Appunti su "globalizzazione", classe operaia, azione sindacale

La battaglia contro il riformismo è sempre stata un compito fondamentale del movimento comunista, in quanto parte della più ampia battaglia contro la società borghese.

Infatti, sebbene il riformismo influenzi strati più o meno vasti di lavoratori, nonché - è ovvio - settori di piccola borghesia (soprattutto in via di declassamento), è sempre stato una manifestazione ideologica della borghesia, tanto più pericolosa quanto più riesce a imporre la sua direzione politica a coloro che, pur non appartenendo necessariamente al proletariato, cominciano a manifestare un atteggiamento di rifiuto attivo (anche - ed è la maggioranza dei casi - in forma semplicemente istintiva e confusa).

È ciò a cui stiamo assistendo oggi; dopo lunghi anni di calma piatta, pare che qualcosa si stia muovendo, benché, appunto, su un terreno ancora molto distante da una corretta e coerente strategia anticapitalista.

Ci stiamo riferendo in modo particolare ai fatti di Genova del luglio di quest'anno, che, se hanno finalmente portato alla superficie una rabbia sociale di cui sembrava perso anche il ricordo, allo stesso tempo hanno evidenziato la grande arretratezza teorica del movimento, attestato pressoché unanimemente sul più classico e anacronistico riformismo. (1)

È dunque più che mai indispensabile insistere nella critica a quelle teorie e pratiche politiche che ostacolano l'eventuale maturazione in senso rivoluzionario degli elementi più sensibili (specialmente, ma non solo, giovani) ad un discorso di classe. Tralasciando le correnti più apertamente piccolo-borghesi - e, se ci è permesso, anche patetiche - del riformismo, quali, per esempio, i sostenitori del commercio equo e solidale, è senza paragone più importante prendere in esame chi, in un modo o nell'altro, individua nel capitalismo o, meglio, in una sua particolare versione, il nemico contro cui lottare, benché, in fondo, tra le due differenti espressioni del riformismo la distanza teorica sia molto meno grande di quanto a loro stesse non appaia.

Infatti, Rifondazione Comunista e i vari sindacatini cosiddetti di base attraggono indubbiamente anche compagni e compagne che, dentro e fuori i luoghi di lavoro, sono mossi da una sincera repulsione nei confronti dello sfruttamento e dell'oppressione sociale. Ma la loro generosa volontà di lotta si arena oggettivamente - e loro malgrado - nel pantano del velleitarismo politico, costretti come sono a inseguire obiettivi irraggiungibili con i normali strumenti istituzionali e sindacali, in una fase storica in cui il capitale ha esaurito ogni possibilità di ridistribuzione della ricchezza estorta alla classe operaia, al contrario di quanto accadeva fino a una ventina di anni fa, sia pure, va da sé, nel quadro della compatibilità del capitale ossia senza intaccare i meccanismi di accumulazione, anzi. Per questo, agitare parole d'ordine come la ridistribuzione dei profitti, lo "stipendio europeo" per gli insegnanti o, addirittura, un salario/reddito sociale per i disoccupati e gli studenti (figli dei borghesi inclusi?), ha obiettivamente un esclusivo valore demagogico-propagandistico, buono forse per accrescere il numero degli iscritti alla propria organizzazione o i seggi in parlamento, ma niente più.

L'errore di fondo di questa impostazione sta nel non riconoscere quelle che sono le leggi di movimento del modo di produzione capitalistico e pensare, quindi, che quest'ultimo possa essere modificato solo sulla base delle proprie spinte emotive, indipendentemente dai rapporti di forza o, per meglio dire, che questi rapporti di forza siano solamente il frutto di una più intensa agitazione politica e non, prima di tutto, delle mutevoli fasi del ciclo economico capitalistico. Ma anche quando il riformismo ammette la presenza di queste fasi, lo fa in maniera confusa e superficiale; senza contare, poi, che comunque il riformismo considera la trasformazione radicale dei rapporti sociali una meta sempre troppo lontana per essere concretamente perseguita, escludendola così del tutto dal proprio orizzonte.

