Taleban in rotta ma la guerra continua

Kabul e tutte le più importanti città dell'Afghanistan sono cadute. Il mullah Omar ha dovuto abbandonare la sua roccaforte Kandhar.

L'esercito talebano, come era ovvio che accadesse data la pochezza del suo armamento e il suo risibile apparato logistico, si è letteralmente dissolto non appena i mujahedin dell'Alleanza del Nord hanno ricevuto dai russi qualche cassa di munizioni e qualche mezzo blindato in più e sono passati all'attacco.

Lo stesso Bin Laden, il satana del nostro tempo, il male fatto uomo, l'anticristo per eccellenza, stando ai resoconti della stampa borghese è da considerarsi ormai al pari del fantasma della leggenda: continua a combattere e non sa di essere già morto.

Eppure, nonostante la debacle di un nemico mostratosi oltre ogni immaginazione inconsistente, si continua a parlare di una guerra solo agli inizi, quasi che i bombardamenti incessanti, a volte perfino furibondi che non hanno risparmiato qualunque cosa potesse essere colpita né la popolazione civile indifesa, inerme e affamata siano stati solo un'esercitazione militare di preparazione a una guerra che deve ancora venire.

All'indomani dell'attacco alle Twin Towers si poteva pensare che tanta enfasi nel parlare di una guerra di lunga durata e dalle infinite difficoltà nonostante - come poi alla prova dei fatti è risultato - la disparità delle forze in campo, fosse il prodotto dello choc provocato dall'eccezionalità dell'evento più che da un'analisi lucida della situazione.

Visti, poi, certi fenomeni di panico collettivo ci si poteva aspettare sia da parte delle autorità governative sia da parte dei mezzi di comunicazione di massa un atteggiamento mirato a restituire tranquillità e calma; invece pare che la preoccupazione sia quella opposta, quella di evitare che possa farsi strada l'idea che il peggio sia passato. Probabilmente vi è in quest'atteggiamento anche la preoccupazione di premunirsi nell'eventualità di qualche colpo di coda di quel che resta dell'esercito talebano; ma se gli attori di questa guerra e i rapporti di forza fra loro sono quelli che stiamo osservando sul terreno, cioè il cosiddetto il mondo civile da una parte e il terrorismo dall'altra, l'allarme appare comunque eccessivo. Lo scenario muta invece completamente se si abbandona la logica suggerita dalla propaganda borghese e si vanno a esaminare le ragioni vere in cui questa guerra affonda le sue radici; ecco che allora ci si rende conto che è proprio vero che il più deve ancora accadere.

Il petrolio e la guerra

Esiste ormai una vasta pubblicistica che con ampia documentazione dimostra che tutta la storia recente dell'Afghanistan altro non se non la storia dello scontro fra le maggiori compagnie petrolifere del mondo, e quindi fra le maggiori potenze imperialiste per assicurarsi lo sfruttamento delle riserve petrolifere e di gas naturale esistenti attorno e nei fondali del Mar Caspio e in tutta l'area circostante, un tempo parte integrante dell'ex Unione Sovietica (1). Una vicenda in cui l'Afghanistan vi entra solo ed esclusivamente per la sua posizione geografica.

Si trattava infatti non soltanto di tirare fuori gas e petrolio, ma soprattutto di risolvere il problema della sua destinazione sui grandi mercati mondiali. (2)

E tra i vari tentativi di soluzione di questo problema e le diverse guerre che hanno devastato l'Afghanistan, soprattutto nell'ultimo decennio, si registra una sincronia cronometrica.

La storia dei talebani, la loro effimera ascesa come il loro miserevole declino, è stata tutta scritta dai petrodollari della grandi compagnie petrolifere soprattutto statunitensi e arabo-saudite e dai governi che li proteggevano a cui si sono sommati i narcodollari provenienti dal traffico dell'oppio grezzo. Né, nella sua sostanza, molto diversa è la vicenda di Osama bin Laden che sarà anche un fanatico fedele dell'Islam, ma è innanzitutto un grande petroliere e finanziere. Il legame guerra/petrolio è così evidente che oltre alla pubblicistica specialistica anche alcuni media a diffusione di massa, escluse forse solo le televisioni italiane che hanno fatto a gara nel censurare la parola "petrolio", lo hanno documentato.

