro “fisso” a tempo indeterminato, in cui sono sempre più diffusi i subappalti e i contratti individuali a zero ore, non ci possa più essere una risposta di classe collettiva e che, di conseguenza, la lotta sul luogo di lavoro non sia più un fronte [tra i più importanti, per altro, ndr] della resistenza di classe.

Qualcuno va oltre, sostenendo che la classe sarebbe scomparsa. In primo luogo, questa idea di precarizzazione universale non corrisponde alla realtà: nei paesi capitalisti avanzati è regolata da forme contrattuali simili soltanto la vita del (nemmeno) 5% dei lavoratori [anche se, in Italia ma non solo, è la forma di assunzione di gran lunga prevalente per i giovani, ndr].

Questo non significa negare che l'impatto di tali condizioni d'impiego abbia un effetto negativo su tutta la forza-lavoro. Coloro che hanno ancora un salario semidecente in una fabbrica dove ci sia ancora la prospettiva di una pensione sono a loro volta resi docili dalla paura di poter precipitare nel precariato. Ma, come detto, anche questo non è del tutto nuovo nella storia del capitalismo.

Marx scrisse Il Capitale quando la maggioranza dei lavoratori lavorava ancora in unità relativamente piccole (circostanza non troppo diversa da quella attuale) e molti erano costretti a tornare alla campagna o a ricorrere al lavoro a domicilio a cottimo (ritrovandosi cioè in una situazione di schiavitù virtuale) per sopravvivere a tempi difficili.

Per quanto riguarda il lavoro in subappalto, nel maggio 1848 i lavoratori francesi fecero irruzione nel municipio di Parigi chiedendo l'abolizione di questo tipo di contratti.

Inoltre, l'idea che i lavoratori in subappalto siano troppo disuniti sul posto di lavoro per riuscire a contrattaccare è stata smentita dallo sciopero dei lavoratori spagnoli delle telecomunicazioni nel 2015, che i sindacati ufficiali hanno fatto del loro meglio per far fallire, senza successo.

In secondo luogo, con la crescente proletarizzazione di molte occupazioni che in precedenza erano considerate “professioni”, come ad esempio quella dei medici, anche il concetto di classe operaia/proletariato è cambiato.

L'originaria osservazione marxiana secondo cui lo sviluppo del capitalismo divide sempre più la società in due grandi campi, i proprietari e i senza proprietà, è valida ancora oggi. La realtà è che la classe operaia in tutto il mondo affronta forme di sfruttamento molto variabili, ma l'unico modo per combattere questo sfruttamento diventa sempre di più quello di creare appositi movimenti di lotta dal basso che nascano e muoiano con ogni lotta, piuttosto che appoggiarsi ad organizzazioni economiche permanenti che negoziano con il sistema. Questi movimenti di base sono di per sé solo un inizio e la loro azione deve estendersi non solo da un settore lavorativo all'altro, ma anche per le strade e sul territorio, al fine di tornare al tipo di unità di obiettivi economici, sociali e politici che ha caratterizzato l'inizio del movimento dei lavoratori.

Per questa ragione i comunisti devono nutrire serie riserve su coloro i quali (come gli operaisti) insistono nel dire che la lotta economica quotidiana dell'oggi è più importante della lotta politica per il futuro.

Essi, tuttavia, hanno almeno una prospettiva per il futuro. Organizzazioni come l'IWW, l'IWA o gli Angry Workers of the World fanno bene a dare fiducia ai lavoratori ignorati dai sindacati istituzionali, ma mosse come il tentativo dell'IWW di essere riconosciuto come sindacato legale o l'appello dell'IWA a trattare solo dei “problemi sul posto di lavoro” dimostrano che il tentativo di costruire un'organizzazione economica permanente al giorno d'oggi significa minare la lotta politica a lungo termine per il comunismo.

Allo stesso modo, l'idea che il luogo di lavoro sia tutto e il resto della società sia nulla esclude dal movimento le forze sociali e politiche che si stanno sviluppando nella resistenza agli attacchi del sistema.

Tuttavia, perlomeno le organizzazioni di cui sopra ancora riconoscono il ruolo centrale del proletariato nel rovesciamento del capitalismo. Esse non sono state sedotte dalla propaganda capitalista post-moderna secondo cui la classe lavoratrice sarebbe scomparsa e avremmo quindi bisogno di guardare altrove per trovare un nuovo soggetto del cambiamento storico.