Ridistribuire la ricchezza, si diceva. Questa rivendicazione - da sempre la prima, istintiva ed elementare espressione di protesta sociale - agli occhi dei suoi sostenitori trova la sua ragione d'essere nella fortissima polarizzazione sociale che ha investito il mondo intero negli ultimi vent'anni: i ricchi sono diventati più ricchi e i poveri più poveri, e addirittura sono aumentati di numero anche in paesi che da decenni avevano dimenticato questo drammatico fenomeno. Vero, anzi, verissimo. Negli ultimi quindici-vent'anni si sono concentrate nelle mani di uno strato sottilissimo della popolazione mondiale ricchezze tali come nella storia non si era mai visto, tanto che poche centinaia di individui dispongono di un reddito uguale o superiore a quello di due miliardi e oltre di persone. Ma il punto è che l'aumento scandaloso della ricchezza per pochi non significa affatto che il sistema economico-sociale goda di buona salute, e nemmeno, quindi, che la catastrofe sociale sia dovuta essenzialmente a una libera scelta dei grandi gruppi industrial-finanziari per riprendersi una rivincita clamorosa nei confronti delle presunte conquiste che la classe operaia, negli anni 1960-70, sarebbe riuscita a imporre al capitale.

Insomma, il famigerato neoliberismo non è in alcun modo visto per quello che realmente è ossia la via obbligata intrapresa dal capitale per cercare di arginare in qualche modo le proprie insanabili contraddizioni diventate esplosive, ma semplicemente una politica, una tra le tante. Per questo, ad esempio, i Cobas trovano perfettamente praticabile - come Rifondazione e tanti altri "sinistri" - la riconquista (?) del welfare state o stato sociale che dir si voglia, indicata come uno dei principali obiettivi del movimento "antagonista", perché "lo stato è una volta stato per il capitale, una volta stato sociale" (2), a seconda, appunto, dei mutevoli rapporti di forza.

È sufficiente aver masticato un po' di ABC del marxismo (oltre che essere animati da un sano istinto classista) per constatare che lo stato è sempre "stato per il capitale" e che, al limite, ci vorrebbe ben più di qualche agitazione sindacale indetta nel rigoroso rispetto dei codici anti-sciopero per trasformarlo (?) in "stato sociale", se si intende con questa espressione la ricostituzione del sistema pensionistico, sanitario, scolastico ecc., in vigore fino ai primi anni 1980. No, l'aumento della ricchezza per pochissimi e della povertà per tanti è uno dei principali sintomi che una determinata epoca storica del capitalismo è arrivata al capolinea, perché il capitale ha sempre più difficoltà a combattere il cancro che lo corrode dalla nascita, vale a dire la caduta tendenziale del saggio medio del profitto, e che deve intaccare sempre più a fondo gli stessi livelli di sopravvivenza della forza-lavoro, spingendola al disotto del suo valore.

Coloro che citano le cifre rese pubbliche dai grandi gruppi economici sull'aumento degli utili per sostenere che il capitalismo non è in crisi strutturale e che, quindi, basterebbe un'azione sindacale più incisiva per riappropriarsi di parte di quegli utili, dimenticano un aspetto fondamentale del capitalismo, vale a dire che l'aumento della massa del profitto si accompagna alla caduta del saggio del profitto, cioè, semplificando, che nonostante occorrano investimenti via via crescenti di capitale si spuntano saggi del profitto ogni volta più esigui:

Se, come si è dimostrato, la diminuzione del saggio del profitto coincide con l'aumento della massa del profitto, ne risulta che il capitalista si appropria un quantitativo maggiore del prodotto annuo del lavoro sotto forma di capitale (per sostituire il capitale consumato), e un quantitativo relativamente minore sotto forma di profitto. (3)

Secondo Marx - e secondo quello che accade sotto i nostri occhi - è questo fenomeno a spiegare contemporaneamente l'espansione abnorme della speculazione finanziaria, l'inasprirsi della concorrenza e delle guerre commerciali (che sfociano nella guerra militare) e, appunto, l'attacco furioso in corso, a scala mondiale, contro la classe operaia (e il proletariato in generale), indipendentemente dalle condizioni di lavoro e dai livelli salariali di partenza. È Marx stesso a sottolinearlo ancora una volta là dove dice che:

nella misura in cui il capitale si accumula, la situazione dell'operaio, qualunque sia la sua retribuzione, alta o bassa, deve peggiorare [...] Questa legge determina un'accumulazione di miseria proporzionata all'accumulazione di capitale. L'accumulazione di ricchezza all'uno dei poli è dunque al tempo stesso accumulazione di miseria, tormento del lavoro, schiavitù, ignoranza, brutalizzazione e degradazione morale al polo opposto ossia dalla parte della classe che produce il proprio prodotto come capitale. (4)