Ecco, per esempio, quel che scriveva il 2 novembre scorso il S. Francisco Chronicle:

Un po' di anni fa i geologi stimarono che nel sottosuolo delle tempestose steppe del Kazakistan giacevano 50 bilioni di barili di petrolio - le più grandi riserve non sfruttate nel mondo. (L'Arabia Saudita, oggi il maggiore produttore di petrolio del mondo è accreditata di avere riserve per circa 30 bilioni di barili). Nazarbajev, [il presidente del Kazakistan - ndr] pertanto, ha speso la maggior parte del passato decennio nel tentativo di dare al suo petrolio imprigionato nel sottosuolo uno sbocco verso il mare... Ma la grande lunghezza della pipeline, i suoi alti costi la rendevano molto vulnerabile al sabotaggio. La strada più corta corre attraverso l'Iran, ma il Kazakistan è troppo allineato con gli Usa per poterli offendere stipulando un accordo con Teheran.
La Russia ha utilmente offerto di costruire un oleodotto per congiungere i pozzi del petrolio kazaco con il Mar Nero ma il vicino Turkmenistan ha avuto già problemi con i Russi - essi tendono a deviare il petrolio per il loro proprio consumo senza pagarlo...L'alternativa più logica è il piano della Unocal che consiste nell'estendere il sistema esistente nel Turkmenistan occidentale ai campi petroliferi del Kazakistan sul Mar Caspio e verso sud-est al porto pakistano di Karachi sul Mare Arabico. Questo progetto passa attraverso l'Afghanistan.
Come descrive l'esperto dei problemi dell'Asia centrale Ahmed Rashid nel suo libro "Taliban", pubblicato lo scorso anno, gli Usa e il Pakistan decisero di insediare un regime stabile in Afghanistan intorno al 1994 - un regime che avrebbe dovuto porre fine alla guerra civile e assicurare così la salvaguardia della pipeline progettata dalla Unocal. Colpiti dalla ferocia e dalla determinazione degli emergenti del momento i Taliban, il Dipartimento di Stato e l'Inter-Services Intelligence agency del Pakistan si sono accordati per fornire loro armi e fondi nella guerra contro l'etnia Tajik dell'Alleanza del Nord...

Finalmente i Bush hanno trovato una scusa perfetta per fare ciò che da tempo gli Usa desideravano fare: invadere e/o installare un loro regime fantoccio a Kabul. La realpolitik non si cura né delle migliaia di morti né di ciò che concerne l'oppressione delle donne in Afghanistan; questo surrogato di guerra per un presidente fasullo è solamente per la riuscita del contratto fatto dalla Unocal senza interferenze di qualunque mediatore interno...

Come direbbe Bush "non commettiamo errori": questo è per il petrolio. È sempre per il petrolio. Tornare a un cliché degli ultimi anni '90, è monotono perché è vero (3).

Commenti non molto diversi si sono potuti leggere anche sulla stampa italiana. Per esempio F. Rampini, il corrispondente del quotidiano La Repubblica dagli Usa ha scritto:

Scatenata come risposta alla strage dell'11 settembre per catturare Osama Bin Laden, la spedizione americana in Afghanistan nasconde un'altra faccia: quella di una guerra del petrolio, in cui si disegneranno i nuovi equilibri geopolitici nel controllo mondiale delle fonti di energia. In America il clima di unità nazionale e la popolarità di Bush finora hanno fatto passare in secondo piano alcune verità. Presidente e vicepresidente sono due ex petrolieri e dall'industria petrolifera hanno avuto i maggiori finanziamenti elettorali. George Bush padre, anche lui petroliere, dopo aver sconfitto Saddam Hussein fu il regista della ricostruzione del Kuwait, grande business per le imprese Usa. Il teatro di guerra in Afghanistan non è solo un deserto montagnoso: è un incrocio fondamentale per i futuri approvvigionamenti di energia, dove si gioca una partita decisiva per la sicurezza economica dei paesi industrializzati. (4)

Ma non è solo la vicenda afghana ad avere la sua chiave di lettura nella lotta per il controllo del mercato del petrolio: l'ha avuta la guerra del Golfo, quella serbo-bosniaca, quella cosiddetta umanitaria del Kossovo, quella kurda, per non parlare, poi, di quella israelo-palestinese e delle lotte intestine, a carattere spesso tribale, che insanguinano non poche regioni dell'Africa a cominciare dal Sudan.

