Verso l'estinzione della questione meridionale (secondo la borghesia “illuminata”)

Il rancido problema del Sud Italiano. Così si intitolava un articolo di Amadeo Bordiga apparso su Prometeo (1), nel quale la “questione meridionale” veniva magistralmente inquadrata secondo corretti termini classisti.

Benché sia passato molto tempo, l'analisi mantiene sostanzialmente la sua validità, non da ultimo per la critica affilata alle illusioni riformiste-staliniste che vedevano (e vedono) nell'intervento dello stato la formula magica – l'algoritmo, si direbbe oggi – per trarre il Sud dalle difficoltà in cui si dibatte praticamente dalla nascita dello stato italiano. Sebbene oggi i “progressisti e democratici” non vadano più spacciando la teoria secondo la quale la presenza massiccia della “mano pubblica” in economia sarebbe un passo in avanti verso il socialismo (2), l'azione dello stato rimane per essi uno dei pochi strumenti per far ripartire il sistema economico nazionale, a cominciare proprio dal Meridione.

Lo si è visto, una volta ancora, nei commenti al rapporto pubblicato il primo di agosto dallo Svimez, il centro studi per lo sviluppo industriale del Mezzogiorno. Vi sono esposti dati drammatici, com'era ovvio aspettarsi, tanto che il presidente dell'istituto, A. Giannola, ha parlato di eutanasia del Sud, se le cose dovessero continuare così; all'orizzonte, però, aggiungiamo noi, non c'è niente che possa far pensare a una radicale inversione della tendenza all'eutanasia. Lo stesso Svimez, infatti, colloca giustamente il fosco panorama emergente dai propri studi in quello che viene definito comunemente il declino dell'economia italiana e, con essa, della società nel suo complesso. Al di là della correttezza delle definizioni, è certo che i numeri certificano in modo drammatico quello che milioni di individui appartenenti al proletariato e a segmenti della piccola borghesia conoscono benissimo, vivendolo in prima persona. Non c'è settore economico-sociale che presenti il segno positivo e se c'è è solo per registrare un peggioramento: nello specifico, delle condizioni della classe lavoratrice (3). Uno dei pochi dati col segno “più” davanti è quello del lavoro a tempo determinato, cresciuto, tra fine '18 e inizio '19, del 2,1% (contro un calo dell'1,1% al Centro-Nord), che fa il paio col 2,3% in meno di quello a tempo indeterminato, al contrario di quanto è accaduto nel resto del paese, dove quest'ultima tipologia di contratto è cresciuta dello 0,5%. Niente per cui stappare lo spumante, naturalmente, sia per la pochezza della crescita sia, soprattutto, per il fatto che il Jobs Act ha dato un'altra spallata per il cambiamento del significato al termine “indeterminato”, vista la facilità con cui la forza lavoro può essere licenziata. Uno dei tanti esempi in cui i rapporti di classe mettono il becco persino nella grammatica, modificandola a uso e consumo della borghesia.

La lista dei “meno”, si diceva, è lunga e chi non si informa (si fa per dire) solo sui “social” non si stupisce: dal tasso di occupazione – femminile in particolare, molto più basso della media italiana e ancor più europea – alla condizione miserevole di quei servizi che rientrano nel cosiddetto stato sociale ossia sanità, scuola, casa ecc.