È esattamente quello che è sempre successo nel percorso storico del capitale quando quest'ultimo imbocca il tunnel della crisi di accumulazione, nonostante la maggiore ricchezza (reale o fittizia) esibita dalla classe dominante. Se ripercorriamo per sommi capi la storia degli Stati Uniti d'America, vale a dire il paese in cui il capitalismo si è sviluppato nella forma più pura, libera da "interferenze" derivanti da altri modi di produzione, vediamo la conferma puntuale dell'analisi di Marx e un'anticipazione di quanto sta accadendo negli ultimi venti-trent'anni.

È noto che gli anni 1920 del secolo scorso, i cosiddetti anni ruggenti, furono caratterizzati da un'esplosione dei consumi (radio, automobile, ecc.) senza precedenti e da una frenesia finanziaria-speculativa altrettanto inedita: ogni piccolo-borghese si sentiva un guru della finanza e la salita degli indici borsistici sembrava dovesse avere solo il cielo come limite. Magnati della finanza e dell'industria dragavano dalle tasche della piccola borghesia e degli strati più elevati della classe operaia i sudati risparmi, vendendo loro azioni e titoli di ogni specie; ma dietro questo scintillante castello di carte c'era per gran parte del "popolo" americano la dura realtà di uno sfruttamento che cresceva d'intensità con la stessa velocità con cui si diffondeva lo spaccio clandestino di alcolici. In effetti, quasi il 60% dei nuclei familiari aveva un reddito annuo inferiore ai 2.000 dollari, considerati la soglia minima al di sotto della quale una famiglia non riusciva a "provvedere [almeno] ai bisogni elementari" (5) e il salario medio dei 33 milioni di salariati era di 25 dollari la settimana (solo meno di un decimo arrivava ai 40 dollari). Ma ritmi, orari - cioè l'intensità e la fatica del lavoro - aumentavano senza sosta (tant'è vero che meno di un milione di salariati aveva, nel 1929, la settimana di 40 ore, in teoria conquistata nel 1919), così come, di conseguenza, gli infortuni sul lavoro (25.000 morti all'anno) e la disoccupazione; il tutto, con il concorso determinante dei sindacati.

Nonostante l'intensificazione dello sfruttamento, di lì a poco sarebbe scoppiata la grande crisi - a riprova della fragilità del boom economico - che avrebbe condotto direttamente al secondo grande macello imperialista. Alla sua conclusione (e, per meglio dire, con "l'aiutino" della guerra di Corea) è ripartito un nuovo ciclo di accumulazione, che, però, già dagli anni sessanta ha cominciato a mostrare i primi pesanti segnali di rallentamento, fino alla sua chiusura "ufficiale" con i provvedimenti dell'amministrazione Nixon nell'agosto 1971.

Questi segnali non sono dati solo dal calo costante dei tassi di crescita del PIL, dalla colossale espansione della sfera finanziaria, ma anche, e non certamente da ultimo, dal progressivo peggioramento delle condizioni di esistenza della classe operaia; un peggioramento che, assieme agli altri aspetti del fenomeno, ha valicato gli oceani e investito il mondo intero. È la cosiddetta globalizzazione, la quale comporta che:

in simile clima di profondi mutamenti le decisioni riguardanti i lavoratori dipendenti e le condizioni di lavoro [siano] dettate da pressioni competitive mondiali. (6)

In pratica, come abbiamo già scritto parecchie volte, per quanto concerne le condizioni complessive di lavoro, tendono a scomparire o ad attenuarsi le divisioni tra i settori nazionali della classe operaia mondiale, che, essendo messi in concorrenza tra di loro, sono spinti verso un progressivo livellamento al ribasso, in una caduta che travolge tutti gli strati della forza-lavoro sia ad alta che a bassa qualificazione.