Il petrolio non a caso è detto anche l'oro nero. Senza petrolio non vi sarebbe produzione di energia elettrica intensiva e su vasta scala e non vi sarebbe quindi neppure grande industria. Non vi sarebbe, per esempio l'industria automobilistica o almeno non nelle dimensioni attuali; né quella delle materie plastiche e neppure tutta quella legata alla sua estrazione, raffinazione e al suo trasporto da e per ogni angolo del mondo. Anche considerando solo questi aspetti, risulta evidente lo spessore degli interessi che si muovono attorno a questa particolare materia; ma oggi il petrolio è ancora qualcosa di più. Negli ultimi trenta anni, a seguito dei processi di ristrutturazione indotti dalla crisi che ha investito il processo di accumulazione capitalistico, la sua importanza è infatti notevolmente accresciuta. Per essere oggetto di una domanda a carattere mondiale, alle funzioni che gli sono proprie in quanto materia prima ha aggiunto quella di essere una delle variabili più importanti, se non la più importante nella determinazione del valore e della massa monetaria della valuta in cui il suo prezzo si esprime, il dollaro, e quindi elemento determinante nel processo di formazione e ripartizione della rendita finanziaria su scala mondiale.

Petrolio e dollaro

Come è noto la determinazione delle quantità di moneta circolante in un determinato mercato è normalmente data in ragione del valore della totalità delle merci prodotte e in circolazione su quel mercato.

Quando il valore nominale complessivo della massa monetaria supera, oltre determinati limiti, il valore della ricchezza che essa rappresenta si ha come conseguenza un processo inflazionistico che ne determina la svalutazione, viceversa nel caso opposto. Se, per esempio, lo Stato Italiano aumenta la quantità di lire e quindi il valore della massa monetaria in circolazione senza che vi sia stato un proporzionale incremento della produzione di beni e servizi i cui valori sono espressi in lire, la lira inevitabilmente si svaluta. La massa monetaria tende cioè a livellarsi sul valore della ricchezza reale prodotta nell'ambito del suo sistema economico di riferimento; di conseguenza la determinazione dei tassi di interessi, i rapporti di cambio sui mercati valutari, che sono strettamente connessi alle quantità e quindi al valore della massa monetaria di quel sistema e della sua corrispondente capacità di generare ricchezza, la produzione di capitale fittizio, i mercati borsistici, insomma, tutto ciò che appartiene alla sfera finanziaria subisce variazioni in relazione a quelle della massa monetaria.

Non è raro, comunque, che gli Stati emettano una quantità di moneta maggiore di quella effettivamente necessaria. Lo possono fare per stimolare l'economia e allora l'allargamento in surplus della massa monetaria si configura come anticipazione di una futura produzione di ricchezza destinata a essere riassorbita quando la maggiore produzione di beni e servizi avrà effettivamente luogo senza che la massa monetaria subisca significative perdite di valore.

Ma i governi ricorrono alla monetazione in surplus anche per scopi meno limpidi e con maggiore frequenza di quanto si possa immaginare. In determinati periodi, come nelle guerre, la monetazione in surplus è quasi sempre il sistema migliore per finanziare la spesa bellica facendola di fatto ricadere soprattutto sulle spalle dei salariati e stipendiati cioè di coloro che non hanno modo di difendersi dalla conseguente inflazione. A tale pratica si ricorre anche per svalutare il debito pubblico accumulato o il valore reale dei salari e così via.

Negli scambi internazionali, per ridurre il rischio connesso all'accettazione di una moneta dall'incerto valore, per molto tempo sono stati usati sistemi di garanzia basati sull'oro. Ma dai primi anni 1970, da quando gli Stati Uniti, per incrementare la rendita finanziaria e compensare così la caduta del saggio del profitto industriale, denunciarono gli accordi di Bretton Woods, che pur riconoscendo al dollaro lo status di moneta internazionale ne vincolavano l'emissione alla costituzione di riserve auree nella misura di un'oncia di oro ogni 34 dollari emessi, vige anche su scala internazionale un sistema a corso forzoso che si basa, come per la moneta nazionale, in ultima istanza sulla "fiducia dei cittadini nello stato" e nella fattispecie negli Usa; infatti oggi il dollaro funge da mezzo di pagamento internazionale senza che la Federal Reserve sia vincolata a fornire alcuna garanzia, senza cioè che a fronte delle sue emissioni vengano costituite riserve di alcun tipo.

