Ma cos'è questa crisi? Prime note sull'attuale crisi di governo

Il caldo e afoso agosto ci regala l'annunciata e quanto mai prevista crisi di governo fondato sul duopolio giallo-verde.

“Il Contratto” appare carta straccia, gli eventi l'hanno gettato nel cestino.

Ciò che più sostanzialmente si è consumato è un equilibrio politico di “compromesso” incapace, in parte o in toto, di rispondere alle esigenze generali del capitalismo in crisi e al mutare degli equilibri internazionali, oggi investiti da una sempre più marcata competizione internazionale e dai venti di guerra ai quattro angoli del globo.

Crisi capitalistica, lungi dall'essere superata, spinta ad una ridefinizione non pacifica dei rapporti fra i diversi poli imperialisti (dal piano delle guerre economico-commerciale a quello del confronto sulla politica degli armamenti fino all'intervento nelle aree di crisi mondiali), crisi delle strutture imperialiste di riferimento, come l'UE, costituiscono gli elementi di un combinato disposto a cui le diverse frazioni di borghesia dominante devono rispondere e contraddittoriamente adeguarsi.

Chi si fermasse ad una valutazione limitata ai fenomeni e alle forme, spesso da baraccone, in cui si manifesta la crisi governativa e le variabili del suo procedere e dei possibili sbocchi, di fatto non coglierebbe la sostanza dei problemi di fondo che appaiono travisati dal loro manifestarsi sul piano sovrastrutturale degli assetti politici ed istituzionali, e dove non estranee sono logiche di puro “potere” o di mantenimento di posizioni di rendita.

Ciò che è vero e che dalla fine del “patto socialdemocratico” degli anni '70 del secolo scorso, i termini della crisi si sono riversati in maniera dilaninante sulla sovrastruttura politica e di rappresentanza; l' unico sbocco maturatone, pur tra contraddizioni e lacerazioni di ritorno, sono stati i veri e propri strappi nelle relazioni fra le classi volti a ridisegnare il piano dei rapporti di forza e di sfruttamento, nonché gli assetti sociali e di dominio a tutto vantaggio della borghesia, contro il proletariato.

La crisi del 2007 ha acuito nella sua forma sistemica i problemi, crisi in cui ancora il sistema capitalistico è immerso. Condizione i cui in questi 10 anni si sono misurate le “progettualità” delle diverse forze politiche borghesi, sancendone relative fortune, logoramenti e cadute repentine.

Ma proprio per non soffermarci sulle espressioni contingenti di questa crisi di governo, essa quindi va riportata in primis alla sua sostanziale natura: ovvero di crisi degli equilibri politici atti a rappresentare gli interessi capitalistici in questa fase, e rispetto a ciò si misurano le fibrillazioni politiche fra le diverse forze e Partiti borghesi, al fine di assumere quel ruolo di garante verso gli interessi della borghesia dominante, in una condizione sempre più deteriorata del quadro economico e finanziario. Fermo restando che questo processo non è soltanto il prodotto delle diverse alchimie politiche ed istituzionali, ma risente delle condizioni che si vengono ad instaurare fra le diverse classi sia sul piano sociale che di espressione politica dei propri interessi. Cosa ancora più importante, in una fase in cui il proletariato è totalmente assente come classe portatrice di interessi autonomi e sostanzialmente appare cooptata e divisa all'interno delle diverse proposte borghesi quale forza meramente ausiliaria, o ridotta all'esclusione obiettiva di variante senza parola e peso reale.

Ma tornando alla crisi di governo questa ci dice, viste le premesse fatte, alcune cose :

Sostanzialmente l'equilibrio giallo-verde si è logorato intorno ai problemi dirimenti di questa fase sul terreno economico e finanziario. Le linee programmatiche messe in campo su questo terreno non solo non hanno arrestato la china in discesa dell'economia, ma sono state fonte di contraddizione permanente e conflittuale con gli interessi rappresentati dalla borghesia dominante e la collocazione di questi interessi in ambito monopolista europeo e internazionale. Ciò in estrema sintesi.