Ritornando là dove per prima si è manifestata la crisi di ciclo, negli USA fin dagli anni 1960 cominciano a deteriorarsi i livelli di vita degli strati sociali più bassi della popolazione, sia occupata che disoccupata, cioè, manco a dirlo, degli afro-americani (7), contemporaneamente ad una costante intensificazione dello sfruttamento, sia in termini di orario, che ha ripreso ad allungarsi (8), sia di carichi di lavoro e di salario. Inoltre, è ampiamente noto che le grandi ristrutturazioni cominciate negli anni 1970 hanno eliminato milioni di posti di lavoro "buoni", sostituendoli con altri nettamente peggiori. In un comparto ad alta qualificazione come quello dell'industria militare (hardware e software per l'avionica, satelliti, componenti elettronici per la missilistica, ecc.) molti degli operai e dei tecnici licenziati hanno trovato lavori in cui il salario è inferiore anche del 30-40% (9) a quello che percepivano prima. Complessivamente, negli USA, dal 1973 alla fine degli anni '90, il salario reale è diminuito del 20% e...

di fatto, il 30 per cento dei salariati americani percepiva nel 1999 un salario inferiore ai due terzi del salario mediano. (10)

Sta così diffondendosi anche nella metropoli del capitale un fenomeno che sembrava appartenere ai libri di storia. È quello che definiamo la "manchesterizzazione" della classe operaia ossia il ritorno tendenziale a condizioni di lavoro tipici della prima rivoluzione industriale. Infatti, i lavoratori poveri (working poors) - cioè i lavoratori che pur disponendo di un lavoro stabile hanno un reddito al di sotto della soglia di povertà - "sono in forte aumento in Europa e negli USA". (11)

I working poors americani erano, nel 1969, l'8,4% della popolazione attiva, ma nel 1994 sono diventati ben il 23,2%; tanto per citare un paese europeo, in Francia la "pauvreté labourieuse" è ugualmente cresciuta, infatti:

La percentuale dei salariati con livelli di paga bassi è salita [...] dal'11,4% del 1983 al 15,3% del 1995 e si è addirittura raddoppiata la quota di occupati con livelli di paga infimi. (12)

In pratica, non siamo più di fronte solo a una diminuzione del salario relativo (relativo, cioè, alla crescita della produttività) ma a un abbassamento assoluto del salario reale. Infatti, se nella fase ascendente del ciclo la caduta del salario relativo - che nel 1974, in Italia, era al 74% di quello del 1951 (13) - era "compensata" da un aumento dei valori d'uso, delle merci che poteva comprare (14), dalla metà degli anni settanta in poi il proletariato italiano e mondiale deve far fronte ad una perdita secca del potere d'acquisto di salari e stipendi, vale a dire a una maggiore estorsione di plusvalore da parte del capitale. Basta leggere le relazioni annuali della Banca d'Italia per constatare, nero su bianco, il calo della quota dei redditi da lavoro nell'insieme del reddito nazionale a favore dei redditi da capitale. E chi, tra la cosiddetta sinistra più o meno "antagonista", contrappone la presunta diversità/superiorità del "modello sociale europeo" rispetto a quello degli Stati Uniti, dovrebbe prendere nota (se è in buona fede...) che:

in Europa, dopo il 1980, la redistribuzione dei redditi dal lavoro dipendente al capitale è stata addirittura maggiore che non negli Stati Uniti. Nei paesi UE, la quota di reddito da capitale nel settore privato era di 5,5 punti percentuali più alta nel 1997 di quanto non fosse in media nel decennio 1970-80. Negli Stati Uniti, per contro, è salita di 3,2 punti [ciò] comporta che il salariato medio ci rimette al presente 1.100 dollari l'anno, oltre 2 milioni di lire. (15)