Per gli Stati Uniti si tratta di un enorme vantaggio soprattutto perché ad essere espresso in dollari è il prezzo di quasi tutte le materie prime compreso quello del petrolio che abbiamo visto essere la materia prima più richiesta e consumata al mondo e di cui nessun paese può fare veramente a meno. Chiunque e da chiunque voglia comprare petrolio deve, dunque, prima procurarsi i dollari necessari a pagarlo. Per farlo deve dare in cambio, se si tratta di un italiano, lire cioè, in ultima istanza, una determinata quantità di merci, beni o servizi, prodotti in Italia. Il venditore, ottenendo in cambio del suo petrolio dollari, riceve sempre il controvalore di quella medesima quantità di merci italiane, però spendibile non solo in Italia ma in tutto il mondo. Con i suoi dollari potrà quindi comprare merci negli Usa, in Giappone, in Germania, in Russia, tesaurizzarli e così via.

Vista la dimensione ormai raggiunta dal mercato mondiale, può anche accadere che quella determinata quantità di dollari non venga mai spesa negli Usa o che vi venga spesa solo dopo un lungo periodo di tempo. Se non viene mai spesa è evidente che gli Usa si vengono a trovare nella stessa posizione di chiunque di noi decida di comprare un vestito pagandolo con un assegno che poi il nostro venditore per una qualunque ragione non presenterà mai all'incasso. Se invece viene spesa dopo qualche tempo, è come se avessero ricevuto un prestito senza pagare interessi. In ogni caso sul mercato internazionale circola in permanenza una quantità di dollari per la quale la produzione della quantità corrispondente di beni e servizi ovvero di merci ha luogo all'estero. Da qui deriva quello che gli economisti chiamano "il privilegio del dollaro" quantificato già qualche anno fa in oltre 500 miliardi di dollari l'anno.

Petrolio, debiti e rendita finanziaria

Se il privilegio del dollaro si esaurisse qui, sarebbe comunque poca cosa, sarebbe come se per il suo uso si pagasse una commissione, in verità molto elevata, di cambio - valuta, ma data la dimensione del mercato del petrolio, forti del controllo che su di esso esercitano, gli Usa - diciamo così - si sono lasciati prendere un po' la mano e alla produzione in surplus della massa monetaria in dollari hanno pensato bene di aggiungere la liberalizzazione dei mercati finanziari per agevolare la produzione di capitale fittizio, cioè quella particolare forma di capitale finanziario prodotto a partire da altro capitale finanziario quali possono essere i titoli rappresentativi del debito sia pubblico sia privato e quell'invenzione truffaldina della finanza statunitense che sono i derivati finanziari come le opzioni sui titoli azionari, le cosiddette obbligazioni-spazzatura, i warrant ecc.

In cambio di dollari emessi in surplus in considerazione del fatto che il dollaro funge da mezzo di pagamento internazionale, gli Usa emettono un ulteriore fiume di carta con cui finanziano i costi di mantenimento del loro apparato militare, i loro servizi segreti, i processi di ristrutturazione del loro gigantesco apparato industriale, le importazioni di tutte quelle merci ad alto contenuto di manodopera che è ritenuto poco conveniente produrre all'interno, le loro guerre e così via.

Facendo leva sul presupposto che dispongono del controllo della gran parte del mercato del petrolio e il monopolio della produzione della moneta che funge da mezzo di pagamento internazionale, essi sono in grado stabilizzare il valore del dollaro indipendentemente dall'andamento del ciclo economico interno, anzi imprimendogli una costante tendenza alla sua rivalutazione tale da rendere gli investimenti in dollari molto appetibili e comunque sempre molto concorrenziali rispetto a quelli in altre valute soprattutto per le borghesie dei paesi produttori di petrolio che con la vendita del petrolio incamerano dollari in grande abbondanza (5).