Per quanto riguarda più specificamente il primo dei contraenti del “Contratto”, al M5S si è palesato un duplice ordine di problemi che sostanzialmente lo ha travolto.

Il primo: è il riscontro nei fatti che oggi non può esistere “riformismo” che si ponga al di fuori delle strette esigenze e compatibilità capitalistiche stesse. Il piano di “giustizia sociale” teso a sanare i conti della fase “neoliberista” precedente. almeno nelle intenzioni declamatorie populiste del M5S, si è subito scontrato con i dati di fatto che la situazione imponeva e che si pensava di affrontare su nuovi binari. Le auspicate “riforme sociali” o sono rimaste al palo o hanno avuto il segno di ulteriori passaggi di ristrutturazione in senso filo-borghese delle relazioni capitale-lavoro, come ad esempio “il reddito di cittadinanza”. Le politiche di “inclusione” o si sono limitate alle “mancette” ad una serie di settori sociali, o alle classiche manovre di utilizzo degli ammortizzatori sociali di fronte al montare del numero delle crisi industriali e produttive del paese. Sul piano più generale. l'inversione di rotta rispetto a tematiche sociali, ambientali, di lavoro ecc., propagandate in fase pre-elettorale, ne ha costituito un ulteriore motivo di destrutturazione e logoramento rispetto alla propria base di riferimento, messo di fronte alle esigenze dei capitalisti.

Il secondo: sorpassando la natura politica e sociale di questa forza politica, che già ampiamente abbiamo descritto in articoli precedenti, e giudicando la sua azione politica per quella che è, si può dire che è stata espressione di un velleitarismo politico la cui funzione principe è stata quella di risultare come contenitore di spinte fra loro contraddittorie, nonché momento di calmieramento sul piano politico-istituzionale delle relative istanze sociali di cui si faceva interprete. Ciò lo ha collocato in una funzione necessaria ma non sufficiente rispetto al rappresentare, nell'azione di governo, il giusto adeguamento alle esigenze della borghesia dominante. Il piano di mediazione al ribasso avviato per mantenere la sua posizione negli assetti di potere ne è stato elemento di crisi interna e ne ha segnato l'inadeguatezza come “forza matura” che sa accollarsi gli oneri delle politiche che fa, senza ambiguità, tentennamenti, scevra da dilettantismi politici.

Il secondo contraente del “Contratto”, la Lega, si è erta a forza centrale e dominante degli equilibri di governo, sia in virtù dell'essere forza addestrata alle leve del potere, sia perché ha attuato una vera e propria “guerra di movimento” tesa a rompere costantemente i limiti formali alla propria azione, a erodere e a porre sulla difensiva costante, in una perdente “guerra di posizione”, le forze politiche avversarie e volta, infine, a rafforzare le proprie sul piano generale degli assetti di potere e nella società, in un equilibrio sempre precario fra esigenze generali della borghesia e propria base sociale di riferimento.

La propria posizione dominante nella gestione delle politiche della sicurezza ne ha permesso la facile presa su settori sociali incattiviti dalla crisi, nonché ha risposto a quella esigenza più generale di politiche preventive verso il conflitto di classe, la cui origine ha molto più a che fare con la comprensione degli eventi della lotta di classe da parte borghese e degli insegnamenti che ne derivano, al di là del piano nazionale (vedi gilet gialli), che con una semplice misura propagandistica o di parte partitica.

Il passaggio delle elezioni europee ne ha sancito il carattere di forza principale del quadro politico.

I continui strappi nelle relazioni con l'altro contraente del “Contratto” riflettono questo stato di cose e la volontà di presentarsi quale forza centrale deputata alla governabilità del paese.