Crescita della disoccupazione, aumento dell'orario di lavoro, intensificazione dello sforzo lavorativo da più punti di vista, abbassamento del salario reale sono i diversi aspetti della guerra globale dichiarata dal capitale alla forza-lavoro per estorcerle sempre più plusvalore, sia assoluto che relativo. Ma il quadro non sarebbe completo senza almeno un accenno alla precarietà dilagante del posto di lavoro che travolge ogni argine, in mancanza, finora, di una risposta adeguata da parte del proletariato. Secondo alcune statistiche, nei principali paesi industrializzati i posti di lavoro "sicuri e tradizionali" non superano ormai il 55% del totale; in Italia non si andrebbe oltre il 50% (16) e, come si diceva, tendenzialmente, nemmeno gli impieghi di alto livello devono ritenersi estranei a questo processo, se negli istituti bancari statunitensi solo il 20-22% dei posti (compresi tecnici informatici, esperti finanziari e dirigenti) sono in qualche modo stabili (17). E assieme alla precarietà "istituzionalizzata" (contratti a tempo determinato, interinale, apprendistato, ecc.) si diffonde sempre di più anche il cosiddetto lavoro "non strutturato", vale a dire il lavoro nero, sommerso, "informale", fatto di sottosalario, orari lunghissimi, condizioni di lavoro pessime, sia negli USA e nell'Unione Europea (dove l'Italia non è seconda a nessuno), che anche là dove da sempre imperversa, cioè nei cosiddetti paesi in via di sviluppo. Solo i "giocondi" rapporti degli organismi delle Nazioni Unite - tra cui l'Organizzazione Internazionale del Lavoro, ilo.org - possono vedere un segnale di miglioramento nella situazione del proletariato mondiale nel fatto che in certi paesi del "Sud del mondo" sia diminuito il numero di coloro che vivono in povertà assoluta (cioè con un dollaro, o anche meno, al giorno) quando, nel complesso, il proletariato mondiale è sottoposto a durissimi sconvolgimenti.

Nel Sud si registra un considerevole flusso ascendente di individui dallo strato degli esclusi a quello di skilled. Per contro, nel Nord si registra un flusso ugualmente considerevole in senso discendente, da unskilled a esclusi, e altri due flussi discendenti, di entità minore ma tutt'altro che trascurabile, da skilled a unskilled, nonché da skilled direttamente allo strato degli esclusi [skilled/unskilled = qualificato/non qualificato - ndr]. (18)

Per dare un'idea di cosa voglia dire concretamente passare dalla condizione sociale di "escluso" a quella di lavoratore non qualificato nel "Terzo Mondo", basti sapere che in Bangladesh la paga base dei lavoratori delle confezioni va dai 9 ai 20 centesimi di dollaro l'ora. (19)

Considerando che l'orario giornaliero solitamente supera largamente le dieci ore, ecco spiegato perché le statistiche registrino una contrazione della povertà assoluta. La delocalizzazione di interi settori produttivi dal "Nord" al "Sud del mondo" ha infatti creato milioni di posti di lavoro, specialmente nei nuovi Eldorado del capitale - in cui trionfano le orge di estorsione del plusvalore assoluto e relativo insieme - variamente chiamati Zone Economiche Speciali, Zone di Libero Scambio o Maquiladoras. In Cina, dove tra disoccupati e sottoccupati si contano 250 milioni di persone, nelle ZES della costa - comparti delle confezioni e delle calzature, che impiegano oltre quattro milioni di operaie e operai - la paga oraria oscilla tra i 13 e i 28 centesimi di dollaro (il minimo vitale, rispetto al costo della vita, è però di 87 centesimi), i turni di lavoro vanno dalle 60 alle 96 ore la settimana, con punte di 112 ore (16 ore al giorno per sette giorni su sette) in alcuni mesi dell'anno; ma, allora, i padroni abbassano la paga oraria delle operaie. (20)

Se gli esclusi del Terzo Mondo salgono i gradini della scala sociale (si fa per dire, naturalmente, anche se la trasformazione in classe operaia di tanti diseredati è, dal punto di vista delle prospettive rivoluzionarie, realmente positivo), i proletari dell'ex impero sovietico sprofondano nella disperazione: per esempio, in Russia i salari reali si sono più che dimezzati nel corso degli anni 1990 e in molto casi sono al di sotto della soglia di sopravvivenza (se e quando vengono pagati). È perfettamente logico, quindi, che il capitale internazionale (in primo luogo quello europeo) corra entusiasta a investire in quelle regioni, dove si trova una rete di infrastrutture almeno passabile, abbondanza di manodopera qualificata, salari di dieci-quindici volte più bassi che in Italia (in Romania la paga media di un operaio è di 150.000 lire, insufficiente a mantenere una famiglia) e la totale flessibilità della manodopera, oltre all'assoluto dispotismo padronale: in Romania, si è dato il caso di un padrone che ha licenziato tutti gli operai perché avevano scioperato per un aumento dei salari. (21)

Si avvera il sogno di tutti i padroni, piccoli e grandi, di poter usare la forza-lavoro a propria totale discrezione. Non per niente, in tutta la metropoli del capitale la borghesia ha sempre più come punto di riferimento le condizioni dei proletari della periferia e semiperiferia capitalista, e i suoi governi, in maniera "morbida" o brutale, a questo stanno lavorando. Cosa sono le recenti proposte del governo Berlusconi sui licenziamenti (per altro, ispirate, almeno in parte, a precedenti indicazioni di D'Alema), se non l'aspirazione di portare una "Timisoara" in ogni posto di lavoro?