La gigantesca massa di dollari spesi da tedeschi, giapponesi, italiani, francesi per procurarsi il petrolio in ogni parte del mondo e in particolare in Medioriente e in cambio dei quali sono state date concretissime merci, fa ritorno in patria ricevendo in contropartita un fiume di capitale fittizi. Gli Usa ormai da tempo, in pratica, si finanziano contraendo debiti che pagano con altri debiti tanto che nel corso degli ultimi due decenni da paese creditore netto, sono diventati il paese debitore per eccellenza. Il loro debito...

ha superato i 18.800 miliardi di dollari, oltre il doppio del Prodotto lordo. Il debito del settore privato non finanziario ha superato i 10.000 miliardi; quello pubblico i 5.800, più del doppio dell'intero debito estero dei paesi in via di sviluppo e di quelli dell'Europa orientale e dell'ex Urss. Ad alimentare ulteriormente il debito è anche il crescente saldo negativo della bilancia commerciale: nel 2000, gli Stati Uniti hanno esportato merci e servizi commerciali per 1056 miliardi dollari, ma ne hanno importati per 1457, con un passivo di 401 miliardi. Gli Usa consumano più di quanto producano... (6)

E in deficit per circa 450 miliardi dollari é ovviamente anche la bilancia dei pagamenti che comprende oltre alla transazioni commerciali anche i movimenti dei capitali. E fra i grandi investitori esteri negli Usa, ai primi posti figurano proprio i maggiori paesi produttori di petrolio. Secondo una recente stima della Saudi American Bank, in totale gli investimenti all'estero dei soli paesi arabi del Golfo Persico ammontano a 1400 miliardi di dollari (pari a più di tre milioni di miliardi di lire, più dell'intero Pnl italiano) di cui 750 miliardi di dollari provengono dall'Arabia Saudita, 300 dagli Emirati Arabi Uniti; 70 dal Kuwait. Complessivamente di questi 1400 miliardi di dollari ben il 60% (840 miliardi) finisce negli Usa, il 30 per cento in Europa e solo il 10 per cento in altri paesi (7).

Per un lungo periodo di tempo questo sistema era apparso così efficace che molti economisti si erano convinti (o facevano finta di esserlo) che il capitalismo fosse pervenuto a uno stadio superiore caratterizzato dalla crescita continua e dal superamento delle contraddizioni che determinano l'andamento ciclico della sua economia. In realtà si confondeva una forma, seppure molto raffinata, di appropriazione parassitaria di plusvalore, peraltro propria del capitalismo pervenuto alla fase dell'imperialismo, con un nuovo modo di produrre e distribuire ricchezza. Si è confuso - o si è voluto confondere - un limitato periodo del ciclo economico e finanziario con una nuova epoca storica caratterizzata dalla permanenza di un "circolo virtuoso" che consentendo facili guadagni sui mercati mobiliari avesse risolto in via definitiva tutte le contraddizioni del sistema fino al punto da poter rendere contemporaneamente felici sia i creditori sia i debitori anche quando questi ultimi erano insolventi. Un vero miracolo!

La grande bolla speculativa formatasi a Wall Street negli ultimi anni è stata prodotta proprio da questo "circolo virtuoso" che non essendo per nulla virtuoso, a un certo punto è andato in corto circuito e tutte le sue contraddizioni sono esplose con conseguenze disastrose soprattutto per chi più ha creduto nella falsa novella della nuova epoca.

In realtà, questo flusso di capitali solo in minima parte va a finanziare investimenti produttivi ovvero una crescita della base produttiva e delle capacità di generare ricchezza; al contrario, inducendo una forte sopravvalutazione del dollaro, stimola le importazioni dando luogo a una permanente spinta alla deindustrializzazione e alla disoccupazione dei fattori produttivi a cominciare dalla forza-lavoro. L'investimento speculativo che in un contesto simile è sicuramente il più redditizio per i possessori di capitale finanziario, non genera però ricadute sulla base produttiva se non in misura estremamente ridotta finendo per operare come un fattore induttivo di recessione e depressione sia negli Usa sia nei paesi di provenienza dei capitali che finanziano il loro debito. E così, per esempio, mentre la borghesia saudita possiede tuttora ben il 22% di quel 38 per cento del debito pubblico statunitense detenuto da investitori esteri, qualcosa pari cioè a ben l'8% dell'intero debito, l'Arabia Saudita versa oggi in condizioni disastrose. Gli investimenti interni sono crollati a svantaggio perfino di altre attività speculative come quelle legate all'edilizia come dimostrano gli innumerevoli scheletri di cemento armato che costellano Rhiad. La disoccupazione è salita al 30 per cento. Rispetto agli anni Ottanta, il reddito pro capite si è dimezzato e lo stato è divenuto debitore all'estero.

