Summit Chavez-Gheddafi - Piccoli imperialismi crescono

A fine settembre, nell'isola venezuelana di Margarita, si è svolto un summit a due tra il presidente venezuelano Hugo Chavez e quello libico Gheddafi nel corso di una riunione dell'ASA (Africa-Sud America). I toni confidenziali hanno aperto la strada agli obiettivi economici che sono stati alla base del summit.

Chavez ha accolto Gheddafi definendolo il liberatore del suo popolo ed insignendolo della piùimportante delle onorificenze venezuelane. Gheddafi ha ricambiato il favore, con lo stile degli sceicchi medioevali, consegnando a Chavez una sella beduina tempestata di pietre preziose.

Dietro i drappi della pacchiana parata, il contenuto dell'incontro. I due capi di stato hanno dichiarato di voler dare vita ad una sorta di Nato del Sud America con l'adesione della Libia. Di progettare una Banca del Sud con i fondi di Argentina, Brasile e Venezuela, e con la partecipazione finanziaria della solita Libia. Il tutto in chiave dichiaratamente anti-Usa, approfittando della fase di crisi economica e politica in cui versa l'imperialismo di Washington. Il nuovo progetto va a sommarsi con quello più vecchio di dare vita, tra i paesi del Sud America e altri del Nord Africa, ad una nuova Opec del gas e del petrolio, di cui il Venezuela e la Libia, oltre ad essere soci fondatori, ne sarebbero i maggiori usufruttuari, in termini economici e politici.Gli accordi sono proseguiti sulla base di otto punti che prevedono una serie di interscambi finanziari e commerciali, tra i quali un prestito, non quantificato, di Gheddafi a Chavez e il contributo del primo affinché il Venezuela possa, al pari del Brasile, investire in Africa, con accordi petroliferigià stipulati con Algeria, Sudafrica, Mauritania, Niger, Sudan e CapoVerde, e in futuro nel settore minerario con Namibia, Mali, Niger e Mauritania. Nulla di strano. Nell'attuale fase storica di ricomposizione imperialistica internazionale, aggravata ed accelerata dalla crisi, che i rappresentanti di due segmenti dell'imperialismo che basano il loro potere sulla rendita petrolifera, si alleino per meglio raggiungere i loro obiettivi, rientra a pieno titolo nel quadro di una qualsiasi prassi capitalistica. Sia l'uno che l'altro sgomitano, nelle rispettive aree di appartenenza, per avere quello spazio e quel ruolo politico che consentano loro una egemonia economica e finanziaria che li lanci su livelli imperialistici più alti, geograficamente più larghi, in aperta competizione con il vecchio imperialismo occidentale.

La cosa inquietante è che, a suggello dell'incontro, Chavez ha voluto mandare un messaggio politico al “suo” popolo, al continente sudamericano, al mondo intero devastato da questa crisi finanziaria ed economica che il proletariato internazionale sta caramente pagando: il socialismo rappresenta la strada per salvare il mondo. Di quale socialismo sta parlando? Di quella organizzazione sociale che da(va) le briciole della rendita petrolifera ai diseredati per garantirsi una base elettorale che lo facesse rimanere al potere? Di un “socialismo” che contrabbanda la nazionalizzazione delle banche e delle imprese petrolifere per socializzazione dei mezzi di produzione? Di una struttura sociale che si basa sul tradizionale rapporto tra capitale e forza lavoro, senza minimamente metterne in discussione l'essenza, anzi potenziandola là dove le necessità del profitto lo richiedano? Di un governo che non ha esitato a mandare in piazza le forze di polizia in assetto antisommossa contro quei lavoratori che manifestavano per un salario che non fosse di mera sopravvivenza, quando c'era, e per la sicurezza del posto di lavoro?

Per questi proletari venezuelani, per quelli dell'America Latina, ma non solo, è scattata la trappola del populismo di “sinistra”. El Caudillo di Caracas brandisce la bandiera del socialismo per restare al potere in uno dei paesi in cui la rendita petrolifera fa grande lui e la sua borghesia di riferimento.

Un paese nel quale la gestione del potere è monolitica prerogativa di un solo uomo attorno al quale ruotano tutti gli interessi economici e finanziari del paese.Finché il granitico macigno del falso socialismo, delle “democrazie progressiste” di qualsivoglia nazionalismo comunque camuffato pesa sulle coscienze politiche dei lavoratori, scarse sono le speranze di una ripresa della lotta di classe.

Il macigno va progressivamente scalfito, aggredito e distrutto, altrimenti non solo i “piccoli imperialismi” alla Chavez e alla Gheddafi cresceranno, grazie al mefitico condizionamento del proletariato domestico basato sulla menzogna ideologica, ma tali imperialismi diventeranno adulti (tanto da competere con i vecchi imperialismi ) sui mercati energetici e della finanza, ma la strada della ripresa rivoluzionaria verrà sbarrata per ancora molto tempo, troppo tempo.

FD

Battaglia Comunista

Mensile del Partito Comunista Internazionalista, fondato nel 1945.

Abbonamento annuale: € 15,00 (10 numeri)