Ma non si illudano i sostenitori della tesi secondo la quale la crescita dell'Asia testimonierebbe una fase espansiva del capitale mondiale, basata in primo luogo sul furibondo sfruttamento del proletariato di quei paesi. È vero, le condizioni di lavoro sono "manchesteriane", ma non preludono affatto ad un miglioramento nel tempo, come avvenne - sia pure molto lentamente - durante la rivoluzione industriale inglese. Anche là, fra "tigri" e "piccoli draghi", dopo i terremoti finanziari del 1997-98, il numero dei disoccupati è superiore a quello precedente la crisi finanziaria - confermando così il fenomeno manifestatosi per primo nella metropoli - e questo ha contribuito a peggiorare ulteriormente le già durissime condizioni di quel proletariato. (22)

Dunque, per avviarci alla conclusione, questi dati confermano l'analisi di Marx sul necessario deterioramento delle condizioni di vita e di lavoro della classe operaia nella fase matura del ciclo di accumulazione capitalista, ricalcando, nelle linee generali, il concreto svolgimento storico del capitale. Infatti, già Grossmann, alla vigilia della crisi del 1929, sottolineava che durante i dieci anni precedenti la prima guerra mondiale, il salario dei paesi industrialmente più sviluppati aveva cominciato a stagnare (cioè a diminuire in senso relativo) o a calare in senso assoluto, e lo stesso si verificava negli anni 1920, nonostante che il movimento operaio disponesse di potenti (per lo meno, numericamente) organizzazioni sindacali. (23)

Ritorniamo in tal modo al nocciolo della questione. Il sindacato, in quanto mediatore per conto della classe operaia (almeno all'inizio della sua storia) della compravendita della forza-lavoro, non solo non è mai stato uno strumento rivoluzionario, ma si è progressivamente integrato, anche istituzionalmente, nei meccanismi dello stato borghese di gestione/controllo del proletariato (24). Se, come si diceva all'inizio, nelle fasi ascendenti del ciclo di accumulazione riusciva a gestire la ridistribuzione di una parte della ricchezza prodotta dalla classe operaia, nelle fasi discendenti l'azione sindacale, qualunque essa sia, concertativa o "di base", è assolutamente impotente a contrastare l'offensiva del capitale, perché ogni goccia di plusvalore deve andare inderogabilmente ad alimentare un saggio del profitto sempre più fiacco; infatti, qualunque seria rivendicazione economica intacca i meccanismi dell'accumulazione, cioè di sopravvivenza del capitale, trasformandosi così immediatamente in scontro politico per il potere.

Questo, però, come abbiamo spiegato mille volte, non significa affatto che siano finite le lotte "economiche". Solo chi identifica la lotta "economica" col sindacato può prendere un simile abbaglio e accusarci, del tutto ingiustamente, di guardare con sufficienza i piccoli e meno piccoli atti di resistenza allo strapotere padronale. Al contrario, è solo dalla lotta quotidiana contro lo sfruttamento, anche e soprattutto in un'epoca di crisi, che può maturare la coscienza della necessità della rottura rivoluzionaria. A patto, però, che il partito della rivoluzione abbia messo radici tali nella classe per cui quest'ultima possa riconoscerlo come propria guida politica; infatti, non è sufficiente (benché assolutamente necessario) "stare nelle lotte", bisogna starci da comunisti, sforzandosi di elevare ogni espressione di lotta di classe alla prospettiva del superamento rivoluzionario del modo di produzione capitalistico.

In caso contrario, anche le intenzioni più sincere, gli sforzi più generosi sono immancabilmente destinati a essere travolti da un'amara e, soprattutto, inutile sconfitta.

Celso Beltrami

(1) Vedi il nostro documento "Considerazioni di classe sul movimento No-global".