Quando poi la recessione avanza, lo scenario si tinge davvero a fosche tinte. Da una parte c'è la necessità di ridurre il costo del denaro ed il prezzo del petrolio per favorire la ripresa degli investimenti industriali, dell'occupazione e della domanda interna; dall'altra però c'è quella di mantenere inalterato il flusso di capitali proveniente dall'estero con cui come abbiamo visto è finanziato il debito. Si tratta in pratica di mettere insieme il diavolo e l'acqua santa anche perché provenendo - come abbiamo visto - gran parte dei capitali esteri proprio dalle aree di produzione del petrolio, un calo del suo prezzo fa diminuire anche la disponibilità dei capitali in dollari da investire negli Usa; così il circolo si inverte e le tendenze rialziste che prima spingevano i mercati finanziari verso l'alto, lasciano il posto a quelle ribassiste con cadute vertiginose dei mercati finanziari.

Si calcola che il solo crollo di Wall Street abbia causato agli investitori arabi perdite per 35 miliardi di dollari. E ancora peggio è per tutti quei paesi la cui economia è fortemente dipendente dalle esportazioni verso gli Usa con cui si procurano i dollari per pagare le loro importazioni e i loro debiti quasi sempre espressi in dollari. Ora, se a tutto ciò si dovesse aggiungere un deflusso dei capitali provenienti dall'estero, è evidente che il rischio di una depressione economica non sarebbe più soltanto un'ipotesi a lunghissimo termine ma diventerebbe l'immediato futuro dietro l'angolo. Intanto, dal primo gennaio prossimo farà la sua comparsa l'euro, la moneta unica europea.

L'euro, ma non solo l'euro

Durante la fase della sua progettazione, non essendo espressione di uno stato unitario, in pochi hanno creduto che l'euro avrebbe mai visto la luce, o che, se l'avesse vista, sarebbe mai riuscito a diventare qualcosa di più di una semplice moneta di conto utile per facilitare gli scambi all'interno di un'area di libero scambio doganale. Gli scettici non tenevano in conto però che esso era il frutto di un'esigenza reale dell'economia europea e che giungeva dopo un lungo processo di integrazione economica. Dimenticavano anche che vi era già stato un precedente storico che stava lì a dimostrare che quando le necessità economiche premono anche le divisioni politiche fra stati tendono ad affievolirsi: la Zollverein, l'unione doganale a cui diedero vita nel 1833, su iniziativa della Prussia, gli stati tedeschi per far fronte alla aggressiva concorrenza che subiva la loro industria da parte di quella della Gran Bretagna e che poi condusse alla unificazione della Germania.

I paesi dell'Ue, infatti, per fronteggiare la caduta del saggio del profitto industriale, non potendo far leva su una potenza finanziaria e militare simile a quella americana, hanno puntato sul rinnovamento del loro apparato industriale accrescendone la produttività e la competitività e sulla conquista di nuovi mercati alternativi a quello statunitense per cui più di chiunque altro hanno avvertito la necessità di dar vita a un nuovo sistema di cambi fissi alternativo a quello di Bretton Woods che consentisse di sottrarre almeno il flusso degli scambi interni ai rischi connessi alle forti oscillazioni dei cambi. La crisi petrolifera dei primi anni 1970, causata dal vertiginoso aumento del prezzo del petrolio (da 4 a 42 dollari il barile in poco più di un anno), aveva peraltro reso evidente che l'utilizzo del dollaro per regolare l'interscambio interno amplificava gli effetti inflazionistici indotti dall'aumento del prezzo del petrolio tant'è che rischiarono di essere tutti travolti da un'inflazione con tassi che superavano ovunque le due cifre.