Ma quello che colpisce di più è il ritorno in misura significativa dell'emigrazione verso il nord e l'estero; colpisce perché sembrava che l'immagine dell'emigrante meridionale appartenesse a un'epoca passata, invece non è così. Dal 2002 al 2017 sono partiti dai due milioni ai due milioni e mezzo di persone e se al posto della valigia di cartone hanno il trolley, le motivazioni rimangono sempre le stesse: la ricerca di un lavoro. Oggi, in più, forse c'è l'iscrizione in una sede universitaria che, si spera, possa poi offrire maggiori opportunità di occupazione corrispondenti al corso di studi intrapreso, perché inserita in un territorio meno problematico di quello d'origine. La grande maggioranza di chi emigra è, come sempre, composta da giovani e, tra questi, molti sono laureati. E' vero che l'emigrazione di forza lavoro giovane e non di rado qualificata – anche molto qualificata – è un fenomeno che non riguarda solo il Sud, ma qui le dimensioni sono indubbiamente più grandi. Naturalmente, non è detto che il posto di lavoro trovato corrisponda alle aspettative di chi ha in tasca una laurea, soprattutto dal punto di vista economico: la svalorizzazione e la precarizzazione della forza lavoro toccano ogni settore, ma almeno le prospettive di trovarlo sono meno scarse. Dopo oltre quarant'anni di crisi, strisciante o conclamata, del ciclo di accumulazione capitalistico, dopo i misfatti della “sinistra” e dei sindacati, complici o fiancheggiatori delle misure antiproletarie e, non da ultimo, della martellante campagna ideologica sull'assenza di alternative al sistema capitalista, molti giovani, inconsapevolmente rassegnati, reputano una fortuna l'essere assunti – o ingaggiati sotto forma di (finto) lavoro autonomo – a qualunque condizione: meglio un reddito basso, e persino bassissimo, che nessun reddito. Meglio un'occupazione purchessia, che il ciondolare nel vuoto quotidiano, con la speranza di migliorare la propria condizione dentro questa società, mai, o raramente, fuori e contro di essa (4). Questo, lo “sputtanamento” e conseguente perdita di una prospettiva anticapitalista, è il capo d'accusa più grave da imputare a una “sinistra” (5) che ha fatto di tutto per arrivare a un tale risultato. E continua farlo, benché neanche formalmente si richiami a un orizzonte economico-sociale liberato dalla presenza del capitale. La cosa più “audace” che detta sinistra propone è, appunto, la solita ricetta dell'interventismo statale. Ciò vale per l'economia nazionale e in particolare per il Meridione, nonostante da anni, ormai, lo Stato si sia progressivamente ritirato dall'intervento diretto, tanto nel campo dell'economia “reale” che in quello sociale. Sia chiaro, qualcosa è rimasto, ma molto poco rispetto agli anni in cui enti specifici (dall'IRI alla Cassa per il Mezzogiorno) avevano il compito di orientare e sostenere massicciamente lo sviluppo economico. La causa? Sempre la stessa, cioè la crisi cominciata nei primi anni '70 del secolo scorso, che domina tuttora “l'economia mondo”. In breve, lo stato dovrebbe favorire (o elargire direttamente) il credito alle imprese, visto che, per esempio, i prestiti bancari alle aziende, nel primo quadrimestre di quest'anno sono calati dell'8% al Centro-Nord, ma del 12% al Sud. Dunque, nonostante il QE della BCE, le imprese hanno chiesto o ricevuto ben poco di quella massa di denaro, proprio perché i saggi di profitto attesi non sono soddisfacenti rispetto all'entità degli investimenti potenziali. Ecco allora che lo stato, rispetto alla direzione seguita da trent'anni almeno, dovrebbe fare un'inversione a U e investire grandi capitali nelle infrastrutture, pompando ossigeno nei polmoni esausti dell'economia italiana, a cominciare dal polmone più sofferente, quello meridionale. Da dove possano venire fuori tali risorse, a fronte di un debito pubblico pari al 134% del Pil, non è dato sapere, se non, ma sarebbe poca cosa rispetto alla dimensione degli obiettivi, con una più equa – diciamo così – ripartizione del denaro pubblico. Infatti, nonostante la propaganda legaiola e il luogo comune diffuso, lo Svimez – non unico – certifica che al Centro-Nord (soprattutto a quest'ultimo) va la quota maggiore, rispetto alla popolazione, della spesa pubblica allargata, comprensiva cioè di quella degli enti locali (6); alla faccia della Costituzione (altra cosa che non sorprende), secondo la quale le risorse devono essere distribuite uniformemente sul territorio nazionale, indipendentemente dalla loro origine geografica. D'altronde, questa non è una specificità italiana, ma di ogni stato, almeno europeo, e anzi la Germania effettua trasferimenti dai Lander più ricchi a quelli più poveri (se vogliamo usare questa terminologia borghese) molto più consistenti di quanto non avvenga in Italia. Siamo dunque di fronte a un paradosso apparente, per cui è il Mezzogiorno che travasa denaro al resto del paese. Naturalmente, i sostenitori della cosiddetta Autonomia differenziata si guardano bene dal nominare questo aspetto, così come non accennano al fatto che se passasse questo tipo di federalismo bisognerebbe rivedere altri conti, non solo quelli del “residuo fiscale”, cioè quello che rimane alle regioni ricche dalla differenza tra le tasse locali incassate e le spese, sempre locali, effettuate. Se si dovesse ripartire territorialmente la spesa per interessi sul debito pubblico, lo scenario cambierebbe di molto ossia il “residuo fiscale” verrebbe intaccato notevolmente. Infatti, i detentori “domestici” (italiani) del debito sono per lo più concentrati al Centro-Nord, ma gli interessi, tramite l'imposizione fiscale, vengono spalmati sui contribuenti di tutto il territorio nazionale, com'è ovvio, indipendentemente dalla loro residenza; quindi, ancora una volta, siamo di fronte a denaro che da sud emigra a nord. Per essere precisi, ossia abbandonando l'ingannevole linguaggio borghese, è sempre e comunque il proletariato che, sotto la sferza del fisco, finanzia le spese degli apparati istituzionali della borghesia, a qualunque latitudine esso viva (7). Se passasse l'Autonomia differenziata, forse qualche briciola cadrebbe dalla tavola della borghesia settentrionale sulla “sua” classe salariata, ma il danno, soprattutto in termini politici, per il proletariato sarebbe enorme, perché verrebbe istituzionalizzata, per così dire, la sua segmentazione, il suo distacco artificiale dal resto della classe, spingendolo a identificarsi con la “propria” borghesia. Un'identificazione contro natura, benché questo sia il contenuto dei “messaggi” provenienti da ogni manifestazione della società borghese: a scuola, naturalmente, nello sport, per non parlare, va da sé, nella vita politica e sindacale.