(2) Giudizio espresso da P. Bernocchi (uno dei maggiori esponenti dei Cobas scuola) durante un'assemblea pubblica tenuta dai Cobas a Bologna, presso la sala Benjamin, il 29-10-2001.

(3) K. Marx, Il Capitale. Critica dell'economia politica, Libro Terzo, cap. 15°, Torino, Einaudi, 1975, pag. 345. Passi che sottolineano questo concetto sono innumerevoli in Marx, specialmente nei capitoli 13-14-15 del terzo libro del Capitale e nei Grundrisse (pagg. 288 e seguenti dell'edizione Einaudi, 1977, e pag. 240 della redazione IMEL).

(4) K. Marx, Il Capitale, Libro Primo, Einaudi, pag. 795

(5) R.O. Boyer - H.M. Morais, Storia del movimento operaio negli Stati Uniti, Bari, De Donato, 1974, pag. 348.

(6) L. Gallino, Globalizzazione e disuguaglianze, Bari, Laterza, 2000, pag. 43.

(7) P.N. Carroll - D.W. Noble, Storia sociale degli Stati Uniti, Roma, Ed. Riuniti, 1981, pagg. 428-429.

(8) P. Basso, Tempi moderni orari antichi. L'orario di lavoro a fine secolo, Milano, Angeli, 1998, pag. 72.

(9) L. Gallino, cit., pag. 42.

(10) L. Gallino, cit., pagg. 102-103

(11) L. Gallino, cit., pag. 72.

(12) P. Basso, cit., pagg. 172-173.

(13) P. Basso, cit., pag. 252.

(14) In K. Marx, Storia delle teorie economiche:

Può darsi che, valutato in valori d'uso (nella quantità di merce o denaro), il suo [dell'operaio - ndr] salario aumenti quando cresce la produttività, e tuttavia diminuisca secondo il valore e inversamente.

K. Marx, Storia delle teorie economiche, II - David Ricardo, Torino, Einaudi, 1977, pag. 131

(15) L. Gallino, cit., pag. 115.

(16) L. Gallino, cit., pagg. 37.38.

(17) L. Gallino, ibidem.

(18) L. Gallino, cit., pag. 41

(19) Vedi la tabella sui salari orari del comparto abbigliamento in alcuni paesi dell'Est europeo e dei cosiddetti paesi in via di sviluppo sul sito del National Lobour Committee, organizzazione non governativa statunitense, nlcnet.org .

(20) M. Dinucci, Le condizioni di lavoro nelle zone economiche speciali, aprile 1999, zanichelli.it .

(21) M. Dinucci, cit., La delocalizzazione delle aziende italiane in Romania, maggio 2001

(22) M. Dinucci, Le condizioni di lavoro..., cit.; rapporto ILO del gennaio 2001, ilo.org .

(23) In AA.VV., Il futuro del capitalismo, crollo o sviluppo?, Bari, Laterza,1970, pagg. 464-465; nell'edizione completa della Jaca Book (Il crollo del capitalismo), la citazione si trova alle pagg. 553-554.

Il depauperamento è il punto conclusivo necessario dello sviluppo a cui tende inevitabilmente l'accumulazione capitalistica; sulla base del modo di produzione capitalistico nessuna organizzazione di resistenza sindacale, per quanto potente essa sia, è in grado di bloccare questa tendenza. Qui ci troviamo confrontati con il limite oggettivo dell'azione sindacale [...] Abbiamo visto precedentemente come in tutti i vecchi stati capitalisti Kautsky abbia effettivamente constatato per l'ultimo decennio prima della guerra mondiale una stasi nel moto ascendente del salario, e in parte addirittura un arretramento del salario reale [...] Proprio le continue e violentissime offensive del capitale contro la classe operaia palesano e sono un sintomo del dato di fatto che il capitalismo ha fatto il suo tempo, che può mantenersi in vita solo peggiorando le condizioni di esistenza della classe operaia...

H. Grossmann, La legge dell'accumulazione e del crollo del capitalismo

(24) Vedi il nostro opuscolo Il sindacato nel terzo ciclo di accumulazione del capitale, 1986, le nostre tesi congressuali su Prometeo n. 13, V serie, 1997 e M. Stefanini, Riassumendo sul sindacato, Prometeo n. 18, V serie, 1999.

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