La classe lavoratrice può essere stata in ritirata per decenni. Potrebbe essere stata così pesantemente ristrutturata da non essere più riconoscibile come la stessa classe precedentemente organizzata in unità di produzione di massa, ma, come abbiamo detto più sopra, è ancora l’unica classe che produce la ricchezza su cui si basa il sistema. Essa non ha alcuno speciale prestigio morale: semplicemente, è l'antagonista materiale del capitale.

Eppure ci sono molti che ora cercano di negarlo. Ultimi tra questi disfattisti sono i “comunizzatori”. Al posto della lotta di classe essi ci raccontano che ci sarà una socializzazione automatica del capitalismo che sfocerà nel comunismo, senza che il proletariato debba davvero combattere.

Come questo dovrebbe avvenire rimane un mistero, nascosto dietro un muro di verbosità riguardante “nuovi modi di produzione” formantisi all'interno del sistema capitalista. È semplicemente una nuova forma di idealismo originata dalla disperazione.

Secondo i sostenitori della comunizzazione, né l'organizzazione politica, né la coscienza di classe sembrano essere necessarie; tuttavia, come sottolineava Pannekoek, queste sono le armi che la classe operaia ha bisogno di forgiare per la propria emancipazione.

È un fatto storicamente provato sin dagli albori del capitalismo che la classe crea i suoi propri organismi di lotta per le sue esigenze anche senza la presenza dei rivoluzionari. Tuttavia, la stessa esperienza storica mostra anche come le forme ideologiche dominanti che potrebbero emergere da tali movimenti spontanei possano essere recuperate dal capitalismo.

Questo spiega il motivo per cui i comunisti devono essere all'interno della lotta per fare propaganda, avanzare proposte, essere parte attiva negli organi di lotta auto-organizzata: le assemblee dei lavoratori, i comitati di agitazione e sciopero, i picchetti.

Nel fare ciò essi devono sempre cercare di indicare una prospettiva politica comunista e contemporaneamente sostenere ogni iniziativa che tende allo sviluppo della attività autonoma delle persone coinvolte.

Non esiste una formula magica nelle lotte rivendicative della classe operaia che possa aprire la strada ad una maggiore coscienza di classe come, per esempio, affermano i trotskisti. Non è il compito dei comunisti avanzare rivendicazioni [artificiose, calate dall’alto, come spesso viene fatto da ambienti politici vicini al sindacalismo di base, ndr], quanto piuttosto sostenere quelle rivendicazioni che contribuiscono ad estendere la lotta e criticare quelle che non lo fanno.

Ogni occasione, a cominciare dal terreno d'intervento, deve essere utilizzata per stimolare i lavoratori a una maggiore consapevolezza, per aumentare la loro comprensione della natura del capitalismo e dimostrare la necessità di rovesciare il sistema.

Nel breve termine una lotta può essere vinta o persa, ma il reale progresso consiste nello sviluppo di un movimento anticapitalista di classe, in particolare tra gli elementi più consapevoli.

I comunisti non sono soltanto militanti nei raduni politici, nelle proteste, nelle manifestazioni, ecc. Per quanto possibile, nel proprio posto di lavoro essi si sforzeranno di formare gruppi internazionalisti, sia in fabbrica (sul posto di lavoro in generale), sia nel territorio.

Questi gruppi - a differenza delle organizzazioni di lotta che la classe si dà autonomamente - sono emanazione dell'organizzazione comunista e uno strumento di organizzazione politica della più ampia classe lavoratrice. Questi gruppi sono quindi composti da militanti e simpatizzanti dell'organizzazione in un certo territorio o posto di lavoro.

Partendo dalle specificità della situazione di lavoro o del luogo in cui si vive, essi cercano consapevolmente occasioni per l'agitazione e la propaganda comunista, in cui i comunisti devono tenere una linea anti-capitalista, anti-sindacale e anti-statalista in favore dell'auto-organizzazione del proletariato.

Certamente, non si pretende che tutto questo sia facile. La classe operaia mondiale ha sofferto due volte dopo la sconfitta della Rivoluzione Russa. In primo luogo, perché essa prodotto un lungo periodo controrivoluzionario, il quale ha fatto sì che il mostruoso capitalismo di Stato stalinista sia stato identificato col “comunismo”.