La costruzione di un nuovo sistema di cambi fissi è stata dunque una scelta obbligata, probabilmente pensata come una soluzione temporanea in attesa che ne nascesse una nuova a scala mondiale e, come dimostrano le sue infinite peripezie, le diverse sospensioni degli accordi, i rinvii e la ricerca affannosa di sempre nuovi sistemi, se il pericolo non fosse stato reale, difficilmente avrebbero visto la luce il sistema monetario europeo (Uem) e la sua moneta. Ma nel corso del tempo i pericoli si sono accresciuti e l'euro si è reso sempre più necessario (8). Ormai è uscito dal suo limbo e fra pochi giorni comincerà a circolare in un'area che è la più grande area economica e commerciale del pianeta, che sviluppa un commercio verso i paesi terzi superiore a quello degli Usa e doppio rispetto a quello del Giappone e che a est confina con un'area, quella ex sovietica che possiede manodopera qualificata e non qualificata a bassissimo costo, molte riserve di materie prime fra cui anche molto petrolio e ha un disperato bisogno delle sue tecnologie. Non è dunque del tutto arbitrario supporre che ben presto l'euro circolerà anche oltre i confini degli undici paesi che gli hanno dato vita e che anche una parte del petrolio che importano potrà essere regolata in euro. È probabile anche che la stessa Gran Bretagna entri a farne parte prima del 2005, anno in cui è previsto che la questione debba essere ripresa in considerazione; infatti le riserve petrolifere del Mar del Nord sono in via di esaurimento e già nel 2000 sono state prodotti ben 200.000 barili/giorno di meno dell'anno prima. La Gran Bretagna cioè "sta uscendo dal novero dei produttori importanti" (9) e potrebbe perciò vedere radicalmente mutato il quadro complessivo dei sui interessi che finora ne hanno fatto il più fedele alleato degli Usa. Ma le maggiori preoccupazioni vengono forse proprio dal Golfo Persico dove l'Arabia Saudita rischia, a dispetto delle sue immense riserve petrolifere, di sprofondare in una crisi senza via di uscita. Per rilanciare l'occupazione e quella stessa industria estrattiva su cui poggia tutta la sua economia necessita di investimenti, di quei capitali, cioè, che oggi affluiscono verso gli Usa.

Nell'ambito di un'inchiesta - ci informa il quotidiano La Repubblica - svolta dal settimanale saudita Al Majalla, il ministro del commercio saudita Osama Jaafar Faquih, ha sostenuto che “l’ambiente degli investimenti in Arabia Saudita è tra i migliori al mondo” e ha lanciato un appello agli imprenditori sauditi affinché adempino “al dovere di investire in patria per far avanzare il progresso e lo sviluppo”. (10)

E proprio pochi giorni dopo l'inizio dei bombardamenti sull'Afghanistan, l'Arabia Saudita, il Kuwait, l'Oman, il Qatar e gli Emirati Arabi Uniti hanno raggiunto un accordo per dar vita entro il 2010 a una moneta comune, una sorta di euro del petrolio. È fondato insomma, il rischio che il doppio monopolio del petrolio e della produzione della massa monetaria che funge da mezzo di pagamento internazionale, il dollaro, possa essere infranto e di conseguenza altissimo è anche il rischio che riducendosi la linfa vitale che lo alimenta il primato statunitense possa pericolosamente scricchiolare. L'Afghanistan, l'Iraq, la stessa Arabia Saudita, ma anche il Pakistan, il Sudan, lo Yemen e ogni angolo della terra dove c'è o scorre petrolio vale pertanto non solo una piccola guerra, ma mille guerre e forse anche una sola grande guerra, sicuramente più del burqa, di Allah e di qualunque Bin Laden.

Giorgio Paolucci

(1) Vedi l'articolo in questo stesso numero di Prometeo.

(2) G. Chiesa, Vauro - Afghanistan Anno Zero - Ed. Angelo Guerrini e Associati s.p.a. - ottobre 2001.

(3) San Francisco Chronicle - Pag. A - 25 - 2-11-2001.

(4) F. Rampini - In guerra per il petrolio l'altra faccia dei raid - La Repubblica del 24-10-2001 - pag.12.

(5) Per un maggiore approfondimento sulla questione, vedasi gli articoli Petrolio e Rendita finanziaria e L'euro della discordia apparsi rispettivamente sui numeri 14 e 15 di Prometeo V serie.

(6) La "duratura" superpotenza dei debiti. Manlio Dinucci - il Manifesto del 2-11-2001.

(7) Dati tratti dall'articolo Wall Street e i Petrodollari di Magdi Allam apparso su La Repubblica del 29-10-2001.

(8) Per un ulteriore approfondimento vedi il già citato articolo L'euro della discordia.

(9) Il Petrolio diseguale - F. Piccione - il Manifesto del 21 novembre 2001.

(10) Magdi Allam - art. citato.

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