L'imperialismo, la guerra e il proletariato

Nonostante da molte parti si ritiene che i nuovi conflitti in atto siano espressione di un sistema mutato (il cosiddetto sistema globale), al quale non sarebbero più applicabili le categorie interpretative del marxismo, per cui scomparirebbe la nozione di imperialismo e sarebbero mutate le classi stesse in gioco, gli sviluppi della situazione mondiale confermano sempre più che i mutamenti di forme specifiche di funzionamento del capitale, che pur ci sono, rappresentano solo l'evoluzione naturale della formazione sociale capitalistica, analizzata da Marx e Lenin.

Specialmente la categoria di imperialismo trova la sua possente conferma. È dall'inizio del secolo scorso che tutte le guerre che si sono succedute sul nostro pianeta hanno carattere imperialista, sono figlie cioè del capitalismo che ha raggiunto la sua fase monopolistica, caratterizzata dal dominio del capitale finanziario su quello industriale, dalla supremazia dell'esportazione dei capitali su quello delle merci e, nella fase più recente, dallo sviluppo del capitale meramente speculativo, fittizio, sulla stessa rendita finanziaria classica, come più volte abbiamo sottolineato sulla nostra stampa.

Non siamo quindi in un'altra fase, rispetto a quella analizzata da Lenin nel suo saggio sull'imperialismo, ma solo a una determinazione ulteriore delle sue tendenze parassitarie e a una loro generalizzazione su scala mondiale totale, fenomeno da altri chiamato, in modo impreciso, globalizzazione. Come ai tempi di Lenin, pur assistendo a fenomeni possenti di centralizzazione di capitali, non appare alcuna tendenza alla costituzione di un superimperialismo (1), data la permanenza della concorrenza tra gli oligopoli e la sussistenza della funzione degli stati a sostegno dell'accumulazione del proprio capitale, anche se nelle aree più forti le nuove frontiere degli stati non rispecchiano più la dimensione nazionale, ma tendono a superarla in strutture politiche più vaste, che meglio cercano di valorizzare le proprie caratteristiche produttive e speculative.

Pur essendo di certo costante una tendenza alla guerra dell'imperialismo, inteso come sistema, e quindi concretamente delle varie potenze imperialiste grandi e piccole allo scontrarsi per il controllo dei mercati finanziari (in particolare di quelli legati alle principali materie prime) e del mercato della forza lavoro (e naturalmente anche, ma in misura minore, di quello delle merci), è nella fase di crisi, quando i margini di profitto tendono a ridursi drasticamente, che la guerra diventa la tendenza dominante. Oggi siamo proprio di fronte a tale situazione recessiva, per cui, in ogni atto di guerra, bisogna cogliere la direzione verso un nuovo conflitto interimperialista generalizzato. Il fatto che i fronti avversari per ora non siano ancora chiaramente definiti, non deve far illudere che ci troviamo di fronte a guerre di tipo nuovo, tipo intervento di polizia contro il terrorismo o addirittura a guerre di religione o di civiltà.

Assodate le caratteristiche "classiche" di questa guerra, non ci sentiamo a posto, anzi sentiamo al più alto grado la preoccupazione che l'imperialismo, scatenando ancora più violenza che nel passato, sia per il carattere sempre più putrescente della sua economia senza sviluppo, sia per l'inaudita abbondanza dei suoi mezzi di distruzione di massa, stia portando realmente il mondo verso la catastrofe. Tale preoccupazione non nasce da suggestioni apocalittiche, ma dalla quasi inesistenza in tutto il mondo di un boicottaggio della guerra da parte dell'unica classe che ha il potere di farlo: il proletariato internazionale.

Diciamo che solo il proletariato può dare una risposta vincente contro la guerra imperialista, non per fedeltà alla scolastica marxista, ma perché è la classe che nella fase attuale di crisi è attaccata su scala mondiale e su tutti i piani: il salario, le condizioni di lavoro, i diritti di sciopero, con una tendenza da parte capitalistica di aumentare al massimo l'estrazione di plusvalore non solo relativo, ma assoluto, con la creazione di vere e proprie nuove forme di schiavitù.