Su un punto, però, i borghesi che denunciano l'emigrazione di denaro pubblico verso il nord concordano con i loro fratelli-coltelli (8) del Centro-Nord. Vista la minore produttività dell'economia meridionale, visto che certi paesi dell'Est europeo, beneficiari più del Sud, ma non di tanto, dei fondi strutturali europei, segnano un ritmo di crescita del Pil ben superiore a quello del Mezzogiorno - anche e non da ultimo grazie a salari che al massimo sono la metà di quelli italiani - non si può rifiutare a priori l'introduzione delle vecchie gabbie salariali, cioè di salari inferiori rispetto al nord, per lo stesso tipo di lavoro. I più “progressisti” precisano che le differenze salariali non dovranno essere troppo marcate e che, in ogni caso, non dovranno essere l'unico strumento per animare finalmente il Sud, ma non rifiutano lo strumento in sé. Se questo passasse anche formalmente (9), le ricadute negative toccherebbero tutto il lavoro salariato, perché è ovvio che verrebbe complessivamente indebolito, per esempio, con la minaccia della delocalizzazione al Sud, così come oggi si minaccia o si attua la delocalizzazione in Polonia, Romania, Bulgaria ecc.

No, che siano beceri padroni leghisti o “illuminati” padroni democratici, rimangono sempre i rappresentanti fisici di quel capitale da combattere frontalmente e battere unitariamente, senza le artificiose e nocive frammentazioni fomentate dalla borghesia, per difendere il proprio dominio di classe.

CB

(1) Prometeo, serie II, n. 1, 1950.

(2) A dire la verità, ce ne sono di sostenitori di quella teoria - asse portante dei partiti “comunisti” stalinizzati nel secondo dopoguerra,vale a dire gli zombi stalinisti che infestano i siti web cosiddetti di sinistra. E' anche “merito” loro se parecchia gente dà credito all'immagine macchiettistico-cadaverico con cui i mass media dipingono di solito la sinistra genericamente intesa.

(3) Di quella censita regolarmente, non in nero...

(4) Qui si potrebbe aprire una parentesi sul ruolo del cosiddetto welfare familiare, cioè sul sostegno economico che genitori, nonni ecc. danno ai giovani, mettendoli così in condizione di vivacchiare con stipendi che in sé non permettono neppure la sopravvivenza, ma rimandiamo ad altri articoli in cui abbiamo già trattato la questione.

(5) A un tempo con le radici nella socialdemocrazia storica e nello stalinismo.

(6) Regioni, province, comuni.

(7) E' quello che diceva Bordiga a proposito della Cassa per il Mezzogiorno, oltre che, va da sé, del fisco borghese in genere.

(8) In sintesi, cos'è l'Autonomia differenziata se non un tentativo di sfilare denaro dalle tasche della borghesia meridionale? Questa è la sostanza dei nazionalismi di sempre, se vogliamo, e ancor più dei nazionalismi esplosi con e dopo il crollo dell'impero sovietico: un frazione/fazione borghese che vuole tenersi tutto per sé il bottino del plusvalore estorto al “proprio” proletariato. Chi ne paga le spese è, inutile dirlo, il proletariato tutto e gli strati sociali vicini.

(9)Vista la grande estensione della disoccupazione e del lavoro nero, per certi aspetti le gabbie salariali non sono mai sparite

Martedì, August 27, 2019

Battaglia Comunista

Mensile del Partito Comunista Internazionalista, fondato nel 1945.

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