Ma anche in questo caso va detto che se è vero che la Lega interpreta, seppur in maniera più becera e diretta di altri partiti, le esigenze e la spinta autoritaria del capitalismo odierno, questo deve trovare il suo corrispettivo in una progettualità politica che affronti i nodi di fondo della situazione italiana per nome e per conto degli interessi della grande borghesia, pur con la schermata dei proclami nazional-populisti e sovranisti.

“Manganello e doppiopetto” per dare una immagine figurata dei tempi che furono, e che oggi vengono riutilizzate sia dai supporters che dagli avversari.

In sostanza, il passaggio attuale cristallizza tutti gli ordini di contraddizione della fase capitalistica odierna. Ciò come sempre richiede che si dia forma e sostanza alle esigenze della borghesia e che in ciò si superino i nodi di ritardo, sia come espressione di interessi parziali che di assetti politici e istituzionali non più consoni alla loro funzione, e si rafforzi il sistema di dominio verso le classi subalterne.

Nodi che non emergono oggi, ma che ad ogni svolta politica hanno segnato quel processo progressivo di quella che abbiamo chiamato Ridefinizione autoritaria dello stato e delle relazioni politiche e sociali, su cui andare a stabilizzare gli strumenti di dominio e di incanalamento corporativo e frammentato delle classi subalterne. Pur rimanendo apparentemente all'interno di un quadro di democrazia formale.

Le attuali forze che oggi si vogliono “democratiche e antifasciste”, di fronte a questo processo si richiamano e si fanno apparenti garanti del vecchio costituzionalismo borghese, quando di fatto questo è entrato in crisi non ora e non in forza di chissà quale “dittatore emergente “ per propria sponte, ma a causa della stessa crisi della borghesia che si è riversata sugli assetti di gestione del potere e sul modo di operare i propri interessi in quanto classe dominante. Un richiamo ad un “fronte democratico” che emerge ogni volta come elemento “ideologico” dello scontro fra schieramenti borghesi e relative forze politiche, il cui carattere di comodo, di artifizio di lotta politica interborghese è reso ancor più palese nella sua strumentalità dalle forze che se ne fanno ispiratrici. Per esempio il PD, che non solo ha implementato nel tempo le peggiori politiche sociali ( Job ACT, Buona Scuola, Decreti Sicurezza..., solo per dirne alcune più importanti) ma su quel piano di “difesa democratica” intorno cui vorrebbe oggi disporsi, si è reso protagonista di tutti gli strappi costituzionali fino al Referendum perso nel 2016 dal “Bullo di Rignano”, il Matteo 1.

Ciò che ci preme mettere in rilievo è come “le sirene incantatrici” di questi richiami democratici, di fronte ai reali processi in atto, rischiano di distrarre forze reali delle classi lavoratrici e proletarie dallo schierarsi sulla base dei propri interessi reali per alloggiare in uno dei diversi fronti borghesi in lizza.

E' vero che quando il rafforzamento del dominio borghese avanza come una lama nel burro, la classe proletaria o è stata battuta politicamente o è scomparsa come soggetto antagonista generale capace di pesare nei rapporti di forza fra le classi, così come d'altra parte non è fuori dalla natura delle cose che settori sociali anche di proletariato ripongano in una lotta di resistenza alla “destra fascista” che avanza il proprio anelito di “libertà”.

Ma se il primo caso esprime lo stato di fatto con cui fare i conti come condizione generale che si deve affrontare da comunisti, il secondo caso impegna ad una lotta chiarificatrice verso quelle posizioni che, volenti o meno, finiscono per nascondere il problema dell'indipendenza proletaria, in cui l'unico percorso di “libertà reale” è quello di lottare per superare ogni soluzione borghese alla crisi del sistema capitalistico, da qualsiasi fazione provenga, per superare l'attuale modo di produzione, di dominio, di relazioni sociali basate sullo sfruttamento re sul profitto, per affermare il Socialismo.

EG
Mercoledì, August 14, 2019