Anche altre classi vedono peggiorare le loro condizioni di vita, ma solo chi è senza riserve è spinto alla lotta aperta contro il capitale. In più la classe operaia resta, fino a prova contraria, l'unica classe che può concretamente battersi per il superamento dell'appropriazione privata della ricchezza e per una nuova gestione della produzione in funzione dei bisogni, cioè per il comunismo. Non abbiamo intenzione in questo articolo di rispondere a coloro che ritengono, sostenendolo con teorie d'accatto, che la classe operaia non esiste più, sostituita da generici cittadini che richiedono diritti negati, non solo perché più volte abbiamo dedicato risposte teoriche a queste stupidaggini, ma perché ad esse hanno risposto concretamente negli ultimi venti anni le lotte degli operai e dei proletari dell'Est europeo, dell'Asia, dell'America Latina e degli stessi Europa occidentale e USA, anche se solo su un piano difensivo e subendo in forme diverse la repressione statale e gli inganni sindacali.

A queste aree politiche diciamo solo che i marxisti conoscono da sempre l'illusione della piccola borghesia urbana e rurale di resistere allo schiacciamento del grande capitale come classe autonoma e di rispondere all'imperialismo con proposte di ritorno al libero mercato (vedi commercio equo e solidale) o di utilizzo riformista dei sovrapprofitti imperialisti (vedi la Tobin tax). D'altra parte sono classi che contano un poco solo finché il gioco non si fa pesante; nelle fasi conclamate di guerra imperialista saltano le loro utopie pacifiste, seminate a piene mani nelle fasi più tranquille (vedi oggi i leader dei no-global), e esse o diventano impotenti o, più spesso, passano armi e bagagli a sostenere il proprio imperialismo.

Quello che ci interessa invece affrontare con le aree proletarie del movimento attuale, che cercano di esprimere più genuini interessi di classe (che sono fatte di giovani disoccupati e precari e di minoranze di lavoratori radicalizzati), ma anche discutere con i militanti che si richiamano all'internazionalismo proletario sono invece le motivazioni del ritardo di una presenza della classe operaia nella lotta contro la guerra. Per qualche motivo non sarebbe più possibile in questa epoca l'estrinsecazione del ruolo rivoluzionario della classe operaia? Crediamo che molti compagni, che pur a parole si richiamano al marxismo, siano entrati in quest'ottica, con la conseguenza che alcuni cercano disperatamente di trovare una pluralità di soggetti sociali, che si sostituiscano alla classe operaia fuori gioco, soggetti ciascuno con i propri specifici bisogni, i quali di per sé sarebbero antagonisti al capitalismo "globalizzato", senza più nessuna distinzione tra lavoro produttivo di plus-valore e non, e nemmeno tra sfruttamento e discriminazione razziale o tra appartenenza di classe e appartenenza di genere. Questi "neo-marxisti" sono quelli che non a caso fanno stretta alleanza con quelle forze piccolo-borghesi del movimento no-global a cui accennavamo sopra.

Esistono altri compagni invece che partono dall'analisi che la classe operaia è stata sconfitta in anni recenti, dopo l'implosione dell'URSS, che con tutti i suoi difetti avrebbe rappresentato un riferimento per il proletariato e per le popolazioni emarginate del mondo nella lotta antimperialista, e che con la sua caduta avrebbe rafforzato il dominio unilaterale del capitalismo nel mondo. Queste forze sono le stesse che avevano ritenuto la resistenza antifascista e antinazista in Europa una lotta della classe operaia, pur alleata ai ceti medi, che avrebbe costretto la borghesia sulla difensiva, costringendola a concessioni alla classe sia economiche che politiche.

Questi settori non hanno considerato la seconda guerra mondiale una guerra tipicamente interimperialista, avendo negato il ruolo imperialista dell'URSS, conseguenza della controrivoluzione staliniana e della permanenza di rapporti di produzione pienamente capitalistici in quel paese. Per noi invece la classe operaia, pur politicizzatasi nel corso della II guerra imperialista, era priva del suo partito autonomo e quindi schierata su di un fronte imperialista contro un altro, castrandosi ogni possibilità di lotta per il comunismo. In realtà la sconfitta della classe operaia va collocata negli anni immediatamente successivi alla fine della I guerra mondiale, dove alla vittoria dei comunisti in Russia non è seguita la rivoluzione in Europa, malgrado eroici tentativi insurrezionali, e l'isolamento dell'URSS ha favorito il prevalere al suo interno e nella terza internazionale di tendenze opportuniste e liquidatrici, che hanno politicamente e materialmente tagliato la testa alle avanguardie rivoluzionarie del proletariato.