In secondo luogo, quando questa mostro è alla fine crollato ha fornito alla classe capitalista dell'Occidente una grossa vittoria a livello di propaganda, facendoci credere che, con tutti i suoi difetti, il capitalismo è l'unica alternativa possibile, cioè non ha alternative.

Nel movimento operaio molti hanno identificato l'URSS con “il socialismo”, abbandonando così il terreno di classe dopo il suo crollo; molti di più hanno intrapreso la strada socialdemocratica dell'adattamento al capitalismo, limitandosi a chiedere che lo sfruttamento diventi “equo” (qualunque cosa ciò possa significare).

Ma le contraddizioni capitalistiche non scompariranno mai (come lo scoppio della bolla speculativa nel 2007-8 ha dimostrato). Né scomparirà la classe operaia, che rimane storicamente la classe dei “becchini del capitalismo” posta in essere dal sistema stesso.

E per lo stesso motivo per cui la classe operaia non può sparire, così non può sparire la sua lotta, e la coscienza comunista deve essere inevitabilmente il riflesso di questa lotta. Questa coscienza non deriva direttamente dalla lotta, ma si basa sulle riflessioni che una minoranza della classe compie, basandosi sulle lezioni di quella lotta.

Essa ha quindi una dimensione storica. Ad un certo punto della storia del capitalismo ciò ha portato al costituirsi di un'organizzazione rivoluzionaria, ovvero il partito, che esprime l'obiettivo a lungo termine del proletariato sotto forma di un programma comunista.

Il programma comunista non contiene altro che le acquisizioni della classe operaia rivoluzionaria lungo il corso della sua storia, come la delega del mandato (3) piuttosto che la democrazia rappresentativa, la necessità di distruggere lo Stato e di istituire consigli dei lavoratori come soluzione al problema della partecipazione di massa.

I rivoluzionari hanno combattuto, combattono e combatteranno per sostenere questo programma all'interno dei più ampi strati della classe lavoratrice e delle sue lotte, finché esisterà il capitalismo. E quando quella lotta si farà più generale, ancora di più i comunisti internazionalisti dovranno essere pronti ad agire sulla base del suddetto programma.

Oggi, qualunque sia la situazione, il nostro compito è quello di prepararci ad agire all'interno della lotta di classe, a tutti i livelli, come punto di riferimento politico per i lavoratori che mettono in discussione il sistema.

CWO (Organizzazione Comunista dei Lavoratori, 26 febbraio 2016)

Le suddette tesi sono state emendate e presentate dall'Assemblea generale annuale della CWO, tenutasi a Sheffield nel mese di settembre del 2015.

(1) Anche se il livello di risposta di classe continua ad essere molto debole se comparato con l'entità dell'attacco, ed è quasi assente in diverse parti del mondo.

(2) È fondamentale guadagnare 'credibilità' agli occhi dei lavoratori che vedono l'avanguardia comunista organizzata (il partito) in prima fila a combattere al loro fianco, il che consente e facilita il radicamento nella classe, così che le indicazioni politiche del partito risultino appunto credibili. Acquisire esperienza nel senso di forgiare i militanti, anche e non certo da ultimo nel concreto delle lotte e dunque dell'intervento politico nella classe, spesso duro, irto di ostacoli e … di barricate alzate dagli agenti al servizio del capitale (sindacati in primis). Dunque, non “pontificando” dall'esterno o svolgendo solo un lavoro di preparazione teorica (pur imprescindibile) all'interno delle sedi politiche. In due parole, è il rapporto indispensabile tra teoria e prassi, stella polare del partito rivoluzionario, indipendentemente degli alti (pochi) e bassi dell'effervescenza della classe, che si riflette nell'alterna consistenza numerica del partito stesso.

(3) Con ciò si intende la delega da noi concepita come mandato a svolgere compiti meramente “esecutivi” delle decisioni assunte assemblearmente dai lavoratori, prevedendo sempre la possibilità della revoca in qualsiasi momento (a differenza della democrazia rappresentativa borghese, puramente formale).

Venerdì, January 5, 2018

Prometeo

Prometeo - Ricerche e battaglie della rivoluzione socialista. Rivista semestrale (giugno e dicembre) fondata nel 1946.

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