Le forze (e non ci riferiamo solo agli stalinisti dichiarati) che non hanno fatto i conti, sul terreno marxista, con questa sconfitta e che hanno creduto al carattere classista della resistenza, rimangono legate allo schema di una classe operaia, frontista e antifascista, idonea a imporre mediazioni all'avversario di classe, e auspicano nostalgicamente la rinascita di un partito rigorosamente nazionale, abile nella mediazione interclassista, novello principe di gramsciana memoria, capace di approfittare della prima situazione di debolezza dei partiti borghesi, per accedere più o meno pacificamente al potere. L'esistenza di tali posizioni più o meno esplicite, più o meno mascherate, dimostra non solo che nemmeno col crollo dell'URSS è stata sconfitta la tendenza stalinista, ma anche che ad essa danno valido supporto oggi vecchi suoi oppositori, come le varie aree della diaspora trotskista.

Per noi il ritardo della classe operaia nell'azione antimperialista è ancora figlio della sconfitta internazionale degli anni venti e non solo in Europa, perché la delusione delle masse sfruttate del terzo mondo, rispetto alla politica sovietica che ha sostenuto le borghesie nazionali contro il proletariato e che ha agevolato il sottosviluppo, è stata tale da favorire una sfiducia più estesa verso chiunque si dichiarasse comunista. In particolare tra le masse arabo-islamiche, la delusione rispetto alla politica del nazionalismo panarabista, foraggiata dall'URSS e poi abbandonata, come anche l'esperienza sulla propria pelle dell'aggressione imperialista sovietica, come in Afghanistan e del sostegno militare che, seguendo volta a volta le proprie mire imperialiste, l'URSS ha dato ai vari signori della guerra nei paesi africani (es. l'Etiopia di Menghistu), hanno favorito la ripresa, anche tra settori proletari e fortemente impoveriti, di forze tradizionaliste religiose e spesso integraliste, che, espressioni della piccola e media borghesia del bazar, sono sempre gestibili da parte delle varie frazioni dell'imperialismo.

Questo ritardo del proletariato mondiale nell'intervento contro la guerra imperialista, che da noi resta interpretabile con la sconfitta del comunismo internazionalista e dopo di essa della subordinazione del proletariato alle diverse borghesie imperialiste nel secondo massacro mondiale (2), non viene da noi accettato passivamente come una fatalità, ma d'altro canto non ci spinge a scorciatoie, affidando ad altre classi compiti che non possono assolvere. A questo proposito ci rivolgiamo a quei compagni che, richiamandosi come noi alla posizione della sinistra comunista internazionalista, pensano di surrogare l'indugio della classe operaia, specialmente occidentale, nel denunziare la politica di guerra imperialista col riconoscimento di un ruolo antimperialista delle masse arabo-islamiche in effervescenza antioccidentale.

Non siamo contrari ad appoggiare le masse sfruttate e impoverite del terzo mondo, anche quando seguono false bandiere (come quelle islamiche), sempre che però le lotte rafforzino la loro coscienza di classe contro la borghesia filoimperialista dei loro paesi e nello stesso tempo denunzino le condizioni di sfruttamento selvaggio a cui sono sottoposti, ma ci rifiutiamo di appoggiare un movimento interclassista che, anziché rifiutare il sistema dello sfruttamento imperialista, ne denunzia solo il carattere egoistico e corrotto, indicandolo non come sistema mondiale, con forti legami strutturali e politici anche coi loro paesi, ma come civiltà demoniaca.

Anche la speranza di sostituirsi alle loro direzioni dimostrando che in occidente non tutti sono loro nemici, perché coloro che si richiamano alla classe operaia sfruttata dell'occidente li appoggiano senza condizioni, ci appare illusoria. Le masse di quei paesi potranno fare un salto di qualità in questa direzione solo se la classe operaia occidentale realmente si separerà dalla propria borghesia imperialista e esse la potranno così riconoscere come forza materiale fondamentale per la disfatta del sistema, da cui subiscono miseria e guerra, e che d'altra parte, tranne pochissime eccezioni, non è a loro esterno, perchè i rapporti di produzione capitalistici e la proletarizzazione crescente caratterizzano anche i loro paesi arretrati.

A noi, in occidente, spetta il compito di combattere tra le masse l'ideologia del nemico alle porte, denunziando costantemente che il nemico è il nostro capitalismo in crisi, sempre più aggressivo e senza scrupoli, sempre più parassitario e imperialista.

Alle minoranze rivoluzionarie e classiste in oriente spetta un compito forse più difficile, ma ineludibile: denunziare il carattere imperialista delle aggressioni occidentali, senza cadere nel nazionalismo, e favorire l'organizzazione delle lotte contro lo sfruttamento selvaggio del proletariato da parte della propria borghesia e del capitale internazionale, aizzando le masse proletarie e semiproletarie alla rivolta contro i propri stati che sono (nella quasi totalità) (3) espressione insieme degli interessi dei capitalisti locali, così affamati di profitto da creare nuove forme di schiavismo, e di quello delle minoranze parassitarie, legate a filo stretto col sistema finanziario occidentale..

Non ci sono scorciatoie alla ricostruzione dell'autonomia del proletariato! L'unica strada, per quanto in salita, è la ricostruzione del partito comunista a scala internazionale, compito difficilissimo, ma che può essere favorito dalla crisi mondiale in aggravamento. Un salto qualitativo delle lotte contro lo sfruttamento, in occidente come in oriente, è sempre possibile, di fronte allo sviluppo delle contraddizioni del capitale. Le lotte di difesa contro gli attacchi in atto sono il primo passo essenziale per far crescere l'organizzazione di classe, ma presuppone che almeno qui in Europa, dove faticosamente si è conservata una tendenza marxista internazionalista, si faccia un passo in avanti nella costruzione del partito. Con questo non intendiamo un processo sganciato dallo sforzo di direzione politica dei movimenti anticapitalisti e dalla battaglia a difesa delle masse contro l'attacco del capitale, ma un processo di chiarificazione e di centralizzazione che vada di pari passo con la presenza nelle lotte.

Uscire dalla sconfitta degli anni venti e da decenni di controrivoluzione non è facile, ma per lo meno adesso non ci sono più mamme per la classe operaia (vedi la fine del PC italiano, ma anche di tutti i PC dell'est europeo, ma specialmente dei sogni filosovietici e filocinesi delle masse) e lo stesso sindacato vacilla ai suoi occhi.

Perché accettare che risorgano nuove mamme, con le vesti dei mullah, dei preti cristiani o dei santoni induisti, invece di giocarsi la carta della critica a tutte le ideologie borghesi e preborghesi, per il rilancio del comunismo materialista? Perché non puntare sulla costruzione di un partito rigorosamente classista che trovi la sua linfa nella crisi capitalistica ormai giunta a uno stadio avanzato, nell'annullamento dei margini di concessione da parte della borghesia e nella conseguente riduzione della fiducia di ampi strati sociali nello stato borghese, incapace di sviluppo e guerrafondaio?

Solo con il partito la classe acquisterà la sua capacità di lottare in modo autonomo da tutte le tendenze politiche e ideologiche dominanti e d'altra parte solo con la ripresa della lotta dei proletari di tutto il mondo contro lo sfruttamento sarà possibile per il partito crescere e assumere pienamente il suo ruolo di avanguardia nella lotta per il comunismo. Hic Rhodus, hic salta.

Giovanni Leone

(1) E, come allora, appaiono gli opportunisti che ne sostengono la tesi (vedi Negri e la sua teoria dell'Impero). Confronta le posizioni di Negri con quelle di Kautsky sul carattere di politica, e non di tendenza strutturale, dell'imperialismo e sulla possibilità (che per Negri sarebbe diventata realtà) di un superimperialismo unico sfruttatore del mondo che serve a nascondere la realtà intimamente contraddittoria dell'imperialismo reale per ipotizzare un altro suo sviluppo possibile pacifico, nel caso venisse corretto da una nuova politica. Cfr. Lenin, L'imperialismo, Editori Riuniti, 1974, pag.132, 133, 134 e pag. 158-164.

(2) Tale subordinazione è poi continuata nella fase della ricostruzione postbellica e, seppure in misura decrescente, fino ad oggi, per effetto della fase espansiva del ciclo che permetteva di distribuire a un'aristocrazia operaia e a varie frange di piccola borghesia una parte dei sovrapprofitti.

(3) Ma anche laddove, come in Afghanistan, non vi è una struttura capitalistica moderna, ma prevale una dimensione tribale con a base un'economia di sussistenza, lo stato costruito dai Talebani è espressione di poche minoranze privilegiate, che schiacciano qualsiasi manifestazione autonoma della società sia che si esprima sul piano politico, che su quello dei costumi e dell'ideologia. Così pure in alcuni paesi africani, dove nell'estrema miseria delle strutture tribali si è visto il prevalere, anche ai vertici statali, di avventurieri e signori della guerra, disposti a vendersi al primo offerente occidentale, che terrorizzano le masse con le loro truppe mercenarie, i cui effettivi a loro volta vedono nella guerra l'unica fonte di sussistenza.

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